“Perché io, non è vero, ho anch’io diritto alla vita, la mia vita, anche se mi scivola tra le dita come acqua. Io amo il mare”.
Se la scrittura è ribellione contro l’artificio, una forma lineare e coerente non può che incarnare lo scheletro, rigido e meccanico, di un burattino senza vita, e questo Maria Lazar pare mostrarlo ancor prima che le tendenze postmoderniste ne scoperchino le viscere. Scritto negli anni Venti e ritrovato solo un secolo dopo, in fogli sparsi, in un baule, Quattro volte me è il manifesto cristallino di una dissociazione modernissima: la scomposizione di un’identità femminile a partire dalla perdita infantile del corpo. La scrittura, infatti, è quella che nasce dall’alienazione e che su di essa ricama i propri castelli di percezioni; digressioni, domande, sensi di colpa, un pluralismo vertiginoso dei punti di vista e una protagonista senza volto che riesce camaleonticamente ad assumerli tutti. Del resto Maria Lazar, scrittrice e drammaturga austriaca di fine Ottocento, è sempre rimasta ai margini anche dei canoni letterari: un solo libro pubblicato in vita e tirato in pochissime copie; coltissima, ricca, esiliata in Svizzera per via delle origini ebree e morta suicida nel 1948. Per la prima volta in Italia, Adelphi prosegue il suo vastissimo lavoro di riscoperta di un Novecento ancora sommerso.
“Come sempre, quando tutto si fa folle e insopportabile, compare l’Estranea. No, l’Estranea non mi piace, già non mi andava giù la prima volta che l’ho vista, nello specchio in treno”.
Precedendo gli scavi di Anne Sexton sulla perdita e scomposizione del corpo in elementi isolati e grotteschi, deformandone e sublimandone a piacere i tratti, la Lazar si colloca sulla linea del flusso di coscienza mascherandone la caoticità grazie a istantanee più simili a quadri.
“Allora ho infilato la testa in una ciotola di morte
e gli occhi si sono chiusi come vongole.[…]
I miei occhi celestiali
non sono voluti ritornare[…]
Allora mi sono inchiodata le mani
su una scatola di legno di pino.
Ho seguito le vene blu
come una carta stradale al neon”
(Sexton, 2021).
Una scrittura rapida e scattante, in cui ogni frammento pare essere la tessera di un mosaico che assume contorni e colori sempre diversi.
“E quando la maestra mi chiamò per nome, non lo sentii. Ripeté il mio nome. Ma davvero era il mio nome? Grete. … Capitava spesso che dimenticassi il mio nome. E più in là, molto più in là, quand’eravamo già abbastanza grandi per scrivere da soli i numeri alla lavagna, una volta che era stata chiamata Grete mi alzai e davanti a tutta la classe feci un calcolo al posto suo. […] Grete mi guardava male, non sorrideva. Aveva occhi marroni e allungati, con una luce rossastra attorno alle pupille”.
Ambientato in un limbo immobile e vertiginoso, in cui la luce è crudele e ferisce gli occhi, mentre i pezzi della vita sprofondano sotto la terra e l’amore va ad affogarsi in occhi azzurri sempre diversi, quattro bambine, forse già donne, si specchiano l’una nel corpo dell’altra, fondendosi e rigettandosi di continuo. O forse è solo la narratrice che come in un quadro senza volti se le crea tutte per noia. Forse si è già scomposta, o sta scomparendo proprio ora che scrive per fissarle; ma allora l’Estranea cosa vuole da loro? Chi è l’ombra che sbuca da ogni riflesso con il suo sguardo liquido? Forse è lei la più reale, l’unica che le mani di un uomo non hanno mai sporcato. O forse l’amore è proprio questo, e non si può pretendere di più. Ma di sicuro l’amore lo conosce meglio Ulla, che è così sveglia, o Grete, che sembra galleggiare negli occhi degli uomini senza volerlo, pallida come i gigli a cui si strappa il polline. Di certo non Annette con le sue gambe a pertica e gli occhi affamati, che li ama tutti e che alla sua età ancora si rifiuta di usare un rossetto che sa di cimici rosse.
“Ma che ti prende? chiese Ulla. Come si fa a essere così sensibili? È stato tutto molto giusto e molto sensato, forse non tanto bello, ma necessario. Com’era sveglia! Molto, troppo sveglia. Ma io la osservai e dal severo sguardo di acqua ghiacciata assorbi una nuova luce dolce e rosea.
[…]
Sembrava così alta sotto il soffitto basso, quasi si fosse allungata di proposito. Pronta al salto, come se da un momento all’altro volesse balzare nel mondo dalla finestra”.
Scrive James Joyce sulla scrittura che quando tutto tende al flusso e al mutamento, la letteratura moderna, per essere valida, deve esprimere quel flusso.
“Poiché la nostra istruzione si basava sui classici, la maggior parte di noi ha un’idea fissa in merito a ciò che la letteratura dovrebbe essere, e anzi non solo la letteratura ma anche la vita. E dunque noi moderni veniamo accusati di distorsione; ma la nostra letteratura non é piú distorta di quanto non lo fosse la letteratura classica. […] Lo spirito moderno è vivisettivo. La vivisezione è il procedimento piú moderno che si possa immaginare. Lo spirito antico accettava l’esistenza dei fenomeni con malagrazia. Il metodo antico investigava la legge con la lampada della giustizia, la moralità con la lampada dell’investigazione, l’arte con la lampada della tradizione. Ma tutte queste lampade hanno proprietà magiche: trasformano e sfigurano. Il metodo moderno esamina il suo campo alla luce del giorno”
(Joyce, 2011).
E allora forse più ci atteniamo ai fatti e cerchiamo di fornirne un’impressione corretta, più ci allontaniamo da ciò che è significativo. E se scaviamo a fondo nella scrittura di Lazar, i nuclei sono densi e limpidi: la dismorfia corporea portata a galla dalla poesia del linguaggio, il confronto costante con le altre e i loro desideri, il senso di colpa profondo di chi è sopravvissuto e non lo riconosce; il tentativo disperato di darsi le colpe plasmando e distorcendo la realtà a proprio piacimento. La convinzione, in fondo, d’esser solo cattiva, senza contemplare la realtà esterna e le sue colpe. Le corrispondenze sensoriali sono infatti il regno, bellissimo e inquietante, di questo romanzo, e l’unico modo in cui una ragazzina senza più bordi può esplorare il mondo. Percependo tutto a piccoli tratti, senza mai collocare gli elementi in una visione coesa, le strade si fanno abbaglianti e morte, le nuvole ovatta che tappa la gola, la bocca solo un buco rosso spalancato. Perché vivere è un processo che coinvolge tutti i sensi e crescere significa dilatarli fino a perderne i contorni.
“Se falliscono gli specchi, le vetrine, le sfere di cristallo, le boccette d’inchiostro levigate e i tavoli lustri, forse aiuterà la parola, la parola scritta. Com’è che si dice: E LA PAROLA SI FECE CARNE. Ogni matita con cui scrivo dev’essere un’arma. Un’arma contro Grete, contro Ulla, contro Anette, e anche, soprattutto, contro l’Estranea. E a scrivere qui sono io. Proprio così, io! Io soltanto!”.
- James Joyce, Scrivere pericolosamente. Riflessioni su vita, arte, letteratura, minimum fax, Roma, 2011.
- Anne Sexton, Il libro della follia, La nave di Teseo, Milano, 2021.

