Un prequel vale in funzione di ciò che segue. Complementa un’opera originale come in uno slancio ornamentale, o come una protesi esoscheletrica che espande le capacità di un corpo. Einaudi ha scelto di presentare Materialismo gotico, la tesi di dottorato che Mark Fisher scrisse all’Università di Warwick nel 1999 e che approda ora per la prima volta in italiano, come ideale prequel di Realismo capitalista. È una scelta comprensibile: il libro del 2009 è il testo fisheriano più letto e discusso nel nostro paese e agganciare a esso un’opera meno nota (e molto più tecnica) serve a orientare il lettore. Ma la cornice è filosoficamente fuorviante. Un prequel stabilisce un’origine, segnala un contesto e poi si ritrae; conta meno di ciò che annuncia ed esiste in funzione di esso, per aggiungervi valore o significato. Materialismo gotico non è però il prima di Realismo capitalista: ne è il fondamento teorico. La differenza non è in nessun modo cronologica in senso progressivo. Materialismo gotico non prepara Realismo capitalista per poi esaurirsi nel lavoro seguente; ne è piuttosto la matrice, qualcosa da cui qualcos’altro viene generato e che rimane attivo nella generazione. La critica italiana ha sostanzialmente accettato questa cornice progressiva e ha fatto le domande che la cornice suggeriva. “Fisher è stato talmente profetico da saper prevedere con più di vent’anni di anticipo la realtà odierna?” (Giovagnoni, 2026). Il libro è davvero così “intriso dalla temperie culturale e politica dell’epoca” (ibidem), degli anni Novanta, per rispondere adeguatamente alle grandi questioni del contemporaneo?

Sono domande legittime per una presentazione editoriale, non per una lettura. Trattano un testo di ontologia materialista come se fosse un rapporto sociologico di previsione: lo si giudica in base alla sua accuratezza anziché alla sua capacità di rendere certi problemi pensabili. Fisher scrive la tesi in una facoltà di filosofia che, in controtendenza con la norma analitica britannica, aveva aperto con successo all’apparato continentale. Non ha nessun interesse a prevedere, perché la filosofia non prevede un bel niente. Essa crea, se funziona, strumenti di lettura che diventano quindi attuali. Fisher elabora categorie. E una categoria filosofica riuscita si misura sulla sua fertilità: sulla capacità di far vedere connessioni che senza di essa resterebbero invisibili. Se Materialismo gotico sembra anticipare il presente, è perché chi pensa il presente ne usa già le categorie, spesso senza saperlo. Non è neanche profezia: è che le buone categorie precedono i fatti che permettono di leggere.
La domanda con cui il libro si apre è quindi di tutt’altra natura. Fisher la costruisce accostando due passaggi distanti un ottantennio: un personaggio del romanzo Il Golem (1915) di Gustav Meyrink che osserva fogli di carta agitati dal vento e si chiede se “anche noi mortali” non siamo “come quei fogli” (Meyrink, 1994), mossi da un vento invisibile che scambiamo per libero arbitrio; un saggio (1995) della cyberpsicologa Sherry Turkle che registra come i bambini abbiano smesso di chiedersi se i computer siano vivi – convinti che non lo siano – eppure continuino ad attribuire loro psicologia. Dall’accostamento emerge una domanda doppia e asimmetrica. La prima, – “e se le macchine fossero vive? (Turkle, 2005) – è quella che ci aspettiamo. La seconda è la più interessante: “e se fossimo noi a essere «morti», proprio come le macchine?” (Fisher, 2026). È da questa domanda che bisogna partire. Non da ciò che il libro annuncia, ma da ciò che fonda.
Profezie e Ontologia
Un’ontologia si valuta in base, quindi, al suo potenziale di pensabilità. La domanda di Fisher non è come sarà il mondo tra vent’anni, ma che cosa significa soggettività in un sistema che produce soggetti come effetti collaterali dei propri processi? È una domanda di struttura e non di contenuto; di metodo. E come tutte le domande ontologiche, ha nel testo un nome tecnico preciso: la flatline. Che nel titolo originale, Flatline Constructs, è assolutamente protagonista. Il termine viene mutuato da Neuromante (1984) di William Gibson, il romanzo fondativo del cyberpunk, dove indica insieme la linea piatta dell’elettroencefalogramma, la morte cerebrale, e uno stato di coscienza sospesa tra la vita e la morte. Fisher non lo usa come semplice metafora ma lo trasforma in un concetto operativo: il piano di immanenza radicale su cui non è più possibile distinguere tra animato e inanimato, organico e inorganico, vita e non-vita. Il nocciolo del concetto di piano di immanenza (mutuato da Gilles Deleuze) è il seguente. Normalmente pensiamo il mondo come diviso in livelli e categorie; il piano di immanenza è l’ipotesi che queste divisioni non siano nella natura delle cose ma siano costruzioni sovrapposte a un campo unico e continuo di forze e processi. Non c’è un sopra da cui guardare quel campo, nessuna trascendenza, nessun punto esterno. Si è sempre già dentro.
“La flatline non segna una soglia della morte, ma un continuum che ingloba, e infine oltrepassa, tanto la morte quanto la vita”
(Fisher, 2026).
Un luogo di pura produzione, il piano dove i processi che generano l’esperienza soggettiva si rendono visibili proprio perché il soggetto vi si dissolve. Il fondamento filosofico di questa intuizione è spinoziano, e Fisher lo dichiara apertamente. Per Spinoza esiste una sola sostanza, Dio o Natura, di cui pensiero ed estensione sono attributi paralleli invece che entità separate: il dualismo cartesiano tra mente e corpo non ha fondamento nella struttura della realtà, è una suddivisione operativa che la Natura non conosce. L’agentività è ovunque, ma non appartiene mai ai soggetti: appartiene ai processi, agli assemblaggi e agli affetti. I corpi non sono definiti dalla loro forma o dalla loro funzione, ma dalla totalità degli affetti che sono capaci di manifestare e, quindi, da ciò che possono fare invece che da ciò che sono. Il soggetto, in questo quadro, è un residuo: viene prodotto come “resto accanto alle macchine desideranti” (ibidem), come effetto collaterale di forze che lo precedono e lo eccedono.
Era questa intuizione che Fisher cercava, anni dopo, di esprimere in termini non più tecnici ma immediatamente politici. In un’intervista rilasciata a questa rivista nel 2014, descriveva il progetto che attraversa l’intera sua opera come il tentativo di “spersonalizzare le emozioni, o meglio cercare le radici impersonali del cosiddetto «personale»” (Ferrara, 2014). È la migliore parafrasi in prima persona del materialismo gotico: formulata non nella lingua di Deleuze-Guattari ma in quella di un critico che ha assimilato quella lingua fino a renderla trasparente. Ciò che nel 1999 era il programma ontologico del soggetto come effetto e dell’affetto come forza impersonale diventa nel 2014 un metodo critico e una postura politica. Il filo, in tal senso, si abbassa.
Acido filo rosso
La CCRU, Cybernetic Culture Research Unit, era un collettivo para-accademico fondato a Warwick nel 1995, ai margini e contro il dipartimento di filosofia ufficiale, che intrecciava teoria continentale, fantascienza, musica elettronica e cultura rave. Non era un gruppo di ricerca nel senso convenzionale, ma un esperimento in cui il confine tra pensare e fare, tra analizzare la cultura e produrla, veniva sistematicamente dissolto. Fisher ne era membro fondatore, insieme a Nick Land, Sadie Plant, Kodwo Eshun e altri. La CCRU è il contesto in cui la theory-fiction diventa programma filosofico: scrivere in modo che il testo non descrivesse il reale ma agisse su di esso. La critica ha letto il Fisher maturo come una rottura rispetto al Fisher della CCRU. Da un lato il giovane accelerazionista di Warwick, immerso nella cibernetica, nel cyberpunk e nell’orbita intellettuale di Nick Land; dall’altro il critico politico di Realismo capitalista, l’hauntologia, il Castello dei Vampiri. La cesura è reale, ma non dove la si cerca. Non riguarda i concetti fondamentali, che rimangono gli stessi, bensì il livello di astrazione a cui vengono applicati. La flatline non scompare nell’opera matura: si trasforma. Prendiamo l’hauntologia. Fisher la introduce nella ricezione anglofona a partire dal 2006, applicando il concetto derridiano alla cultura musicale e poi estendendolo alla diagnosi culturale di Spettri della mia vita (Fisher, 2014). L’hauntologia descrive un piano su cui non è più possibile distinguere passato da presente: il passato ritorna come spettro, il futuro mancato infesta il presente come virtualità non ancora avverata. È esattamente la logica della flatline, trasferita dall’asse organico/inorganico all’asse temporale. Cambia il dominio ma non la struttura. In entrambi i casi si tratta di un piano su cui le distinzioni ordinatrici collassano e ciò che rimane è un continuum di materia e di tempo che eccede il soggetto che vi si immerge.

Lo stesso vale per il metodo. In Materialismo gotico, Fisher teorizzava la theory-fiction come pratica materialista: la fiction non commenta il reale dall’esterno, ma ne diventa parte, lo co-produce. Il termine tecnico che circolava alla CCRU per questo meccanismo era iperstizione, coniato da Land per indicare una finzione che si auto-avvera: una narrazione che produce effetti reali nel momento in cui viene creduta e agita. Il mercato finanziario funziona così, per esempio: le aspettative sulla crescita producono la crescita. Così funziona la cultura quando è abbastanza potente da riscrivere le coordinate dentro cui viviamo. Fisher eredita questo meccanismo da Land e lo trasforma: dove Land lo usava come argomento per abbracciare l’accelerazione capitalistica, Fisher lo usa per pensare una contro-produzione, ovvero narrazioni che non descrivono il capitalismo ma aprono fessure nella sua capacità di presentarsi come l’unica realtà possibile. Anni dopo, descrivendo a questa rivista il progetto di The Caretaker, formulava la stessa idea in termini concreti: il lavoro di Leyland Kirby “non è solo vagamente un lavoro «su» un disturbo della memoria; esso simula la condizione patologica in sé” (Ferrara, 2014). Non rappresentazione ma simulazione; non commento ma incarnazione. È il programma della theory-fiction del 1999 applicato alla critica musicale. Il metodo è identico, il materiale cambia. Il punto di svolta esplicito è Terminator vs. Avatar (Fisher, 2012), il saggio in cui Fisher regola i conti con l’accelerazionismo della CCRU e con Nick Land. Land aveva ridotto il capitalismo alla schizofrenia pura perdendo l’intuizione più cruciale di Deleuze-Guattari: il capitalismo opera sempre attraverso processi simultanei di decodificazione e riterritorializzazione compensatoria. Tradotto: il capitalismo non si limita a dissolvere; mentre smantella comunità, tradizioni e identità, ne fabbrica continuamente di nuove (il consumo, la nazione, l’identità di marca, l’appartenenza politica) perché ha bisogno di soggetti abbastanza coesi da continuare a lavorare e comprare. Non può fare a meno della sua “faccia umana”, che è un componente strutturale del sistema.

Avatar (2009) di James Cameron diventa per Fisher il sintomo perfetto di questo disconoscimento costitutivo: i cyberaddicted si proiettano in primitivi organici, vittime del complesso militare-industriale, ma possono “giocare a essere primitivi interiori” solo grazie a una tecnologia proto-VR che presuppone la distruzione dell’idillio organico che fingono di proteggere (Fisher, 2012). Il Terminator, al contrario, è la figura giusta: non il ritorno alla natura, ma un’accelerazione verso l’inumano che non può essere combattuta con l’organicismo nostalgico. Fisher scarta Land ma conserva l’ontologia dell’immanenza. La differenza è, ancora, spinoziana: contro le passioni tristi del nichilismo e del moralismo, la necessità di pensare l’agentività senza soggetto come risorsa politica e non come resa. È questa la posta in gioco del filo che attraversa l’opera: tradurre un’ontologia – il soggetto come effetto di forze impersonali – in una politica delle passioni. Non “il personale è politico” nel senso del vecchio adagio, ma, come Fisher precisava nell’intervista a questa rivista, “il personale è impersonale” (Ferrara, 2014): le emozioni che crediamo nostre hanno radici che ci precedono e ci eccedono, e riconoscerlo è il primo atto di qualsiasi materialismo politico conseguente.
Il problema irrisolto
C’è un problema che Materialismo gotico pone con lucidità e non risolve. L’ontologia dell’immanenza totale è politicamente potente come diagnosi e politicamente paralizzante come programma. Se non esiste un punto di trascendenza, se il capitalismo “definisce un campo d’immanenza, e non cessa di riempirlo” (Deleuze-Guattari, citati in Fisher, 2026), da dove viene la critica? Chi la esercita, e a partire da cosa? Fisher lo sapeva. La tesi del 1999 porta questo problema aperto e il lavoro successivo può essere letto come una serie di tentativi, nessuno invero definitivo, di trovare una politica dell’immanenza che non collassi nel nichilismo landiano, ovvero l’idea che non esista nulla da fare se non abbracciare la dissoluzione capitalistica fino in fondo, lasciando che il processo consumi se stesso e tutto il resto con sé. La solidarietà di classe, in Uscire dal Castello dei Vampiri (Fisher, 2020), è il primo tentativo concreto: una forza impersonale da costruire, radicata in condizioni materiali condivise piuttosto che in esperienze soggettive privatizzate. Il weird e l’eerie, in The Weird and the Eerie (Fisher, 2018), sono risorse estetiche per lo stesso scopo: momenti in cui l’impersonale irrompe nella percezione ordinaria, incrinando il realismo capitalista dall’interno. Il weird è l’esperienza di qualcosa che non dovrebbe essere lì, elementi incompatibili che coesistono, l’ordinario che rivela una frattura; l’eerie è la crisi dell’agentività, il senso che forze non identificabili operino dove non dovrebbe esserci niente, o che nulla opera dove qualcosa dovrebbe. Entrambi rendono percepibile ciò che il realismo capitalista ha interesse a nascondere: che il soggetto non è origine ma effetto e che la superficie stabile delle cose è sostenuta da processi che la eccedono. L’Acid Communism incompiuto – l’introduzione a un libro che Fisher non ha fatto in tempo a scrivere – era il tentativo più ambizioso: una politica della gioia collettiva, delle passioni gioiose spinoziane, capace di mobilitare l’impersonale anziché subirlo.

Nessuno di questi tentativi risolve il problema di fondo. Ciò che li tiene insieme è la diagnosi del loro contrario: il Castello dei Vampiri – il nome che Fisher dava alla formazione culturale della sinistra accademica e social-mediatica che trasforma la critica politica in caccia morale all’individuo sbagliato, convertendo la sofferenza collettiva in capitale identitario personale – è esattamente la risposta sbagliata all’ontologia di Materialismo gotico. Il Castello essenzializza i soggetti là dove il materialismo gotico li dissolve; privatizza la sofferenza là dove il materialismo gotico ne mostra le radici impersonali; produce quello che Spinoza chiamava passioni tristi – colpa, paura, risentimento, stati affettivi che riducono la capacità di agire – là dove una politica dell’immanenza richiederebbe passioni gioiose, affetti che aumentano la potenza collettiva invece di eroderla.
Fisher non polemizza, ma offre la diagnosi di ciò che accade quando la sinistra rifiuta l’impersonale e si rifugia nell’identità privatizzata come ultima certezza. Si fa il lavoro del capitale riproducendo esattamente la struttura soggettiva che il capitale ha interesse a mantenere. Il fallimento del woke, in questo senso, è un fallimento di regressione: anziché spingere oltre la soggettività capitalistica, la riproduce nei suoi tratti più elementari – la colpa individuale come moneta di scambio, il risentimento come forma di organizzazione, la purezza come sostituto della solidarietà. Non ha nulla di un progetto politico: è la politica del capitale vissuta come ribellione contro di esso, quindi assolutamente interna al capitale stesso, utile.
Il problema rimane aperto perché la domanda è complessa. Non si tratta di trovare il soggetto rivoluzionario giusto: non c’è un soggetto, nella struttura ontologica che Fisher ha costruito. La questione è di pensare come forze impersonali possano essere riorientate senza un soggetto che le guidi. È la difficoltà che ha accompagnato Fisher per tutta la vita e che Acid Communism avrebbe dovuto affrontare direttamente. È rimasto incompiuto e la domanda è ancora lì.
Dall’oracolo allo strumento
La tentazione di rileggere Materialismo gotico come una profezia è comprensibile ma va resistita. Fisher non prevedeva l’intelligenza artificiale generativa, né la platformization del lavoro, né la guerra trasmessa in streaming. Il valore del libro dipende esclusivamente dalla qualità della domanda che pone. Eppure qualcosa è cambiato, nel 2026, rispetto al 1999. La flatline non è più solo una figura concettuale elaborata attraverso il cyberpunk. È diventata una condizione empiricamente verificabile. I sistemi di intelligenza artificiale generativa producono testi indistinguibili da quelli umani non perché siano vivi, ma perché l’indistinguibilità non richiede vita. La domanda con cui si apre Materialismo Gotico, “e se fossimo noi a essere «morti», proprio come le macchine?”, ha ottenuto, in un certo senso, una risposta tecnica: le macchine possono comportarsi come se fossero vive senza esserlo e questo è sufficiente a rendere il confine tra organico e inorganico operativamente irrilevante. Ma la risposta tecnica alla domanda ontologica non risolve la questione politica, la radicalizza. Chi è il soggetto che resiste, se il soggetto è già, come Materialismo gotico dimostra, un effetto di processi macchinici?

La risposta umanista di proteggere l’umano dall’invasione del non-umano ricade nell’errore di Avatar: presuppone un’interiorità organica da difendere che il capitalismo ha già da tempo decodificato e privatizzato. La risposta accelerazionista di abbracciare la dissoluzione, spingere il processo fino in fondo è quella che Fisher aveva già liquidato con Land. Materialismo gotico offre qualcosa di più prezioso di una via d’uscita: il vocabolario ontologico per non cadere in nessuna delle trappole. Leggerlo oggi non è allora consultare un oracolo ma affilare uno strumento. La flatline tra organico e inorganico è reale. Le passioni tristi che il capitalismo produce attraverso di essa sono reali. La domanda su come forze impersonali possano essere riorientate senza un soggetto che le guidi e senza la nostalgia di un’interiorità perduta è ancora senza risposta. Ma almeno sappiamo, grazie al libro del 1999, come formularla correttamente: bisogna definire come riorientare le forze che producono i soggetti. Avevamo bisogno delle macchine per andare oltre il mito dell’essenza umana–anche se non sappiamo ancora come.
Una lettura più landiana di Materialismo Gotico potrebbe concludere, al contrario, che ogni politica dell’immanenza è già sempre regressiva, perché ogni tentativo di riorientare il processo reintroduce il soggetto che la flatline ha dissolto (Padua, 2026). Da questa prospettiva, non resterebbe che la sottrazione: abitare il rumore invece di immaginare ancora una contro-organizzazione delle forze. Ma questa conclusione confonde due cose: il rifiuto del soggetto sovrano e l’impossibilità di ogni orientamento. Fisher non torna mai semplicemente al soggetto; cerca piuttosto forme impersonali di composizione affettiva (solidarietà, weird, eerie, comunismo acido) che non pretendono di dominare il processo, ma di modificarne le condizioni di sensibilità. La flatline quindi non elimina la politica in generale: solo la politica fondata sul soggetto. Il problema è dunque quello di pensare come l’impersonale possa essere organizzato contro la forma capitalistica della sua organizzazione. È in questo spazio che ciò che emerge è la necessità di una disciplina dell’impersonale: un modo di trasformare la relazione malinconica con il reale in leva, metodo, e apparato.
Angelismo
Nell’intervista del 2014, Fisher descriveva il progetto di Spettri della mia vita – e, in fondo, dell’intera sua opera – con una formula che funziona anche come programma critico: “non giudicare il presente dal passato, ma dal punto di vista di quei futuri che, fino ad ora, non si sono ancora potuti realizzare” (Ferrara, 2014). È una frase che, riletta oggi, si rivolge anche al libro che Fisher aveva scritto quindici anni prima e che l’Italia legge adesso per la prima volta. Materialismo gotico è uno di quei futuri non ancora realizzati. Ciò perché pone una domanda che la ricezione italiana non ha ancora davvero affrontato: quella dell’ontologia materialista come fondamento di qualsiasi politica che prenda sul serio il capitale. Va letto come fondamento, come linea da cui ripartire e, forse, come un testo che non è stato integrato a pieno. Il libro approda in italiano in un momento in cui la flatline tra organico e inorganico è una condizione ordinaria; in cui la sinistra oscilla ancora tra l’identitarismo del Castello dei Vampiri e l’impotenza riflessiva del realismo capitalista; in cui Acid Communism è rimasto incompiuto. Non è un buon momento per i prequel. È un buon momento per le basi.

La domanda di Meyrink – e se anche noi mortali fossimo come quei fogli di carta, mossi da un vento invisibile? – non ha ancora ricevuto risposta politica. Ma non è immobile. Fisher la chiama solidarietà di classe. Gilles Grelet, per esempio, chiama questo lavoro angelismo: il movimento di chi usa il reale come leva per allentare, punto per punto, la consistenza vampirica del capitalismo. Fisher cercava una via d’uscita dalla malinconia verso le passioni gioiose di un comunismo ancora da costruire, e non ha fatto in tempo. Grelet suggerisce che forse la direzione è un’altra: la malinconia non è il problema da risolvere ma la risorsa da radicalizzare. È la relazione ostinata con un reale che il mondo non riesce a incorporare del tutto. Non bisogna trasformarla in gioia, per agire: bisogna approfondirla. Ma con metodo, perché la malinconia da sola non basta, va istituzionalizzata: trasformata in apparato rigoroso che la orienti contro il mondo invece di lasciarla ricadere nel vuoto o, peggio, farsi catturare dal mondo stesso. Le istituzionalizzazioni sbagliate sono due e sono speculari. Il populismo di destra la trasforma in nostalgia identitaria, nel rimpianto di una comunità perduta, di un nemico esterno da colpire, usandola nel mondo come rivendicazione invece di usarla come attacco. Il woke la trasforma in controllo morale, in produzione di colpa e polizia delle identità. Né l’uno né l’altro attaccano la consistenza vampirica del capitalismo: la riproducono. Sono istituzionalizzazioni totalitarie della malinconia che la mondanizzano. L’angelismo è l’alternativa: tenere la malinconia come relazione col reale e trasformarla, rigorosamente, in metodo.
Ritrovarsi, quindi, ad abitare una malinconia, senza che ciò sia un peccato da espiare, o qualcosa da fuggire. È un materialismo, direbbe Fisher, che non offre soluzioni ma, direbbe invece Grelet, apre ali (Grelet, 2024). È ancora poco. Ma le ali si aprono prima del volo.
- Beatrice Ferrara, Scene cancellate, sogni dimenticati. Una conversazione con Mark Fisher, Quaderni d’altri tempi, n. 51, 2014.
- Mark Fisher, Gothic Materialism, in Pli: The Warwick Journal of Philosophy, vol. 12, 2001.
- Mark Fisher, Realismo capitalista. E se non ci fosse alternativa?, Nero, Roma, 2018.
- Mark Fisher, Terminator vs. Avatar. Fisher e l’accelerazionismo, Chaosmotics, 2020.
- Mark Fisher, Uscire dal Castello dei Vampiri, Chaosmotics, 2020.
- Mark Fisher, Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, minimum fax, Roma, 2019.
- Mark Fisher, The Weird and the Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, minimum fax, Roma, 2018.
- Mark Fisher, Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. K-punk 1, minimum fax, Roma, 2020.
- Mark Fisher, Schermi, sogni e spettri. Cinema e televisione. K-Punk 2, minimum fax, Roma, 202.
- Mark Fisher, Scegli le tue Armi. Scritti sulla musica. K-punk 3, minimum fax, Roma, 2021.
- Mark Fisher, Non siamo qui per intrattenervi. Scritti sulla letteratura, interviste e riflessioni. K-punk 4, minimum fax, Roma, 2023.
- Alessio Giovagnoni, Mark Fisher: un futuro già passato, Doppiozero, 5 maggio 2026.
- Gilles Grelet, Teoria del Navigatore Solitario, Luiss University Press, Roma, 2024.
- Gustav Meyrink, Il Golem, Bompiani, Milano, 1994.
- Giovanni Padua, Il lato oscuro di Mark Fisher, Lucy sui mondi, 1 giugno 2026.
- Sherry Turkle, La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali nell’epoca di internet, Apogeo, Milano, 2005.

