Immaginiamo un film.
Una sceneggiatura trasformata in immagini che scorrono, dialoghi che si incrociano. Una scenografia che incornicia la storia e costruisce il mondo, una fotografia accurata, dei costumi che raccontano un’epoca. Attori che si muovono qua e là interagiscono tra loro, vestendo panni di ruoli in cui immedesimarsi. Il montaggio con i suoi stacchi e salti temporali, la luce e i colori con le loro sfumature.
Il film è completo. O quasi.
In questo insieme di fattori, manca un elemento essenziale: il suono.
Nessun rumore, nessuna voce, nessuna musica. Nessuna sospensione silenziosa tra uno sguardo e l’altro.
È proprio in questo momento che ci rendiamo conto che il suono, e con esso la musica, il rumore e persino il silenzio, è la struttura invisibile che regge l’emozione, la tensione, la verità di ciò che vediamo.

Immagini dal film Myth of Man di Jamin Wynas.
Oggi, nell’epoca dell’immagine totalizzante e degli effetti speciali a saturazione, il suono rischia di occupare un ruolo marginale nella percezione del pubblico. Eppure, è proprio la sua invisibilità a renderlo centrale. Non lo vediamo, ma lo sentiamo: e ciò che sentiamo guida ciò che crediamo di vedere.
Molti registi contemporanei hanno compreso sempre più profondamente questa dinamica, ma pochi la esplorano con la radicalità di Jamin Wynas nel suo film del 2025, Myth of Man, per il quale ha anche scritto l’intera colonna sonora (presente ora sulle principali piattaforme di streaming), un mix potente di temi melodici, riverberi fantasmatici di musiche del passato e bordate di ritmo elettronico che rendono bene l’idea di una musica proveniente da un altro tempo, da un universo ucronico quale è l’intero scenario del racconto. Difatti, Myth of Man è ambientato in un mondo steampunk retro-futuristico e segue il viaggio di Ella (interpretata da Laura Rauch, naïf quanto basta), una giovane donna sorda e muta, convinta di avere ricevuto un messaggio dal divino. La storia viene raccontata senza alcun dialogo parlato: la protagonista non sente, non parla, e noi, in un certo senso, ci connettiamo con la sua percezione. Questa scelta lo trasforma in un film muto moderno, poiché è un atto deliberato di sottrazione che sposta il peso narrativo su ciò che si può sentire, percepire, immaginare.
La narrazione, visiva e sonora, diventa un’esperienza sensoriale integrata, dove suono, musica, rumore, silenzio non sono ornamenti, ma la lingua stessa del film.
Suono, rumore, silenzio: tre dimensioni di significato
Nel mondo di Myth of Man, i rumori ambientali, i suoni di macchinari, strutture meccaniche, scorci urbani o industriali, non sono mero sfondo: sono materiale narrativo. In assenza di parole, questi rumori costruiscono le coordinate del film e definiscono lo stato emotivo di chi vive quel mondo. In molte scene, Ella attraversa spazi inospitali, corridoi industriali, ambienti cupi, dove il sibilo di tubi, il ronzio delle macchine, il rumore metallico di ingranaggi rivelano un’umanità alienata, meccanizzata, sospesa fra vita e sopravvivenza. In quelle dimensioni sonore, percepiamo la fragilità del corpo, la distanza fra gli esseri, la minaccia di un ambiente ostile. In questo senso, il rumore diventa quasi un personaggio ambientale: non accompagna, ma opprime o definisce lo spazio, suggerendo alienazione, pericolo, precarietà, oppure, a seconda delle inquadrature e del montaggio, malinconia e solitudine.
La voce come assenza e come assedio
Poiché Ella è sorda e muta, non c’è dialogo nei termini classici. Ma il film non ignora la voce: la negazione della voce parlata diventa essa stessa un tema drammatico. Le altre voci non sono assenti, ma filtrate, distorte e spesso rese come suoni ovattati, deformati, quasi indecifrabili. Questo effetto ha due conseguenze narrative molto potenti: Da un lato, riflette l’esperienza di Ella: rumori, suoni, voci che non può udire, o che lei non può tradurre in linguaggio. Lo spettatore è così invitato a una condizione di empatia: sperimenta la mancanza come una modalità di percezione.

Dall’altro lato, la voce, privata di chiarezza, diventa un elemento disturbante, ambiguo, simbolo di identità negata, di comunicazione spezzata. Quando le voci emergono distorte, il mondo sembra distorto con esse: un mondo in cui l’individualità e la soggettività sono compromesse. In alcune scene chiave, la voce viene usata come strumento di potere o di oppressione: i suoni distorti o i rumori di fondo coprono la capacità di comunicare, rendono difficile distinguere chi parla, chi urla, chi grida aiuto. Questo rinforza il tema della alienazione e della perdita dell’identità, un tema forte considerando che il film esplora la ricerca di un creatore, la fede, la spiritualità, l’anima.
Il silenzio come spazio di riflessione, di mistero, di verità
L’elemento più radicale di Myth of Man è il modo in cui usa il silenzio. Non come assenza totale, ma come vuoto pieno di potenziale. In alcuni momenti cruciali, la sospensione del suono costringe lo spettatore a un ascolto interno: del proprio respiro, delle proprie emozioni, del proprio sguardo. Queste pause acustiche diventano istanti di verità, di rivelazione. In quelle scene, lo spettatore non è guidato da suoni o da spiegazioni: è solo con l’immagine e con il proprio sentire. E accade che l’assenza acustica si carichi di significati, di attesa, di desiderio, di dolore, di speranza. È come se il silenzio affermasse ciò che non si può dire con le parole.
Scene chiave: come suono e silenzio modellano narrazione ed emozione
All’inizio, siamo immersi in un mondo steampunk densamente costruito: tubi, metalli, ingranaggi, strutture sospese, luci fioche. Ma ciò che vediamo è accompagnato da una costruzione sonora rarefatta: rumori metallici, sbuffi lontani, sibili industriali che suggeriscono fatica, precarietà, vita meccanica. Ella cammina in questo mondo, ma il suono intorno a lei non la include. Non c’è dolce melodia, non c’è chiarezza, non c’è dialogo. Questa scena stabilisce subito le regole della sua percezione e della nostra. Percepiamo con lei la distanza, la solitudine, l’estraneità. Un punto centrale della trama riguarda la missione di Ella: raccogliere canzoni perdute dalle persone della città, come tracce di umanità, identità, memoria. Le registrazioni di voci, melodie, suoni incarnano storie di vita. Il contrasto fra la sua condizione di sordità e l’importanza di queste tracce acustiche accentua il valore del suono come ciò che resta quando tutto viene distrutto: la memoria, l’anima, la comunità. Quando la collezione di suoni viene proiettata, o riattivata per tentare un contatto con il divino, il suono diventa ponte tra esseri, tra passato e presente, tra umano e trascendente.
Il suono come struttura filosofica e poetica del film
Grazie a queste scelte, Myth of Man non resta semplicemente un racconto di genere, ma diventa una meditazione sul ruolo del suono nella nostra percezione del mondo, nella nostra identità, nella nostra umanità. Il rumore industriale e urbano rappresenta alienazione, perdita di contatto, disumanizzazione. La voce assente o distorta è emblema di silenzio forzato, di identità negata, di alienazione sociale o esistenziale. Il silenzio volontario o necessario si trasforma in spazio di verità, di introspezione, di memoria: un vuoto che genera senso, e non niente. Il suono come memoria collettiva, le canzoni raccolte, le registrazioni, i suoni della vita quotidiana, assumono un valore sacrale: testimonianza di esistenze, identità, comunità.

In questo modo, il film di Winans si inserisce in una tradizione cinematografica che vede il suono non come complemento, ma come fondamento semantico e simbolico. Un’idea che richiama il modo in cui alcuni grandi autori hanno valorizzato musiche, silenzi, rumori non come decorazione, ma come strumento di significazione. Una riflessione preziosa arriva dal tecnico del suono Emanuele Cicconi, in un’intervista pubblicata il 28 maggio 2025 dalla Marche Film Commission. Rispondendo a una domanda sull’impatto dell’intelligenza artificiale, Cicconi sottolinea:
“È indubbio che l’elemento umano resterà importante nel cinema, almeno per come lo conosciamo adesso. Non so fin dove potranno arrivare gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, ma l’interpretazione di un attore è qualcosa di difficilmente sostituibile. Magari ci abitueremo a qualcosa di diverso e non ne vedremo più la differenza, ma è difficile abituarsi a una cosa meno bella se conosci quella più bella. L’improvvisazione, la micro-improvvisazione all’interno di qualsiasi scena interpretata è un qualcosa di cui si potrà riconoscere la mancanza”
(Cicconi in Nicolì, 2025).
Le sue parole ci ricordano che non è la perfezione a fare il cinema, ma ciò che sfugge al controllo: una vibrazione di voce, un silenzio non previsto, un sospiro improvviso. A questo l’automazione non può arrivare, perché è il valore insostituibile dell’elemento umano a creare l’esperienza cinematografica più autentica. Dunque, il suono, in tutte le sue forme, può trasformare una scena rendendola viva, capace di essere realmente percepita dallo spettatore. Il cinema offre esempi straordinari di questa centralità emotiva del suono. In Il Padrino – Parte III (1990) di Francis Ford Coppola, la celebre scena in cui Mary, la figlia di Michael Corleone, viene colpita a morte, è costruita proprio sulla sospensione sonora: il suo grido è attutito, quasi muto. Passano alcuni secondi prima che l’urlo esploda davvero, gravido di dolore. Questo scarto temporale produce uno shock emotivo potentissimo, come se il trauma avesse bisogno di tempo per diventare udibile. Analogamente, in C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone, il suono diventa memoria viva. Il telefono che squilla senza tregua nella sequenza iniziale è un richiamo al passato che non smette di ritornare: non c’è musica, non ci sono parole, e proprio questa nudità acustica amplifica la tensione. In un altro momento, il semplice tintinnio del cucchiaino nella tazza, mentre Noodles mescola il caffè, riempie il silenzio come un gesto rituale, sospeso tra memoria e oblio. È un suono minuscolo, quotidiano, ma diventa il cuore emotivo della scena.
Alla ricerca del suono
Il film Memoria (2021) di Apichatpong Weerasethakul fa del suono un’esperienza percettiva radicale. Ambientato tra le strade di Bogotá e gli spazi naturali della Colombia, il film segue Jessica, una donna straniera che vive in uno stato di costante sospensione, come se fosse fuori sincrono rispetto al mondo che la circonda. La protagonista è ossessionata da un rumore misterioso: un colpo improvviso, secco, impossibile da localizzare, che irrompe nella quiete quotidiana e diventa un ponte tra coscienza, memoria e dimensione cosmica. Weerasethakul usa il suono non come accompagnamento, ma come portale: ogni vibrazione acustica altera la percezione dello spazio, dilata il tempo, mette in crisi la stabilità della realtà. Il silenzio, in contrappunto, assume un ruolo altrettanto centrale, trasformandosi in un luogo di attesa e di ascolto puro, in cui lo spettatore è invitato a percepire ciò che normalmente resta invisibile.
Questi film, così diversi tra loro, mostrano una verità condivisa: il suono non completa le immagini, le rivela. Non illustra ciò che vediamo: lo trasforma, lo potenzia, lo scava. Ogni rumore, ogni silenzio, ogni balbettio o eco fuori fuoco è un frammento di verità emotiva che nessuna tecnologia potrà mai riprodurre fedelmente, perché appartiene alla vita stessa.
La vera magia del cinema
Immaginiamo ancora un film.
La luce si spegne, lo schermo si accende, le immagini scorrono. Ma se il suono non fosse presente, se la musica non accompagnasse i gesti, come potrebbe lo spettatore attraversare davvero quel mondo?
Sarebbe come guardare il mare senza poter ascoltare le onde: bello, ma irraggiungibile.
La vera magia del cinema avviene quando suono e immagine coincidono: solo allora si può entrare nella storia e sentirla sulla propria pelle, come se fosse reale. Si rimane sospesi tra ciò che si guarda e ciò che si sente, vivendo emozioni che non sono più soltanto raccontate, ma incarnate. Il suono diventa una chiave di significato più profonda delle parole: soprattutto quando è musica, è capace di smuovere zone nascoste della memoria emotiva, aprire ferite o guarirle, rievocare ciò che pensavamo perduto. Proprio come una scia di profumo può riportarci a un tempo passato, allo stesso modo il suono può far riaffiorare un ricordo sepolto, una melodia può accendere una nostalgia, una nota può farci tremare nel momento esatto in cui la storia lo richiede. E il silenzio, quando arriva, non è un vuoto: è uno spazio di pensiero, di paura, di rivelazione.

Myth of Man ci ricorda esattamente questo. La sua scelta radicale — raccontare un mondo complesso senza parole, affidandosi a rumori, silenzi e frammenti musicali — mostra quanto il cinema possa vivere anche quando la voce tace. Nel viaggio di Ella, nel suo ascolto interiore, nel peso dei rumori industriali e nelle sospensioni acustiche che aprono alla trascendenza, scopriamo che ciò che non si dice può risuonare più forte di qualsiasi dialogo. Il suono diventa sentimento, percezione, memoria condivisa tra lo spettatore e il personaggio. Musica, rumore, silenzio: una volta finito il film, restano impressi tanto quanto le immagini, i colori e i volti dei personaggi. O forse, ancora di più.
Il suono imprime dentro di noi ciò che l’occhio da solo non riuscirebbe a trattenere: come l’eco di una memoria che continua a vibrare, richiamandoci a sé anche quando la sala si riaccende e la storia è ormai finita.
- Leonardo Nicolì (a cura di), Mestieri del Cinema – Emanuele Cicconi, tecnico del suono, Marche Film Commission, 28 maggio 2025.
- Francis Ford Coppola, Il Padrino – Parte III, Paramount Home Entertainment, 2011 (home video).
- Sergio Leone, C’era una volta in America, Eagle Pictures, 2025 (home video).
- Apichatpong Weerasethakul, Memoria, Sovereign Film Distribution, 2021 (home video).
- Jamin Wynas, Myth of Man, Double Edge Films, 2025 (home video).

