Storia di Ercole in fasce
mentre soffoca il rettile




Hervé Bazin
La vipera in pugno
Traduzione di Riccardo Fedriga

Feltrinelli, Milano, 2025
pp. 240, € 15,20

Hervé Bazin
La vipera in pugno
Traduzione di Riccardo Fedriga

Feltrinelli, Milano, 2025
pp. 240, € 15,20


“Afferrai la vipera per il collo, esattamente sopra la testa, e strinsi, niente di più. Quello scatto improvviso, come la molla di un orologio che balza fuori dalla cassa – e la cassa, per la mia vipera, era la vita –quel riflesso disperato per la prima e ultima volta in ritardo di un secondo, quel freddo arrotolarsi, srotolarsi, riarrotolarsi intorno al mio polso, non mi fecero allentare la stretta”.

Comincia con una stretta il romanzo, con la morsa di un bambino intento a soffocare una vipera dagli occhi color della madre, e con una stretta prosegue: quella al ventre, l’auto punizione che il piccolo Jean si infligge con il nastro dei cioccolatini rubati. Un inizio da manuale per un’infanzia asfissiante, ma già da principio parrebbe non essere la rigidissima educazione cattolica della provincia francese – né la servitù per vocazione del primo Novecento – la culla di questo male; bensì l’ingresso, nelle infanzie dei giovani Rezeau, di quello che viene rappresentato sin dall’inizio con le sembianze di un serpente dal ventre troppo chiaro, “di quelli che, per prudenza, le bestie nascondono fino alla morte – o fino all’amore”. È infatti con la morte della nonna del protagonista che la storia prende piede e la madre finalmente calca – e strega – il palco decadente della tenuta di famiglia, quasi a significare che una nobiltà incapace di accettarsi mutata in borghesia non abbia sbocchi se non in un crudele spettacolo. Il romanzo di Hervé Bazin, acclamato sin dalla sua uscita nel 1948, divenne subito un successo editoriale, fruttando anche un adattamento cinematografico firmata da Pierre Cardinal per la televisione francese nel 1971 e un film per la regia di Philippe de Broca nel 2004, nonché quest’anno anche un graphic novel realizzato da Frédéric Rébéna. Ora torna in Italia dove mancava dai tempi dell’edizione Garzanti del 1974, in una nuova traduzione per I Grammatici, la nuova collana di Gamma/Feltrinelli.

L a pagina d’apertura dell’adattamento scritto e disegnato da Frédéric Rébéna.

Se nel Filippo dell’Alfieri l’interrogativo che incalza il dramma è se sia possibile l’amore sotto la tirannide, in questo romanzo Bazin pare accontentarsi anche solo d’un respiro. Già dalla discesa dal treno dei coniugi Rezeau, e dai sonori schiaffi con cui li accoglie dopo anni di distacco la madre, i bambini sembrano deglutire con la saliva quella parola che in fondo mai avevano potuto pronunciare. Quasi quella della signora Rezeau fosse una crudeltà cui non chieder risposta né clemenza, una cattiveria capace di stanare in pochi sguardi i segnali dei fratelli, il linguaggio segreto che fino a quel momento gli aveva permesso di muoversi nella freddezza dei grandi e che crea, sin da subito, la necessità di un nuovo mondo parallelo, in grado di attutire e metabolizzare lo stravolgimento di quello esistente.
Presentati come in un dramma teatrale – la storia porta infatti alcuni tratti e l’unità d’una tragedia – i tre fratelli Rezeau crescono nel palazzo deserto, sotto l’ala di un padre che di capofamiglia ha ben poco e il cui unico desiderio pare quello di “riunire tutte le terre di famiglia e regnarvi senza gloria, scacciando la noia con ricerche genealogiche e studi entomologici sulle sirfidi” e di una madre matrigna che incarna perfettamente la bocca sorprendente della vipera,

“spalancata, a forma di corona d’orchidea, con, al centro, la famosa lingua bifida – una punta per Eva, una punta per Adamo – la famosa lingua che assomiglia a una semplice forchetta per lumache”.

Romanzo di formazione al contrario, emblema di un declino inevitabile, la scelta della prima persona, senz’altro giustificabile dalla natura parzialmente autobiografica delle vicende, permette di aggiungere un’ulteriore sfumatura alla crudeltà tenace e quasi commovente della signora Rezeau: la percezione di una cattiveria personale, avvenuta quasi per osmosi, con cui il protagonista legge sin da piccolissimo i propri pensieri ancor prima che si tramutino in azioni. Ribelle e convincente, specchio e ombra della Vipera, il piccolo Jean sembra infatti voler fare a tutti costi propria l’incapacità di vivere e comunicare che vince in ogni adulto. Perché forse l’influenza che più soffrono i fratelli è proprio quella d’esser figli di figli, o meglio, figli di genitori che non hanno mai saputo o potuto diventare grandi, e che per questo non possono che ostacolarne ogni slancio.

“La signora Rezeau del sospetto fece dogma. … L’incoerenza era parte del sistema”.

Delle continue vessazioni e privazioni ciò che colpisce e affascina è la purezza del suo sadismo, la totale assenza di spiegazioni, riflessa senza soluzione di continuità in tutti i personaggi. I fratelli Rezeau, infatti, non cercheranno mai l’approvazione o l’amore della madre, né si porranno domande – “l’odio è molto più ingombrante dell’amore” -, e non si troverà alcuna ironia drammatica da svelare. A spingere l’azione non è la presenza di un nemico da battere bensì la multiformità dei tentativi collettivi di sopravvivergli. Una narrazione che trova nella disillusione verso la madre la forza per sopportare e arginare una vita totalizzante e inamovibile. Certamente non è quello della “pazza Bastarda” un personaggio prevedibile, tutt’altro, “già ve l’ho detto, non brillava per intelligenza, ma la sua abnorme forza di volontà sapeva lentamente procurarsi i lumi necessari all’azione”. E così la servitù, numerosa e padrona prima dell’arrivo dei coniugi, ultimo sprazzo di realtà, viene licenziata in massa dal regime della nuova sovrana.

“La grande storia trascura gli umili, anonimi come i milioni di globuli rossi nel nostro sangue, … il popolo da studiare come l’entomologo un termitaio, ammazzando qualche insetto in nome del progresso…”.

Solo Alphonsine, cuoca sordomuta e salva solo in quanto tale, ottiene il riconoscimento di tata, cameriera, guardarobiera e una medaglia dell’Ordine dei vecchi servitori. È infatti la satira più profonda uno dei tratti distintivi della scrittura di Bazin, assieme alle frasi secche e ad uno stile crudo e profondamente evocativo, potentissimo nella visibilità poetica e nell’apparente innocenza, nel suo essere profezia che si auto avvera. Si tesse quindi abilmente una tela di ingiustizie e privilegio, fame e furti, sacro e profano. L’autorità della signora Rezeau si insinua in ogni ambito, sostituendosi persino al personaggio, senza volto, della Chiesa, grazie alla personale istituzione del rito della confessione familiare. Si cercano quindi zone di resistenza, luoghi dove “la bastarda non ci seguiva, per non sgualcire le calze” in un territorio in cui anche “l’ira di un debole finisce per nuocere”. Ma è forse proprio l’ira di questo debole, la sua ingenua incapacità di comprendere e agire a costituire il terreno per la trasparente fantasia dei figli, per giocare assieme e goffamente alla fuga, un padre che

“istruito a dovere, aveva lasciato senza entusiasmo il suo museo dell’insetto per assumere il ruolo di lungotenente del regno a pieni poteri”.

Una filosofia, quella del signor Rezeau, che incarna a pieno un inappellabile controsenso tra Fede e Scienza,

“.. scoprire le leggi della fisica e utilizzarle per il benessere del genere umano, classificare e schedare ogni forma di vita, come faccio con le mosche, trarre da ogni disciplina gli argomenti validi per la difesa della Fede – unica vera scienza: ecco la missione storica della nostra famiglia”.

S’annida infatti platealmente nella sua interminabile risalita per l’albero genealogico dei Rezeau, il disperato tentativo di ammortizzare la caduta della nobile stirpe, creando, come consono al suo mondo noto, l’ennesima classificazione rigorosamente scientifica: “in cima alla piramide ovviamente c’eravamo noi, la borghesia spirituale, vera, pura, vaticanissima, patriotticissima, sale della terra, fior fiore degli eletti. Ne fanno parte trenta famiglie, a esser larghi.”


Un frame dall’adattamento cinematografico di Philippe de Broca .

Osserviamo quindi i goffi e vili tentativi individuali di rapportarsi a questa zona nera e contro natura, a questo male così puro e disarmante da minare ogni certezza, a una rabbia che sgattaiola via come la paura, e osserviamo come ogni personaggio sviluppi in sé un affastellarsi di zone di resistenza deboli e volatili: non si tratta di non prendere la vipera in pugno, ma di non riuscire neanche a osservarla strisciare. Di ammettere che un male così terso esista (“non potevo fare a meno di pensare, però, che solo i governi più deboli ricorrono all’amnistia”). E allora è forse per questo che Jean viene trattato con lo stesso silenzioso sospetto di chi quella voragine la incarna. O forse è perché, sfidandola, non può che riconoscerne le origini umane e proiettarle su di sé. Come se alla coscienza non esista salvezza che sfugga alla contaminazione. Come bastasse guardarlo, quel male, per esserne parte viva.
Uno stile di scrittura, quello di Bazin, che ricorda la sfacciata ironia della commedia all’italiana. Una leggerezza, nell’estirpare il male e osservarlo seccare al sole quasi fosse una veste preziosa, cui solo una penna dotata di tenerezza e distacco può dar luce. Un romanzo gioiosamente crudele, un manifesto vivissimo, uno spietato invito a sgusciare via dalla morsa, a stringere la vipera in pugno, anche quando significa sacrificare parti preziose di sé.

Visioni
  • Pierre Cardinal, Vipère au poing, INA Editions, 2010 (home video).
  • Philippe de Broca, Vipère au poing, Rezo Productions, Ramona Productions, France 3 Cinéma, 2004.
  • Frédéric Rébéna, Vipère au poing, Rue de Sèvres, Parigi, Francia, 2025.