Di radicalità, queerness e…
Incontrando Sophie K. Rosa

La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro ha compreso ben mille spazi espositivi, trentasei sale incontro e otto laboratori. L’intervisa a Sphie K. Rosa è stata realizzata lo scorso 16 maggio.

La XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro ha compreso ben mille spazi espositivi, trentasei sale incontro e otto laboratori. L’intervisa a Sphie K. Rosa è stata realizzata lo scorso 16 maggio.


A qualche mese dalla pubblicazione del suo Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale edito da effequ edizioni, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare l’autrice Sophie K. Rosa, ospite del Salone del Libro di Torino 2026. Durante il talk di cui è stata ospite, Rosa ha raccontato del suo lavoro da psicoterapeuta e di come questa professione abbia ispirato le riflessioni sulla salute mentale e sulle problematiche biopsichesociali degli uomini e delle donne delle società capitalistiche odierne. Temi di cui abbiamo dato traccia in un articolo che abbiamo dedicato al suo libro. Rosa parla di una pericolosa assenza di solidarietà, che isola l’individuo nella propria fragilità e dell’assenza di comunità reali sostituite ormai da fittizie comunità virtuali. L’abbiamo incontrata dopo il suo talk in compagnia di Marienrica Giannuzzi, filosofa e femminista, per affrontare principalmente i temi della comunità e della critica alla normatività. Interrogata sulla sua esperienza diretta di vita comunitaria, Rosa racconta della comunità londinese con la quale ha condiviso il difficile periodo della pandemia e l’interrogarsi sul futuro:

ROSA – “Ho 35 anni adesso ma quando ho scritto il libro ne avevo 30 e quindi c’erano tutte queste domande intorno al mio ambiente: avremmo creato delle famiglie? Era quello che stava succedendo a ognuno di noi? Quindi stavo cercando di prevenire la perdita della mia comunità. Ha funzionato? Non so! (ride) Parlando della mia vita nel presente, io sento il peso dell’essere parte di comunità principalmente queer radicali in cui queste idee sono ancora celebrate ma nella pratica il loro valore è minimo in comparazione a quello che potrebbe essere il possibile. E questo non perché ne manchi il desiderio ma per delle limitazioni materiali che non ci danno la possibilità di pensare le cose diversamente”.

Giannuzzi sostiene con forza la riflessione sui limiti materiali i quali spiegherebbero la ragione per cui, anche all’interno delle comunità alternative, ci si ritrovi poi a ricreare la formula classica della coppia poiché più efficiente:

GIANNUZZI – “È efficiente per chi ha, per esempio, un lavoro a tempo pieno o che dura diversi giorni e in questi casi la coppia fornisce quella cura minima necessaria per far in modo che tu riesca a tornare a lavoro, nutrita pulita e rigenerata. Quindi è molto difficile non ritrovarsi a fare affidamento su queste abitudini che abbiamo imparato perché sono efficienti. A volte, magari anche se non sono in una relazione romantica, ho una persona con cui divido il lavoro domestico e il supporto psicologico, con cui faccio alcune cose insieme in modo tale che entrambe possiamo navigare l’ambiente lavorativo in maniera più efficiente. E questo non è perché lo scegliamo, a volte, ma è solo perché è più produttivo”.

“Il fantasma della famiglia mononucleare”, così lo definisce Rosa, che propone, come una delle possibili soluzioni, il Crack Capitalism di John Holloway che Rosa intende come “i luoghi in cui questi sistemi rigidi si fratturano e fanno vedere possibili sviluppi”. Rosa fornisce un esempio concreto di gestione alternativa e queer della radicalità e, come riporta il suo testo, queer non è da intendere come un semplice aggettivo da aggiungere alla lista di scelte e posizionamenti di genere e/o sessuali, ma come un posizionamento di contrapposizione al regime della normatività:

ROSA – “C’è questa mia amica più giovane nella mia cerchia, ha 30 anni e la consideriamo una ragazza madre, ha appena avuto un figlio ed è così determinata a rendere comunitari i bisogni di suo figlio che è affascinante vedere come lei lo stia facendo: lo strumento principale sono dei fogli exel in cui lei chiede di fare delle cose pratiche, dei google docs per collettivizzare la cura; robe proprio pratiche su cui interviene la tecnologia: c è un gruppo whatsapp sulla sua gravidanza e chiunque voglia avere degli aggiornamenti può fare riferimento a quel gruppo e infatti credo che sia una grande idea anche se tecnologicamente mediata dal capitalismo, perché no! Lei è quasi sfacciata sulle richieste che ci fa, su quanto si aspetta, per esempio c’è questo modulo e tu semplicemente scrivi quando andrai a casa sua a prepararle la cena, quando andrai a casa a passare la notte mentre lei esce e questo è accaduto da quando il bimbo è nato; molti amici sono andati da lei, a passare del tempo. Sono davvero colpita da questi tentativi”.

Comunità queer platoniche, così come vengono definite nel testo, attraverso una semplice organizzazione e un forte desiderio di condivisione. C’è però un pericolo all’orizzonte, sul quale ci interroghiamo insieme, ossia l’esclusione: riteniamo che realizzare esperienze comunitarie che mettano in crisi l’ordine costituito, che siano dunque radicali, necessitino di determinati strumenti culturali di cui non tutti dispongono. Ci interroghiamo, dunque, se sia possibile includere l’altro/a, dove altro/a, stavolta, è chi si colloca nel “regime del normale”, in questa radicalità. L’osservazione di Rosa, circa il pericolo che le comunità queer platoniche possano essere create solo tra simili, con simili sensibilità ma anche simili condizioni materiali di partenza, mette in discussione la maniera stessa di descrivere la comunità platonica in maniera normativa e tradizionale:

ROSA – “C’è un modo del comune e del collettivo che agisce nelle vite delle persone e che noi non vediamo e io voglio scoprire questi tratti e renderli visibili alle persone che agiscono le comunità politiche; una vita vista da fuori potenzialmente sembra apolitica ma ci possono essere dei modi in cui quella vita, in realtà, quella vita crea comunità meglio di altre. È chiaro che questa non è la norma ma è un modo per ripensare la pratica, perché la questione non è come portare queste persone altre dalla nostra parte ma probabilmente è vedere cosa stiamo condividendo in termini di desiderio immediato. Durante la presentazione, qualcuno mi ha fatto questa domanda sulla no-monogamia e credo che questo non significa che tutti debbano essere poliamorosi, ma che la questione di aprire una relazione ha un effetto su tutti, che è sapere che ci sono delle opzioni nel contesto che ci è dato”.

Un’altra riflessione che nasce dal confronto riguarda, inoltre, il pericolo che la logica individualista si manifesti anche all’interno dei contesti attivisti contemporanei, si pensi, per esempio, alla self-help culture all’interno del femminismo o ai percorsi di decostruzione del sé dell’attivismo queer, per non parlare dell’attivismo sui social dove la costruzione delle proprie identità è il cuore dell’impegno politico (bio, storytelling e così via). La logica neoliberista ha il potere di sussumere le pratiche che vogliamo essere radicali le quali finiscono, dunque, per manifestarsi anch’esse come pratiche profondamente individualiste. Una proposta risolutiva di Rosa è l’attenzione al gruppo, sia all’interno delle pratiche militanti che all’interno di percorsi terapeutici di salute mentale. Al contrario, come continuiamo a vedere nelle nostre cronache locali, la salute mentale è ancora delegata a una dimensione e una responsabilizzazione strettamente individuale.

Come non citare il recente episodio che ha coinvolto un ragazzo trentunenne, Salim El Koundri, che ha ferito otto persone alla guida della sua auto il 16 maggio scorso nella città di Modena: un ragazzo laureato e disoccupato, in passato seguito dal centro di salute mentale al quale si era rivolto autonomamente. Il dibattito pubblico sulla vicenda si limita a considerazioni di natura xenofobe, come c’era da aspettarsi a causa delle origini straniere del ragazzo e al massimo ci si interroga sul perché una persona seguita da un centro di salute mentale fosse libera di circolare, come se la presa in carico della cura mentale fosse ragione sufficiente per la sospensione dei diritti civili. Allargare il dibattito alla riflessione sul senso di spaesamento degli uomini e delle donne nella società capitalista, capiamo essere un tema troppo difficile e delicato per i rotocalchi nostrani. Ci accontentiamo, allora, della responsabilità individuale e di collettivo, resta solo il pubblico linciaggio. Ritornando invece ai temi che Sophie K. Rosa propone nel suo libro, l’autrice invita a interrogarsi sui modi in cui abbiamo interiorizzato la cultura egemone perché qualunque sia la nostra/le nostre identità, chi può veramente dirsi libero? E sano, verrebbe da aggiungere! Se l’essere queer è dunque, più che un definirsi libero, un definirsi in cammino su un percorso di libertà, chiediamo a Rosa: “Quali sono i tuoi cammini?”.

ROSA – “Non so dove sto andando nella vita ma è una bellissima domanda. Non so come rispondere, direi… scrivere questo libro.  E vorrei scrivere qualcosa di un po’ più creativo, sull’ambivalenza della parola maternità”.

Si ritorna così alla radice, alla madre, perché la cura è forgiata da un’intera storia di mothering (cfr. O’Reilly, 2024) che ha permesso all’essere umano di sopravvivere al mondo e a se stesso. La relazione intima che forse più di ogni altra necessita di divenire radicale ed è per questo che attendiamo con ansia il prossimo libro di questa scrittrice e pensatrice brillante, Sophie K. Rosa.

Letture
  • John Holloway, Crack Capitalism, DeriveApprodi, Bologna, 2012.
  • Andrea O’Reilly, Maternità femministe, Prospero Editore, Novate Milanese, 2024.
  • Sophie K. Rosa, Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale, effequ, Firenze, 2025.