Al debutto della Coppa del Mondo di calcio, la nazionale argentina affronta l’Algeria. Tutto il resto del mondo si chiede se Lionel Messi, alla soglia dei trentanove anni e ormai trasferito in un campionato minore (l’MLS, statunitense come il Mondiale), sia ancora in grado di incidere sul palcoscenico più importante. Basta poco per rendersi conto che, sì, può farlo. Ma non è solo la doppietta a far parlare di sé: sui social iniziano a girare immagini di un pestone su un polpaccio avversario che a detta di alcuni avrebbe meritato l’espulsione. Sembrano chiacchiere da bar, ma è solo l’inizio di un turbinio di polemiche che porteranno il campione argentino e la sua nazionale al centro di una campagna diffamatoria divenuta virale in una certa sacca della Rete. Col passare delle partite le accuse si sono ingigantite fino a intaccare lo status quo della nazionale Argentina, nonostante una contro ondata di post che tentavano di difenderla. Oggi è difficile quantificare il numero di post e ricondivisioni di questo fenomeno, perché riprendendo i link ci si accorge che molti di questi sono stati rimossi, probabilmente intimoriti dalle minacce di ripercussioni legali da parte della Federazione di calcio argentina (AFA), motivo per cui non potranno essere riportati qui numeri o link di post esemplificativi. Tuttavia, dovrebbe bastare l’esistenza di una petizione aperta online e oggi chiusa, ma ancora visibile, che chiedeva l’esclusione dell’Argentina dai mondiali. L’obiettivo della petizione Argentinaout (2026) erano le cinque milioni di firme, ma ne hanno raccolte più di ventitré milioni.
Passato e presente della nazionale argentina
È un risvolto difficile da credere se si pensa che solo poco tempo prima l’Argentina era considerata la nazionale “terzomondista” per eccellenza, simbolo di rivalsa dei poveri e della lotta all’oppressione coloniale. Sud del mondo contro il potente Occidente. Le ragioni risalgono probabilmente al 1986: è il primo mondiale trasmesso in diretta integrale in India (Chase Your Sport, 2019) e l’Argentina di Diego Armando Maradona affronta l’Inghilterra ai quarti di finale pochi anni dopo la vicenda delle Falkland/Malvinas. Maradona segna un gol di mano e subito dopo il “gol del secolo”. Dopo la partita un giornalista gli chiede: “Era la mano di Dio?”. Lui risponde: “Può darsi”.
In un’India uscita da relativamente poco dal dominio coloniale britannico prendono la partita come smacco agli inglesi e la nazionale argentina come simbolo di rivalsa e liberazione, soprattutto nella regione del Bengala, sia nella sua parte Occidentale e indiana, sia in Bangladesh.

Tutt’oggi, in Bangladesh le partite dell’Argentina vengono trasmesse su maxischermi che attirano fiumi di gente in festa (cfr. Telenuueve, 2022; La Nacion, 2026). L’Argentina non è l’unica squadra tifata in queste parti del mondo e anche il Brasile di Pelé era stato investito degli stessi valori di riscatto sociale, ma le circostanze tecniche (primo mondiale trasmesso) e politiche (colonizzazione britannica fino al 1947) hanno consolidato la passione per l’albiceleste come prevalente. Per l’evento di apertura di un tour del 2025 di Lionel Messi in India, il Yuva Bharati Krirangan (o Salt Lake Stadium) di Calcutta si riempì di 80.000 persone. Appena arrivato, Messi venne sommerso da politici, celebrità e fotografi che la sicurezza non riuscì ad arginare e scortato via dopo solo venti minuti. Quando gli spettatori si resero conto dell’accaduto, vandalizzarono lo stadio, lanciarono sedili e invasero il campo, costringendo l’intervento delle forze dell’ordine (cfr. Indian Today, 2025). Il Primo Ministro del Bengala Occidentale, Mamata Banerjee, si dovette scusare pubblicamente e annunciò un’indagine per valutare le responsabilità dell’accaduto (cfr. The Indian Express, 2025). Prima di raggiungere lo stadio, Messi aveva assistito all’inaugurazione di una sua statua alta ventuno metri nel cuore di Calcutta. Per ironia della sorte, la statua è stata considerata pericolante e rimossa questo giugno, a pochi giorni dall’ultimo debutto mondiale (cfr. Ansa, 2026).
Il valore culturale dello sport
Nonostante molti studiosi sembrino riluttanti all’idea di avvicinarsi allo sport, ciò che gli orbita attorno reclama la sua rilevanza. Come è possibile ignorare qualcosa che porta una Nazione dalla storia calcistica apparentemente nulla ad appassionarsi a una nazionale dell’altra parte del mondo, i suoi cittadini a indossare altri colori, a imbestialirsi per l’eroe di qualcun altro e politici a scusarsene? I concetti di identità nazionale non sono sufficienti. Queste dinamiche assumono una complessità tale da toccare questioni identitarie più profonde, che talvolta assorbono l’individuo a livello viscerale, fino a comporne le fondamenta. La verità è che possiamo comprendere questi processi solo se ne riconosciamo il forte valore culturale. Solo se tacciamo i nostri costrutti e concediamo allo sport l’importanza che assume per i suoi miliardi di spettatori. Se apriamo gli occhi allo stato delle cose: che le persone si riconoscono e vengono narrate negli oggetti sportivi. Nella loro componente popolare e identitaria, questi oggetti (o segni, direbbero i semiotici) divengono elementi su cui le persone proiettano significati e valori, in cui riconoscono sé e l’altro. Talvolta questo avviene con cognizione dell’elemento in questione, altre volte a sua insaputa. In ogni caso, ognuno di questi significati è degno di essere studiato e compreso, sia nel suo contenuto sia nelle sue motivazioni. La costruzione di questi significati è dunque composta da un processo duplice: da una parte lo sport produce senso, crea miti, come direbbe Roland Barthes (cfr. Barthes, 2016), dall’altra i suoi spettatori leggono e riempiono a loro volta quei segni di significati.
Le accuse e la loro origine
Torniamo al Mondiale. Nella terza partita del girone l’Argentina affronta la Giordania. Il primo gol della gara viene segnato su rigore, ma fa discutere un presunto fallo di mano non sanzionato in precedenza nella stessa azione. Al termine dei gironi, molte pagine postano raccolte di fotogrammi o video di circostanze più o meno sanzionabili fatte passare come scandali sportivi, ma è con la partita degli ottavi di finale contro l’Egitto che la questione esplode definitivamente. L’Argentina vince in rimonta per 3-2. L’Egitto deve segnare due volte il secondo gol del momentaneo 0-2 perché il primo viene annullato per un pestone all’inizio dell’azione, mentre il contatto precedente al gol del definitivo sorpasso albiceleste non viene altrettanto sanzionato. Il ct della nazionale egiziana, Hossam Hassan, incrocia le braccia in alto, un gesto che denuncia episodi di razzismo (cfr. La Repubblica, 2026) e dopo la partita critica aspramente l’arbitro François Letexier e la FIFA, già al centro di polemiche per la gestione del mondiale e i rapporti amichevoli con Donald Trump. Appena dopo la gara afferma: “Dirò quello che ho in mente a prescindere dalle conseguenze, questa è stata chiaramente una partita truccata e tutto il mondo l’ha vista”. E poi: “E voglio dire un’altra cosa, se vogliono così tanto che vincano loro, perché convocare tutti per partecipare?”. E ancora: “Forse vogliono tenere in corsa i campione del mondo e Messi per ragioni di marketing” (Corriere dello Sport, 2026). Nella conferenza post-partita dichiara:
“Il risultato è stato influenzato da fattori sia interni sia esterni allo stadio, sia dentro che fuori dal campo, prima della partita. […] Dirò che oggi abbiamo subito un’ingiustizia profonda a causa di un atto deliberato. Non c’è assolutamente nulla di credibile in quello che è successo, ma sono orgoglioso della mia squadra, orgoglioso del mio paese e orgoglioso della mia identità araba. Sono orgoglioso di appartenere a una nazione araba, orgoglioso di ciò che sono, un africano, un paese arabo-africano”
(Eurosport, 2026).
Quella mattina, la Federcalcio Egiziana invia una comunicazione ufficiale alla FIFA in cui chiede ufficialmente la sospensione dell’arbitro francese, riferendo che “L’arbitro ha commesso errori arbitrali flagranti e ha applicato un doppio standard che ha portato alla sconfitta. Si è trattato di un atto di discriminazione nei confronti della Nazionale Egiziana” (ibidem). L’ingiustizia che l’Egitto ritiene di aver subito non è limitata solo alla sfera sportiva, ma è “discriminatoria” a livello identitario e culturale. L’Argentina non è simbolo di rivalsa contro i poteri forti, ma è i poteri forti: è la nazionale dell’establishment. Non è dato sapere quale parte abbia influenzato l’altra, ma le proteste della compagine egiziana ha innescato un circuito in cui le idee circolate sui social sembravano legittimarsi. Quei presunti favoritismi non erano più relegati solo al mondo dei tifosi e ai social network, ma ne uscivano fuori prendendo corpo in chi del calcio professionale fa parte.
Per cercare una prima ragione di questo processo di resignificazione forse si dovrebbe riflettere maggiormente sulla scelta di parole di Hassan, orgoglioso della sua “identità araba”, di un paese “arabo-africano”. Come fa notare anche Dario Saltari su L’Ultimo Uomo, “le due polemiche arbitrali più grosse che hanno accompagnato l’Argentina in questo Mondiale hanno riguardato due tra i Paesi arabi più grandi e con la popolazione più attenta alla questione palestinese, cioè l’Egitto e l’Algeria” (L’Ultimo Uomo, 2026). Non dobbiamo dimenticare che il capo di Stato argentino Javier Milei è aperto sostenitore di Benjamin Netanyahu, con cui ha firmato solo nell’aprile 2026 i cosiddetti “Accordi di Isacco”, volti a rinnovare la cooperazione strategica tra i due Stati. Un anno prima aveva già riconosciuto Gerusalemme come capitale israeliana e annunciato lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv. La nazionale di calcio argentina ovviamente non ha mai espresso opinioni in merito, ma rappresenta pur sempre la sua Nazione, tralasciando il fatto che un collegamento diretto al calcio è stato offerto da Nethanyahu stesso quando in vista della finale contro la Spagna ha affermato di tifare Argentina (cfr. La Stampa, 2026).

Alla luce di queste considerazioni, le reazioni dell’opinione pubblica in Algeria ed Egitto sarebbero state direttamente proporzionate alle loro posizioni geopolitiche. Ma fino a che punto la libera significazione di un segno è legittima? C’è un limite che non dovrebbe essere superato se questo non tiene affatto conto del significato del segno stesso? O vige la regola per cui qualsiasi lettura di un dato oggetto è legittima e indipendente? Il confine tra legittimità e complottismo può essere più labile di quanto sembri, ma talvolta il risultato di questi processi può lasciare a bocca aperta. Nel mezzo delle reazioni alla nazionale argentina, oltre a fotogrammi che catturano i presunti falli mancati (spesso estrapolati dal contesto in modo che sia impossibile giudicarne l’entità, se non addirittura manomessi) sono spuntate caricature di Messi con naso pronunciato e peot, sue foto con la bandiera israeliana (tra l’altro photoshoppata piuttosto male), vere fotografie risalenti a un tour di beneficenza nella striscia di Gaza del 2013. Il Peace Tour del Barcellona con UNICEF fu un’operazione di beneficenza in cui una delegazione di calciatori più rappresentativi del Barcellona fecero visita nei territori palestinesi e israeliani tra il 3 e il 4 agosto 2013, un momento in cui le criticità erano già presenti da tempo ma evidentemente a un’organizzazione come l’UNICEF sembrava pubblicamente accettabile un incontro di beneficenza con Netanyahu.

Nonostante il doppio incontro sia con quest’ultimo sia con il Presidente palestinese Maḥmūd ʿAbbās, a circolare sui social oggi sono solo le immagini che ritraggono Messi al fianco di Netanyahu e raccolto in preghiera davanti al Muro del pianto con la kippah in testa, come a voler volontariamente decontestualizzare le circostanze e tacere lo spirito dell’operazione. Una certa parte del web, insomma, sembra convinta che Messi e la squadra Argentina siano davvero protette dai poteri forti. Ciò che stupisce di più è che questa lettura abbia attecchito anche in luoghi e posizioni impensabili, per esempio in canali istituzionali come quello della Rai. La radiocronaca della partita su Rai Radio 1 viene affidata a Giuseppe Bisantis e Fulvio Collovati: al momento del “primo” secondo gol annullato dell’Egitto gridano allo scandalo definendo l’accaduto “un furto. Se ne sono sentite già troppe in questi giorni. La competizione deve essere equa, non favorire alcuni”. Al momento del secondo gol, stavolta confermato, il primo telecronista inveisce contro l’arbitro con un “annulla questo!” e aggiunge: “vediamo se arriva qualche telefonatina” (Rai Radio 1, 2026).
Si può parlare di colpe argentine?
L’Argentina di certo non si è aiutata con la sua attitudine aggressiva e spaccona. Va detto che il calcio è uno sport di contatto e incattivire una partita, tentare di innervosire gli avversari è una strategia lecita e per certi versi astuta se eseguita con furbizia, ma nonostante questo avversari e spettatori neutri non sembrano averla apprezzata e in ogni caso la situazione è degenerata in finale. Oltre alle provocazioni legittime, si sono aggiunte anche quelle fuori dai novanta minuti. Al termine di quella che è stata forse la partita più iconica del loro mondiale, l’Argentina-Inghilterra della semifinale, Giovanni Lo Celso ha preso uno striscione provocatorio dagli spalti che recitava “Las Malvinas son Argentinas”, passato poi per Lisandro Martinez e “Cuti” Romero. Nonostante il ricordo delle Malvinas sia quasi un tema dell’identità argentina, tanto da cantarlo come un mantra nella loro La cuarta estrella (coro che ha accompagnato gli ultimi successi del tifo albiceleste), mentre invece in Inghilterra non siano sentite così tanto, la questione resta problematica per sua natura, al punto da portare la FIFA ad aprire un procedimento disciplinare sia per lo striscione sia per la rissa scoppiata al termine della finale persa contro la Spagna, dal momento che il suo regolamento proibisce messaggi politici, ideologici o religiosi durante le partite.

Occorre aggiungere che anche Messi non è del tutto nuovo ad accuse simili. I suoi continui successi individuali e collettivi lo hanno reso poco sopportabile agli occhi di molti tifosi avversari. Da una parte, la lunga permanenza nel Barcellona ha suscitato nel tempo non poche polemiche per uno slittamento valoriale che ha coinvolto la squadra blaugrana, per certi versi simile a quello della nazionale argentina: da squadra opposta al potere dell’istituzione rappresentato dal Real Madrid, tra vittorie, favoritismi e crisi economica ha finito per affiancare la squadra della capitale al punto da essere considerata parte dell’establishment del calcio spagnolo. I due club hanno capito che la sopravvivenza di entrambi porta a reciproci guadagni. Dopo l’esperienza catalana, Messi si è trasferito al Paris Saint-Germain gestito dal fondo sovrano Qatar Investment Authority, inviso all’opinione pubblica per più motivi, tra cui i rapporti preferenziali con la UEFA e il loro modello economico e societario che li ha portati a immettere ingenti somme di denaro nel calcio. In altri termini, è già capitato che Messi venisse accusato dai suoi detrattori di essere protetto da questa o quell’altra federazione.

Dall’altra, Messi è stato inviso soprattutto ai tifosi legati allo sportivo con cui più ha rivaleggiato per quasi vent’anni di carriera, Cristiano Ronaldo. Messi e Ronaldo sono rispettivamente seconda e prima persona più seguita sui social al mondo e la loro rivalità ha rappresentato davvero uno scontro culturale più radicato e influente di quanto si possa pensare. Uno sinistro, l’altro destro; uno sudamericano, l’altro europeo; uno basso e scattante, l’altro potente e veloce; uno talentuoso da sembrare impossibile, l’altro costruito da una forza di volontà titanica; un campione della Barcellona indipendentista, l’altro fiore all’occhiello della casata reale di Madrid. Questa costruzione narrativa della loro rivalità si è fatta via via sempre più insistente e quadrata al punto da divenire quasi forzata e stucchevole, ma ha indubbiamente attecchito nell’immaginario comune. Le due fazioni di tifosi continuano a sfidarsi a colpi di opinioni e statistiche ancora oggi: è indubbio che questa dicotomia manichea abbia inasprito le opinioni su entrambi.
Nel mese di maggio ha fatto molto discutere uno studio dell’Università di Singapore dal titolo Political Identity Beyond Politics: The Messi-Ronaldo Preference Across 26 Countries (cfr. Ahmed, Jaidka, Rasul, Gil-López, 2026). L’idea alla base dello studio è che l’identità politica (ma diremmo anche culturale) influenzi sempre anche le preferenze che vanno ben oltre la sfera politica propriamente detta. La dimostrazione di questo assunto passa proprio dalla rivalità Messi-Ronaldo come caso studio. Condotto su più di diecimila intervistati provenienti da ventisei paesi diversi, la conclusione è stata che
“L’ideologia politica è risultata il fattore predittivo più forte a livello individuale, al netto delle variabili demografiche, dell’uso dei media, della personalità e delle capacità cognitive. Gli intervistati più liberali preferivano Messi, mentre quelli più conservatori preferivano Ronaldo. L’autostima, l’autoritarismo e la fruizione di notizie in formato video breve erano ciascuno, in modo indipendente, fattori predittivi della preferenza per Ronaldo rispetto a Messi. La riflessione cognitiva era un fattore predittivo debole della preferenza per Messi”
(ibidem, traduzione dell’autore; ndr).
Un sunto conciso dello studio può essere che, in parole povere, Messi è di sinistra, mentre Ronaldo è di destra. O meglio, l’immaginario costruito su uno e sull’altro, le loro narrazioni, ciò in cui ci rispecchiamo e con cui ci allineiamo è di sinistra o di destra. A ciascuna di questa idea sono associate complesse sfere identitarie non propriamente politiche (cosa non lo è?) ma culturali, religiose, attitudinali. La parte francamente sorprendente è che sia stato necessario uno studio statistico per capirlo. Se si parla di figure, di segni così radicati nell’immaginario collettivo, è impossibile non tenere conto del sostrato culturale da cui parte l’opinione di ciascuno. Ma riguardo ai valori che loro stessi vorrebbero volontariamente esprimere? Nel novembre 2025, Cristiano Ronaldo visita Donald Trump alla Casa Bianca in occasione di una visita ufficiale di Mohamed Bin Salman. In un’intervista con Piers Morgan di pochi giorni prima e reperibile integralmente sul suo personale canale YouTube, aveva affermato che il Presidente USA è:
“una delle persone che può cambiare o aiutare a cambiare il mondo. E questo è il mio obiettivo principale. […] Un giorno vorrei incontrarlo, sedermi con lui, perché lui è una di quelle persone che mi piacciono davvero, perché credo che possa far accadere le cose, e mi piacciono le persone così”
(UR – Cristiano Ronaldo, 2025, traduzione dell’autore; ndr).
Nel marzo 2026, Lionel Messi è nella stessa stanza ovale con l’Inter Miami, la squadra con cui ha appena vinto il campionato statunitense. Stringe la mano al Presidente, applaude, ride di quella sua risata tra l’assente e l’imbarazzato che tutti conoscono. Trump inizia a parlare del conflitto in Iran e Messi non fa nulla per sembrare contrariato, quasi estraneo a tutto. Non è nemmeno chiaro se capisce l’inglese, una lingua che il pubblico non gli ha mai sentito parlare.
Ciò che resta di un mito
La reazione di pancia dei social è stata ovviamente la stessa per molti: Maradona – che aveva un tatuaggio enorme di Che Guevara sulla spalla e più che i presidenti statunitensi incontrava Fidel Castro – sarebbe mai andato a fare visite del genere? Probabilmente no, ma non tutti sono chiamati al martirio. Quali conseguenze avrebbe avuto per Messi sulla sua persona la sua assenza, o un qualsiasi segno di disapprovazione? Ha mai avuto davvero la possibilità di assentarsi? E soprattutto, siamo certi che in cuor suo sentisse una spinta tale da compiere un gesto simile, che ci abbia pensato almeno per un istante? La verità è che non sappiamo nulla dell’orientamento politico di Lionel Messi, nonostante i suoi fan lo investano di significati a lui probabilmente estranei. In effetti, l’immagine che Messi ha tentato di costruirsi fino a oggi è quella dell’atleta pulito e apolitico. La stessa apoliticità, però, oggi vuol dire qualcosa e può essere riempita a sua volta di significati. Se si fosse esposto sulla questione mediorientale forse non sarebbe finito in questa spirale d’odio. Se avesse almeno evitato di sorridere alla Casa Bianca, forse avrebbe deluso meno persone e avrebbe offerto un’immagine di sé meno triste.

Tornando al confronto con la sua nemesi, se Messi sembra estraneo a qualsiasi sistema che non sia sportivo, possiamo restare alla ricerca di un suo segnale e rimanere delusi se questo segnale non arriva, mentre Ronaldo è molto più cosciente e perfettamente integrato nel mondo che lo circonda. Non possiamo aspettarci nulla perché già sappiamo tutto. Come disse Maradona in una famosa intervista imitando le sue pose plastiche: “segna e sembra che deve venderti uno shampoo”. Ciò che è certo, tuttavia, è che indipendentemente dalla volontà di queste figure sportive, individuali e collettive, il mondo gli attribuisce dei significati ed è difficile individuare la linea della sovrainterpretazione. L’apoliticità di Messi oggi vuol dire qualcosa, ma non vuol dire che è sionista, come le sue caricature internettiane suggeriscono; L’Argentina è sporca e cattiva, ma non sono mai uscite parole razziste dalle loro bocche. Nonostante questo, le nuove interpretazioni che ne danno le persone possono non tenerne conto, e non esiste alcun modo per poterle arginare.
Dopo la fine del Mondiale e la scomparsa del padre, Lionel Messi ha atteso il 31 agosto prima di comunicare che non avrebbe più indossato la maglia dell’Argentina, ma la sua figura è ormai radicata così tanto nell’immaginario collettivo che la polemica social potrebbe proseguire anche dopo il suo ritiro.
- Saifuddin Ahmed, Kokil Jaidka, Muhammad Ehab Rasul, Teresa Gil-López, Political Identity Beyond Politics: The Messi-Ronaldo Preference Across 26 Countries, SSRN, 20 maggio 2026.
- Ansa, Rimossa per sicurezza la statua di Messi in India, ‘oscillava al vento’, 1 giugno 2026.
- Argentinaout, Argentinaout, 2026.
- Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino, 2016.
- Chase Your Sport, Indian’s love affair with Football World Cup, 22 febbraio 2019.
- Corriere dello Sport, Il ct dell’Egitto è una furia: “Partita truccata! Vogliono far vincere il Mondiale all’Argentina”, 7 luglio 2027.
- Eurosport, Argentina-Egitto, le polemiche proseguono: la Federcalcio Egiziana chiede alla FIFA l’esclusione dell’arbitro Letexier; Olise: l’ammonizione resta, 7 luglio 2026.
- Il Post, Il giorno palestinese del Barcellona, 5 agosto 2013.
- India Today, 4 cities, 1 GOAT: Lionel Messi’s India tour that had it all, 15 dicembre 2025.
- La Nacion, Los otros devotos de Messi: así vivió la comunidad de Bangladesh en la Argentina la derrota de la Scaloneta ante España, 19 luglio 2026.
- La Repubblica, Furia Egitto dopo la sconfitta con l’Argentina: “Mondiale truccato, doveva andare avanti Messi”, 7 luglio 2026.
- La Stampa, Netanyahu, colpo di testa e telefonata di Milei: “Tifiamo Argentina”, 19 luglio 2026.
- L’Ultimo Uomo, Perché tutto questo odio per l’Argentina?, 17 dicembre 2022.
- Rai Radio 1, Tutto il Mondiale minuto per minuto. Argentina – Egitto, 7 luglio 2026.
- Telenueve, Pasión albiceleste: enérgica caravana de hinchas de Bangladesh para alentar a la Argentina, 9 dicembre 2022.
- The Indian Express, ‘I sincerely apologise to Lionel Messi’: Mamata sets up inquiry committee after angry fans ransack Kolkata stadium, 3 dicembre 2025.
- UR – Cristiano Ronaldo, My FULL Interview With Piers Morgan, 7 novembre 2025.

