L’ordine era tornato a regnare sovrano dopo il fallimento dell’assalto al cielo osato dai comunardi e la sanguinosa repressione finale, la carneficina del maggio 1871. Il ripristino della legge donò nuova linfa alla miseria rimettendo al posto spettantegli nel mondo quella “popolazione immonda, sconosciuta alla luce del giorno, sinistramente brulicante nelle profondità delle tenebre sotterranee”, come si espresse Théophile Gautier a proposito dei rivoltosi (cfr. Volpato, 2011). Miseria imperante quando qualche anno dopo, il ventottenne Joris-Karl Huysmans diede alle stampe il suo primo romanzo, Marthe, histoire d’une fille (1876), ora in traduzione italiana grazie a Prehistorica, unica casa editrice italiana dedicata esclusivamente alla letteratura francese. Il futuro autore del romanzo-saggio Controcorrente (À rebours, 1884) facendone il più autorevole rappresentante del decadentismo, e sin da allora funzionario del Ministero degli Interni, ruolo che svolse per tutto il resto della sua vita, aveva al suo attivo una manciata di poesie raccolte in Le Drageoir aux épieces (La confettiera delle spezie) e qualche articolo. Il suo desiderio dichiarato era quello di intraprendere la carriera letteraria facendosi largo in una scena culturale egemonizzata dalla corrente del naturalismo e dal suo maggior esponente nonché più organico teorizzatore, Émile Zola con il quale aveva fatto conoscenza proprio durante la stesura di Marthe.
Fasti e ombre della Belle Époque
Ai tempi la grande paura era alle spalle, il massacro della settimana di sangue che aveva chiuso l’esperienza della Comune era lontana, la borghesia aveva ritrovato il sorriso, quella della Belle Époque immortalata da Pierre-Auguste Renoir nel celeberrimo Ballo al Moulin de la Galette, (1876), autentico manifesto dell’impressionismo, momento di festa e di vita gioiosa, anche se la tela che meglio rispecchia l’anima di Marthe è L’assenzio (L’absinthe) di Edgar Degas, dipinto anch’esso nel medesimo anno e che ritrae una prostituta e un barbone affiancati all’interno del Café de la Nouvelle Athènes a Place Pigalle. Due avventori segnati dalla vita. Nei loro sguardi persi nel vuoto c’è il segno della vita sconfitta, la desolazione di un presente spietato, sebbene siano anche i tempi dei Voyages extraordinaires verniani, di scoperte e invenzioni, prefigurate, immaginate e anche realizzate, di nascente consumismo e di merci abbaglianti. Un entusiasmo circondato da “una vangata di miserabili”, quella folla in attesa di una scodella di cibo in un canale di scolo, descritta in Marthe:
“Branchi di gente rachitica, qualche guercio e una quantità di piccoli mocciosi che soffiavano dal naso stupefacenti candeline, succhiandosi le dita. Stavano in piedi, accovacciati, sdraiati gli uni contro gli altri e agitavano recipienti inauditi: pentole senza manico, ciotole di ceramica sospese a cordicelle, barattoli schiacciati, gamelle ammaccate, casseruole senza anse, vasi da fiore col fondo spaccato. Un soldato fece cenno di avvicinarsi: si precipitarono tutti in avanti, a testa bassa, abbaiando come cani feroci”.
È questo il contesto sia sociale sia artistico e culturale parigino che vide la pubblicazione di Marthe e il consolidamento del rapporto tra Huysmans e Zola sin dall’anno successivo, quando quest’ultimo pubblicò Lo scannatoio (L’assomoir), il settimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart, una saga composta da venti volumi che coprono un periodo di tempo che va dal colpo di stato di Napoleone III nel 1851 fino al 1870, dando vita a una sorta di contro commedia balzachiana di taglio deterministico. Alla sua uscita, Lo scannatoio scatenò non poche critiche, inducendo Huysmans a scriverne invece un articolo in difesa del romanzo e del suo autore, consolidando il legame tra i due e consentendogli di partecipare alle celebri serate di Médan organizzate da Zola nel 1880 a cui parteciparono altri giovani autori parigini: Guy de Maupassant, Henry Ceard, Léon Hennique e Paul Alexis. Incontri da cui sortì il volume collettivo Les Soirées de Médan, che sancì formalmente la nascita del movimento naturalista al cui centro c’era appunto Zola. Fu anche il momento di maggior coinvolgimento di Huysmans in quel contesto, in seguito abbandonato per dar vita a una propria matura visione letteraria con il succitato Controcorrente.
Tornando a Marthe, la miseria impera sovrana anche tra le sue pagine. Marthe è una ragazza e il sottotitolo lo precisa, une fille, ma occorre precisare che indica ben altro, perché è il senso del termine del francese è più ampio: Marthe è anche una prostituta. Va detto che una delle giovani figlie dei personaggi principali de Lo scannatoio di Zola, ovvero Nanà, sarà poi la protagonista dell’omonimo romanzo (il nono del ciclo, uscito nel 1880) ed è una collega di Marthe. Non a caso l’edizione di Prehistorica riproduce in copertina un altro lavoro tardo-impressionista, La Toilette (1893) di Henri de Toulouse-Lautrec, che raffigura a sua volta una prostituta. Difatti è il vero protagonista/ombra di questa storia che manda in scena divertimenti, tradimenti, amori infranti, amicizie, un buon campionario della commedia umana, il denaro, quello che si può ottenere a qualsiasi costo, quello che manca e determina una vita di stenti, quello che si possiede consentendo di possedere a proprio piacimento merci e corpi. Il denaro per il quale si calpestano sentimenti e diritti, dignità e morale, laddove quest’ultima sia sincera.
Triangolazioni di classe…
La storia in breve è quella di un triangolo composto da sesso, amore e commercio. Sono di scena Marthe, ovviamente, attricetta e puttana (ruoli spesso fatti storicamente coincidere), il suo impresario e lenone, Ginginet, alcolizzato e grottesca figura paterna nei confronti della fille, e Léo, giovane innamorato della fanciulla, che preferirà alla fine una vita più tranquilla, borghese, sistemata (l’ordine era tornato sovrano, ricordiamolo). Un giovanotto con ambizioni letterarie, un alter ego dell’autore, il quale scrisse Marthe sulla scorta di una propria esperienza con un’attrice del teatro Bobino (proprio dove lavorano Marthe e Ginginet).
Le qualità letterarie dell’opera narrativa d’esordio del giovane Huysmans sono indubbie e lasciano già intravedere la visionarietà dei romanzi maggiori. Gli esterni sono tratteggiati con mano ferma e sguardo alterato, gli interni altrettanto e rispecchiano gli stati d’animo dei personaggi. I dettami del naturalismo sebbene in parte traditi dall’attenzione dedicata alle trasfigurazioni del reale e della memoria figlie della vita psichica ,in special modo di Marhte, impongono naturalmente un certo sviluppo meccanico degli eventi, un destino sociale già scritto, determinato dalla costituzione morale e sociale dei personaggi (la storia d’amore tra Marthe e Léo è condannata a finir male sin dall’inizio), cosicché Ginginet inizia in allegria bevendo e fornicando e infine muore, Léo viene rapito dalla passione amorosa, strappato dalla quiete della sua condizione comunque più agiata e a quella fa ritorno. Quanto a Marthe, il mercimonio del sesso è la sua attività in partenza (anche se da giovanissima orfanella lavorava come operaia in un laboratorio di perle false) e così la lasciamo impegnata alla fine della storia, senza speranza, senza riscatto, senza morale. Sopravvive solo la miseria, appunto, e a ciascuno tocca la sua.
- Chiara Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Laterza, Bari, 2011.

