La vuota banalità del futuro,
o la peggiore delle distopie

Izumi Suzuki
Un mondo pieno di vuoto
Traduzione di Ozumi Asuka

Add Editore, Torino, 2026
pp. 300, € 20,00

Izumi Suzuki
Un mondo pieno di vuoto
Traduzione di Ozumi Asuka

Add Editore, Torino, 2026
pp. 300, € 20,00


Nota in Italia per i racconti presenti in Noia terminale e Hit parade di lacrime, Suzuki torna a essere proposta ai lettori italiani con un’altra raccolta di racconti: Un mondo pieno di vuoto, che ne riunisce alcuni dei più rappresentativi della sua produzione. Si tratta di storie brevi ambientate in futuri alternativi, realtà distopiche o contesti fantascientifici solo leggermente modificati rispetto al mondo contemporaneo. A pubblicarlo è ancora una volta Add Editore, sempre con una veste cartacea di grande pregio e curata nel testo e nell’estetica. In copertina, come tipico dello stile Add, un’illustrazione astratta che richiama i temi presenti all’interno, un’altra opera di Lucrezia Viperina come per i precedenti volumi. Prima di entrarvi nel merito, però, occorre fornire qualche cenno in più sull’autrice. Izumi Suzuki (1949 – 1986) è considerata una delle voci più originali e radicali della letteratura di fantascienza giapponese del Novecento. Rimasta per anni un’autrice di nicchia, letta e apprezzata soprattutto tra le mura domestiche o in ambienti specializzati, è oggetto di riscoperta negli ultimi anni a livello internazionale, probabilmente per la profondità della sua scrittura, in cui si intrecciano fantascienza, psicologia, critica sociale e satira.

Una rivoluzione letteraria
Suzuki è tra le portabandiera di quel movimento che, tra gli anni Settanta e Ottanta, ha trasformato la fantascienza giapponese in un vero e proprio strumento di autoanalisi e riflessione, soprattutto sui temi dell’alienazione, della tecnologia e dell’identità personale. Nella sua produzione letteraria, costituita principalmente da racconti più o meno brevi, non si esaltano i classici temi fantascientifici relativi allo spazio, alle razze aliene o ai futuri possibili, quanto più a immaginari mondi interiori, nei quali l’essere umano si ritrova in condizioni spesso paradossali, grottesche. La fantascienza viene ribaltata da Izumi, che la porta da anni luce nello spazio profondo fino all’interno del proprio sé, persa nel labirinto delle possibilità. In tal senso si può vedere nella sua scrittura un’anticipazione della narrativa postmoderna o del cyberpunk: la fantascienza fusa con le insidie della degenerazione dell’animo umano.

La vita stessa di Suzuki ispirò la sua produzione. Dopo una sfilza di diversi mestieri, dalla modella alla barista, dall’attrice nel cinema giapponese softcore all’impiegata pubblica, conosce e sposa il sassofonista Kaoru Abe, esponente di primo piano del free jazz nipponico e dell’avanguardia musicale tout court. Dalla loro relazione e separazione (e dalla morte prematura di Abe, nel 1978) Suzuki trae molto di ciò che riverserà nelle sue pagine: instabilità psicologica ed emotiva, emarginazione e stigma sociale sono tutti argomenti che sviscera in vari modi, sperimentando trame diverse per temi simili o trame simili per temi diversi. I suoi personaggi rimangono isolati, solitari ed emotivamente precari: distaccati, in un modo o nell’altro, dalla società. La scrittura stessa divenne per Suzuki uno spazio sicuro in cui elaborare le sue esperienze, rendendole manifeste al mondo e dando spesso soluzioni incredibili o strambe, esorcizzando quella che per lei fu una vita breve ma intensa, fitta di problemi. Dai suoi racconti emergono sentimenti di disillusione, apatia, alienazione in una società troppo diversa da sé, che rimangono tuttavia trattati in modo distaccato, “strano” appunto, in qualche modo mediati con la scrittura. L’atmosfera asettica e straniante, tipica della sua produzione e fortemente caratterizzante, è data proprio da questo aspetto: la fredda lucidità con cui Suzuki Izumi parla dei problemi della sua vita, presentandoli in una veste paradossale o ironica.

Lei stessa avrà breve esistenza, essendosi tolta la vita a soli trentasei anni. Ciò che colpisce immediatamente è il modo in cui utilizza il genere fantascienza: non come semplice costruzione di mondi tecnologici complessi, ma come lente attraverso la quale osservare la condizione umana. Si passa dai demoni mercanti alle tecnologie innovative, pur mantenendo sempre il vero focus della narrazione sull’esperienza soggettiva dei personaggi. Molti protagonisti dei racconti sono donne giovani che affrontano un’esistenza priva di punti di riferimento stabili: in ciò la raccolta Un mondo pieno di vuoto è fortemente femminile, quasi femminista. Le donne protagoniste dei racconti sono donne punk, che vivono situazioni di privazione del proprio ruolo all’interno del contesto familiare; alienazione nel rapporto con il corrispettivo maschile; oggettificazione da parte di una società che richiede, alla donna, di assolvere solo ad alcune particolari funzioni, e poco altro. Il tema più evidente è sicuramente il senso di vuoto, di alienazione, che permea la vita dei personaggi. Il titolo suggerisce in parte ciò che si troverà all’interno della raccolta: un mondo pieno di possibilità, tecnologia, novità, eppure incredibilmente vuoto di significato.

L’orizzonte nichilista
Alla vuotezza delle città e dei contesti sociali giapponesi degli anni Settanta, i personaggi di Suzuki possono reagire in un solo modo, ovvero opponendo il nulla al nulla, difendendosi dalla nullità dello spazio che li circonda con la propria apatia, piuttosto che con una forza attiva di ribellione. Questa soluzione tematica è anche una soluzione narrativa: i racconti non offrono mai vie di fuga valide né soluzioni né speranze. Mostrano solo, con la lucidità che distingue la scrittura di Suzuki Izumi, la realtà dei fatti, l’impoverimento emotivo della realtà, lasciando spesso i finali in sospeso. Altro elemento costituente della sua scrittura è la banalità. In una letteratura di fantascienza che tende a impressionare e meravigliare, Izumi banalizza. Banalizza il futuro rendendolo noioso, consueto, simile al presente e monotono. Anche in presenza di elementi tipici della sci-fi, la vita dei personaggi scorre come sempre, noiosa, frustrante e talvolta punitiva. L’approccio banalizzante rende il futuro inquietante ma incredibilmente realistico: il progresso, tecnologico o societario, non risolve i problemi personali, tendendo anzi ad acuirli piuttosto.

Ma, come accennato sopra, il vero elemento che emerge dalle pagine di Un mondo pieno di vuoto è la prospettiva femminile. In primis, quasi tutte le storie sono affidate a una narratrice, al punto che il lettore si ritrova un po’ disorientato nei pochi casi in cui a essere protagonista è un uomo. Queste donne si muovono inevitabilmente in una società di stampo patriarcale o, comunque, abbastanza indifferente ai loro bisogni emotivi. Nonostante ciò, Suzuki non trasforma mai le sue storie in battaglie ideologiche. Si limita a raccontare situazioni più o meno paradossali in cui la donna si trova in situazioni di oppressione sociale, disuguaglianza e incomprensibilità, lasciando al lettore il compito di elaborare la quesitone a livello interiore. Nel nostro mondo, che poi per Suzuki è il futuro, la situazione femminile non è così lontana da quanto lei ipotizzava negli anni Settanta: permangono situazioni di oppressione, di subordinazione in società patriarcali, di incomunicabilità. All’interno del panorama letterario contemporaneo, fortemente idealizzato e polarizzato, la scrittura neutrale di Suzuki Izumi in merito al rapporto donna-uomo-società è un approccio tutto sommato innovativo, pur trattandosi di racconti scritti una cinquantina di anni fa. Lo stile adottato risulta assai funzionale allo scopo: è essenziale e diretto, spoglio, freddo, come del resto il ragionamento lucido dell’autrice. Le descrizioni di personaggi o luoghi sono brevi, senza enfasi particolari, si limitano a presentarci gli attori delle storie in modo oggettivo: alto/a, basso/a, non troppo bello/a, affascinante. Al contrario, in una sorta di netta antitesi sia semantica che stilistica, i pensieri e i ragionamenti sono portati in primo piano, analizzati, dissezionati, posti al centro della scena.

L’unione di questi due aspetti, la sterilità dell’esteriorità e la significanza dell’interiorità, crea una strana naturalezza anche nel racconto di situazioni molto insolite e inquietanti, tanto che sembrano entrare a far parte della routine quotidiana. Vendere l’anima del proprio compagno al diavolo? Viaggiare nel tempo per eliminare l’amante del marito? Vedere le proprie orecchie crescere a dismisura ogni giorno? Tutte situazioni trattate come normali, riportate con una semplicità stilistica disarmante, tale da disinnescare il potenziale fantascientifico dei racconti stessi, che diventano piccole cronache di fatti insoliti più che di situazioni grottescamente future. Ne risulta, a tutti gli effetti, una narrazione fantascientifica ma surreale e introspettiva, una fantascienza fortemente psicologica, in cui sono gli spettri emozionali dei protagonisti a creare la storia, più che le loro azioni concrete. Un mondo pieno di vuoto si configura come esempio significativo di fantascienza esistenziale. Il futuro viene raccontato, sì, in modo immaginario, ma la modalità impiegata diventa una lente, in fin dei conti, un grosso microscopio utile per indagare le contraddizioni del presente (ovvero del nostro passato) e le loro degenerazioni possibili future (cioè presenti).
La conclusione, la morale delle opere di Izumi sembra essere questa: tecnologia e progresso non sono necessariamente in grado di colmare quegli spazi vuoti emotivi che possono corrodere l’essere umano dall’interno. Il nulla che permea il mondo, anzi, si insinua dapprima negli spazi vuoti tra le persone, riempiendoli, e poi al loro interno, lasciando il medesimo vuoto dietro di sé a consumarle.

Letture
  • Izumi Suzuki, Noia terminale, Add Editore, Torino, 2024.
  • Izumi Suzuki, Hit parade di lacrime, Add Editore, Torino, 2025.