Sempre oscuro e inquietante,
se preso dal verso giusto…

Howard Phillips Lovecraft
Canti dall’Altrove.
Poesie e scritti
del Maestro di Providence
a cura di Pietro Guarriello,
Emilio Patavini

I tre sedili deserti,
Il Palindromo, Palermo, 2025
pp. 480, € 25,00

Howard Phillips Lovecraft
Canti dall’Altrove.
Poesie e scritti
del Maestro di Providence
a cura di Pietro Guarriello,
Emilio Patavini

I tre sedili deserti,
Il Palindromo, Palermo, 2025
pp. 480, € 25,00


Leggendo i versi e le riflessioni sulla poesia di Howard Phillips Lovecraft, viene spontaneo chiedersi come questi avrebbe giudicato l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan. Avendo inviso il modernismo, in special modo T.S. Eliot e Walt Whitman, come si sarebbe espresso in merito all’ex giovane menestrello di Duluth, che al contrario quei poeti li ha amati e citati? Si possono soltanto avanzare ipotesi, ma altrettanto dicasi a parti invertite. Difatti, a oggi ignoriamo, tranne alcune generiche ipotesi sorte nel fandom dylaniano, l’opinione del Nobel per la letteratura 2016 riguardo all’opera del Maestro di Providence. Sì, meglio indicarlo in questo modo che con l’abusato “Solitario di Providence” e difatti l’appellativo “Maestro” si ritrova nel sottotitolo del cospicuo contributo alla sua ars poetandi, il volume Canti dall’Altrove. Poesie e scritti del Maestro di Providence, pubblicato nella collana I tre sedili deserti de Il Palindromo. Un’operazione editoriale assai ben curata, come da consuetudine, per la completezza d’informazione fornita dal cospicuo apparato di note e dagli accurati approfondimenti inclusi nell’antologia messa a punto dai curatori, Pietro Guarriello e Emilio Patavini, consentendo la migliore ricognizione oggi possibile sull’opera in versi di Lovecraft, incluse le sue riflessioni teoriche sul poetare, sul valore del classicismo, le sue obiezioni assai critiche al verso libero, alle giustapposizioni scriteriate, alle derive a suo dire del modernismo, appunto. Viene così valorizzata un’attività che impegnò l’uomo di Providence sin dalla sua più tenera età (Il poema di Ulisse, o l’Odissea, qui inclusa, risale al 1897, ovvero fu scritta all’età di sette anni) e che lo vide comporre circa cinquecento poesie con risultati, va detto, non certo paragonabili a quelli ottenuti in prosa, complice l’assenza di un unico, oscuro, terrificante e angosciante universo di riferimento intorno al quale e dal quale far sorgere un’intera cosmogonia, in grado, questa sì, di attraversare le ere, perché il mondo di un secolo fa è difatto distante davvero eoni da noi, ma il lovecraftismo e la lovecraftmania continuano a propagarsi inarrestabili in tutti i territori dell’immaginario.

Un profilo culturale e umano
Nonostante questa necessaria premessa, le poesie di Lovecraft offrono un paio di buoni motivi per essere conosciute. In primo luogo per comprendere meglio l’uomo Lovecraft, le sue passioni, le sue idiosincrasie e i suoi riferimenti culturali, i suoi studi, un mondo dove c’è di tutto, dalla filosofia alla storia antica, dall’economia alla sociologia, un doppio del Lovecraft evocatore di immonde divinità, di terrificanti creature, di obbrobri innominabili e civiltà perdute in un cosmo che ci ignora nella sua immensa estensione. Da qui il pot-pourri di poesie autobiografiche, di satire, di poesie politiche e patriottiche, di parodie e di qualche componimento di taglio più fantastico se non di vero e proprio orrore che il volume antologizza. A ben vedere, il corpus poetico lovecraftiano lo si potrebbe definire il distillato del suo sterminato epistolario, testi che consentono di osservare con un colpo d’occhio più rapido le sue magnifiche ossessioni. A partire da quella ostinata di ritenersi un gentiluomo inglese del Settecento (“che pur essendo io inglese di natali” si legge in Providence anno 2000, datata 4 marzo 1912).  Oppure quell’anelito nostalgico di tornare alla grande civiltà greco-romana, come appare chiaro, per esempio, in Su un colonnato greco in un parco, del 20 agosto 1929, firmata Henry Paget-Lowe (anche per le poesie Lovecraft giocava con le firme):

Come forme pallide lodano da altari inabissati
dei dimenticati di tempi remoti e beati
così anch’io quelle antiche vie ripercorrerò
e nei profondi abissi, tra i templi, per riposare affonderò.

Non mancano espressioni di gratitudine nei confronti di autori ammirati oltremodo, per esempio nella lunga A Lord Dunsany (novembre 1919), un vero e proprio inno allo scrittore irlandese:

Re della Fantasia! La cui eterea mente
ascende a vette fatate, e si lascia alle spalle la folla;
la cui anima incorrotta rompe i confini dello spazio,
e reca a regioni di superna grazia;
come si può lodarti con troppo vigore,
tu che solo splendi in questa folle epoca?

C’è anche una finestra sull’abisso, sul fantastico e sull’orrore, come si è accennato, un nugolo di poesie da aggiungere alla raccolta più famosa (e riuscita), Fungi from Yuggoth, come documenta la selezione che viene qui proposta nella sezione Poemi fantastici, esotici e dell’orrore. Sono da segnalare in particolare La voce dell’agosto 1920, un’evocazione del dio Pan, uno dei tanti frutti della sua devozione ai miti pagani (“A ovest, da rive dove giacciono spezzate colonne/un richiamo d’antica bellezza percorre il cielo”), Il Messaggero del 30 novembre 1929 (“La Cosa, mi disse, sarebbe arrivata di notte, alle tre/dal vecchio cimitero sotto la collina”), quasi un racconto in versi, e Il Simulacro dell’ottobre 1918 (“accadde di notte, a un’ora innominata,/quando le fantasie, in volo delirante/nella mente del dormiente vagano”), dove Lovecraft pare voler ricordare che diverse sue storie erano figlie delle sue visioni oniriche, che trascriveva anche nel cuore della stessa notte in cui le sognava (cfr. Lovecraft, 2017). Non mancano, come si è detto, le sue incursioni sull’attualità, la politica, il costume, a ribadire posizioni quantomeno discutibili, talora insostenibili e a volte anche contraddittorie.
L’altro buon motivo per leggere la poesia lovecraftiana lo si deve al fatto che diverse composizioni sono apprezzabili e non si reggono unicamente sulla forma a base di solida metrica, come invece il suo stesso autore a un certo punto decretò, dichiarandosi in buona sostanza inadatto alla poesia, definendo la sua una “massa di robaccia mediocre e miserevole” (Lovecraft, 2024).
Un esempio paradossale di cimento polemico andato a buon fine è proprio il poemetto satirico scritto tra la fine del 1922 e gli inizi del 1923 (la datazione è incerta) il cui bersaglio era La terra desolata di Eliot. La intitolò La carta desolata. Una poesia di profonda insignificanza che in effetti fa davvero il verso (è il caso di dirlo) al poema eliotiano, operando un collage di rimandi da Omero all’amatissimo Alexander Pope, ma offrendo al tempo stesso sprazzi di lirismo tutt’altro che disprezzabili, come si può capire sin dall’incipit:

Fuori dai confini della notte infinita
crebbe il fulgente pianeta, e costretto alla vita
eterni cicli di progressivo ardore
e strani mutamenti di inestinguibile calore
e libri tediosi, più triti dell’inferno stesso
e pensieri arrugginiti e reiterati
e bevitori di rum sborniati da liquori contrabbandati
e rammaricati di essere volati da quanto erano spaventati
Io andavo in bicicletta in piena nottata…

Non proprio “robaccia mediocre”, anche se Lovecraft è preferibile Altrove, quando si cade a precipizio nei suoi mondi, a loro volta pallide rappresentazioni dell’orrore puro della realtà di un universo che ci vede presenti ma insignificanti e nel quale vaghiamo da una desolazione all’altra, un po’ così:

mi sono calato nel fitto di sette foreste desolate,
mi sono fermato sulla riva di una dozzina di oceani morti,
mi sono inoltrato per diecimila miglia nella foce di un cimitero.

Versi, quest’ultimi, che però non sono di Lovecraft ma di Bob Dylan (da A Hard Rain’s A-Gonna Fall).

Letture
  • Bob Dylan, Lyrics, 1961-1968, Feltrinelli, Milano, 2016.
  • Howard Phillips Lovecraft, Oniricon. Sogni, incubi & fantasticherie, Bietti, Milano, 2017.
  • Howard Phillips Lovecraft, Tutti i romanzi e i racconti, Newton Compton, Roma, 2024.

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