Pluripremiato (ultimo l’European Film Awards 2026) e anche selezionato per gli Oscar di quest’anno, il film di Igor Bezinovic, Fiume o Morte!, ora approdato anche su diverse piattaforme digitali, ci riporta a una pagina di storia a dir poco controversa. Si tratta dell’ultima grande avventura, o impresa, di Gabriele D’Annunzio, l’occupazione di Fiume (settembre 1919-dicembre 1920), alla guida di un variegato seguito di artisti, futuristi e avanguardisti, personaggi eccentrici, banchieri e industriali, militari e ufficiali pluridecorati, giovani irrequieti alla ricerca di ideali, figure alla Lawrence d’Arabia come Guido Keller, aviatore già nella squadriglia di Francesco Baracca, o sindacalisti rivoluzionari come Alceste de Ambris e scrittori come Giovanni Comisso; impresa che ha proiettato una piccola città portuale dell’Alto Adriatico, fondata dai veneziani nel XV secolo, poi sbocco mercantile dell’Ungheria asburgica, sulle prime pagine della storia novecentesca.

D’Annunzio, a suo modo, ha donato a Fiume una celebrità a lei forse prima ignota. Ma il sogno di una nuova signoria rinascimentale (o di una “ultra-democrazia” come la definì il generale Caviglia, che costrinse alla fuga il poeta) finì, sedici mesi dopo, il 24 dicembre 1920 (il famoso “Natale di sangue”) sotto i colpi di cannone sparati dalla Regia Marina Italiana su ordine del presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, per sgomberare la “Città olocausta” dopo che il Vate si era rifiutato di abbandonarla in ottemperanza al Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) firmato da Italia e Jugoslavia. In molti ancora vedono in questa avventura i prodromi di un’altra marcia, quella su Roma, due anni dopo. Forse per questo l’impresa di Fiume è passata spesso attraverso le lenti, non di rado deformate, delle ideologie e delle opportunità politiche del momento:
“Fiume divenne allora, per numerosi interpreti che confondono l’ideologia con la storia, la fonte più importante e, naturalmente, carnevalesca del proto- o pre-fascismo: una tesi ancora largamente diffusa e a nostro avviso non aderente al vero”
(Serra, 2019).
Sette attori per D’Annunzio
L’impresa di Fiume viene ricostruita nel docufilm di Bezinovic partendo da una visuale (e uno stereotipo) slavo-centrica o non italo-centrica, secondo una contro-narrazione affidata alle memorie (familiari, d’archivio, urbanistiche, architettoniche) della città stessa. La rievocazione dell’impresa dannunziana è infatti introdotta da una sorta di making of del film. La troupe gira per un mercato chiedendo a fiumane e fiumani se conoscono D’Annunzio. La maggior parte delle risposte oscilla tra un “non lo so, non ne ho la minima idea” e l’altro estremo, “sì, era un fascista” “sì, un fascistone che ha occupato Rijeka e dintorni, ce ne sono anche oggi purtroppo”. Persino un gruppo di turisti italiani afferma di conoscere D’Annunzio aggiungendo, però, “non mi piace, perché era un fascista”. La troupe ferma anche tutti gli uomini calvi e chiede loro di presentarsi per il provino: alla fine, si decide che Gabriele D’Annunzio venga interpretato a turno da sette diversi attori non professionisti, tra i quali giornalisti, membri di band punk-rock croate e persino un pensionato torinese dell’Arma dei carabinieri trasferitosi a Rijeka.

I sette attori girano a turno in uniforme per la città, rifacendo scene iconiche dell’occupazione. D’Annunzio tiene concioni infuocate che sembrano monologhi o discorsi davanti a poca gente che scuote il capo o ride. Per corroborare questa tesi – molto forzata – del D’Annunzio proto-fascista, Fiume o morte! documenta la prima volta in cui un saluto romano venne ripreso e impresso su pellicola. È il settembre 1919: Gabriele D’Annunzio tende di fronte alla cinepresa il braccio destro nel saluto che tre anni dopo sarebbe diventato il marchio distintivo del fascismo italiano e poi del nazismo tedesco. Siamo al solito dilemma che divide gli storici e soprattutto l’opinione pubblica: D’Annunzio va considerato un proto-fascista, o l’esperienza fiumana è un’altra cosa rispetto alla dittatura delle camicie nere? Una realtà sulla quale non si accampano dubbi è che il fascismo mussoliniano ha fatto il copia e incolla di non pochi gesti e riti iconici del fiumanesimo dannunziano:
“Il grido finale (Eja, eja, eja, alalà, ndr) – montaggio erudito di reminiscenze classiche – è quello già introdotto da D’Annunzio durante la guerra e poi ufficializzato a Fiume. È uno dei tanti slogan di cui si approprierà il fascismo così come il «me ne frego», anch’esso eredità di un episodio bellico e che compare nella testata del settimanale di [Mario] Carli. Lo stesso accade per Giovinezza – già canto goliardico, poi inno degli arditi, subito divenuto refrain delle adunate fiumane – e per l’uso della camicia nera e del fez, futura divisa degli squadristi. Questo e molto altro Mussolini deve a D’Annunzio, vero inventore di un immaginario palpitante di suggestione che il futuro duce saprà piegare ai bisogni di un regime autoritario di massa, lontanissimo dall’individualismo anarcoide che domina invece nella comunità d’eletti plasmata da D’Annunzio. Che il fiumanesimo non sia all’origine soltanto incunabolo del fascismo lo conferma il favore con cui il gesto di D’Annunzio viene accolto anche da altri movimenti d’avanguardia, come il dadaismo, tanto che il Club Dada di Berlino – il più politicizzato della galassia dadaista e già sostenitore della rivolta spartachista in Germania, quella di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, di chiara ispirazione bolscevica – si affretta a dichiarare la conquista di Fiume «grandiosa impresa dadaista». D’altra parte, splendidamente dadaiste sono le imprese eroico/buffonesche di Keller e dei suoi sodali”
(Pupo, 2018).
La spedizione, o l’avventura o l’epopea, comunque la si voglia definire, di Fiume “fu di una tale ricchezza in tutti i campi e in tutte le direzioni che è stato più facile, con il senno di poi, farne una caricatura o seppellirla sotto la massa rassicurante degli stereotipi” (Serra, 2019). Fiume non fu solo una vicenda puramente militare, ma l’apice di un complesso movimento politico, culturale e sociale, il sintomo di una febbre che avrebbe conquistato tutta l’Europa fra le due guerre, “ma qui con risultati molto meno funesti che altrove” (ibidem).
La “Vittoria mutilata”
Il blitz fiumano fu una risposta a quella che l’Immaginifico stesso aveva definito “Vittoria mutilata”, perché alle trattative di Parigi, successive alla prima guerra mondiale, Governo e Regno d’Italia non erano riusciti a ottenere tutte le terre ex austroungariche. Mancavano all’appello Fiume e il Quarnaro (o Carnaro, come un tempo si diceva), ma anche la Dalmazia.
Il 18 gennaio 1919 si era aperta a Parigi la Conferenza di pace organizzata dalle potenze vincitrici della Grande Guerra per ridisegnare il quadro geopolitico dell’Europa. In questa cornice l’Italia dovette rinunciare a Fiume, soprattutto per l’opposizione di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, com’era già previsto dal Trattato di Londra del 1915. Peccato che il 30 ottobre 1918 il consiglio nazionale italiano di Fiume, contrapposto a un analogo consiglio nazionale croato, aveva proclamato l’annessione all’Italia. Il 1° dicembre 1918 nasceva il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, nucleo della futura Jugoslavia. Quindi l’impresa di D’Annunzio, partito da Ronchi il 12 settembre 1919 con più di duemila legionari (per lo più reduci di guerra e volontari) si inserisce in un contesto internazionale già di forte tensione, con l’obiettivo di annettere Fiume all’Italia. La marcia su Fiume non fu dunque un’iniziativa isolata, un ghiribizzo di D’Annunzio, anzi, l’occupazione della città, guidata dallo stesso D’Annunzio, formalmente avversata dai governi liberali del Regno d’Italia, fu di fatto sostenuta dal suo esercito, e – come viene anche ricordato nel film di Bezinovic – ampiamente appoggiata da una parte della borghesia industriale e finanziaria.
La Carta del Carnaro
L’impresa fiumana è stata vista spesso e volentieri come un’avventura dello spirito libertario, anticonformistico, quasi anarchico, ammantando – è la tesi di fondo del film – di aura romantica la presenza in quel contesto di personaggi eccentrici, artisti e avanguardisti “dalla sessualità sfrenata e con la passione per la cocaina”, fraintendendo passaggi estrapolati dai proclami dannunziani, in particolare la mai attuata Carta del Carnaro redatta dal sindacalista Alceste de Ambris. Peccato che nel docufilm di Bezinovic non si sottolinei la modernità della Carta del Carnaro. Basta leggerne alcuni punti chiave (i Fondamenti). Nel punto IV la Reggenza – così D’Annunzio chiamò il nuovo governo di Fiume – riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza differenze di sesso, stirpe, lingua, classe, religione. Nel punto VI tutti i cittadini dello Stato, d’ambedue i sessi, sono uguali davanti alla nuova legge. Nel punto VII sono garantite a tutti i cittadini le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione. Il punto VIII garantisce a tutti i cittadini d’ambedue i sessi l’istruzione primaria “in scuole chiare e salubri”, il lavoro remunerato “con un minimo di salario bastevole a ben vivere”, l’assistenza nelle infermità e nella disoccupazione involontaria, la pensione di riposo per la vecchiaia.
Il ponte distrutto
Torniamo al film. Nelle sequenze iniziali alcune inquadrature fisse mostrano gli attuali ponti sul fiume Rječina/Fiumara (ai tempi di D’Annunzio si chiamava Eneo), alle quali vengono poi sovrapposte foto e disegni degli stessi ponti risalenti al Natale 1920, il giorno successivo in cui D’Annunzio, come racconta la voce fuori campo, ne ordinò la distruzione. Quel fiume, appena prima di sfociare in Adriatico, divideva all’epoca Fiume/Rijeka e Sušak, oggi parti della stessa città. Sušak, sulla sponda orientale, al tempo dell’invasione dannunziana era abitata in maggioranza da persone che parlavano croato. Sul lato occidentale, si parlava in prevalenza il dialetto fiumano. Su questo aspetto multi-linguistico, che connota storicamente tutta la regione dell’Alto Adriatico, si fonda uno degli aspetti salienti del film: nei primi dieci minuti i commenti e i dialoghi sono in croato sottotitolati in italiano, ma nel momento in cui i cittadini/interpreti rievocano gli eventi storici, molti passano al dialetto fiumano (il fijumanski oggi quasi scomparso dall’uso quotidiano) che diventa la lingua del film sino alla disfatta dei legionari. Quel dialetto suggerisce, però, ancora ricordi di vita familiare legati ai genitori, ai nonni e alle bisnonne. In questo senso anche l’architettura della città è importante a fini evocativi: alle strutture e agli edifici di epoca asburgica si sono in seguito affiancati o sovrapposti quelli risalenti all’occupazione italiana, poi quelli della lunga stagione socialista e infine gli attuali. In questo scenario composto da strati storici compresenti si muovono i personaggi nei loro costumi d’epoca, aumentando lo straniamento della visione.
L’Aquila bicipite
La componente italiana all’epoca rappresentava poco meno della metà della popolazione totale che nel 1920 contava circa cinquantamila abitanti; come racconta una delle voci narranti, il numero di giovani provenienti da ogni angolo d’Italia – “tutta una mularìa che a casa no i ga de far chissà cossa” – arriverà a diecimila, ignari di dove si trovino, convinti dalla retorica nazionalista di essere l’avanguardia di una civiltà superiore. La piega sciovinista dell’occupazione ha inizio con la parziale decapitazione dell’aquila a due teste simbolo di un impero multi-etnico che guardava tanto a Occidente quanto a Oriente. Gli arditi dannunziani le segarono una testa per renderla romana e così rimase per trent’anni fino a quando (ma questo il film non lo dice) i partigiani di Tito la tolsero dal piedistallo: era il 26 marzo 1949. Il film prosegue narrando la devastazione – tre mesi dopo la decapitazione dell’aquila bicipite – dei seggi elettorali per il plebiscito convocato da D’Annunzio e da lui stesso annullato quando intuisce che la popolazione voterà compatta contro la sua occupazione.

Il film di Bezinovic ricorda poi le multe contro la stampa che criticava il governo, il divieto di riunioni pubbliche, la leva obbligatoria per tutti i fiumani tra 18 e 22 anni, il divieto di sciopero e di propaganda operaia di matrice comunista, socialista e anarchica, e persino quello di festeggiare il carnevale. E infine, nel luglio del 1920, arrivano le devastazioni squadriste contro esercizi pubblici e commerciali non italiani, concertate con l’analogo e più noto incendio del Narodni Dom (la casa del Popolo, nota anche come Hotel Balkan) di Trieste e la simile azione a Pola, prendendo a pretesto i cosiddetti “incidenti di Spalato” del giorno precedente quando alcuni ufficiali italiani della nave Puglia strapparono una bandiera jugoslava scatenando la reazione della popolazione dalmata. Il Narodni Dom a Trieste era la sede delle associazioni culturali ed economiche slovene e croate della città. Di quel gesto, chiamiamolo così, fu ideatore e promotore Francesco Giunta, convinto sostenitore dell’occupazione di Fiume e colui che in seguito, nel 1922, si sarebbe incaricato di occupare nuovamente la città quando D’Annunzio se n’era già andato da più di un anno. Che cosa fu, dunque, l’esperienza fiumana? Il film documentario di Bezinovic non fornisce, ovviamente, un quadro completo e super partes.

A posteriori, potremmo concludere che l’uscita di scena (a colpi di cannone) di D’Annunzio non è servita a molto se consideriamo gli eventi che si sarebbero verificati nei successivi vent’anni circa. Quando, tra i sospiri di sollievo di una parte dei fiumani, i legionari se ne andarono, Fiume divenne una città-stato autonoma, ma durò poco. Nel marzo 1922 un colpo di stato di ispirazione fascista rovesciò la giunta autonomista di Riccardo Zanella e nel gennaio 1924 Fiume fu annessa all’Italia e rimase sotto il regime fascista. Quanto alla Dalmazia, fu presa nel 1941, con l’invasione nazi-fascista della Jugoslavia. D’Annunzio non poté vederla (morì nel 1938). Fece, però, in tempo a celebrare, come prosecuzione della sua impresa, l’invasione fascista dell’Etiopia. Con la fine della dittatura fascista e la sanguinosa rivalsa dei partigiani titini, nel periodo che va all’incirca fra il 1943 e il 1945, Fiume tornerà sotto i riflettori della storia, facendo rimpiangere l’occupazione dannunziana: insieme all’Istria e alla Dalmazia, anche Fiume divenne teatro di quella tragedia umana che fu l’esodo degli italiani dagli estremi confini orientali.
- Nicoletta Bourbaki, «Fiume o morte!» Nello straordinario film di Igor Bezinović, il racconto decolonizzante di una città aggredita, wumingfoundation.com, 4 giugno 2026.
- Gabriele D’Annunzio, La Carta del Carnaro e altri scritti su Fiume, Castelvecchi/Lit Edizioni, Roma, 2019.
- Carlo Otto Guglielmino, Fiume, una grande avventura, Bietti, Milano, 2019.
- Gaetano La Perna, Pola Istria Fiume 1943-1945, Mursia, Milano, 2022.
- Raoul Pupo, Fiume città di passione, Laterza, Bari, 2018.
- Maurizio Serra, L’imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio, Neri Pozza, Vicenza, 2019.
- Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Neri Pozza, Vicenza, 2017.
- Lucio Villari, La luna di Fiume, Guanda, Milano 2019.
- Gianluca Jodice, Il cattivo poeta, Ascent Film, Rai Cinema, 2021.

