Joseph Roth (Brody 1884-Parigi 1939) è stato il cantore per eccellenza della Finis Austriae, della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Lo è stato forse anche più dell’amico Stefan Zweig, di tredici anni più anziano di Roth, che pure ha rievocato nostalgicamente quel periodo nel romanzo autobiografico Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers, 1944), il suo libro più famoso. Joseph Roth era nato a Brody, nei pressi di Lemberg, oggi Leopoli, città di cultura e commerci che l’impero austro-ungarico perse nella prima guerra mondiale, oggi patrimonio Unesco, nell’estremo lembo occidentale dell’Ucraina, e tornata tristemente d’attualità a causa dei bombardamenti russi. Anche in virtù della sua posizione geografica (tra Polonia, Austria e Ucraina) Leopoli fu uno dei centri più importanti della Galizia storica, un crocevia di lingue e culture, una di quelle città dove era facile che gli intellettuali parlassero quattro/cinque lingue. La Galizia storica (da non confondere con la Galizia spagnola) era una regione dell’Europa centro-orientale, sita tra quelle che sono le attuali Polonia meridionale e Ucraina occidentale. Storicamente parte dell’Impero austriaco dal 1772 al 1918, con capitale Leopoli (Lemberg), è delimitata a sud dai Carpazi e a nord dalla valle della Vistola. È stata proprio Adelphi, che ha da poco pubblicato il carteggio tra Roth e Zweig nel periodo tra le due guerre mondiali, a rilanciare la fortuna dello scrittore galiziano. Lo ha ricordato anche Gian Arturo Ferrari:
“Esemplare è il caso di Joseph Roth. Che non è certo una novità nel panorama editoriale italiano. Giobbe era stato pubblicato nel ’32 da Treves, La Marcia di Radetzky nel ’34 da Bemporad, Tarabas e Il peso falso da Mondadori, nella prestigiosa Medusa, rispettivamente nel ’35 e nel ’46, molte altre opere da Vallecchi negli anni Sessanta, per non dire di Longanesi. Ma è solo nel ’74, con l’edizione Adelphi di La Cripta dei cappuccini, seguita anno dopo anno da tutta l’oceanica produzione di Roth, che, complici i saggi einaudiani Il mito absburgico e Lontano da dove di Claudio Magris, quest’ultimo dedicato specificamente a Roth, la reale statura dell’autore inizia a essere compresa. E concretamente, in crudi termini di vendite, apprezzata”
(Ferrari, 2022).
Un’epoca di grandi catastrofi
La corrispondenza tra Stefan Zweig e Joseph Roth si dipana tra il 1927 e il 1938 in un’Europa che sta precipitando nel buco nero del Nazismo: un paese con quaranta milioni di barbari, come Roth descrive la Germania di allora. Roth se n’era accorto da tempo, rimanendo però cattolico; Zweig era un po’ meno sveglio su questo punto, ma dovette prenderne atto anche lui. Ecco cosa scrive Roth, nel febbraio 1933:
“Ormai si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi. Al di là di quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è comunque distrutta – tutto l’insieme ci conduce dritto filato a una nuova guerra. Non scommetterei neppure un centesimo sulla nostra vita. Sono riusciti a mandare la barbarie al potere. Non si faccia illusioni. L’inferno governa”.
Dopo l’avvento della Bestia al potere, i libri di entrambi gli scrittori vengono vietati e bruciati. Ecco cosa scrive Roth il 26 marzo 1933:
“Lei converrà con me che il 1933 si distingue dal 1914 nella stessa misura in cui una bestia malata del genere di Goering si differenzia da Guglielmo II, il quale era comunque rimasto ancora umano. È chiaro che gli imbecilli commettono delle stupidaggini, le bestie della bestialità, i pazzi delle azioni folli: ed è sempre puro istinto suicida. Ma non è altrettanto chiaro quando il mondo che li circonda e che è parimenti malato e dissennato riconoscerà infine la stupidità, la bestialità, la follia. Qui sta il problema. E io mi domando quando verrà il tempo in cui sarà nostro dovere isolare mediante le parole il malato dal mondo che lo circonda, affinché tale mondo non ne risulti contaminato. Ho paura che sia comunque troppo tardi. Ho paura che mi troverò nella condizione di dover auspicare lo scatenarsi, il più in fretta possibile, di una guerra. Non mi trasferirò a Vienna, e questo per parecchie ragioni. Da dieci anni vivo in Francia tra i sei e gli otto mesi all’anno. Perché non dovrei viverci adesso? E soprattutto: perché no, se le persone che in me vogliono assolutamente vedere il male, continueranno a dire che sono fuggito? E perché no, se è ovvio che si sta fuggendo davvero? A Vienna si propaga più in fretta, che non qua, la voce secondo cui avrei abbandonato la Germania. Sì, proprio a Vienna, perché là, a suo tempo, ho vissuto a lungo, e adesso vi farei ritorno”.
Due personalità diverse
Per quanto riguarda la comune origine ebraica dei due scrittori, Roth scrive a Zweig:
“Lei come ebreo si è opposto alla guerra, e io, come ebreo, sono andato in guerra. Non ho mai sopravvalutato il tragico destino di essere ebreo, e non lo farò proprio ora quando è già tragico essere semplicemente una persona perbene. Questa è l’infamia degli altri: vedere ebrei dappertutto. Evitiamo di legittimare le argomentazioni di quelle bestie insensate con il nostro riserbo. […] In quanto soldato e in quanto ufficiale, non ero ebreo. Neppure in quanto scrittore tedesco sono ebreo. Temo verrà il momento in cui il riserbo ebraico non sarà niente più che una reazione dell’ebreo di buone maniere alla chuzpe, alla sfrontatezza di chi le buone maniere non le possiede”.
Un carteggio, questo che leggiamo oggi, pubblicato in Germania solo nel 2011, tradotto in parte da Castelvecchi nel 2015 e uscito integralmente per i tipi di Adelphi. Due grandissimi scrittori del Novecento accomunati dalla lingua tedesca, ma molto diversi come personalità, caratteri, vicende esistenziali: entrambi nostalgici di quel crogiolo multiculturale e tollerante che fu l’impero asburgico. Nelle lettere non si danno mai del tu, ma c’è molto affetto, forse anche una sorta di goethiana Wahlverwandtshaft, più di quanta ne possiamo trovare mediamente nella falsità contemporanea del tu. Zweig rampollo di una casata di imprenditori, Roth nato a Brody in Galizia, povero, anche se poi nel corso della sua carriera di scrittore e giornalista fu capace di guadagnare cifre altissime, sempre, però, insufficienti al suo tenore di vita; Zweig controllato e disciplinato (“Se potessimo concentrare tutte le nostre energie sempre e soltanto sul lavoro senza sciuparle in mille stupidaggini, a quali risultati potremmo giungere! Sono sempre più convinto che soltanto le persone davvero egoiste siano in grado di valorizzare per intero il proprio talento”), ottimista anche troppo come gli rimprovera Roth (“Lei dà troppo credito agli uomini, io troppo poco. Due atteggiamenti egualmente sbagliati”) che invece era fumino e saturnino; Zweig liberale, Roth monarchico; il primo viveva in una bellissima e spaziosa casa a Salisburgo, l’altro preferibilmente in albergo; Zweig morigerato, l’altro alcolista quasi perso e irrecuperabile, nonostante gli appelli del più sobrio compagno:
“La razione d’alcol quotidiana va ridotta. Lo vedo su di me, che non potevo fare a meno della nicotina, come Lei non può fare a meno dell’acquavite: con la forza di volontà, qualche risultato si riesce a ottenere. Nel Suo interesse dobbiamo dunque imporLe limiti al consumo dell’alcol. Lei ci maledirà e ci chiamerà carogne, ma è necessario per il Suo bene. Da soli non possiamo però impedire che Lei crolli, ci occorre la Sua collaborazione. È necessario che si adegui al programma: indipendentemente dal danno che ne avrebbe la Sua salute, l’importo da destinare all’acquisto degli alcolici dovrà avere un tetto, e questo anche solo perché è immorale spendere per simili sbevazzate più di quanto una famiglia media spende per vivere. Mio caro amico, mio buon amico, La prego, non accusi sempre i tempi e la malvagità umana, ammetta di essere anche Lei responsabile del Suo stato e ci aiuti ad aiutarLa. Non inventi sofismi dicendo che l’alcol rende nobili, saggi, produttivi – il avilit, umilia. Poiché Lei (grazie a Dio) ha voglia di vivere, bisogna che adesso tenga la schiena ben diritta”.
Il rapporto tra Roth e il Padreterno è però a dir poco conflittuale. E come potrebbe essere il contrario? L’osservazione lucida e disincantata del mondo, della storia, conducono diritti all’ateismo.
“«Ma io lo so. Skowronnek» rispose Mendel. «Dio è crudele, e più gli si ubbidisce, più ci tratta con severità. È più potente dei potenti, con l’unghia del suo dito mignolo può dar loro il colpo di grazia, ma non lo fa. Solo i deboli ama annientare. La debolezza di un uomo eccita la sua forza e l’ubbidienza risveglia la sua ira. È un grande crudele isprawnik»”
(Roth, 1982).
Così dice Mendel Singer, protagonista di Giobbe (Hiob, 1930), uno dei romanzi più belli e originali di Joseph Roth, romanzo spesso citato in questa corrispondenza tra i due romanzieri in lingua tedesca più famosi negli anni Trenta del Novecento, dopo Thomas Mann. A proposito del quale nell’epistolario si legge quanto segue scritto da Roth a Zweig:
“Nella sua assoluta integrità il professor Thomas Mann è semplicemente un ingenuo. Ha il dono di scrivere meglio di quanto non sappia pensare. Dal punto di vista intellettuale non è all’altezza del proprio talento”.
Europeisti e cosmopoliti
Joseph Roth e Stefan Zweig tennero la loro corrispondenza in anni caratterizzati da gravi crisi economiche e politiche. La Monarchia austro-ungarica nella quale erano nati aveva cessato di esistere alla fine della prima guerra mondiale. Entrambi esprimono una forte nostalgia, una Sehnsucht per quel mondo dorato: cui Zweig dedica uno dei suoi libri più famosi, oggi diremmo iconici, il succitato Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo pubblicato nel 1942. Sia Roth sia Zweig erano nostalgici dell’impero, ma europeisti in un’Europa che stava collassando nel buco nero del Nazismo. Riprendendo le parole di Ladislao Mittner dalla sua storia della letteratura tedesca, Zweig è “Il più grande successo letterario degli anni Venti” poiché: “superficialissimo divulgatore, riuscì col suo stile brillante e sempre facile a essere l’autore prediletto della vastissima massa di lettori semicolti desiderosi di completare e specialmente aggiornare la loro cultura”
(Mittner, 1971).
Come precisa Heinz Lunzer nella (indispensabile) postfazione a Ombre folli,
“Roth scriveva meglio di Zweig. […] Ciononostante, Roth non fu mai uno scrittore «difficile»: descriveva persone e cose, le atmosfere e la natura, in frasi per lo più brevi e pregnanti; in modo calzante e conciso, con rapidi schizzi, ma molto plastici, ricchi di colore e sfumature. Zweig era meno curato nello scrivere. La sua attenzione era rivolta più al quadro d’insieme che non al dettaglio linguistico. Attribuiva particolare valore alle risonanze, alle impressioni evocative, alla drammaticità della vicenda psicologica che intendeva raccontare”.
Chi cerca in queste lettere molte considerazioni sulla scrittura, sullo stile, sulle abitudini dei due romanzieri, rimarrà un po’ deluso. Per oltre dieci anni Joseph Roth e Stefan Zweig si confidarono molti dei loro personali affanni, molte delle loro riflessioni sulla politica e sul tragico destino dell’Europa. In questo periodo Zweig era giunto all’apice della popolarità di scrittore; dal canto suo, Roth – che pure era un autore rispettato a partire dagli anni Trenta – pensava che gli altri lo reputassero un miserabile a corto di denaro. A proposito di quelle che, al modo di Carlo Emilio Gadda, definiremmo miserrime configurazioni argentarie, ecco un brano molto segnaletico della situazione esistenziale di Roth:
“Ma mi creda: come penso che la miseria sia la mia Musa, altrettanto chiaramente vedo che essa mi spinge al suicidio. Non ce la faccio più a vivere con cinque franchi in tasca. Non riuscirò a superare questo periodo. Consideri che ho sofferto la fame per vent’anni, che sono stato in guerra per quattro e che ho patito la «miseria nera» per altri sei. È solo da tre anni che vive alla bell’e meglio. E adesso la cosiddetta congiuntura internazionale. E prima i problemi con mia moglie”.
È vero che per sé e per gli altri spendeva troppo finendo per dover ricorrere continuamente a prestiti (dagli amici) e a richieste di anticipi. Alla base di queste sue richieste ci sono le preoccupazioni per la malattia mentale della moglie e l’alcolismo (di Roth), due motivi al centro dell’epistolario. A questo proposito c’è un brano molto interessante nel quale Roth descrive parte del suo carattere conflittuale con il mondo e parla del suo alcolismo come conseguenza di un problema:
“Il mio rispetto per gli uomini è immenso, e ogni delusione quindi, anzi anche solo un briciolo di durezza, di inflessibilità – e non nei miei confronti, bensì verso gli altri – mi sconvolge a tal punto che mi metto a imprecare. Non riesco semplicemente a venire a patti con il mondo. Esigo troppo: da me sotto il profilo letterario e dagli altri sotto quello umano. Non riesco a capire come mai esista in genere tanta malvagità, e il solo fatto che questo sia possibile mi rende diffidente nei confronti dei singoli individui. Sento ovunque puzzo di bruciato e di tradimento. Mi sembra di conoscere il mondo soltanto mentre scrivo, e non appena poso la penna sono perduto. L’alcol non è una causa, bensì una conseguenza (probabilmente), che però peggiora le cose”.
Esilio volontario
Nato a Vienna nel 1881, Zweig aveva tredici anni più di Roth. Già prima dello scoppio della prima guerra mondiale Zweig era uno scrittore famoso e prolifico: tutto filò liscio nella sua vita fino all’arrivo della dittatura nazionalsocialista. Zweig lasciò l’Austria già nel 1934, dopo che la polizia perquisì casa sua alla ricerca di armi. Riuscì comunque a salvare parte del patrimonio e – grazie ai diritti delle nuove opere e alle nuove traduzioni dei suoi scritti – a vivere senza troppi affanni, aiutando molti emigrati. Zweig visse in esilio volontario in Inghilterra, negli Usa e infine in Brasile a cui dedica uno dei sui libri di saggistica più seducenti, Brasile il paese del futuro. Oltre alle importanti biografie (fra le quali quelle dedicate a Joseph Fouché, a Maria Antonietta, e a Erasmo da Rotterdam), in questo periodo uscì anche il romanzo L’impazienza del cuore (Ungeduld des Herzen, 1939). La grande opera retrospettiva Il mondo di ieri che ricostruisce il periodo della fioritura culturale di Vienna prima della Grande Guerra, nasce in anni attraversati da crisi depressive sempre più gravi dopo la morte di Roth e l’inizio del secondo conflitto mondiale. Nel 1938 aveva divorziato dalla prima moglie e l’anno successivo si era sposato con Lotte Altmann. Lo scrittore si tolse la vita nel febbraio 1942 a Pétropolis, vicino a Rio de Janeiro. Il primo vero successo di Roth fu il romanzo Giobbe, superato solo da quello de La marcia di Radetzky (Radetzkymarsch, 1932), dedicato agli ultimi anni della Monarchia e al tramonto dell’impero asburgico, un filone tematico che ritroviamo ne La cripta dei Cappuccini (Die Kapuzinergruft, 1938). Allo stesso Zweig dobbiamo un breve ritratto nel necrologio dedicato a Roth per il Sunday Times del 28 maggio 1939:
“Nato nel 1894 al confine austro-russo e dapprincipio noto come brillante giornalista, acquistò fama assai meritata grazie al suo romanzo Giobbe, che fu tradotto in quasi tutte le lingue. […] Il tramonto della Monarchia danubiana gli ispirò due romanzi di grande respiro: La marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini, ineguagliati affreschi della vecchia Austria nell’epoca tragica della sua dissoluzione morale e materiale. […] Scriveva ogni pagina dei suoi libri con il fervore di un vero poeta, come un orafo cesellava e tornava a cesellare ogni frase, finché il ritmo non era perfetto e il colore brillante”.
Lo stralcio di lettera più drammatico è del 6 dicembre 1935. Roth invoca Zweig:
“La prego, La scongiuro, venga a Parigi e mi aiuti. Quanto è vero che voglio ancora vivere, è altrettanto vero che non posso andare avanti così. Mi sto ammalando sempre più, e non ho nessuno. La mia solitudine è così abissale che mi attacco al primo venuto solo per non dover andare a dormire, anzi per non dover andare a letto senza poter dormire. Sarei felice di essere povero, ma libero dall’indigenza. E dalla colpa. E dai doveri materiali. Sono mortificato, ogni giorno, e il disprezzo che provo per me stesso si trasforma in ogni sorta di malanni fisici. Chi dovrei chiamare, se non Lei? Lei sa bene che Dio risponde con molto ritardo, il più delle volte dopo la morte. E io non voglio morire, anche se non temo la morte”.
Il 1° febbraio 1936 Roth scrive a Zweig:
“La ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva. Siamo folli e viviamo nell’Ade, siamo ombre folli, morte e ancor sempre idiote. È l’anticamera dell’inferno, questo mondo!”.
Mai parole furono più profetiche: chissà cosa avrebbe scritto Joseph Roth assistendo al degrado contemporaneo.
- Gian Arturo Ferrari, Storia confidenziale dell’editoria italiana, Marsilio, Venezia, 2022.
- Ladislao Mittner, Storia della letteratura tedesca III, Einaudi, Torino, 1971.
- Joseph Roth, Giobbe, Adelphi, Milano, 1992.
- Joseph Roth, la Marcia di Radetzky, Adelphi, Milano, 1996.
- Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, Adelphi, Milano, 1989.
- Stefan Zweig, L’impazienza del cuore, Elliot, Roma, 2014.
- Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, Mondadori, Milano, 2024.

