Fine Ottocento. Si concludeva l’inarrestabile secolo della rivoluzione industriale, della fotografia, della locomotiva. Il secolo del romanticismo esauritosi nel canto del cigno culturale conosciuto come decadentismo.
“[…]
Spossata dal vivere, del morire tremante, perso
Brigantino in balia del flusso e del riflusso,
L’anima mia verso naufragi orrendi va salpando”
(Verlaine, 1992).
La caduta definitiva dell’Ancien Régime per come lo si conosceva nella maggior parte dell’Europa. Un non-luogo temporale di cambiamenti estremi; accelerazioni dei significati e dei media stessi. Fratture culturali che porteranno alla nascita delle avanguardie. Collisioni semiotiche che si riflettono, e vengono riflesse su e dagli individui portando a definizioni sostanziali, mai viste prima, delle sfere comportamentali e abitudinarie degli stessi. Il fin de siècle in particolare, così come definito da Max Nordau:
“Il sentimento che prevale è quello di una fine, di uno spegnimento. Fin de siècle vale come confessione e come lamento. L’antico mito nordico conteneva già il terribile dogma del crepuscolo degli dei. Oggi si risveglia l’ansia oscura di un crepuscolo dei popoli, di fronte ai quali impallidiranno lentamente tutti i soli e tutte le stelle, e in mezzo alla natura morente gli uomini passeranno con tutte le loro istituzioni e le loro creazioni”
(Nordau, 2015).
Altro non è che un lamento sociale, un malessere, e in contemporanea benessere, sospinto da febbrile instancabilità, confuso, timoroso; espressione apoteotica dell’intensificazione della vita nervosa teorizzata da Georg Simmel (cfr. Simmel, 2014). Dal fin de siècle si affrancano esperienze, difese e azioni, che lo emancipano dallo stato iperstimolante della metropoli così come accade per L’uomo della folla di Edgar Allan Poe, dove il protagonista voyeur, rapito come un viaggiatore di fronte ai costumi di una nuova civiltà, scorrendo gli individui che animano la folla, sciorinando le particolarità delle singole categorie che l’alimentano, si trova a soffermarsi sulla figura unica che dona il nome al racconto stesso:
“Mentre tentavo, durante la mia prima rapida indagine, di analizzarne il significato, si affacciavano confuse, paradossali, alla mia mente, immagini di una grande potenza intellettuale, e insieme cautela, penuria, avarizia, freddezza, malizia, sete di sangue, esultanza, ilarità, terrore estremo, profonda, irreparabile disperazione”
(Poe, 2017).
In questo campo incolto di papaveri umani, i fin de siècle, spiccò nella Genova di fine Ottocento l’artista scenografo e illustratore modenese a cui è stata dedicata la mostra nella regale cornice di Palazzo Bianco nel capoluogo ligure: Giuseppe Garuti, in arte Pipein Gamba.
Collezioni e rovine
“Questo è, per la malattia dell’epoca, il trattamento per me più efficace: considerare ammalati i degenerati e gli isterici; smascherare e stigmatizzare gli imitatori come nemici della società, mettere in guardia il pubblico contro le menzogne di questi parassiti”
(Nordau, 2015).
Viveva, forse persino nella Genova fine ottocentesca, questa malattia irriducibile. Se questo male sociale veramente ha dilagato attraverso la disfunzione dell’attraversamento da un secolo all’altro, Pipein Gamba, da artista qual’era, ne ha allora sicuramente incarnato le cristalizzazioni e le emersioni più intense. La mostra ha riportato in vita, grazie al Fondo Pipein Gamba conservato dal Centro DocSAI di Genova, gli schizzi, le tavole, gli studi, ma anche le collezioni private di quotidiani, di ritagli di giornale, figurine, fogli satirici, collage. Una febbrile, coloratissima, collezione della novità, dell’eterno presente quotidiano. I passaggi fra i corridoi della mostra si reincarnano in quelle intensificazioni; shock agglomerati di pura frenesia in rovina. Eppure, circondati e immersi dalle vetrine della collezione, la percezione rimbalza confusa come se colpita da un’impressione atempore e anacronistica contemporaneamente; si osservano stili, sfumature di colore, richiami grafici e pubblicitari, che sono a tutti gli effetti parte integrante dell’immaginario contemporaneo e che vengono riproposti continuamente sotto qualsiasi forma e scopo.
“Le immagini si manifestano in un’epoca determinata, quando una circostanza, «carica di tempo» fino a frantumarsi, raggiunge nella mente dell’osservatore una forma chiara e distinta”
(Rafele, 2023).
Il tempo appare quindi sospeso poiché la sovrapposizione dei due stati temporali, o per meglio dire delle cariche temporali, inducono a una dispersione del senso stesso dell’indicazione cronologica data. La collocazione temporale di conseguenza si fonda sulla “tensione che si instaura fra osservatore e fenomeno […]. Le circostanze giungono a impressionare l’attenzione dell’osservatore quando procurano l’esperienza, spesso impercettibile, della discontinuità del tempo” (ibidem). Lo stesso termine fin de siècle assume a un tratto connotazioni uniche. Pipein Gamba attraverso il suo estro artistico di puro eclettismo porifero, dispiega uno spettro di prodotti culturali carichi di choc e tensioni che spaziano dalla pubblicità all’editoria infantile, che di fatto ha evaso il suo tempo per rendersi involontariamente parte integrante dell’immaginario postmoderno. Vetrine, ristoranti, caroselli Instagram, si tingono di questa estetica fin de siècle accorpandola al gusto pastiche di questa o quell’altra epoca.
“Quel vissuto, distratto e inconsapevole, apparirà agli occhi dell’osservatore […] come il dispiegamento di una narcosi: l’assuefazione si insinua insensibilmente, senza trovare resistenza, mentre il tempo (o il medium), al pari di uno stupefacente, d’improvviso si dilata, espandendosi per interne gemmazioni”
(ibidem).
L’essere fin de siècle si edulcora quindi di un senso sempre più strabordante dei suoi stessi confini, fino a sfociare nel moderno come lo si conosce oggi, così come anche la definizione affine di decadente. Il presente è quindi un dispiegarsi continuo di rovine, ricostruite e narrate di volta in volta dall’estetica dominante, poiché “lo choc è il modo […] di rianimare e tenere in vita un “cadavere” (ibidem). Vi è un lavoro estenuante della coscienza compiuto “sulle scene e gli stati emotivi, che in principio dimorano disparati o confusi […]. Gli eventi che circondano l’osservatore, abitudini e non propriamente oggetti, non si lasciano classificare o riprodurre linearmente. In un attimo […] essi si sottraggono dal corso vuoto del tempo, e divengono leggibili” (ibidem). Nell’eterno susseguirsi del tempo, l’esperienza dell’individuo diventa una trance indotta dalla sua stessa coscienza. Così il fin de siècle, l’ammalato nevrotico, e il suo opposto il blasè simmeliano, da partecipi del loro tempo hanno portato a uno scardinamento talmente intenso delle ricostruzioni analitiche, finendo per porsi come base ampissima dell’immaginario postmoderno.

Materiali in mostra conservati dal Centro DocSAI di Genova.
Ad alimentare questo fenomeno vi sono le “testate manomesse” di Gamba: collage satirici per alterare i nomi delle testate più famose in titoli stravaganti, goliardici, per il puro gusto personale di costruire e decostruire il sistema della rivista; medium preferito dall’artista a cui dedicò la sua vita attraverso le illustrazioni e le litografie. A questo estrema dispersione del suo estro, la collezione ossessiva fa da collante simbolico, agglomerando e rifunzionalizzando la carta stampata come oggetto da collezione nel suo insieme e non più nel singolo prodotto o quotidiano che sia. La rivista per antonomasia risponde di un momento simbolico particolarmente breve, che corrisponde alla sua pubblicazione, diventando immediatamente oggetto archeologico; una rovina del passato. Il collage quindi, che solve et coagula, simula una carica temporale nuova e unica rendendo l’oggetto perennemente presente dalla prospettiva dello spettatore. La coscienza, per come la si è definita poc’anzi, non deve più individuare la temporalità ricostruendo ma al contrario decostruendo i singoli pezzi che compongono l’immagine.
Si sono così delineate alcune minime sfaccettature, scintille, del fin de siècle, di Pipein Gamba e del tema delle rovine. Quell’epoca così prossima e insieme distante conserva degli echi imponenti, se non intere colonne portanti, all’interno della nostra società, rintoccando di volta in volta nelle produzioni culturali di qualsiasi genere e forma. Le rovine infine non sono altro che istantenee sovraccariche di un paesaggio privo di temporalità. Ciò che il fin de siècle ha vissuto e percepito, è il momento esatto del passato in rovina che crolla inevitabilmente davanti ai suoi occhi facendo spazio alla tecnologia sempre più intensa e fusa alla vita quotidiana, come la malattia di cui parlava Nordau che ha ineluttabilmente contagiato ogni singolo individuo portando agli esiti canonici novecenteschi.
- Max Nordau, Degenerazione, Piano B Edizioni, Prato, 2009.
- Edgar Allan Poe, L’uomo nella folla, in I racconti, Einaudi, Torino, 2017.
- Antonio Rafele, Qui è il mio spazio, Media e Romanticismo, Luca Sossella Editore, Roma, 2023.
- Georg Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito, Armando Editore, Roma, 2014.
- Paul Verlaine, L’angoscia in Poesie e Prose, Mondadori, Milano, 1992.

