C’è un vecchio episodio di Ai confini della realtà che risulta ancora oggi un autentico gioiello sul piano della sovversione delle aspettative e del racconto di una estrema solitudine. Si intitola Tempo di leggere (Time Enough at Last), episodio 1×08 che è andato in televisione USA per la prima volta nel 1959: il creator Rod Serling mette in scena una storia semplicissima che ruota intorno all’apocalisse nucleare e alla figura di un uomo qualsiasi, un mite e occhialuto impiegato che ha solo un sogno nel cuore: il tempo per leggere e rileggere i suoi libri. Succube di una moglie petulante e di un capo brontolone, Henry Bemis trascorre la pausa pranzo nel caveau della banca per poter leggiucchiare qualcosa al riparo da occhi indiscreti. E al riparo anche da una devastante esplosione atomica dopo la quale l’ometto baffuto riemerge tra le macerie. L’ultimo essere umano si guarda intorno e scopre le rovine di una biblioteca pubblica realizzando così che avrà finalmente tutto il tempo che vuole per leggere. L’essenzialità della messa in scena, unitamente a un paio di sorprese ben giocate, permette a Serling, senza particolari effetti visivi, di far volare lo spettatore come un missile dal moralismo calvinista all’angoscia termonucleare, con una capriola finale che precorre le odierne ansie tecnologiche. Tutto in venticinque minuti.
L’eredità di Rod Serling, ma senza macerie radioattive
Tra i tanti narratori che ereditano le vibrazioni destabilizzanti tipiche di Rod Serling c’è Vince Gilligan, uno dei più autorevoli showrunner statunitensi contemporanei. Dopo aver fatto la storia del genere crime con le serie tv Breaking Bad e Better Call Saul, torna con Pluribus (serie marchiata Apple TV) e si riconcilia con la fantascienza (aveva esordito come sceneggiatore per X-Files) con evidenti omaggi alla succitata serie cult. La protagonista di Pluribus è Carol Sturka: una sopravvissuta, proprio come Henry Bemis. È una scrittrice di successo che cova cinismo e disillusione rispetto al mondo in generale. È la paladina di un mondo libresco che resiste, nonostante si percepisca pesantezza da routine e aria di estinzione. Gilligan propone una strana pandemia di origine extraterrestre che unifica l’intera umanità in una singola mente collettiva imperturbabilmente animata da istanze pacifiste ed ecologiste. Utopia affascinante. Ma l’esistenza di uno sparuto gruppo di individui immuni al virus sorprende il nuovo governo dei “plur1bus” (scritto con un numero 1 nel mezzo, riprendendo la suggestione grafica presente nella sigla iniziale) ovvero i nuovi esseri umani mutati dal virus alieno. A guastare la festa organizzata da Madre Natura Intergalattica ecco Carol Sturka: la donna non vuole proprio saperne di rinunciare all’individualità in cambio di quella strana e informe felicità generalizzata. Ancora un omaggio a Rod Serling perché il cognome Sturka riprende quello di un altro sopravvissuto protagonista dell’episodio Terzo dal sole (episodio 1×14 di Ai confini della realtà). Che è anche un omaggio a Richard Matheson, dal cui racconto è tratto il plot dell’episodio: un ingegnoso gioco di specchi perfettamente in linea con i tradizionali ribaltamenti di prospettiva che caratterizzano tutta la serie antologica. Da notare che Matheson è l’autore di Io sono leggenda, un classico della fantascienza apocalittica e anche un classico dei ribaltoni vertiginosi: Robert Neville è l’ultimo uomo sulla Terra ed è anche l’Altro rispetto al Noi, il diverso, il testimone della nascita di una nuova umanità.

Pluribus è fondamentalmente un racconto sulla solitudine dell’individuo in un mondo che cambia senza il consenso di nessuno. Una bella apocalisse figlia dell’evoluzionismo e dei grandi scrittori di fantascienza del Novecento. Ma senza tutta quella devastazione e quelle macerie tipiche dell’immaginario tecno-scientifico da Hiroshima e Nagasaki in poi. Con Pluribus Vince Gilligan (che è sceneggiatore – regista – produttore – showrunner) si diverte a partire da un topos novecentesco davvero trito e ritrito: l’invasione aliena. Ma come le migliori formule chimiche elaborate dall’ideatore di Breaking Bad, Pluribus risulta semplice e nel contempo geniale perché prevede continui rovesciamenti del panorama empatico e dei rapporti di potere. In alcuni momenti si tifa per gli umani alienati e per la loro infinita pazienza, in altri si parteggia per i sapiens rompiballe.
Lo strano caso del Signor Crump
La connessione intima tra la carriera di Vince Gilligan e il genere fantascientifico comincia a fine Anni Novanta, alla corte di Chris Carter e dei suoi X-Files. Qui l’incontro con il talento di Bryan Cranston che darà il volto e l’anima al carismatico Walter White, protagonista di Breaking Bad. Cranston appare infatti nell’episodio 6×02 intitolato La corsa, uno di quelli sceneggiati da Gilligan. Interpreta Patrick Crump che guida la sua automobile in fuga da mortali emissioni elettromagnetiche provenienti da un impianto radio gentilmente offerto dalla marina militare statunitense. Dopo la cattura e la tragica esplosione del cranio della moglie nell’auto della polizia, il povero Crump continua a fuggire, animato dalla prospettiva di farla pagare al governo. Gli agenti Mulder e Scully ci aiutano a scoprire gradualmente l’atroce verità sulle implacabili onde radio. Ma il governo nega. Anzi peggio: tace. Con questo script di fine anni Novanta, Gilligan rilancia diverse vibrazioni del decennio. La drammatica fuga iniziale del Signor Crump viene seguita dalle telecamere sull’elicottero del network televisivo. Una caccia all’uomo in diretta che evoca quella di O.J. Simpson nel 1994: breaking news a reti unificate da 75 milioni di spettatori. Il 1994 è anche l’anno di Pulp Fiction e della testa di Marvin che esplode nella macchina di Jules.

Rivedendo col senno di poi gli episodi di X-Files sceneggiati da Gilligan, è divertente osservare la gestazione di quelle sospensioni surreali, di quel senso dell’assurdo e di quell’umorismo nero che costituiscono la ricetta dei momenti più visionari di Breaking Bad: la pizza sul tetto della villetta monofamiliare di Walter, l’orsacchiotto che precipita nella piccola piscina di quella stessa villetta dopo la tragica esplosione aerea, l’espressione basita di Gus “Terminator” Fring dopo lo scherzetto da cartoon della bomba artigianale.
Tornando a Pluribus, si può forse vedere nel custode paraguaiano Manousos Oviedo tracce di quella visione dietrologica e complottista esaltata dalla vicenda del Signor Crump. Dopo l’esplosione della pandemia, Manousos si barrica e vive mangiando cibo per cani direttamente dalla lattina. La sua ossessione sembra essere la scansione delle onde radio, applicando un rigido protocollo di annotazioni. Ecco l’eco degli esperimenti della marina militare che fa esplodere teste in X-Files. 8613.0 è l’unica frequenza che non trasmette rumore bianco. (Sarà un caso che 8613.0 sia la frequenza utilizzata per le comunicazioni marittime?) Che sia quello il segnale bioelettrico che tiene connessa la mente alveare? Mentre il virus RNA lavora sull’hardware (la modifica dei cervelli biologici), la frequenza 8613.0 potrebbe fungere da software, impartendo istruzioni provenienti da chissà dove. Anche in Sud America il governo tace. Una parte di mondo che pure ne sa qualcosa di invasioni, dittature e sparizioni. Paraguay a due passi dall’Argentina de L’eternauta. Manousos si mette in viaggio, osservato dal silenzioso e invisibile occhio aereo dei plur1bus. Riprese dall’alto che rimandano all’elicottero del network televisivo che insegue il povero Signor Crump in X-Files. Ma qui a fermare il Signor Oviedo non sarà una striscia chiodata come quella messa sull’asfalto dalla polizia locale per Crump, bensì la natura con gli aculei velenosi di una pianta mortale. Nessuno (umano o alieno) vuole fare del male a Manousos. Tutt’altro.
La fantascienza alla maniera di Vince Gilligan
Come mostrano la corsa del Signor Crump e quella di Manousos, il viaggio di Gilligan nella fantascienza deve necessariamente procedere contromano al fine di spiazzare chi segue. Nelle strane mosse dei plur1bus riecheggia qualcosa delle domande filosofiche poste dai primissimi classici della fantascienza. Per esempio il disorientamento del mondo nei confronti di quel patchwork di parti corporee (e forse di anime, proprio come i plur1bus?) che è la Creatura di Frankenstein secondo Mary Shelley (romanzo del 1818). A proposito di anime prodotte da un intervento tecnologico, come mai i plur1bus sono così buoni? Se i plur1bus sono il risultato di un amalgama delle menti umane, come si spiega il loro rispetto per le differenze in un’epoca in cui vengono idolatrate figure di potenti prepotenti che mettono costantemente in crisi ogni idea di dialogo e pluralismo? In questa ostentazione di bene c’è sicuramente la firma di Gilligan e la sua attitudine a spiazzare, ma c’è forse anche la rilettura dei nodi classici della fantascienza. Con La macchina del tempo (romanzo del 1895), H.G. Wells immagina un viaggio in avanti di migliaia di anni (attraversando diverse crisi apocalittiche) facendo intravedere i possibili esiti del percorso darwiniano. Nell’anno del signore 802.701, la specie homo sapiens si vede costretta a lasciare un po’ di spazio a una nuova specie lì sul trono in cima al castello dell’evoluzionismo. I più adatti sono ora gli Eloi (gli umani diventati buoni e pacifisti) e i Morlock (gli umani trasformati in bestie aggressive, probabilmente incarognite da millenni di turni massacranti in fabbrica). Il pacifismo ottuso dei primi ricorda un po’ quello dei plur1bus che in qualche modo si mettono volontariamente alla mercé dei capricci di Carol Sturka. In particolare per quel riferimento cattivissimo alla bomba atomica con cui la protagonista di Pluribus ama stuzzicare i suoi antagonisti alienati.
La mente alveare come metafora delle reti digitali
Vince Gilligan ha sempre adorato costruire le sue storie mettendo al centro dell’universo l’uomo qualunque. Breaking Bad, il più grande successo dell’autore, insegue continuamente l’uomo medio e lo amplifica aumentando in maniera quasi fantastica la portata sociale del suo agire. Walter White è un super-uomo-medio al centro di una ricca rete di personaggi in cui tutti operano ribaltando continuamente le apparenze, i comportamenti attesi, i rapporti di potere. Con Pluribus, Gilligan sfrutta il contesto fantascientifico per esplorare l’impossibile: sopravvissuti che, pur non avendo particolari meriti se non quello di essere gli ultimi sapiens, diventano individui sostanzialmente onnipotenti. Facile vedere nella collettività dei plur1bus pronta ad esaudire ogni desiderio di Carol e soci una metafora dei rapporti tra l’individuo e le reti digitali, dalle quali ci si aspetta sempre risposte e soluzioni, consegne a domicilio in tempi sempre più sorprendenti. In Pluribus il genio della lampada parla con Carol quasi sempre tramite le sembianze di Zosia, la seducente piratessa: perfetta metafora dell’avvento dei chatbot che si guadagnano la nostra fiducia e ci legano ai Large Language Models (LLM) custoditi nei data center della Silicon Valley.

Gilligan nega: l’autore ha fatto notare che non poteva avere in mente questo contesto dato che la prima stesura di Pluribus risale a ben prima del successo di ChatGPT. Eppure, che a Gilligan piaccia o meno, quell’euforia utilitaristica dell’industria hi-tech e quel soluzionismo tecnologico a stelle e strisce che stanno plasmando il nostro tempo potrebbero aver preparato il terreno simbolico da cui nasce il mondo di Pluribus. Nei dialoghi tra gli umani non associati e i plur1bus sono evidenti quelle piccole pause che segnalano la veloce consultazione di una memoria collettiva. I plur1bus costituiscono un’entità bio-politica che cerca sì di assimilare ma senza gli eccessi che caratterizzano una traccia narrativa analoga presente in Star Trek: il popolo dei Borg, emblema di una collettività ottusamente tecnocratica. Con l’invasione dei plur1bus, l’incubo collettivista novecentesco sembra invece riflettere un presente post-ideologico in cui il potere opera per seduzione e usabilità, proprio come avviene con l’elettronica contemporanea. Carol non riesce a rinunciare alla mente-macchina. Dopo quaranta giorni (uno dei tanti segni cristologici buttati lì) vissuti nel deserto della solitudine assoluta (interrotta solo dal ronzio delle eliche dei droni per le consegne) ci commuove quando si rivolge all’occhio satellitare scrivendo: “Tornate!” Qui è difficile non riconoscere il rapporto ambivalente tra gli umani e le tecnologie che trasformano la vita: dispositivi e servizi che odiamo, talvolta, ma a cui non possiamo rinunciare.
L’era del delivery e dell’intimità impossibile
L’ingresso in scena di Zosia rappresenta una delle sequenze audiovisive più articolate mai dedicate a una consegna a domicilio. Assistiamo al viaggio di Zosia da Tangeri fino al giardino di Carol, ad Albuquerque, in sella a una moto e poi a bordo di un aereo che pilota da sola. Con il corpo di Zosia, la mente alveare ha selezionato qualcosa di simile alle fattezze di un personaggio immaginato da Carol, fantasia di cui esistevano tracce nella collettività telepatica. Un tentativo di rendere più dolce l’interfaccia. Questa attenzione richiama la centralità attribuita a Robert Neville in Io sono leggenda di Richard Matheson, dove gli “Altri” tentano il dialogo con l’uomo sfruttando la sua solitudine e mandando in avanscoperta Ruth, una giovane donna potenzialmente appetibile sul piano affettivo e sessuale. Ma Zosia non è esplicitamente una trappola, piuttosto un’interfaccia empatica e forse proprio per questo più pervasiva sul piano psicologico.

Slavoj Žižek ha visto in Pluribus numerose suggestioni che rimandano al cristianesimo e a un rapporto con l’alterità reso problematico dalla cultura occidentale (cfr. Žižek, 2026). Parte dal definire la solitudine come un aspetto caratterizzante della nostra società ma poi si chiede se i pacifici plur1bus siano poi così felici. Quando Zosia mostra a Carol il grande dormitorio con centinaia di cuscini su cui i plur1bus dormono fianco a fianco, persino le alcove dei Borg sembrano più interessanti. Vengono in mente le immagini degli sfollati costretti a dormire in palestre o stadi dopo una calamità ambientale. I plur1bus sorridono a Carol, ma non sorridono tra loro; non si salutano, perché sarebbe un gesto insensato. Non sono una comunità, ma un unico mega-individuo che adotta uno stile di vita minimalista per ottimizzare le risorse. Più che una collettività realizzata, quella dei plur1bus appare come un mega-schiavo appiattito sulle conseguenze di una mutazione genetica. Nel numero dei tredici individui non assimilati Žižek vede un ulteriore rimando cristologico. Il filosofo riprende Gilbert K. Chesterton, per il quale il cristianesimo non celebra la fusione, ma la separazione:
“L’amore desidera l’individualità, ed è per questo che desidera la divisione”
(Chesterton, 2010).
La fantascienza di Vince Gilligan offre un panorama di conflittualità necessarie perché altrimenti l’intero cosmo sarebbe un’unica persona enormemente egoista e narcisista. E se il nostro abbraccio con le intelligenze artificiali che ci adulano e ci amplificano non fosse altro che il rinchiuderci in un sarcofago tecnologico? Una delle formule centrali di Jacques Lacan recita: “il desiderio è sempre desiderio dell’Altro” (Lacan, 2021). Questo non significa desiderare semplicemente ciò che è diverso da noi, ma riconoscere che il desiderio è strutturalmente mediato da ciò che l’Io crede sia l’Altro ovvero un ordine simbolico e linguistico. Il soggetto desidera ciò che crede sia desiderato dall’Altro, ciò che lo rende desiderabile all’Altro. Quella lacaniana non è un’alterità empirica bensì un vincolo strutturato dal linguaggio e da quel campo simbolico in cui il soggetto e l’oggetto sono inscritti. Zosia non è l’Altro per Carol: è il Grande Altro perché dietro ci sono i plur1bus ovvero una manifestazione del Grande Altro lacaniano, “la sostanza socio-simbolica delle nostre vite” (Žižek, 2026). Pluribus mette in scena questo paradosso: un mondo pacificato e servile in cui l’unica vera alterità possibile nasce dal conflitto tra l’individuo che resiste e il sistema che, per convincerlo, finisce per diventare suo prigioniero. L’opposizione di Carol sembra condensare il senso di un’eresia necessaria: una presa di distanza che, smontando la dottrina sistemica dominante, mette in discussione il pensiero unico attraverso pratiche di scetticismo, di disordine e di uso improprio delle risorse.

Nelle situazioni ai limiti del surreale scatenate da Carol si può apprezzare la manifestazione di una logica delle “antimacchine”: l’introduzione di attrito e malfunzionamento in un sistema che pretende di funzionare rendendo tutti felici e senza lasciare residui di sorta. Le “antimacchine” teorizzate da Valentina Tanni sono meccaniche o tecnologie riprogrammate che diventano malfunzionanti o addirittura distruttive (cfr. Tanni, 2025). Macchine sostanzialmente inutili che intralciano deliberatamente il dilagare della logica funzionalista e producono suggestioni artistiche e narrative.
Nell’eccentricità e nell’antieconomicità di alcune richieste espresse da Carol e dai “non associati” c’è un agire politico che irride il paradiso tecnologico del funzionalismo. C’è l’umano che non vuole proprio sapere di estinguersi e impone la natura caotica e imprevedibile del cervello biologico individualizzato all’esistenza. Il gingillo che Carol Sturka porta con sé nel finale di stagione non è altro che il simbolo di questa necessaria negoziazione antisistemica e antimacchina.
- Gilbert K. Chesterton, Ortodossia, Lindau, Torino, 2010.
- Jacques Lacan, Il seminario. Libro VI: Il desiderio e la sua interpretazione. 1958-1959, Einaudi, Torino, 2021.
- Richard Matheson, Io sono leggenda, Mondadori, Milano, 2023.
- Mary Shelley, Frankenstein, Lindau, Torino, 2024.
- Valentina Tanni, Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia, Einaudi, Torino, 2025.
- Herbert G. Wells, La macchina del tempo, Einaudi, Torino, 2019.
- Slavoj Žižek, Il grande altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, Feltrinelli, Milano, 1999.
- Slavoj Žižek, Pluribus: The Power of Division, Substack.com, Gennaio 2026.
- Chris Carter, X-Files – La Serie Completa, Eagle Pictures, 2023 (home video).
- Gene Roddenberry, Star Trek: The Next Generation, Universal, 2011 (home video).
- Rod Serling, Ai confini della realtà, Koch Media, 2006 (home video).

