“Ho quasi nove anni e faccio fatica ad addormentarmi, tanto mi agita il pensiero della mucca”.
La mucca partorisce di notte di Patjim Statovci è un 8 ½ inconsueto. Quel che rende importante il film di Federico Fellini, oggi possiamo attestarlo, è di aver messo a punto stilemi che sì, già esistevano, ma in un modo così preciso da configurare un paradigma da tutti imitato. Detto ciò, è inconsueto non fosse altro che per l’età: Fellini, all’epoca, aveva quasi dieci anni in più di Statovci. Nel romanzo dello scrittore (nato in Kosovo ma trasferitosi in Finlandia all’eta di due anni) non parla, extra-testualmente, un vezzo a la “Voglio fare il mio 8 ½” – ma un’urgenza. La stessa necessità ha portato l’autore a impegnarsi nella rappresentazione di un nuovo soggetto, slegato dal binarismo del genere, nel precedente romanzo Le transizioni (2020; con la stessa onestà ha raccontato l’amore omosessuale nel successivo Gli invisibili (2021).
L’urgenza è percepibile; traccia ne è sempre la brutalità. La mucca partorisce di notte vive di due linee narrative alternate: Kosovo, 1996, dove il protagonista pensa alla mucca, parte dei vasti possedimenti del nonno, uomo violento, uomo brutale e il presente di un autore a cui la cerchia ristretta dice che in fondo ha tutto laddove il nostro ha poco oltre alla voce e al desiderio di uccidersi. La prima persona del nostro guiderà la narrazione – franta, episodica, meno progressiva che cumulativa – sia per raccontare il bambino terrorizzato sia per raccontare il terrorizzato adulto. Il primo capitolo ha due volti, quello kosovaro e quello finlandese.
In generale, i capitoli ragionano per coppia; più di tutti i due capitoli iniziali.
La mucca, insomma. L’animale non abbandona i pensieri del ragazzino finché il nonno non decide, di notte, di mostrare il bovino e il parto del vitello. Solo, il figlio ha tre zampe: deforme, verrà ucciso. L’immagine si sviluppa nel corso di una fraseologia ipotattica. Per oltre dieci pagine seguiamo, senza punti fermi, un flusso sintattico vischioso che restituisce la psiche ingarbugliata del narratore. Prepara il terreno al dramma dell’essere nati, dell’essere nati male. Il piglio con cui si passa al presente, per forte contrasto semantico, può dirsi cinematografico:
“La scena mi torna in mente nel supermercato davanti allo scaffale delle caramelle, e decido di uccidermi”.
E se decide di non bere l’intruglio di acqua mescolata a psicofarmaci è solo perché la madre, interrompendo il gesto terminale, chiede che il narratore la accompagni: viaggio in Kosovo, dove si è consumato l’orrore del vitello deforme. È in questa sede la prima riflessione sull’essere scrittori. Tornerà come filo rosso, ma meno esplicitamente. Per presentarsi, il narratore si scaglia contro la comunità di lettori, che lamenta un eccesso di dramma nei suoi testi. Evidentemente, riflette il nostro, dal dramma non sono stati mai toccati, “non l’hanno visto perché se l’avessero visto starebbero seduti sulle loro sedie come noi ora, sempre in punta, sempre pronti ad alzarsi”. È desolante e delegittimante la critica del “troppo” che si muove a certa letteratura; nonostante l’ignoranza che soggiace, è potente, incide, perché proviene dai cosiddetti normali, da coloro che non sono stati mai marginalizzati in ospedale o resi apolidi da eventi storici come quelli raccontati da Statovci negli Invisibili. Le prime due figure familiari hanno meno peso di quanto ne avrà il padre nel corso del romanzo: il nonno mena le mani; la madre è figura più stratificata. Necessita di cure: obesità e diabete. Semi-analfabeta, dei romanzi scritti dal figlio conosce soltanto i riassunti che lui oralmente le ha fornito. Il padre, invece, avrà modo di monopolizzare gli assi drammatici del romanzo, come vedremo.
“La casa di mio nonno è vecchia e umida, dentro si respira un’aria pesante e fa sempre freddo. Sulle pareti e negli angoli delle stanze ci sono macchie e strane chiazze e rigonfiamenti, e la moquette che ricopre il pavimento è sempre umida in certi punti e puzza di muschio e di mozziconi di sigaretta”.
E poi:
“Il meglio che mi ritrovo qui da mio nonno è la mucca, in compagnia della quale trascorro la maggior parte del mio tempo, come un figlio le racconto in finlandese storie di cavalieri e di draghi e di regni lontani dove le mucche sono sovrane e sanno parlare e gli umani sono mosche”.
È in questi tratti che prende forma l’originalità disturbante del romanzo, che si distanzia dai vari 8 ½, dai testi incentrati sul rapporto tra l’artista e le sue origini. Attento di nuovo alla marginalizzazione, agli individui sradicati, Statovci non abbandona la Storia ma la fa lavorare lateralmente; il nucleo è qui la psiche, quella di un soggetto che non ha casa da rimpiangere ed è pertanto impossibilitato nella nostalgia, perché essa è tale se nostalgia di casa. E invece il romanzo prende avvio con un transito in automobile verso la casa del nonno, in Kosovo, e la Finlandia dell’“artista da giovane” non sarà suolo natio. Il ritorno alla radice non è pacificazione bensì atto testimoniale che assolve la funzione di attestare e dissezionare la matrice del male da cui tutta la vita è conseguita quasi necessariamente – nell’inettitudine, nel dolore, nel margine. Si sviluppano dunque tre assi narrativi. Il primo è quello presente, il fallimento dell’adulto. Si ricordi la scena in cui il nostro cerca candore in un bimbo, salvo trovare nel padre un fondamentalista che, cosciente dell’attività letteraria dell’alter-ego-Statovci, gli consiglia in primis di cancellare la foto del cane che tiene come sfondo del telefono (i cani discendono dall’inferno) e poi di andare a pregare, perché “chiunque può andare a pregare e chiedere perdono, anche il più grande dei peccatori”. È l’inettitudine con Diar, poi, conosciuto su un sito di incontri: il nostro è costretto a mentirgli sulla sua famiglia, sul disastro che serba in seno.

È la paura dei conoscenti di Diar, della “pistola che l’uomo istruito sta per estrarre dal cassetto della scrivania, che il mio cervello si sparga sulle pareti, che gli uomini rimasti nell’altra stanza mi afferrino da dietro, mi leghino mani e piedi, a questo sono stati addestrati, per accerchiarmi, legarmi un sacchetto di plastica intorno alla testa, poi gettarmi a terra, togliersi i calzini bianchi e prendermi a calci a piedi nudi come un maiale che ha mangiato i suoi escrementi, ecco che mi sbeffeggiano e ridono e si danno energicamente la mano, rimestano quella merda”. E a nulla vale la rassicurazione (“Questo è un luogo di pace”, viene detto al protagonista; ma Statovci sa benissimo che la caratteristica di spicco dei luoghi di pace è che non esistono). Alternati, questi eventi, agli abusi in Kosovo, presso il nonno violento. Ma, sogna il bambino, un giorno sarà più alto del vecchio. Un giorno sarà lui a picchiarlo. In quella, qualcosa che assomiglia al resistere:
“[…] e sulla via del ritorno a letto mi fermo davanti alla porta della stanza dei miei genitori, da cui proviene come il rumore di un batticarne, poi mio padre ansima e chiama mia madre stupida e grassa vacca da latte, e io vado sotto le coperte e penso come potrei descrivere d’ora in poi quello che vedo?”.
L’alter-ego dell’autore ha appena distrutto la sua videocamera, infatti, perché restituiva un’immagine di lui che lo saturava di vergogna – tale l’occhio che vede il corpo come cosa.
“e allora mi viene un’idea, prendo un pezzo di carta e una penna a sfera dalla vetrinetta e comincio a scrivere, anche di quello che non esiste”.
Un bambino fallisce quando il mondo è inabitabile ed è costretto a fuggire. Ma la condizione del fallimento (totale) è la prigionia anche nel fantasticare (come sarà prigione anche la scrittura): dal momento che l’infanzia non ha avuto luoghi sicuri, niente sarà scevro dalla paura, niente sarà casa. Statovci (meglio, la versione trasfigurata di Statovci) scrive lettere al padre morto – questo il terzo asse. Quanto segue pare una possibile premonizione (setup, diciamo) del finale:
“Sei un ragazzo così gentile, dicevi mentre ti cambiavo le lenzuola umidicce, così gentile, quando ho iniziato a pulire le finestre da cui sbirciavi fuori o quando ti mettevo le calze elastiche, sei terribilmente gentile, sempre così maledettamente gentile, grazie per tutto questo, non dovresti, sai che non devi ma lo fai comunque, sei debole, dannatamente debole, cazzo quanto sei debole, un vero stronzo, dicevi e ridevi, ma no, sei forte, solido, dicevi poi serio, così dannatamente irremovibile”.
Non è solo un ritratto eterogeneo del protagonista; è anche dichiarazione d’intenti, sorta di manifesto. La gentilezza, nella sintassi ampia di Statovci, diventa “maledetta” e poi diventa debolezza e poi il turpiloquio accende e il turpiloquio si fa insulto, che viene negato da un aggettivo: “irremovibile”. Nei soggetti dislocati, affrancati dalle etichette patriarcali, liberi dalla normatività sessuale, marginalizzati perché distrutti emotivamente, distrutti emotivamente per via di guerre e carestie, esodi e fughe, insomma, nel bestiario di Statovci, l’amore non può convivere con l’abuso. E infatti non c’è amore, ma tracce di quello che amore avrebbe potuto essere, surrogati di bene schiacciati dall’orrore. Orrore che viene addotto a ragione di critica letteraria, quando è solo ignoranza di certi luoghi, di certa gente, di certi ragazzi, di certe ragazze che altro non hanno visto che una lunga fine che sembra non finire. Quasi finito il viaggio in Kosovo; il nonno muore “all’ora in cui partoriscono le mucche”.
Al ritorno in Finlandia, una lettera “che” dice il narratore, “potrebbe benissimo essere stata scritta da me”.
“Ora ho una nuova famiglia.
Due figli perfetti come un sogno.
Mi stanno costruendo una casa.
Non ho passato, non ho storia, fuori dal possente Kosovo.
Il mio più grande errore. Sei tu.
Non sai più nemmeno l’albanese.
L’hai dimenticato. Vergognati.
A causa vostra mi sono ammalato.
Non scrivermi più, non scrivere a nessuno, mai più.
Sono morto, non te lo ricordi?
Quando un sogno si realizza, un altro va in frantumi.
Tu pensi che i tuoi libri rendano il mondo migliore, in realtà lo distruggono”.
La recisione. Che uccide, che salva. La sorella, con cui il nostro non ha rapporti, lo invita a cancellare i numeri di telefono, a “non fare niente”. “La faccia finita.” Nella sospensione onirica di un cordone reciso, che ha potuto recidersi grazie anche all’intervento del sovrannaturale (nella figura-limite della chimera), si chiude il libro. È pieno di grazia, sembra dire Statovci, la genuflessione al male; è pieno di grazia combattere una battaglia già persa. La via logica è la morte. La morte è differita.
Statovci – questa è politica tanto quanto lo è citare eventi storici – sa quanto un libro abbia potere di tradurre (alcuni di) coloro che lo leggono.
- Patjim Statovci, Le transizioni, Sellerio, Palermo, 2020.
- Patjim Statovci, Gli invisibili, Sellerio, Palermo, 2021.
- Patjim Statovci, Il mio gatto Jugoslavia, Sellerio, Palermo, 2024.
- Federico Fellini, 8 ½, Mustang Entertainment, 2014 (home video).

