L’urgenza delle storie:
riscrivere gli archivi

Giusi Palomba
Frammenti di un discorso di classe
Racconti di vite e di conti
che non tornano
Einaudi, Torino, 2026

pp. 167, € 18,00

Giusi Palomba
Frammenti di un discorso di classe
Racconti di vite e di conti
che non tornano
Einaudi, Torino, 2026

pp. 167, € 18,00


Eppure restiamo sconcertate. Restiamo sconcertate mentre sfogliamo le pagine di Frammenti di un discorso di classe, il nuovo libro di Giusi Palomba e, avanzando con la lettura, scopriamo che si tratta di un memoir in cui i ricordi del passato si mescolano alle riflessioni sul tempo presente. Palomba, scrittrice di origini napoletane abitante del mondo, ci aveva abituate ad altro: la sua precedente opera, La trama alternativa (2023) pubblicata da minimum fax, per quanto prendesse le mosse da un accadimento che la scrittrice vive in prima persona all’interno dei movimenti di Barcellona, consisteva nella narrazione di un incredibile processo di giustizia trasformativa come risposta a un episodio di violenza di genere, una potente analisi critica contro l’approccio punitivo e carcerario. Palomba ci aveva abituate a questo: guardare la realtà con sguardo critico, ridiscutere i termini politici con cui agiamo e legittimiamo l’agire del potere. Una denuncia potente e coraggiosa, una voce che assieme a molte altre, Intimità radicale di Sophie K. Rosa, per esempio, richiama il bisogno di comunità e di creazione di nuove regole che mettano in discussione il sistema dominante.

Ci si approccia alla lettura di Frammenti di un discorso di classe con arco e frecce in mano, pronte a divenire compagne della nuova battaglia che le pagine proporranno. Con La trama alternativa, infatti, Giusi Palomba ha conquistato la nostra fiducia e siamo pronte a seguirla su nuovi fronti. Eppure già il testo del 2023, con quel taglio trasversale tra la narrazione e l’analisi accademica, rivelava come Palomba non sia una scrittrice facilmente inquadrabile e occupi, dunque, una posizione scomoda agli occhi degli addetti ai lavori, come lei stessa ha affermato durante la presentazione del nuovo libro presso la libreria Golem di Torino lo scorso 15 giugno. A conferma di ciò, all’inizio della lettura del suo nuovo testo, ci sentiamo un po’ una “casa caduta”, espressione dialettale citata proprio nelle battute iniziali che indica il trovarsi senza una direzione, con arco e frecce che forse non serviranno, pensiamo. Palomba parla delle sue origini, della realtà delle province napoletane, movimenti di genti che si redistribuiscono sui territori di periferia, si accalcano attorno a quelli che attendono le promesse mai arrivate del miracolo economico. Poi il terremoto dell’Irpinia, il riso di chi non è abituato a lamentare la propria condizione di vita e che, giorno per giorno, tira avanti a campare. Un frammento. Più frammenti. Un discorso di classe che si svela nelle vicende autobiografiche della scrittrice, dalle sue origini fino al suo migrare prima in nord Italia e poi all’estero. Glasgow, dove attualmente abita, e la ricerca di nuovi frammenti che possano rinvenire le tracce di storie altre, che diano un senso alla propria e al proprio divenire cittadina del mondo.

Questo genere di narrazione autobiografica, priva di linearità cronologica, lo riconosciamo come erede di un’importante tradizione di memoir sperimentali inaugurata dalla biomitografia di Audre Lorde in Zami (2014) e ripresa dal memoir di bell hooks in Ferite di passione (2025). Palomba si accosta, (consapevolmente?) a queste due giganti del femminismo e della scrittura e, a nostro dire, lo fa a giusto titolo, perché a partire da sé, questa scrittrice è in grado di elaborare profonde analisi politiche su spaccati di vita in cui la classe conta (cfr. hooks, 2022). Si pensi, ad esempio, alla narrazione circa gli accadimenti di Farlkirk, un paese ex operaio a nord est di Glasgow noto per le proteste contro gli stranieri a seguito di una violenza sessuale nei confronti di una minorenne a opera di un richiedente asilo afgano. A partire dalle vicende di Farlkirk che possono spiegare l’affermarsi delle destre nei territori periferici, l’autrice muove un’importante critica agli ambienti progressisti dominati dalla classe media e all’atteggiamento di deresponsabilizzazione nei confronti di una soggettività politica che, pur nella sua eterogeneità, può essere individuata come “il soggetto di classe operaia che vota a destra”. Ciò contro cui muove l’autrice è

“l’idea che l’antidoto all’avanzare dei neofascismi consista nello spiegare le cose a chi non le ha capite. […] Basterebbe allora trovare le parole giuste, il tono adeguato, l’argomentazione più forbita e la realtà a quel punto si riallineerebbe ai valori giusti. Se questo miracolo però non avviene immediatamente, se la capacità persuasiva dell’oratore fallisce, allora il campo viene abbandonato con una scrollata di spalle. Il soggetto si trasforma in un rozzo irrecuperabile, qualcuno che non merita nessuno sforzo”.

Un atteggiamento di deresponsabilizzazione contro cui l’autrice muove il suo bisogno e la sua “responsabilità di comprendere”. Ecco che una prima freccia è stata scoccata. Che farne delle altre? Che farne quando la lettura accompagna l’animo verso la percezione di quel vuoto, “ossessione silenziosa”, che abita l’autrice e che il lettore assume a sé in un processo di riconoscimento della propria storia tra le pagine? Non è impresa facile far del silenzio uno dei principali soggetti dello scorrere di parole scritte, lette, dette. Eppure, Giusi Palomba ci riesce e quel silenzio che lei narra come parte integrante della sua vita, della sua crescita, accompagna lo scorrere delle pagine dal principio alla fine. Il silenzio che la ragazzina ritrovava al suo ritorno, dopo la fuga e il rifiuto che in famiglia “si parlasse di me con parole non mie”; il silenzio del tempo privo di storie scritte, il silenzio degli archivi.
Archivi mediterranei, postcoloniali, gli archivi del sud Italia, che custodiscono la potenza delle storie orali, della storiografia non ufficiale, che scompaiono quando scompaiono i corpi, come ricorda la voce-guida di Aldilà di qua, cortometraggio di Alessandra Cianelli, il cui nome figura tra le artiste del M.A.M. Matri Archivio del Mediterraneo, con Silvana Carotenuto tra le sue fondatrici; in Aldilà di qua, Cianelli restituisce la potenza di una storia intima che è anche una storia collettiva: la sua narrazione e il suo lavoro di ricerca delle memorie del passato, aprono una breccia dove l’artista invita a posare lo sguardo per riconoscere come nostro un passato che non passa, direbbe Ian Chambers (cfr. Chambers, 2016), dell’Italia e del colonialismo in nord Africa da cui nacque l’esperienza della Mostra triennale delle terre italiane d’Oltremare. La Prima Triennale è la manifestazione concreta di un archivio da intendere, secondo le parole di Michel Foucault, come “la legge di ciò che può esser detto” (Foucault, 1997), come dimostra egregiamente Alessandra Ferlito nei suoi lavori di ricerca (cfr. Ferlito, 2016), poiché sono i poteri dominanti a decidere cosa descrive e cosa no, cosa è nominato e cosa è taciuto.

L’archivio tace, nasconde, “l’archivio è, dunque, anche un luogo di silenzio” (Conelli, 2022) e Palomba, che pur quei silenzi li subisce e a essi si accompagna nel suo andar per luoghi, decide di dar parole alle memorie e di aprire e contribuire a nuovi “archivi precari”, come quello di People’s Palace, un museo di Glasgow dedicato alla storia sociale fondato nel 1898, “uno di quei luoghi che avevano il compito di custodire ciò che altrove non trovava posto, le vite ordinarie delle persone che hanno fatto la città”. Forse qui dobbiamo scoccare la maggior parte delle frecce del nostro arco, nelle memorie autobiografiche, nella ricerca delle altrui impronte in cui rintracciare il tendere al comune desiderio di essere, di essere registrate. Nell’urgenza dell’autrice di non lasciar andare ciò che minaccia costantemente di sparire, ciò che sopravvive nei margini, nel bordo, “laddove la profondità è assoluta” (hooks, 2020), quei silenzi divengono il luogo in cui posizionarsi e ad ascoltarlo, il silenzio, si impara a recuperare ciò che si era rifiutato, a riconoscerlo come costitutivo dell’essere qui e ora e dell’esserci arrivata nel qui e nell’ora con il proprio corpo così com’è, così come percepisce il mondo, con le sue armi e le sue frecce, a disposizione lì, dietro la schiena, proprio laddove possiamo ritrovare sorelle pronte a camminare con noi (cfr. Moraga, Anzaldúa, 1981). In questo scorrere benjamiano del testo, in cui il passato non passa e lascia avanti a sé tracce e per l’appunto, frammenti, domande senza ancora risposta, parole non dette che vivono al margine pronte a esplodere in boati, i frammenti di ricordi che riguardano la madre e la nonna dell’autrice, sono i maggior agganci per chi condivide una provenienza, una condizione materiale, una vita in un sud globale che è archivio di resistenze vissute dai corpi prima ancora delle coscienze:

“[…] il loro sottrarsi, rimanere indecifrabili, intracciabili, in molti casi è stato il solo modo di esistere per le persone che mi hanno cresciuta. La mia gente, mia madre, con quello che io pensavo fosse totale incoscienza, stava preservando dall’aggressione esterna tutto ciò che poteva, quello che rimaneva della sua storia”.

Tre generazioni di donne. C’è lei, che “sa di poter contare sui suoi doveri di donna” quando cerca la complicità con sua figlia e che “siede sulla terrazza costruita dal marito che non c’è più. Questo era tutto il suo orizzonte”; e poi c’è lei che “cuce, ricuce il senso delle storie” e che “i libri li leggeva come un’altra cosa da fare, e voleva leggere allo stesso modo in cui faceva tutte le cose”. E poi “ci sono io che scrivo con in testa l’idea di non dover occupare il tempo di chi legge, correndo veloce, anticipando affannosamente i discorsi”. Mani che si muovono, per riordinare, per cucinare, per cucire, per accudire. Per scrivere. Forse il divenire di ciò che si eredita è il senso più profondo della restanza (cfr. Teti, 2022), di un andare che è anche un restare, di un farsi carico della propria storia e custodirla per creare un nuovo sguardo sul mondo e un nuovo modo di esserci, nel mondo.

“Il modo in cui la politica attacca il corpo delle classi popolari, cerca di votarlo all’odio del diverso, non è solo argomento di analisi che finiscono sui giornali, è il racconto intimo di tante famiglie. La mia non ha più valore delle altre, è quella che mi è più prossima, è quella da cui devo partire per occupare lo spazio che riuscirò a prendermi”.

Letture
  • Iain M. Chambers, Il passato che non passa, in Presente imperfetto. Eredità coloniali e Immaginari razziali contemporanei, (a cura di) Giulia Grechi e Viviana, Mimesis, Milano, 2016.
  • Carmine Conelli, Il rovescio della Nazione. La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno, Tamu, Napoli, 2022.
  • Alessandra Ferlito, Re-inventare l’italianità: la Triennale delle Terre italiane d’Oltremare di Napoli, Root§Routes. Research on Visual Cultures, 2016.
  • Michel Foucault, L’archeologia del sapere. Una metodologia per la storia della cultura, Rizzoli, Milano, 1997.
  • bell hooks, Elogio del margine. Scrivere al buio, Tamu, Napoli, 2020.
  • bell hooks, Da che parte stiamo. La classe conta, Tamu, Napoli, 2022.
  • bell hooks, Ferite di passione. Una vita di scrittura, ilSaggiatore, Milano, 2025.
  • Audre Lorde, Zami. Così riscrivo il mio nome, ETS, Pisa, 2014.
  • Cherríe Moraga, Gloria E.Anzaldúa, This Bridge Called My Back. Writings by Radical Women of Color, Persephone Press, Londra, 1981.
  • Giusi Palomba, La trama alternativa. Sogni e pratiche di giustizia trasformativa contro la violenza di genere, minimum fax, Roma, 2023.
  • Vito Teti, La restanza, Einaudi, Torino, 2022.
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