Pubblicato nel 1939, The Edge of Running Water di William Sloane arriva in traduzione italiana con il titolo La porta dell’alba, facendo seguito alla traduzione del suo primo romanzo, Attraverso la notte, sempre pubblicato da Adelphi. La porta dell’alba, questo il titolo prescelto per l’edizione adelphiana, rappresenta uno degli esempi più raffinati di contaminazione tra narrativa fantastica, mystery e riflessione filosofica sulla scienza. William Sloane costruisce un racconto che, sotto la superficie di un’indagine quasi poliziesca e noir, mette in scena una delle intuizioni più profonde della letteratura dell’orrore del Novecento: la possibilità che la ricerca razionale conduca non alla conoscenza consolatoria del mondo, ma alla scoperta della sua radicale estraneità. La storia è narrata dallo psicologo Richard Sayles, che si reca nel remoto villaggio costiero di Barsham Harbor per incontrare il suo ex professore Julian Blair, un brillante elettrofisico che si è ritirato dalla vita accademica dopo la morte della moglie Helen. Blair è convinto di aver progettato una macchina capace di stabilire un contatto con l’ultraterreno. L’esperimento, tuttavia, non mira semplicemente alla comunicazione spirituale: il dispositivo sembra aprire una soglia verso una forma di intelligenza che non appartiene all’ordine umano, una sorta di divoratore di mondi. Fin dalle prime pagine, il romanzo costruisce una tensione tra razionalità scientifica e inquietudine metafisica. Blair non è presentato come uno scienziato folle nel senso tradizionale; al contrario, la sua ricerca appare metodica, quasi rigorosa. Tuttavia, il movente profondo del suo progetto nasce da un’esperienza emotiva, il lutto, che trasforma l’indagine scientifica in una forma di sfida ai limiti imposti dalla condizione umana. In questo modo Sloane mette in scena uno dei temi centrali della modernità: la convinzione che la scienza possa oltrepassare qualsiasi confine, anche quello tra vita e morte.
“L’uomo per cui racconto questa storia potrebbe anche non esistere. In caso fosse di questo mondo, non so come si chiami, dove abiti, né altro che lo riguardi, eppure ho una cosa di fondamentale importanza da dirgli. È un espediente strano e maldestro, per comunicare, quello di scrivere un libro senza neppure avere la certezza che arrivi nelle mani giuste, ma non vedo altro modo di lanciare il mio avvertimento. Un giorno, magari in una libreria o in una biblioteca, al mio destinatario capiterà di imbattersi in una copia di questo racconto”.
È proprio qui che il romanzo entra in dialogo con l’estetica dell’orrore cosmico. Come nella tradizione inaugurata da Howard Phillips Lovecraft, la ricerca della verità non conduce a una rassicurante rivelazione dell’ordine del cosmo, ma all’intuizione della sua indifferenza. L’universo evocato da Sloane non è costruito attorno alla centralità dell’essere umano; al contrario, appare abitato da forme di esistenza che sfuggono completamente alla comprensione antropocentrica. La macchina di Blair, lungi dal restituire la presenza consolatoria dei morti, sembra attirare qualcosa di radicalmente altro. Il romanzo suggerisce così una prospettiva tipica del cosmicismo: la conoscenza può diventare un’esperienza destabilizzante. Più il protagonista si avvicina alla comprensione dell’esperimento, più cresce la percezione che l’universo contenga livelli di realtà incompatibili con la fragile razionalità umana. In questo senso La porta dell’alba non produce un orrore spettacolare, ma un’inquietudine più sottile, fondata sulla progressiva consapevolezza che la scienza stessa possa aprire varchi verso dimensioni inconcepibili. Anche l’ambientazione contribuisce alla formazione di questa atmosfera carica di elettro-spiritualità. Il piccolo villaggio di Barsham Harbor, isolato e diffidente, difatto affine alla Innsmouth lovecraftiana, funziona come uno spazio liminale in cui la modernità scientifica entra in attrito con la dimensione arcaica della comunità. Una morte sospetta e le tensioni che attraversano il paese con la sua mentalità rurale introducono elementi da romanzo investigativo, ma allo stesso tempo amplificano la sensazione che qualcosa di invisibile stia agendo ai margini della realtà quotidiana. Sul piano stilistico, Sloane sceglie una prosa sobria e controllata, evitando l’enfasi tipica di molta narrativa fantastica. Questo registro quasi scientifico rende ancora più perturbante l’irruzione dell’ignoto. Il linguaggio razionale diventa il mezzo attraverso cui si intravede un orizzonte cosmico irriducibile a ogni spiegazione e il risultato è una narrazione costruita sulla gradualità della rivelazione, in cui il mistero non viene mai completamente risolto ma si espande progressivamente. Riletto oggi, il romanzo appare come una delle interpretazioni più eleganti del rapporto tra scienza e orrore cosmico tipico della letteratura lovcraftiana. Senza ricorrere a mostruosità esplicite o a scenari apocalittici, Sloane suggerisce un’idea profondamente inquietante: l’universo potrebbe essere molto più vasto e popolato di quanto l’immaginazione umana sia disposta ad ammettere. In questa prospettiva, la vera “porta dell’alba” non conduce soltanto oltre la morte, ma verso la scoperta di un cosmo visto come una sorta di pozzo gravitazionale in cui l’umanità occupa una posizione marginale e fragile.
- William Sloane, Attraverso la notte, Adelphi, Milano, 2024.

