Scavare a fondo nel concetto d’intimità, cercare di ripulirlo da norme imposte; scoprire che il nostro desiderio ha diritto di collocarsi al di là di ciò che è dato come neutrale. Partendo da una prospettiva femminista, decoloniale e queer, Sophie K. Rosa denuncia la distruzione della comunità a favore di relazioni, luoghi e azioni al servizio del patriarcato imperialista, capitalista e suprematista bianco, prendendo a prestito la nota espressione di bell hooks. L’intimità, al contrario, è qualcosa di primordiale e vitale che necessita di divenire radicale poiché solo attraverso percorsi di lotta si può sperare di percepirla, ancora, come atto di libertà. Questa la proposta del suo Intimità radicale che, seppur contestualizzato nella realtà della Gran Bretagna, obbliga a interrogarci sui dispositivi che agiscono anche nel nostro paese.
Una prima immagine potente che il testo imprime nella memoria è quella di una realtà di sofferenze e depressione individuali di cui il capitalismo è causa. A partire dagli anni Ottanta i tassi di depressione e ansia sono cresciuti enormemente ma come considera la società capitalistica la salute mentale? Non certo come il prodotto della società tutta e men che meno elabora dunque dei percorsi di collettiva assunzione di responsabilità e quindi di collettiva presa di cura. Il capitalismo, al contrario, interpreta i disagi biopsicosociali come una condizione individuale risolvibile tutt’al più tramite assunzione di medicinali, negando completamente le cause sociali da cui derivano. Queste ultime possono, di certo, essere rintracciate all’interno della macro-categoria del lavoro, caposaldo del capitalismo contemporaneo, perché “a prescindere da come ci sentiamo, la «salute» all’interno del capitalismo riguarda la volontà e la capacità di lavorare: più lavoriamo, meglio è”. Invece, scrive sempre Rosa:
“La necessità di vendere la nostra capacità lavorativa in cambio di un salario che ci permetta di sopravvivere causa sofferenze. Che siamo senza lavoro, con poco lavoro, con un lavoro a basso reddito, in pessime condizioni lavorative, con uno stipendio troppo basso o inesistente o con troppo lavoro (o in una combinazione di queste situazioni), il lavoro per come lo conosciamo è la nostra linfa velenosa”.
Durante il periodo della pandemia, definita a giusto titolo la stagione delle «Grandi Dimissioni», pare che molte persone abbiano abbondonato i propri lavori precari, flessibili, poveri di diritti e tutele, in cui il confine tra professione e casa si fa sempre più labile; lavoro che ci richiede costantemente un incredibile livello di automercificazione al fine di battere una concorrenza sempre più spietata: la nostra personalità diviene merce da vendere sul mercato, da rendere accattivante, alla ricerca di recensioni positive e costruzioni di brand forti e riconoscibili. Un’eventuale reazione a questo stato di cose prevede oggi tali livelli di repressione (tattiche di sorveglianza, perquisizioni e arresti) che la depressione, l’inerzia o la deriva reazionaria sembrano essere tra le poche soluzioni possibili. Lo stesso riconoscimento di malato mentale prevede diverse forme coercitive: senza dover scomodare Franco Basaglia e la passata (non poi così passata) storia dei manicomi, ancora oggi vediamo applicare in Italia misure come TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) o reclusione forzata in istituti cosiddetti di recupero, nelle residenze assistenziali e negli ATSM (Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale), reparti carcerari dedicati ai detenuti con disagi psichici; i luoghi del sorvegliare e punire che ovviamente si aggravano in presenza di intersezioni razziali del soggetto a causa delle quali gli istituti di recupero si trasformano in CPR o CIE che dir si voglia e la disposizione una tantum di TSO unita a somministrazione forzata di farmaci antipsicotici diviene pratica comune per sedare eventuali istinti di sopravvivenza.

Psichiatria punitiva, così la definisce l’autrice, dove la malattia mentale diviene funzionale alla repressione di pratiche di ribellione: accadeva nei territori colonizzati di cui Frantz Fanon scrive pagine molto importanti (cfr. Fanon, 2020) e accade oggi nei territori palestinesi occupati (cfr. Jabr, 2019). Nei riguardi del contesto inglese l’autrice menziona il Mental Healt Act (MHA) del 1983 attraverso cui la polizia è autorizzata a trattenere fisicamente e arrestare per il solo essere affetto da disagio mentale. O ancora il programma Serenity Integrated Mentoring (SIM) che autorizza gli agenti a minacciare di carcere e sanzioni penali, previo accesso non autorizzato alle cartelle cliniche, quei soggetti ad alto rischio di bisogno di assistenza pubblica e servizi di emergenza.
“La maggior parte delle persone sottoposte a questo modello è rappresentata da donne che hanno ricevuto la diagnosi altamente stigmatizzata del «disturbo borderline di personalità», donne che spesso sono sopravvissute a un trauma complesso come la violenza sessuale”.
In Italia, tra le molte storie che si possono citare, si vuol ricordare la vicenda di Andrea Sordi che soffriva di schizofrenia paranoide, ucciso a Torino nel 2015 per mano di tre vigili e un medico psichiatra mentre eseguivano un TSO. Ma in generale, in ogni reparto di SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) vi sono storie di psichiatria coercitiva di cui prova a dar conto, tra gli altri, Piero Cipriano nei suoi scritti.
“Il giorno dopo faccio la notte. C’è una biologa ricoverata. Da tre giorni è legata. Grida. […] «Stronzo, toglimi le fasce». […] Mi racconta la sua storia. Stava con un uomo che l’ha picchiata per tutti gli anni di convivenza. […] «Quando litigavano» dice «mi legava. E voi cosa avete fatto? Mi avete legata, proprio come faceva lui”
(Cipriano, 2025).
Come esempi di cura radicale, l’autrice ricorda diverse esperienze del movimento antipsichiatrico inglese: la casa di comunità londinese di Kingsley Hall, la rete People, Not Psychiatry (PNP), il collettivo Recovery in the Bin (RITB), la Campaign for Psychiatric Abolition (CPA), il Mad Pride, il Radical Therapist Network. In Italia una bellissima esperienza fu quella della Casa delle Donne, fondata da un gruppo di femministe torinesi a seguito dell’occupazione dell’ex manicomio femminile di Via Giulio, nel 1979: si trattava di una chiara denuncia alla gestione della chiusura dei manicomi grazie alla legge Basaglia, 1978, a cui non seguì alcun percorso di presa di cura alternativa. Purtroppo, e c’era da aspettarselo, il capitalismo ha poi individuato nei disagi mentali una strada proficua per il suo figlio prediletto: il profitto! In Inghilterra, la maggior parte della terapia gratuita è una terapia cognitiva-comportamentale (CBT) la cui gestione è ormai esternalizzata e che mira principalmente a far cessare i sussidi e far rientrare al lavoro attraverso un approccio evidence-based. Ma l’esempio più lampante della mercificazione del settore è la proliferazione delle App per il supporto psicologico online, di cui la stessa CBT si serve. Ma le App e il mondo digitale non sono solo questo. Nella sua profonda analisi, Rosa dimostra come la relazione con lo spazio virtuale e nello specifico con le piattaforme dei social media, agisca a un livello molto più profondo: esse possono farci sentire come fossimo a casa. Ci si rifugia nei propri cellulari, là dove si ritrova una seppur fittizia comunità che riconosciamo come familiare. Dov’è invece la comunità reale? Ci inganniamo quando pensiamo che essa si trovi tra le quattro mura di una casa e tra la normalità obbligata di un nucleo familiare:
“Il nucleo familiare è lodato dai media, dalla pubblicità, dalla cultura popolare e dalle famiglie (anche quelle perlopiù infelici) in quanto miglior tipo di casa possibile. Ma la sua popolarità probabilmente non deriva solo dal fatto che corrisponde alla norma; la casa privata, la casa «di famiglia» promette di soddisfare un bisogno vitale di cui il capitalismo ci priva: quello di comunità”.
Essa è il terreno fertile per la nascita di soggettività funzionali ai bisogni del capitalismo, primo fra tutti quello della cura intesa come lavoro non retribuito o sottopagato. Un contratto sessuale che precede il contratto sociale, direbbe Carol Pateman, la quale spiega egregiamente come il contratto sociale, origine delle libertà individuali nella sfera pubblica, non abolisca il patriarcato ma lo dislochi nella sfera privata, lo spazio domestico di cui lo Stato non si fa tutore, pur servendosene (cfr. Pateman, 1997). Con il cambiamento dalle famiglie allargate alla famiglia nucleare, composta da coppie monogame e relativa prole, la situazione non migliora di certo.
“Questo modo di organizzare la società in piccole unità atomatizzate venne progettato per servire il capitale; eppure, è stata naturalizzata, destoricizzata e, più in generalmente, accettata come un bene morale universale e politicamente neutro”.
La donna si ritrova a dividersi tra il lavoro di produzione e quello di riproduzione oppure ad affidare quest’ultimo a donne di una classe sociale inferiore e spesso appartenenti a gruppi razzializzati. A tal proposito molto interessante è la distinzione operata da Andrea O’Reilly tra mother e mothering al fine di individuare le pratiche di resistenza contro la maternità normativa e l’oppressione che questa istituzione produce (cfr. O’Reilly, 2024). Una profonda implicazione dell’istituzione della famiglia riguarda l’apparato ideologico all’interno del quale si sviluppa e che essa stessa perpetra:
“la famiglia addestra le persone a svolgere dei ruoli cardine del capitalismo, come moglie, marito, figlio, figlia, e insegna loro le ideologie, comprese la razza, il genere e la sessualità, da cui il sistema dipende”.
L’abitare e la famiglia sono strettamente interconnesse; liberare l’abitare è liberare la famiglia e viceversa: liberare l’abitare dalla griglia del capitalismo che usa la forma del nucleo familiare attraverso il contratto matrimoniale per l’assegnazione di sussidi e alloggi sociali preclusi ad altre realtà relazionali mentre l’acquisto di una casa diviene un privilegio; liberare le relazioni a favore di “costellazioni significative di parentela non biologica” contro una monogamia tossica al fine di impadronirsi dei mezzi di riproduzione. bell hooks ci invita a riflettere su cosa accadrebbe se decidessimo di dedicare alle amicizie pari tempo ed energie rispetto a quello che dedichiamo al/alla nostro/a partner (cfr. hooks, 2022). Nuovi modi per porsi in relazione, come le relazioni queer platoniche: la coabitazione, la condivisione di risorse, la cogenitorialità ecc., per la creazione di nuove forme comunitarie di cura, dalla nascita fino alla morte, tema con cui il libro giunge al termine. Il testo prova a elaborare proposte, idee, ispirazioni:
“abolire la psichiatria e costruire strategie di cura collettiva come i piani di sostegno alle crisi; ripensare il concetto di «famiglia» in modi più ampi, che non lascino dietro né sovraccarichino nessunə; ricostruire la «casa», spostandola dalla dimensione privata e dall’isolamento verso la dimensione della comunanza; smantellare la supremazia dell’eteronormatività, ad esempio attraverso un movimento femminista che rivendichi libertà e sicurezza sessuale per ogni persona; trasformare il nostro rapporto collettivo con la morte trovando nuovi modi per riunirci nel lutto, come nei rituali pubblici e nelle veglie contro la violenza di Stato. L’intimità radicale consiste nel far germogliare connessioni, cura e comunità, per permettersi il dispiegarsi di futuri di liberazione”.
Grande merito a effequ, casa editrice “storta e indipendente” i cui libri, come essa stessa richiede, hanno tutto il nostro affetto. Nei prossimi giorni Sophie K. Rosa sarà in cinque città italiane (27 febbraio, Milano, Libreria Lato D; 28 febbraio, Bologna, Serre dei Giardini Margherita; 1 marzo, Firenze, L’Ornitorinco; 2 marzo, Roma, Libreria Tuba).
Contributi preziosi per costruire percorsi di liberazione, o per lo meno, per avere il coraggio di parlarne. Insieme.
- Casa delle Donne Torino, La nostra storia.
- Piero Cipriano, La salute mentale è politica. Quello che non vediamo della psichiatria e che ci riguarda tutti, Fuori Scena, Milano, 2025.
- Franz Fanon, Decolonizzare la follia. Scritti sulla psichiatria coloniale, nuova ediz., Ombre Corte, Bologna, 2020.
- bell hooks, Tutto sull’amore. Nuove visioni, Il Saggiatore, Milano, 2022.
- Samah Jabr, Dietro i fronti. Cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione, Sensibili alle foglie, Roma, 2019.
- Andrea O’Reilly, Maternità femministe, Prospero editore, Novate Milanese, 2024.
- Carol Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, Roma, 1997.

