Anche oggi che, placido e apparentemente domato, ingentilito nei fianchi, il Vesuvio da oltre ottant’anni sonnecchia e ronfa, e l’unico fuoco che ne brucia i contorni è quello dei roghi più o meno dolosi che a estati alterne lo flagellano, senza però piegare davvero la sua tipica flora che subito risolleva la testa, anche oggi il Vesuvio non cessa di suscitare stupore e reverenza sia in quanti lo vedono apparire per la prima volta, quasi d’improvviso, al tornante dell’autostrada o della linea ferroviaria che scende dal Nord, sia a quanti, cresciuti alla sua ombra, non possono di tanto in tanto non far correre lungo la schiena il brivido di immaginarselo risvegliato e tuonante come un tempo. Possiamo perciò solo immaginare come doveva essere e sembrare nei secoli precedenti, quando, dopo il grande risveglio del 1631, la montagna di fuoco perennemente avvolta dal suo pennacchio dovette riflettersi per oltre tre secoli nelle altrimenti placide acque del golfo di Napoli. Di quei secoli abbiamo una messe abbondante di testimonianze. Iconografiche, innanzitutto: acquerelli, tempere e gouache dai colori vividi e mossi, splendidamente in grado di rendere le fiamme vive del magma e i riflessi mobili del fuoco; letterarie, in secondo luogo: racconti di viaggio, romanzi – a partire da un autentico best-seller dell’Ottocento, Gli ultimi giorni di Pompei di Edward Bulwer-Lytton (1834) – e liriche; ma anche dettagliati resoconti di naturalisti, collezioni mineralogiche, i primi grandi allestimenti museografici dei ritrovamenti pompeiani.

A tutto ciò si aggiunge oggi una fonte inedita e inconsueta: un Libro dei visitatori, di quelli che ancora di tanto in tanto capita di firmare visitando siti culturali poco frequentati, risalente al biennio 1826-1828 quando era in uso presso l’Eremo che rappresentava, in quegli anni, una tappa fissa per i visitatori stranieri intenzionati a intraprendere quella che oggi viene chiamata “l’ascensione al Gran Cono”. Scoperto alla Biblioteca dell’Università di Harvard dallo storico John Brewer, che all’università americana ha insegnato per anni (oltre che all’Istituto Universitario Europeo di Firenze), è il punto di partenza di un libro di straordinaria erudizione e capacità di ricostruzione di un immaginario perduto: Vesuvio. Viaggi, arte e scienza nell’età delle rivoluzioni, tradotto ora da Carocci in un’edizione curata da Francesca Antonelli, storica della scienza del Sette-Ottocento.
Un universo da un guscio di noce
Ricco di aneddoti lasciati dagli stessi visitatori, commenti salaci, ammiccamenti, dichiarazioni d’amore, consigli pratici e semplici firme dietro cui si nascondono appassionanti biografie, il Libro dei visitatori è uno di quei reperti che passano del tutto inosservati finché le più recenti rivoluzioni storiografiche non lo hanno riportato alla luce come testimonianza preziosissima di un’epoca che altrimenti faticheremmo a rappresentarci. Nei giorni successivi alla morte di Carlo Ginzburg, a cui dobbiamo la rivoluzione della microstoria, leggere Brewer significa renderci conto di cosa vuol dire partire da un oggetto storico minore per restituire densità al passato. “Queste nuove narrazioni storiche hanno esplorato i valori, le convinzioni e i sentimenti dei propri soggetti, conferendo ai protagonisti un certo grado di autonomia decisionale, sia nelle circostanze della vita quotidiana che in quelle straordinarie”, scriveva Brewer nel 2010 in un articolo-manifesto dal titolo Microhistory and the Histories of Everyday Life. Ricordando come la microstoria fosse nata dalla disillusione nei confronti delle metodologie quantitative nelle scienze sociali e delle analisi strutturaliste destinate inevitabilmente a sfociare in grandi narrazioni “totalizzanti”, ancora intrise di positivismo ottocentesco, come la teoria della modernizzazione impostasi negli Stati Uniti della guerra fredda, Brewer enfatizzava in quell’articolo l’attenzione per l’agentività:
“La storia della modernizzazione inesorabile – sia nella sua versione marxista che in quella liberale – ha sollevato anche la questione dell’autonomia: quanto spazio vi fosse per la scelta e l’azione umana consapevole, oppure se gli attori storici fossero imprigionati in una gabbia di ferro. E in che modo lo storico potesse discernere la presenza o l’assenza di autonomia. Una risposta a questa domanda è stata quella di sostenere che solo cambiando la prospettiva, la scala e il punto di vista dell’analisi storica, creando variazioni sulla storia su piccola scala, è possibile comprendere adeguatamente il rapporto tra struttura e agentività”
(Brewer, 2010).
Nel suo libro del 1997, I piaceri dell’immaginazione. La cultura inglese del Settecento, vincitore del Wolfson History Prize l’anno successivo (cfr. Brewer, 2005), lo storico americano aveva aperto una nuova stagione di studi focalizzati sui “consumi culturali come vero e proprio esercizio di identità”, come hanno osservato Carlotta Sorba e Federico Mazzini nel loro saggio La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica:
“Quello che si produce, lungo una traiettoria che spesso si colloca in modo esplicito sulle orme di Pierre Bourdieu, è in sostanza un’importante riconfigurazione storica degli studi sui sistemi di produzione culturale tra Otto e Novecento e sul loro funzionamento”
(Sorba, Mazzini, 2021).
Il Vesuvio romantico
La domanda da cui parte infatti Brewer in Vesuvio è cosa abbia spinto tante personalità così diverse, in età romantica, a dedicarsi all’ascesa del vulcano, impresa non certo esente da rischi dal momento che, in quegli anni, l’attività eruttiva era particolarmente intensa (nel 1822 si verificò l’eruzione più violenta del secolo). Non troviamo più molti grand tourists, ma ufficiali dell’esercito, medici, uomini di scienza, pittori e artisti. Tutti sostavano, giunti a Resìna (l’odierna Ercolano), al cosiddetto Eremo, in realtà poco più di una locanda gestita da un uomo equivoco ma affabile, tombeur de femmes sotto le sedicenti vesti di un religioso, che subito offriva ai visitatori un bel bicchiere di Lacryma Christi (il tipico vino del Vesuvio) e allestiva all’occasione un banchetto apprezzato da molti, disprezzato da altri (in particolare gli anglosassoni), mentre gli astanti trattavano per assicurarsi i servizi di una guida, portantine e muli per l’ascesa. In questo clima chiassoso e familiare, dove si creavano subito amicizie tra i commensali, firmare il Libro dei visitatori rappresentava quasi un rito. Dell’edificio originale nulla sembra sia rimasto se non un nome: nei pressi fu poi costruito dapprima l’Osservatorio vesuviano e poi, dal 1902, l’Hotel Eremo, realizzato dall’imprenditore britannico John Mason Cook, costruttore anche della ferrovia leggera a cremagliera che modernizzò la storica funicolare vesuviana dell’Ottocento (albergo e funicolare furono poi danneggiati e abbandonati dopo l’ultima eruzione del 1944).
“Anche se possiamo definire il «Vesuvio» e «Napoli» in termini di topografia e geografia – il senso che ne abbiamo in quanto luoghi –, la loro identità è sempre stata plasmata da forze che si dilatano oltre i loro confini immediati. Se ne prese atto durante l’epoca romantica, quando le coordinate temporali e spaziali di Napoli e del Vesuvio erano percepite come vaste e praticamente insondabili, estese al di là e ben oltre quanto fosse osservabile a occhio nudo. Il geologo, il mineralogista, l’antiquario, l’archeologo e il serio scrittore di viaggi scavavano e portavano alla luce i molteplici strati di una storia inquietante e profonda […]”
(Brewer, 2026).
È infatti a cavallo tra Sette e Ottocento che si forma l’immaginario del “Vesuvio romantico” esplorato in questo libro. In precedenza, agli inizi del XVIII secolo, il vulcano era raramente meta d’itinerario nel Grand Tour: gli venivano preferiti i siti archeologici dei Campi Flegrei, poiché la memoria storica dell’eruzione del 79 d.C. si era persa nei secoli. Col volgere del secolo, tre grandi mutamenti culturali convergeranno nel fare del Vesuvio il simbolo di un’epoca nuova: le scoperte geologiche, la Rivoluzione francese e, ovviamente, il rinvenimento delle rovine dell’antica Pompei.
Il Vesuvio dei geologi
Nella disputa tra fissisti e catastrofisti, il Vesuvio si stagliava come un laboratorio vivente. Il vulcano, eruzione dopo eruzione, cambiava continuamente aspetto, si abbassava e si alzava, dimostrando che i mutamenti geologici, tipicamente espressi su tempi lunghissimi, potevano anche verificarsi in pochissimo tempo. La nuova passione per la geologia spingeva tantissimi amatori verso i più estremi punti d’Europa, compreso il Vesuvio, per raccogliere minerali per le proprie, imponenti collezioni:
“Nel 1780 il barone Sigmund Zois, figura di spicco dell’Illuminismo sloveno, scrisse al naturalista francese Philippe-Isidore Picot de Lapeyrouse a Tolosa lamentando che la passione dell’aristocrazia austro-ungarica per i minerali aveva creato una tale penuria di campioni da rendere difficile il collezionismo ai meno abbienti”
(ibidem).
I geologi di professione, dal canto loro, si rivolgevano al Vesuvio per raccogliere dati, stilare resoconti e verificare le proprie teorie. Tra questi il più celebre fu Alexander von Humboldt, anche se a quanto sembra il Vesuvio “in confronto ai vulcani che aveva visto in America meridionale, gli parve ben poca cosa” (Tanca, 2023). Humboldt era un sostenitore del “plutonismo”, la teoria secondo cui il basalto – la roccia di cui si compone la crosta terrestre e il fondale oceanico – sia di origine vulcanica, opposta al “nettunismo” che ne sosteneva l’origine dagli abissi marini. E i plutonisti capirono presto che il Vesuvio poteva rappresentare un osservatorio privilegiato per la loro teoria. Tra gli altri dibattiti, quello sull’origine del calore dei vulcani: era superficiale, o proveniva dalle viscere della Terra? Ovviamente, si trattava di paradigmi tra loro antitetici, in grado di riscrivere la storia geologica. L’eruzione del 1794, la più importante del secolo, produsse una messe di studi e domande:
“I depositi di cenere erano velenosi? Qual era lo stato dell’aria? Quale l’effetto sulla salute della popolazione, sul benessere del bestiame e sulla crescita delle colture?”
(ibidem).
Ai temi geologi si affiancavano dunque interrogativi di natura chimica e medica, attirando nuovi visitatori. John Brewer si concentra in particolare sulle vite parallele di Déodat de Dolomieu (1750-1801), celebre per aver dato il nome alla dolomite e alle omonime montagne alpine, e di Teodoro Monticelli (1759-1845), napoletano, a lungo segretario della Reale Accademia delle Scienze. Le loro vite si intrecciarono inevitabilmente con quelle della Rivoluzione e questo ci porta al secondo aspetto fondamentale dell’immaginario del Vesuvio romantico.
Il Vesuvio dei rivoluzionari
“Siete seduti su un vulcano!”, esclamò Napoleone ai rappresentanti del Consiglio dei Cinquecento durante il suo pasticciato discorso il 18 brumaio. Nulla poteva spaventare di più le autorità negli anni della Rivoluzione francese del riferimento alle eruzioni vulcaniche, metafora par excellence degli scoppi rivoluzionari. Similmente alle bocche eruttive che d’improvviso si aprono su un fianco e vomitano silenziosamente fiumi di magma di potenza incontrollabile, così le masse rivoluzionarie erano in grado dalla sera alla mattina di dar vita a nuovi incontrollabili focolai, fiumane che in poche ore potevano travolgere bastioni dichiarati imprendibili e palazzi reali. Così Jules Michelet, con la sua prosa immaginifica, descriveva a metà Ottocento nella Storia della Rivoluzione francese gli esordi del 14 luglio:
“Moti che si abbozzavano senza autore, senza progetto, spontaneamente, da un fondo generale di diffidenza, di collera sorda. Il lastrico bruciava, il suolo era come minato; sotto, avreste udito già brontolare il vulcano”
(Michelet, 1956).
L’amante del vulcano (The volcano lover, 1992), il romanzo di Susan Sontag ambientato nella Napoli di fine Settecento, delinea la figura di Sir William Hamilton, l’ambasciatore inglese nella capitale del regno napoletano, a cui dobbiamo una sconfinata attività di studioso e divulgatore delle antichità vesuviane e flegree, che perde la testa per l’avvenente Emma, la futura lady Hamilton a cui anche Alexandre Dumas dedicherà il romanzo Le confessioni di una favorita (1865) e la cui parabola s’intreccerà strettamente con la Rivoluzione napoletana del 1799. Negli anni del riflusso, dopo la grande stagione napoleonica, l’immaginario politico del Vesuvio si romanticizza. Brewer lo collega al concetto prettamente romantico di “sublime”:
“Il vulcanesimo non riguardava tanto la grandiosità, la monumentalità o la stabilità – che comportavano una certa staticità –, quanto la violenza, il moto e l’emozione: un agire sublime piuttosto che un sublime essere […]. E se uno dei temi del sublime alpino era l’impervietà, l’attività del vulcano – l’estrusione delle sue viscere – comportava l’esistenza di una certa liminalità, un attraversamento dei confini in cui i segreti intimi della natura venivano (minacciosamente) esposti”
(Brewer, 2026).
Il Vesuvio del catastrofismo
L’impressione che destò in Europa il dissotterramento dell’antica Pompei, di cui si erano perse le tracce, fu enorme. La prima novità che colpì l’immaginario dell’epoca fu il contesto prettamente quotidiano che gli scavi restituivano, tutt’altra cosa rispetto alla monumentalità istituzionale delle rovine dell’antica Roma:
“I reperti dell’Antichità non erano più limitati ai testi degli autori classici o a singole opere d’arte, ma comprendevano l’assortimento completo della sua cultura materiale. L’erudizione classica non era più l’unico strumento per la comprensione dell’Antichità, ma era diventata un supporto per una ricostruzione immaginativa del passato”
(ibidem).
La riscoperta del quotidiano antico, del tutto ignoto a cavallo tra Sette e Ottocento, riduceva la distanza tra le epoche e permetteva di riflettersi in quell’immane tragedia, stimolando amare considerazioni sulla possibilità che lo stesso destino potesse ripresentarsi in epoca moderna, considerazioni riprese dal celebre componimento di Giacomo Leopardi. Questo secondo aspetto divenne, rapidamente, determinante. Fu soprattutto il rinvenimento degli innumerevoli cadaveri sotto le ceneri a permettere di delineare la vastità della catastrofe. L’idea che le vittime fossero state colte dal disastro all’improvviso, mentre erano impegnate nelle loro faccende, benché in seguito smentita (come dimostrava già il resoconto di Plinio), suscitò una paura ancestrale che duecento anni dopo avrebbe trovato espressione nell’incubo nucleare, con le ombre prodotte dal flash dell’esplosione impresse sull’asfalto che richiamano i calchi in gesso tratti nell’Ottocento dai corpi delle vittime di Pompei.
“Gli eventi del 79 d.C. e le loro conseguenze offrirono l’occasione per esplorare idee e strumenti riguardanti la storia, il tempo, la rottura, la morte, la perdita e la nostalgia: sentimenti, speranze e ansie nel presente e sul presente furono proiettati nel passato”
(ibidem).
In età romantica si diffuse la comparazione con gli episodi di Sodoma e Gomorra: le opere dedicate alla distruzione di Pompei calcavano la mano sull’idea di una distruzione frutto della collera divina o, per i più smaliziati, la meritata lezione per il lassismo morale e l’incontinenza sessuale: il rinvenimento di immagini licenziose e graffiti inequivoci, infatti, cozzava inevitabilmente con la morale dell’epoca e, in età vittoriana, avrebbe ulteriormente alimentato il mito di una Napoli viziosa e lasciva, preda della sua indolenza e destinata a essere incivilita dallo straniero (idee che ritroveremo ancora a metà Novecento nel resoconto di un autore inglese sulla Napoli del dopoguerra, Napoli ’44 di Norman Lewis).
Ciò che resta di questo immaginario minuziosamente ricostruito da John Brewer a partire da un oggetto quotidiano casualmente rinvenuto dall’altra parte dell’Atlantico, il Libro dei visitatori, è soprattutto l’aspetto catastrofista, che parla a noi contemporanei con ancora maggior forza che nell’Ottocento. Se torniamo a prestare l’orecchio ai suggerimenti di quanti, come René de Chateaubriand, già due secoli fa suggerivano di lasciare i reperti dov’erano anziché riempire le collezioni del potere sovrano, forse è anche perché speriamo che analogo destino sia riservato alle rovine della nostra civiltà; così come gli sforzi moderni di leggere i papiri carbonizzati di Ercolano con tecniche fondate sull’intelligenza artificiale nascondono la speranza che, se dovesse accadere anche a noi una simile tragedia, in un lontano futuro qualcuno sarà in grado di ricostruire le nostre fragili esistenze e non saremo condannati in eterno a restare obliati sotto la cenere e il fango.
- John Brewer, Microhistory and the Histories of Everyday Life, “Cultural and Social History”, vol. 7 n. 1, 2010.
- John Brewer, I piaceri dell’immaginazione. La cultura inglese del Settecento, Carocci, Roma, 2005.
- Edward Bulwer-Lytton, Gli ultimi giorni di Pompei, Rizzoli, Milano, 2004.
- Alexandre Dumas, Le confessioni di una favorita, Tullio Pironti, Napoli, 2000.
- Norman Lewis, Napoli ’44, Adelphi, Milano, 1998.
- Jules Michelet, Storia della Rivoluzione francese, 2 voll., Rizzoli, Milano, 1956.
- Carlotta Sorba, Federico Mazzini, La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica, Laterza, Bari-Roma, 2021.
- Susan Sontag, L’amante del vulcano, nottetempo, Milano, 2020.
- Marcello Tanca, Tracce di Humboldt nella geografia italiana del secondo dopoguerra. Una metabiografia? in Valentina Serra e Marcello Tanca (a cura di), Raccontare il mondo, descrivere la natura. L’opera di Alexander von Humboldt tra letteratura e scienza, UNICAPress, Cagliari, 2023.

