Nel 1984 moriva Aurelio Peccei, l’ultimo grande utopista italiano, fondatore del Club di Roma e tra i padri degli studi sul futuro. Fece in tempo a scrivere il saggio di apertura di un libro intitolato Verso il Duemila, che si avvaleva dei contributi, tra gli altri, di un ancora poco noto Piero Angela e di Giorgio Manganelli. Contributo profetico, nel quale denunciava “l’incorreggibile illusione che gli sviluppi tecnico-scientifici siano l’elemento portante del progresso umano nonostante il carattere anarchico e il pessimo impiego che se ne fa” (Peccei, 1984), ma anche e soprattutto la mancanza di una leadership globale:
“Sotto molti aspetti fondamentali, il mondo dell’uomo sarà pertanto uno, uno solo, tenuto insieme da legami vitali che nessuno può azzardarsi a tagliare senza provocare crolli che investono tutti; e, per forza di cose, il suo futuro, più o meno buono o più o meno cattivo che sia, prevarrà sovrastando e condizionando in larga misura l’avvenire di tutti i componenti”
(ibidem).
A fronte di questa dinamica di globalizzazione atto, Peccei prevedeva che un sistema internazionale basato su Stati-nazione non avrebbe fatto altro che passare da una crisi all’altra, se non si fosse dotato di un ordinamento politico e di istituzioni di tipo globale. Era, questo, un vecchio pallino della futurologia e dei più moderni studi sul futuro, che si erano accorti tra i primi del processo di planetarizzazione, ossia della “nascita di una coscienza del pianeta-Terra legata alla colonizzazione dello spazio, alla tecnologica delle trasmissioni satellitari e alla ricaduta di entrambe le cose sulla Terra, in chiave politica e morale” (Vegetti, 2017). Quando Peccei aveva convocato a Roma nel 1968 i luminari a cui affidò l’obiettivo di trovare modi per correggere “il malpasso dell’umanità” (Peccei, 2014), aveva ben chiaro che, oltre a trovare metodi rigorosi per comprendere l’evoluzione delle dinamiche globali, il problema vero consisteva nel creare istituzioni in grado di governare quelle dinamiche. Nella sua autobiografia spirituale, La qualità umana, perorava l’obiettivo di “individuare un processo evolutivo attraverso il quale l’attuale sistema di stati sovrani, fatto funzionare in pratica da un sistema di governi nazionali, possa venire progressivamente trasformato in una comunità mondiale” (ibidem). Era questo il fine del progetto RIO, acronimo di Reshaping the International Order, che proprio nell’anno in cui usciva il testo di Peccei (1976) veniva presentato al Club di Roma dall’economista premio Nobel Jan Tinbergen, che lo aveva coordinato (Tinbergen, 1976). A distanza di quasi vent’anni, nel suo Why Futures Studies? (1993), Eleonora Barbieri Masini commentava come il progetto RIO (rimasto ovviamente lettera morta) avesse previsto “l’interruzione degli organismi intergovernativi – come la paralisi dell’ONU in caso di guerra o l’incapacità dei firmatari dell’accordo di Rio (1992) di risolvere i problemi ambientali – e la crisi Nord-Sud nelle relazioni internazionali, come quella tra Stati Uniti e America Latina” (Barbieri Masini, 2023). Era oltre trent’anni fa, ma i problemi sono gli stessi di oggi.
Genealogia dello Stato mondiale
Il governo mondiale è stato una grande utopia del Novecento, il cui fallimento ci permette di comprendere meglio la natura del moderno sistema internazionale e della sua crisi. Nel volume Pensare lo Stato mondiale, edito da Carocci e curato da Luca Gino Castellin e Damiano Palano (entrambi all’Università Cattolica del Sacro Cuore dove hanno fondato di recente la rivista Global Age), scopriamo che c’è uno stretto collegamento tra studi sul futuro e utopia dello Stato globale: in comune hanno infatti almeno un altro nome oltre a quello di Peccei, ossia Herbert George Wells. Oggi ricordato solo per le sue opere fondative della fantascienza anglosassone, Wells fu in realtà ancor più noto nei primi del secolo scorso come “un intellettuale pubblico e controverso”, come ci ricorda Duncan Bell: “È stato il più prolifico, originale e influente sostenitore dello Stato mondiale del XX secolo” (Bell, 2025). Ma la concezione wellsiana era naturalmente intrisa di imperialismo britannico: il suo progetto di una “Nuova Repubblica” doveva fondere Stati Uniti e Impero britannico in un super-stato che in seguito avrebbe annesso anche l’Unione europea (già la chiamava così) e lo “Stato giallo”. Questo, almeno, quello che scriveva nel suo celebre Anticipations (1901). Quando, cinque anni più tardi, visitò per la prima volta gli Stati Uniti, Wells cambiò idea. Secondo Bell, ciò fu perché in America Wells non trovò alcuna autentica idea di futuro, ma solo “un’etica capitalistica ipercompetitiva, radicata nell’individualismo estremo e motivata dal culto della proprietà privata” (Bell, 2025). Preoccupato dall’ascesa di un’aristocrazia del denaro, delle tare delle istituzioni politiche e dalla proletarizzazione degli immigrati, Wells ne trasse un’amara conclusione:
“Le implicazioni dell’argomentazione di Wells per una futura Nuova Repubblica e per uno Stato mondiale erano chiare. Gli Stati Uniti erano un pessimo candidato per guidare lo sforzo di creare uno dei due. Non erano (ancora) pronti a impegnarsi nell’epico compito di costruire un’associazione politica di portata mondiale”
(Bell, 2025).
È chiaro come dietro queste considerazioni si celasse la convinzione tipica del cittadino del tardo Impero britannico di rappresentare l’apice della civiltà umana, immerso in un oceano di barbarie. L’Impero, a suo parere, doveva servire a civilizzare il pianeta, creando i presupposti per un Commonwealth dei popoli, germoglio di uno Stato mondiale che avrebbe dovuto ovviamente parlare la lingua inglese.
Lo Stato mondiale dopo il nazionalsocialismo
Che le visioni dello Stato mondiale riflettano le convinzioni del proprio tempo, è evidente ancor più nei casi di Ernst Jünger e Carl Schmitt, che hanno attraversato entrambi l’esperienza del totalitarismo tedesco uscendone con le ossa rotte. Jünger, tenace antidemocratico di Weimar ma ostile al nazismo, scrive nel 1960 Lo Stato mondiale, che, osserva Isabella Consolati, non si può comprendere “se non sullo sfondo della sua analisi dei decenni precedenti che muove dal riconoscimento dell’effetto rivoluzionario della tecnica a livello planetario” (Consolati, 2025). Nel solco della critica della filosofia tedesca novecentesca al concetto di tecnica, Jünger vede in essa la forza livellante in grado di rovesciare gli Stati nazionali e creare le premesse della costituzione di grandi imperi. Anche dopo la Seconda guerra mondiale e il fallimento del progetto nazista, Jünger intuisce l’esistenza di una forza che spinge dai grandi imperi in conflitto allo Stato mondiale, e questa forza è la tecnica e la sua capacità di accelerazione dei cambiamenti. Contro di essa il conservatorismo di Jünger contrappone la necessità di relegare la tecnica nella sua sfera preservando l’identità del singolo. Ne emerge una visione singolare, in cui, per una sorta di eterogenesi dei fini, Jünger intravede l’avversarsi di un’utopia: la fine delle guerre, la fine della Storia, e infine la possibilità che:
“l’organismo dell’uomo, nel senso di ciò che è autenticamente umano, potrà manifestarsi nella sua purezza, libero dalla costrizione dell’organizzazione”
(Jünger, 1998).
Come annota Consolati, in Jünger lo Stato mondiale rappresenta “l’estremo in cui l’organizzazione si trasforma in organismo, senza più limiti o confini, diventando una totalità naturale che comprende tutta la Terra, in un superamento definitivo del contrasto tra macchina e organismo” (Consolati, 2025). Ipotesi respinta invece da Carl Schmitt, per il quale lo Stato mondiale restava un’idea improponibile, perché la politica si fonda sulla dicotomia amici-nemici, e uno Stato mondiale non può avere nemici, “almeno non su questo pianeta” (Schmitt, 2014). Forse una velata critica al Wells della Guerra dei mondi, annota Damiano Palano, poiché in quel romanzo “l’unificazione politica del genere umano era innescata dalla minaccia proveniente dallo spazio” (Palano, 2025); ma anche lucida prefigurazione di un concetto che alle soglie del millennio Micheal Hardt e Antonio Negri avrebbero esplicitato in Impero (2000): un ordine globale di tipo imperiale finisce per avere solo nemici interni, e la guerra diventa indistinguibile da un intervento di polizia. A questo si riferiva Schmitt nella sua Prefazione del 1972 a Il concetto di “politico”, definendo l’ordine internazionale emerso nel dopoguerra come una “politica della guerra civile mondiale” (Schmitt, 2014). Analogamente a Jünger, Schmitt riteneva che solo un impero della tecnica avrebbe reso possibile la costruzione di uno Stato mondiale. Così si esprimeva ne La rivoluzione mondiale legale (1978):
“Si potrebbe immaginare che l’unità politica dell’umanità del pianeta possa realizzarsi tramite la vittoria sul piano industriale di una potenza mondiale sull’altra o tramite la loro associazione allo scopo di sottomettere l’intera potenza industriale della terra. Sarebbe una presa industriale planetaria. Si distinguerebbe dai metodi antichi di presa della terra e del mare solo per un’accresciuta aggressività e una maggiore forza distruttiva degli strumenti di potere che entrerebbero in azione in un caso simile. Qui si apre quella frattura che separa il progresso etico e morale dell’umanità dal suo progresso industriale e tecnico. La politica mondiale giunge alla fine e si trasforma in polizia mondiale: un progresso alquanto dubbio”
(Schmitt, 2005).
Realisti e liberali
Se ci si può stupire poco del fatto che un filosofo politico fortemente invischiato col nazismo non sorrida al progetto dello Stato mondiale, il volume curato da Castellin e Palano ha il grande merito di mostrare come in realtà anche all’interno della corrente realista delle relazioni internazionali – quella più scettica nei confronti del modello di governance globale di tipo liberale e più fondata sulla primazia della forza – sia esistita una fascinazione per l’idea del governo mondiale. È il caso, tra gli altri, di Edward H. Carr, la cui opera fondamentale The Twenty Years’ Crisis, 1919-39 “aveva previsto nel suo capitolo finale la scomparsa dello Stato-nazione, e l’autore aveva dato seguito alla sua profezia con una serie di studi sul tempo di guerra che abbozzavano un modello ambizioso di governance sociale ed economica su base continentale o regionale, da integrare con un sistema di sicurezza globale in cui grandi e piccole nazioni avrebbero messo in comune le risorse militari” (Scheuerman, 2025). Certo, l’utopia di Carr è di matrice socialista e non manca di “un’ammirazione talvolta inquietante per il modello sovietico” (Scheuerman, 2025); ma anche Hans Morghentau, il più noto pioniere della scuola realista, in Politics Among Nations sosteneva che “uno Stato mondiale è irraggiungibile nel nostro mondo, ma indispensabile per la sopravvivenza” (Morghentau, 1949). Entrambi, Carr e Morghentau, situavano lo Stato mondiale in un futuro non immediato, consapevoli che l’ordine internazionale del dopoguerra non muovesse in quella direzione, a differenza di quanto sostennero gli utopisti liberali. William Scheuerman attribuisce la scomparsa dell’orizzonte dello Stato mondiale nel pensiero realista all’influenza di Kenneth Waltz, la cui Theory of International Politics (1979) influenzò in modo determinante lo studio delle relazioni internazionali negli Stati Uniti e nel mondo occidentale. Per Waltz, l’impossibilità di uno Stato mondiale si spiega con la sua necessità di un’abnorme concentrazione di risorse e di potere, “un invito aperto alla guerra civile globale” (Scheuerman, 2025).

Sul fronte opposto, quello liberale, rappresentato dalla storiografia whig di Arnold Toynbee, la costituzione di uno Stato mondiale su base volontaristica e federale rappresenta l’alternativa a una guerra per l’egemonia mondiale tra Stati dotati peraltro di deterrenza nucleare tale da generare la distruzione mutua assicurata. Sono riflessioni che giungono al termine della lunga stagione della redazione dell’opus magnum di Toynbee, i dodici volumi della A Study of History, e tengono conto del clima cupo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, non a caso gli stessi in cui emergono, da matrice similare (l’analisi dei cicli e dei fenomeni di lungo termine), i futures studies. Toynbee riconosce che la mancata affermazione di uno Stato mondiale nel passato è il frutto di oscillazioni cicliche tra momenti di unità e di divisione, ma nondimeno crede che sia possibile sfuggire alla pendolarità della storia per via dei processi di globalizzazione economica e tecnologica in corso:
“Nel 1945 un’Ecumene non ancora unita politicamente è stata colta di sorpresa dall’invenzione delle armi nucleari, e appare evidente che essa non potrebbe mai essere unificata attraverso l’impiego di quest’arma letale: l’esito inevitabile di una guerra atomica mondiale non sarebbe l’unificazione, bensì la distruzione”.
(Toynbee, 1977).
Convinto, a differenza di Wells, che i semi del futuro ordine mondiale verranno non dall’emisfero occidentale ma dall’Asia orientale, e persuaso come Peccei che il progresso non può essere solo tecnologico, Toynbee guarda alle religioni come strumento di costruzione di una pace universale: attraverso l’unione delle quattro religioni “superiori”, ossia cristianesimo, induismo, islam e buddismo, Toynbee ritiene possibile la costruzione di una “Repubblica dell’umanità” basata su un ethos superiore, in grado di respingere ogni individualismo:
“Infatti è proprio dalla venerazione del potere umano (personale e collettivo) che si genera quell’idolatria del Leviatano alla base della disgregazione dell’ordine internazionale del XX secolo che spinge Toynbee a ipotizzare – e, per molti versi, agognare – l’edificazione di uno Stato mondiale, fondato su radici religiose. Egli affida pertanto alla creazione e allo sviluppo di una nuova religione mondiale il compito di ordinare al miglior esito possibile quella naturale propensione dell’uomo a erigere un culto idolatrico di sé stesso o del suo potere collettivo”
(Castellin e Palano, 2025).
Soluzione singolare, abituati a pensare che un approccio realmente internazionalista non possa che andare di pari passo col processo di secolarizzazione. Impriting kantiano, che ci spinge ad associare il disegno di Stato mondiale con quello illuministico, laddove in realtà l’ordine internazionale tracciato da Kant nel suo Per la pace perpetua (1795) si fondava su una federazione di Stati e non sullo Stato mondiale. C’è in effetti, per ritornare a Schmitt, qualcosa di teologico nell’idea di Stato mondiale, una concezione quasi escatologica della storia che tende a ripristinare una sorta di unità perduta dell’umanità. Impossibile non pensare alla Torre di Babele, e non è forse un caso che il complottismo si sia appropriato di questa metafora per vedere nei disegni di ordine mondiale un progetto oscuro di matrice satanista (a partire dal best-seller The New World Order del telepredicatore evangelico Pat Robertson; per una storia dell’idea complottista del “nuovo ordine mondiale”, cfr. Paura, 2021).
L’ultima utopia: la Costituzione mondiale
Punto di partenza e al tempo stesso sviluppo più maturo di questo dibattito è rappresentato dal lavoro della Chicago Committee to Frame a World Constitution Draft, nata nei giorni immediatamente successivi alla fine dell’ultima guerra su iniziativa del rettore dell’Università di Chicago Robert M. Hutchins. Il progetto di una “costituzione mondiale” coinvolse nomi di rilievo, tra cui Giuseppe Antonio Borgese, dal 1938 cittadino americano e tra i principali promotori dell’iniziativa, fondatore nel 1947 della rivista Common Cause per sostenere il progetto della commissione di Chicago. Da quei lavori scaturì il preliminary draft di una costituzione mondiale (ora in Borgese, 2013) che fu sottoposta al vaglio dell’eminente giurista internazionalista e politologo Hans Kelsen. Una vicenda ricostruita nel dettaglio da Or Rosenboim, che nel suo saggio si sofferma anche sulle soluzioni giuridiche immaginate dai “costituenti globali”: una Convenzione federale eletta a suffragio popolare in nove collegi elettorali regionali (ma non coincidenti con i confini politici preesistenti), che avrebbe poi triennalmente eletto un Consiglio esecutivo e un presidente, il quale avrebbe poi nominato un cancelliere e stabilito organi rappresentativi consultivi (Camera delle nazionalità, Senato dei sindacati, Istituto di Scienza, Educazione e Cultura, Agenzia di Pianificazione); un potere giudiziario al cui vertice veniva situata la Corte Suprema e il Gran Tribunale, ma che includeva anche un tribunale del popolo per la difesa dei diritti civili di popoli e individui; un esercito mondiale stato sottoposto al controllo di una Camera dei guardiani; una capitale federale, una lingua, una valuta e un calendario comuni. Architettura quantomai utopica, di cui Kelsen colse a volo la fragilità: chi avrebbe deciso di stabilire lo Stato mondiale? In nome di chi parlavano i costituenti? In base a quale principio intendevano estendere su scala universale princìpi validi solo in alcune aree del mondo? Ma la critica di Kelsen riguardava soprattutto – osserva Rosenboim – il principio di “sovranità”, che la costituzione mondiale intendeva conferire alla Repubblica. In polemica con Schmitt, il grande teorico della primazia della sovranità politica sul diritto, Kelsen ribatteva che
“uno dei presupposti fondamentali della Costituzione è l’esistenza di un diritto internazionale, e al di sotto del diritto internazionale non esiste alcuna sovranità nel senso proprio del termine: la sovranità è sempre relativa, imperfetta e incompleta. Uno dei principali obiettivi della Repubblica federale mondiale è distruggere le ultime vestigia del fantasma di nome «sovranità»”
(Kelsen, 1989).
Se oggi uno Stato mondiale ci risulta impensabile (da qui l’invito del libro a “pensare” lo Stato mondiale, prima ancora di capire come e se realizzarlo), è proprio perché quel fantasma è tornato ad aggirarsi per il mondo, e con lui lo stato d’eccezione che Schmitt connetteva al concetto di sovranità. Conseguentemente a sparire è stato il diritto internazionale caro a Kelsen, senza il quale nessuna costituzione mondiale è nemmeno immaginabile. Il punto vero sta però nel prendere atto che il progetto globalista nella sua essenza, “nato all’interno di un lignaggio intellettuale nettamente occidentale ed eurocentrico, di cui spesso ha riprodotto ciecamente i limiti e le esclusioni”, non ha tenuto conto – come nel caso della Costituzione mondiale – delle “strutture gerarchiche di potere che definivano il mondo pacificato del secondo dopoguerra” (Rosenboim, 2025). Oggi che il mondo è stato sostanzialmente unificato nell’Impero globalizzato (Hardt e Negri, 2000), sono quelle gerarchie di potere a contare più delle vecchie rotture di faglia statuale che pure continuano a riempire le cronache di politica estera, frutto di leader politici novecenteschi impegnati in un’opera di distrazione mondiale mentre prosegue sottotraccia la spettacolare concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Non è un caso che l’idea di Stato mondiale sia ritornata nelle riflessioni dei teorici del lungotermismo (Bostrom, 2019), come possibile panacea all’intensificarsi dei rischi globali. Occorrerà dunque tornare a (ri)pensare questa utopia in chiave emancipatrice senza compiere gli errori del passato, sperabilmente prima di doverlo fare tra le macerie di un terzo dopoguerra.
- Eleonora Barbieri Masini, Perché studiare il futuro?, Italian Institute for the Future, Napoli, 2023.
- Duncan Bell, Fondare lo Stato mondiale: H.G. Wells sull’impero e i popoli anglofoni, in Luca Gino Castellin e Damiano Palano, Pensare lo Stato mondiale, Carocci, Roma, 2025.
- Giuseppe Antonio Borgese, Una costituzione per il mondo, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2013.
- Nick Bostrom, The Vulnerable World Hypothesis, in Global Policy, vol. 10 n. 4, novembre 2019.
- Edward Hallett Carr, The Twenty Years’ Crisis: 1919–1939: An Introduction to the Study of International Relations, Harper, Londra, 1939.
- Isabella Consolati, Ernst Jünger: lo Stato di fronte alla tecnica, in Castellin e Palano, op. cit., 2025.
- Michael Hardt, Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2000.
- Ernst Jünger, Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione, Guanda, Parma, 1998.
- Hans Kelsen, Il problema della sovranità e la teoria del diritto internazionale, Giuffrè, Milano, 1989.
- Hans Morghentau, Politics Among Nations: The Struggle for Power and Peace, Alfred A. Knopf, New York, 1949.
- Damiano Palano, L’umanità non ha nemici. Carl Schmitt contro lo Stato mondiale, in Castellin e Palano, cit., 2025.
- Roberto Paura, Società segrete, poteri occulti e complotti. Una storia lunga mille anni, Diarkos, Reggio Emilia, 2021.
- Aurelio Peccei, Il mondo di domani, in Autori vari, Verso il Duemila, Laterza, Bari-Roma, 1984.
- Aurelio Peccei, La qualità umana, Castelvecchi, Roma, 2014.
- Or Rosenboim, Globalismo attraverso il diritto. Hans Kelsen, lo Stato mondiale e la ricerca della pace, in Castellin e Palano, op. cit., 2025.
- Pat Robertson, The New World Order, Thomas Nelson, Inc., Nashville (TS),1991.
- William E. Scheuerman, Realismo (classico) e Stato mondiale, in Castellin e Palano, op. cit., 2025.
- Carl Schmitt, La rivoluzione mondiale legale, a cura di Giorgio Agamben, Neri Pozza Vicenza, 2005.
- Carl Schmitt, Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica, il Mulino, Bologna, 2014.
- Jan Tinbergen (a cura di), Progetto Rio. Terzo rapporto al Club di Roma, Edizioni Scientifiche e Tecniche-Mondadori, Milano, 1976.
- Arnold J. Toynbee, Il racconto dell’Uomo. Cronaca dell’incontro del genere umano con la Madre Terra, Garzanti, Milano, 1977.
- Matteo Vegetti, L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria, Einaudi, Torino, 2017.
- Kennet N. Waltz, Teoria della politica internazionale, il Mulino, Bologna, 1987.
- Herbert George Wells, Anticipations of the Reaction of Mechanical and Scientific Progress upon Human Life and Thought, Harper & Brothers, Londra, 1901.

