Il lavoro e l’ambiente:
un solo mondo da salvare

Paolo Vineis, Luca Savarino
Come sopravvivere
alla crisi ambientale
Salute e diseguaglianze
Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2026
pp. 177, € 19,00

Paolo Vineis, Luca Savarino
Come sopravvivere
alla crisi ambientale
Salute e diseguaglianze
Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2026
pp. 177, € 19,00


Nel recentissimo Come sopravvivere alla crisi ambientale. Salute e diseguaglianze di Paolo Vineis e Luca Savarino, la ricerca sociologica che non ha abbandonato la connessione essenziale tra cultura del lavoro e salute per riflettere sulle conseguenze della crisi ambientale trova degli inediti strumenti d’indagine. Adottando una prospettiva operativa di questo genere il ricercatore non può che assumere una postura selettiva di fronte all’intero arco delle riflessioni avanzate dagli autori, la cui visione sistemica del fenomeno ambientale consente loro di analizzarlo facendo sì ricorso alla categoria ormai entrata nel lessico comune dell’Antropocene ma trattandola estensivamente lungo la direzione tracciata dal premio Nobel per la chimica nel 1995 Paul Crutzen in un articolo del 2002, Geology of mankind, uscito sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. Una categoria, cioè, non perimetrabile nell’esclusivo recito della scienza geologica, i cui rappresentanti tra l’altro si sono rifiutati di riconoscerla “come epoca all’interno della Scala del tempo geologico” per loro ancora fermo all’Olocene, né tanto meno astrattamente identificabile come solo concetto storico-filosofico, ma frutto di una collaborazione multi e interdisciplinare che vede coinvolte scienze naturali (dalla fisica alla chimica, dalla biologia alla geologia fino ad arrivare all’informatica) e socio-umanistiche (dalla sociologia alla storia, dalla filosofia all’antropologia). Una categoria eminentemente sperimentale da trattare come vera e propria ipotesi scientifica valutabile in base ai dati che riesce a produrre in merito all’“alterazione di alcuni parametri fondamentali di funzionamento della Terra”, quelli che permettono di misurare, per esempio, l’aumento della deforestazione, la perdita di biodiversità, la frequenza degli eventi meteorologici avversi, la mole di rifiuti non riciclati che finiscono in mare, e così via.

Alla luce di questo carattere estensivo quanto sperimentale, Vineis e Savarino pensano all’Antropocene come al “momento in cui gli esseri umani assumono il ruolo di forza capace di trasformare l’intero habitat terreste con tanta radicalità da intaccarne i meccanismi di funzionamento complessivi”, una compromissione che non esitano a riconoscere nell’affermazione di “un modello economico di stampo capitalistico ed estrattivista”, quella frattura metabolica (metabolic rift) tra uomo e natura che John B. Foster ha posto alla base dell’ecomarxismo nel testo fondativo del 1999, e le cui conseguenze si abbattono in primo luogo sul proletariato globale (cfr. Foster, 1999), classe già fiaccata dal suo sfruttamento al quale si vanno ad aggiungere assieme ai danni geomorfologici al territorio sul quale vivono e lavorano, anche quelli relativi alla salute. Ed è proprio alla questione sanitaria che gli autori dedicano particolare attenzione con la forte consapevolezza socio-economica che “non siamo tutti sulla stessa barca”, sicuramente non lo siamo mai stati, andrebbe sottolineato, e questo ancor prima che la questione ambientale si imponesse nello spazio pubblico.

Esposoma: inquinamento e salute dal fordismo al post-fordismo
La postura selettiva alla quale si accennava in apertura, che consente di trovare un inedito strumento d’indagine in questa pubblicazione di Vineis e Savarino, si deve esercitare necessariamente su gran parte della loro proposta introdotta, seppur brevemente, riferendoci alla categoria dell’Antropocene, centrale nell’economia del loro discorso, per concentrarsi su di un punto preciso delle loro argomentazioni, quello non a caso dedicato all’inquinamento, e utilizzarlo ben oltre la loro configurazione, così da poter far procedere la ricerca sociologia nell’ambito di una cultura del lavoro che cerchi di tenere assieme salute e questione ambientale. Con grande originalità e non poca sottile ironia gli autori ci invitano a leggere storicamente l’inquinamento e i suoi effetti sulla salute come un processo caratterizzatosi grazie a una sua progressiva “democratizzazione” e questo perché:

“Mentre in passato le esposizioni chimiche erano molto elevate in termini di concentrazione, ma restavano circoscritte nello spazio – riguardavano perlopiù gruppi limitati di popolazione, come operai, minatori o persone che vivevano in aree interessate da incidenti con rilascio di grandi quantità di sostanze inquinanti nell’atmosfera – oggi, pur con livelli medi di esposizione spesso più bassi, queste sostanze raggiungono in varie forme l’intera popolazione”.

Questa analisi diventa uno strumento inedito nell’ambito della ricerca sociologica lavoristica nel momento in cui si fa entrare la categoria dell’“ubiquità” dei contaminanti (dalle microplastiche ai PFAS) all’interno del paradigma con cui siamo abituati a pensare il passaggio dalla rigida produzione fordista (1948-1973) a quella del post-fordismo (metà degli anni Ottanta del Novecento a oggi). Se la prima era quella standardizzata delle grandi produzioni industriali siderurgiche, chimiche, minerarie concentrate in specifici poli industriali che per esistere dovevano a loro volta concentrare grandi quantità di forza-lavoro operaia nello stesso spazio lavorativo per una certa quantità di tempo e nelle sue immediate vicinanze abitative, spazio-tempo su cui si esercitava il comando padronale nei confronti del quale la resistenza sindacale cercava di mitigarne lo sfruttamento, la seconda si definisce come flessibile, delocalizzata, just in time che impiega mano d’opera cronicamente precarizzata, l’esempio più attuale è rappresentato dal settore della logistica. Leggere questo passaggio storico utilizzando la categoria della diffusione “ubiquitaria di forme di inquinamento” ci aiuta a capire quanto lo sviluppo del capitalismo pur avendo abbandonato l’organizzazione fordista del lavoro i cui danni ambientali si riversavano sulla salute di segmenti precisi del proletariato allocato in fabbrica e nelle sue adiacenze, continui la sua opera distruttiva nei confronti della natura e della salute umana anche in era postfordista, quando il lavoro è esploso ben oltre l’universo concentrazionario della fabbrica e si è diffuso capillarmente su tutto il territorio nelle mille forme atipiche di contrattualizzazione.

Il fatto che rispetto al passato tale impresa di distruzione sia meno intensa perché i livelli di tossicità dell’inquinamento ubiquitario sono più bassi, come ci segnalano Vineis e Savarino, mi sembra irrilevante se si pensa alla “velocità con cui nuove sostanze chimiche vengono immesse nell’ambiente” e l’incapacità “di misurarne singolarmente gli effetti” e, soprattutto, le conseguenze imprevedibili che l’interazione tra di esse possono generare, tipo cocktail esplosivo. Dato questo problema, gli autori ci aggiornano sulla nascita di una nuova branca all’interno della tossicologia tradizionale “che va sotto il nome di ‘esposoma’, che mira a studiare l’impatto sulla salute di esposizioni multiple […] e delle loro interazioni”. Un corpo, quindi, soggetto a molteplici fonti di intossicazione sempre di natura industriale, fonti le cui emissioni interagiscono ulteriormente tra di esse peggiorando il quadro clinico: se una prima volta fitofarmaci presenti nelle verdure, antibiotici nella carne, nanoplastiche nei pesci, diossina o amianto nell’aria alterano singolarmente la nostra salute, tutte assieme in un secondo momento concorrono a comprometterla in maniera ancora non calcolabile. In questo modo, allora, l’esposoma diventa un criterio socio-lavoristico per capire gli effetti della questione ambientale sulla salute nel passaggio da forme di intossicazione ubicate localmente come accadeva nel fordismo, a quelle ubiquitarie contemporanee tipiche dell’era post-fordista.

Sopravvivere alla crisi ambientale: il colore della classe
Per quanto Vineis e Savarino non affrontino direttamente la questione del lavoro, si ritrovano inevitabilmente alle prese col concetto di classe, uno dei frutti più preziosi del marxismo, una forma di conoscenza che ha fondato la sua ragion d’essere scientifica proprio sul senso che assume l’attività lavorativa nell’era del capitalismo. Gli autori lo sanno e cercano di determinarne la loro distanza sia facendo ricorso al concetto di “classe ecologica” di Bruno Latour e Nikolaj Schultz (cfr. Latour, Schultz, 2023), sia giustificandosi con argomentazioni del tipo “non siamo nostalgici del marxismo e della lotta di classe”, come se il ricorso al concetto stesso di classe implicasse immediatamente quello della lotta, confondendo teoricamente la classe oggettiva e la classe mobilitata. La distinzione tra i due livelli ha senso perché l’uso del concetto di classe ecologica fatto da Vineis e Savarino nella prospettiva latouriana, li induce a valorizzare soprattutto il momento della mobilitazione spingendo sullo sfondo quello dell’oggettività:

“Non siamo dunque di fronte a una categoria sociologica in senso proprio, ma a un principio di aggregazione politica innovativo, che attraversa confini nazionali, economici e disciplinari, riunendo quanti subiscono in modo diretto e sproporzionato gli effetti della devastazione ambientale”.

Il problema è che se non si tenta neanche di pensare per un attimo in termini logico-statistici il processo di formazione di una classe oggettiva prima della sua organizzazione, non si farà altro che correre precipitosamente e con una certa ansia verso un’idea di classe sociale che trovando la sua modalità di unificazione non tanto nelle proprietà pertinenti, per esempio, della professione e del reddito o in quelle secondarie, per esempio, della razza e della residenza, come faceva Pierre Bourdieu ne La distinzione (cfr.  Bourdieu, 2001), ma soltanto in quelle diciamo così terziarie dell’appartenenza identitaria al territorio, questa classe sarà solo l’esito retorico della sensibilità dei ceti medi riflessivi che si rappresentano in termini di classe ecologica. In breve, un interclassismo camuffato da “nuova classe di diseredati ambientali”, i quali esistono e sono semplicemente, prim’ancora di essere un “proletariato ecologico globale” secondo le fanfaronate di Kohei Saito (cfr. Saito, 2023), proletari, cioè lavoratori e lavoratrici la cui posizione nel processo produttivo è oggettivamente misurabile in base alla professione svolta, al miserevole reddito pecepito, all’appartenenza a determinate razze inferiorizzate e alla residenza in precise zone del mondo, e che lottano contro il cambiamento climatico più che con le marce climatiche e le azioni di disobbedienza civile care a Latour e Schultz, finanche entrando in percorsi migratori forzati e sconvolgenti. Come dice giustamente Fred Pearce, giornalista d’inchiesta grande esperto di idrologia mondiale: “Quando i fiumi si prosciugano… i poveri se ne vanno” (Pearce, 2024), e di fiumi sulla Terra ce ne sono quasi tre milioni, il 44% dei quali negli ultimi trent’anni hanno perso la loro portata di acqua. Questo per dire che il verde non è il primo colore al quale pensare quando si pensa in termini di classe la questione ambientale.

La distinzione appena ricordata tra classe oggettiva e classe mobilitata può servire ad arricchire la proposta politica con cui gli autori concludono il loro libro. Se Vineis e Savarino pensano di sopravvivere alla crisi ambientale politicizzando le scienze, ossia facendo giocare agli scienziati un ruolo attivo nella sfera pubblica coordinandolo con le rivendicazioni dei movimenti ambientalisti dal basso per condizionare le scelte istituzionali dei governi in materia ecologica, allora, da questo quadro di mobilitazione politico-culturale, non può mancare la centralità oggettivamente misurabile del proletariato globale (da quello in crisi dell’automotive a quelli trainanti della logistica e delle filiere agroalimentari, quindi, dai metalmeccanici stanziali ai facchini  e ai braccianti stagionali nomadi), non possono mancare le sue lotte per il lavoro che sono sempre lotte per il miglioramento delle condizioni di vita e di salute dentro e fuori i luoghi di lavoro, sono, quindi, eminentemente ambientaliste.

Letture
  • Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna, 2001.
  • John Bellamy Foster, Marx Theory of Metabolic Rift: Classical Foundations for Environmental Sociology, The University of Chicago, American Journal of Sociology, volume 105, n.2, settembre 1999.
  • Bruno Latour e Nikolaj Schultz, Facciamoci sentire!, Einaudi, Torino, 2023.
  • Fred Pearce, Un pianeta senz’acqua. Viaggio nella desertificazione contemporanea, il Saggiatore, Milano, 2024.
  • Kohei Sato, L’ecosocialismo di Karl Marx, Castelvecchi, Roma, 2023.