Elegia di un’amicizia
oltre la scrittura

Fleur Jaeggy
Gli ultimi giorni di Ingeborg
Adelphi, Milano, 2026


pp. 44, € 6,00

Fleur Jaeggy
Gli ultimi giorni di Ingeborg
Adelphi, Milano, 2026


pp. 44, € 6,00


“La vecchiaia, disse, è orribile. Ma tutto è orribile, le dicevo. Con una sorta di allegria. Tentavo di convincerla che tutto è davvero orribile, e non per finta. Allora i suoi occhi si irradiavano di felicità. Come quella volta sui gokart, a Vienna. Quando ci scontravamo. E passarono gli anni”.

Come si può evocare il fantasma di ciò che era trasparente ancor prima di svanire? Tre lunghissimi istanti, luoghi dilatati fino a fondersi con le loro stesse ombre, sono i veri protagonisti di questo brevissimo romanzo di Fleur Jaeggy che, con una penna limpida e sottile riesce a rievocare la luce che riempiva le stanze degli ultimi, dolorosissimi, giorni dell’amica. Se Ingeborg Bachmann, scrittrice e poetessa tedesca, si è mai avvicinata a qualcosa di simile all’essere felice, come sottende Jaeggy, l’ha fatto forse nell’estate che traspare da queste pagine, nel suo muto incedere, nell’impalpabile scorrere di un tempo che per tacito accordo si fa immobile. Sul silenzio e la sua comunicabilità si gioca dunque un’intera vita, sulle parole sottese negli occhi. E nei timidi gesti che le accompagnano si fonda l’amicizia che oggi, a distanza di cento anni dalla nascita della poetessa e scrittrice austriaca, torna a respirare in tutta la sua delicatissima luce. È il primo volume della nuova versione della collana di Adelphi, i Microgrammi, che il testo di Jaeggy inaugura nel segno del sacro e del profano; Gli ultimi giorni di Ingeborg si propone come il perfetto ingresso, in punta di piedi, nell’universo di entrambe le scrittrici.

“Questo è forse già un viaggio mentale: la convivenza, il prefigurare. La casa che avevamo affittato era vasta, con giardino. Ma l’acqua era salata”.

Come in un acquario, indifferenti forse al mondo o al suo incessante richiamo, le ore scivolano lente in una bolla che non scoppia, e anche quando immerse nel tumulto del dolore che ne squarcia i corpi e le parole, entrambe le scrittrici non vengono mai meno al loro linguaggio, altro e trasparente, etereo e quasi magico. E se traspare rabbia, da un memoir che nasce, in fondo, da una profonda denuncia dell’ipocrisia borghese, lo fa come presenza, con la stessa forza limpida e decisa di una frase detta a mezza bocca sul letto bianco di un ospedale.

“Che importanza hanno le ossa? O la cenere? O le ultime volontà? Anche se rifletto a lungo, non riesco a dare una risposta”.

Morta per le ustioni di un incidente mai chiarito avvenuto nella solitudine della sua casa romana, probabilmente scaturito da una sigaretta caduta sulla vestaglia di nylon, Ingeborg Bachmann è morta in realtà per l’indifferenza e la superficialità con cui chi la circondava, nei primissimi giorni, ne ha sottovalutato i rischi. Una corsa contro il tempo, quella per salvarla, iniziata troppo tardi, e a cui l’amica assiste impotente come dal buco di una serratura. E se la scrittura può farsi rivendicazione, o mezzo per la giustizia, in queste pagine di sicuro assume uno stile velato e poetico che di Bachmann traspone più che una vita l’anima stessa. E il silenzio di quell’estate sospesa viene quindi ribaltato da Jaeggy in quello che nelle ultime pagine assume la forma di un diario frammentato e frenetico, in cui Ingeborg Bachmann viene dipinta dall’amica quasi per sottrazione, componendo il suo delicatissimo ritratto a partire dai minuscoli dettagli che l’hanno resa, in vita, leggera e profonda come il velo d’acqua che increspa la superficie di un pozzo. Come da chi, grazie a lei, ha imparato a tenerne “in grande considerazione il segreto”.

“I ricordi non sono propriamente un passato. […] Immaginavo una longevità senza morte, una casa di campagna, le descrivevo l’architettura esterna e la legavo con una corda. E un giardino tra le mura, e le dicevo: noi due. […] Mi presentò due o tre superstiti. Che la trattavano come una bambina. Come un genio. Come un poeta. Erano longevi, quasi morenti, ma lei non si accorgeva. Il tempo era lacuna. Omissione”.

Non un romanzo, né un’indagine dettagliata e prolissa, ma tre frammenti che più che ricordi appaiono come squarci di luce, strappi in un cielo di carta su un rapporto che a partire da un bilico comune ha trovato il proprio equilibrio. Da una casa sull’acqua salata e il suo strambo incedere a una stanza in cui ogni domanda lascia il vuoto al silenzio, bianco come le lenzuola che avvolgono il corpo della scrittrice in fin di vita, mai un addio, ma una promessa. E le due facce di una bolla che sa essere carezza e rimpianto, una lettera d’amore che tesse i contorni sottili e crudeli della condanna. Quel silenzio che era scelta e adesso l’afa asfissiante di una Roma deserta, il lento scorrere del Tevere sotto la finestra.

“Chiedo chi l’ha visitata al momento del ricovero. La porta si sta chiudendo. Mi scuso. Bisogna essere gentili con i medici. Ringrazio. Ringrazio chi chiude la porta e non può dare informazioni. Perché informazioni non ce n’erano da dare”.

Ambientata nella pozza di un nichilismo timido e innocuo, immobile e viscerale, Gli ultimi giorni di Ingeborg è un’elegia che dal non detto dispiega tutta la potenza della letteratura da fare, il suo incedere lento e crudele, muto e dolcissimo.

“Quando andai, volavano le mosche”.