In cerca dell’amico perduto
tra conflitti e devastazione

Jacopo Iannuzzi
Siro
Mercurio, Roma, 2026,

pp. 130, € 17,00

Jacopo Iannuzzi
Siro
Mercurio, Roma, 2026,

pp. 130, € 17,00


Nel contesto della narrativa contemporanea italiana, Siro di Jacopo Iannuzzi si configura come un dispositivo letterario che interseca romanzo di formazione, distopia e allegoria esistenziale, inscrivendosi in una tradizione che problematizza il rapporto tra individuo, storia e senso. L’opera mette in scena una traiettoria di soggettivazione che si sviluppa a partire da una mancanza originaria: il vuoto di significato che investe i protagonisti, Siro e Bordel, fin dalla tenera età. Un’amicizia resistente in un conflitto nucleare che conduce Siro alla ricerca del suo compagno d’avventure. Il paesaggio post-bellico descritto da Iannuzzi si struttura come uno spazio distopico e liminale, in cui la realtà appare disarticolata e priva di coerenza ontologica. In questo scenario emergono due forme di riorganizzazione del potere e del senso: da un lato, le bande criminali che occupano lo spazio urbano frammentato, imponendo logiche di sopraffazione e sopravvivenza; dall’altro, la formazione di una setta pseudo-religiosa che trasfigura la guerra in culto e ritualità. Entrambe queste configurazioni rappresentano tentativi distorti di ricostruire un ordine simbolico dopo il collasso, ma finiscono per confermare l’impossibilità di un’autentica rifondazione. Le bande incarnano una regressione a forme pre-politiche di violenza, mentre la setta traduce il bisogno di senso in un sistema dogmatico e alienante, rivelando come, in assenza di fondamenti condivisi, ogni costruzione comunitaria rischi di degenerare in dominio o illusione.
Siro, quindi, dialoga con una costellazione di testi che hanno tematizzato la crisi del mondo dopo la catastrofe. Il confronto più immediato è con La strada di Cormac McCarthy, dove il paesaggio apocalittico diventa il luogo di una riduzione estrema dell’umano (cfr. McCarthy, 2014). Tuttavia, se nel romanzo di McCarthy il legame padre-figlio preserva una forma minima di eticità, in Siro l’amicizia tra Siro e Bordel è segnata dalla perdita e dalla discontinuità, configurandosi non come fondamento, ma come traccia di un senso ormai irrecuperabile.

“Gli angeli che abbiamo conosciuto non avevano ali di piume, ma artigli che sganciavano metallo dal cielo a più riprese, solleciti nel cancellare ogni traccia di questo mondo e dare corso alla transizione, il passaggio verso l’altrove. La realtà non è più prigioniera di nessun modello. Era triste vivere in un mondo senza storia, un mondo quotidiano abitato da passeggeri e spettri, ma ora è peggio. La città è stata rasa al suolo”
(Iannuzzi, 2026).

Ulteriori analogie emergono anche con opere come Dissipatio H.G. di Guido Morselli dove la scomparsa dell’umanità produce una radicale interrogazione sull’essere solitario (cfr. Morselli, 2012), o Cecità di José Saramago, in cui la catastrofe collettiva dissolve le strutture sociali e morali, rivelando la fragilità delle costruzioni civili (Saramago, 2026).  L’elemento distintivo di Siro risiede nella centralità dell’amicizia come struttura ontologica e narrativa. Il rapporto tra Siro e Bordel, costruito nell’infanzia attraverso pratiche immaginative e ludiche, può essere interpretato come un tentativo di fondare una micro-comunità di senso, un “noi” originario capace di opporsi all’indifferenza del reale. In termini fenomenologici, Bordel rappresenta per Siro l’“altro” attraverso cui il mondo acquista consistenza: il venir meno dell’altro coincide con la perdita di ogni possibilità di significazione.
La ricerca di Bordel che struttura la seconda parte del romanzo assume così i tratti di una quête metafisica, in cui il movimento nello spazio coincide con un attraversamento del nulla. In questo percorso, l’incontro con le bande e con la setta non costituisce una deviazione narrativa, ma una tappa fondamentale: esse rappresentano possibilità alternative di risposta al nulla, tutte ugualmente insufficienti.

Assenza di fondamento 
In questo senso, Siro si avvicina anche a certe declinazioni della narrativa esistenzialista europea, in cui il viaggio non conduce a una rivelazione, ma a una presa di coscienza dell’assenza di fondamento. La città devastata diventa allora una topografia dell’assurdo, un luogo in cui ogni segno rimanda a un’assenza e ogni tentativo di interpretazione si risolve in fallimento.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Iannuzzi si caratterizza per una forte tensione lirica e simbolica, che contribuisce a costruire un universo narrativo sospeso tra realtà e visione. Le immagini ricorrenti come la frattura del cielo, le figure profetiche, gli elementi animali, funzionano come marcatori di una crisi epistemologica, segnalando l’impossibilità di accedere a una rappresentazione stabile del reale. In tal senso, il testo si colloca in una linea post-realista che privilegia l’intensità semantica rispetto alla coerenza diegetica.
 Il romanzo può essere letto quindi come una radicalizzazione del paradigma distopico in chiave esistenzialista. Se opere come La strada Cecità mantengono, pur nella catastrofe, la possibilità di un residuo etico o comunitario, il romanzo di Iannuzzi sembra negare anche questa eventualità, restituendo un mondo in cui la ricerca di senso si confronta con la propria impossibilità. L’amicizia tra Siro e Bordel, lungi dall’offrire una via di salvezza, si configura come il segno più evidente di questa perdita e diviene non ciò che resta, ma ciò che manca. In questa assenza si condensa il nucleo teorico dell’opera, che interroga, in ultima istanza, la condizione dell’uomo contemporaneo di fronte a un mondo definitivamente privo di garanzie metafisiche e sempre più distrutto dalle guerre.

Letture
  • Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, Torino, 2014.
  • Guido Morselli, Dissipatio H.G., Adelphi, Milano, 2012.
  • José Saramago, Cecità, Feltrinelli, Milano, 2026.