L’architettura concettuale del postmodernismo si è sedimentata nel discorso pubblico anche e soprattutto a partire dall’omonimo saggio di Fredric Jameson uscito nel 1991. Oggi però, le sue parole più utilizzate (e abusate per tanti anni) ovvero postmodernismo, postmodernità e tardo capitalismo scontano una certa sfasatura cronologica. Già nell’introduzione alla prima edizione italiana di questo importante testo, Daniele Giglioli faceva il punto della situazione sull’inattualità delle categorie postmoderniste. A distanza di molti anni dal 1991 e a due anni dalla scomparsa di Jameson, Einaudi propone una nuova edizione italiana del saggio del critico statunitense che ci ricorda come tutti i nodi discussi sono ancora tutt’altro che risolti. Tra questi vi è certo quella frammentazione dell’identità che è diventata la cifra più riconoscibile dell’indagine postmoderna. Ma il libro di Jameson è, anzitutto, l’analisi di un’invasione: il capitale che entra definitivamente nella cultura in seguito alla sua industrializzazione. Il capitale prende la cultura, ne assume le sembianze, ne assimila le metodologie riproduttive e con queste penetra in profondità dentro tutte le pieghe della realtà sociale e della psiche collettiva.
Le parole o le cose?
La presunta inattualità del saggio più celebre di Jameson sarebbe nell’abuso che è stato fatto della parola postmodernismo nell’ambito del discorso pubblico sulla frammentazione della soggettività moderna. Sì certo il soggetto è frammentato ma a Jameson interessa la totalità e non i singoli fenomeni. Anche il termine tardo capitalismo jamesoniano sembra suonare un po’ generico ai contemporanei, pur avendo ispirato intellettuali dello stampo di Mark Fisher. In Realismo Capitalista (2018), Fisher analizza come un segugio quell’atmosfera psico-sociale e quel clima di ineluttabilità generati dal tardo capitalismo e dalle sue strutture che assediano il pianeta e l’inconscio rendendo invisibile o irrilevante qualsiasi progetto alternativo di organizzazione economica, politica e sociale. Nonostante la lucidità di questa analisi (coerente con il punto di partenza d’ispirazione jamesoniana), l’idea di un capitalismo in fase senile (o terminale come forse auspicano tutti quelli che utilizzano l’etichetta tardo capitalismo) non convince del tutto i contemporanei.

Oggi il capitalismo sembra in gran forma e, finora, perfettamente in grado di gestire il dissenso e gli effetti collaterali, nonché soffocare sul nascere le potenziali alternative. Di fatto le aspirazioni anni Novanta rinforzate dalla tecnologia delle reti digitali (che nascevano come strutture pluraliste e decentrate by design) sono reperti archeologici seppelliti dai fatti e dalle pratiche. Tra l’altro oggi si sta riattizzando il fuoco del colonialismo piombando il mondo in un nuovo-vecchio gioco di sovranismi e imperialismi. Così la cultura cerca riferimenti barcollando tra regimi materiali e immateriali: mentre si progetta la città del futuro tra automobili autonome, robot e reti digitali sempre più potenti e telepatiche, la gente continua a morire in guerre arcaiche, in assedi medievali contro civili inermi, in aggressioni energivore, in fughe dalla miseria sbattendo contro le mura di cinta sempre più alte e crudeli edificate dalla stra-piccola minoranza dell’umanità. Il piano della cultura reagisce cercando nuove parole e nuove categorie per provare a razionalizzare i paradossi del garbuglio tra atomi che piangono e bit che ridono. Così commentatori e analisti preferiscono prendere la parola capitalismo e declinarla in decine di espressioni, ciascuna destinata a uno specifico pubblico e a una specifica nicchia editoriale.
Del resto, per dirla con Michel Foucault, il rapporto tra le parole e i concetti non è un ponte diretto ma una gabbia storica, una griglia di possibilità definita in partenza dalla struttura profonda dei saperi nell’ambito di una determinata epoca. La gabbia di oggi sembra preferire termini che non contengono post o tardo e questo potrebbe essere sintomatico della piena realizzazione di una fase storica in cui, come scrive diffusamente Jameson nel suo saggio, viene disincentivato il bisogno di storicità. Il punto è che, nella sostanza, sotto le vistose increspature dell’evoluzione tecno-scientifica e delle guerre, le forme organizzative definite dal capitalismo moderno non sono affatto cambiate rispetto al 1991.

La tecnologia e il consumismo hanno funzionato e funzionano ancora molto bene come ambasciatori del sistema capitalista, al punto da rendere cultura le merci stesse. Negli ultimi decenni l’umanità ha vissuto non solo l’industrializzazione della cultura, ma anche e soprattutto una radicale culturalizzazione dell’economia, laddove la produzione di merci non può più esistere senza la produzione di senso, di narrazioni e di stili di vita. Produzione e consumo sembrano ruotare attorno all’imprescindibile marketing definendo una matrice culturale che ha bisogno di coprire quasi tutto lo spettro dell’immaginario collettivo. Potenziato dalla convergenza digitale e dalle tecnologie per comunicare, questo immaginario edificato dal capitale pompa nel sistema desideri, valori, identità. Il cuore del discorso di Jameson non è tanto l’affermazione di un postmodernismo che si contrappone e supera un modernismo, quanto invece l’indicazione di una sovrapposizione tra capitalismo e cultura (cosa che non era avvenuta del tutto con la prima e la seconda industrializzazione), tra i processi di produzione delle merci estetiche e quelli della produzione di merci in generale. Si provi ora a sostituire la parola postmoderniso con un neologismo a scelta e a riconsiderare se sia attuale o meno la sovrapposizione concepita da Jameson.
La dissoluzione del soggetto e del tempo storico
Quando Jameson parla di dissoluzione del soggetto moderno si tende a dare per scontata l’allusione a un soggetto postmoderno che lo studioso si guarda bene dal teorizzare. Tale soggetto esisterebbe se e solo se dal tardo capitalismo fosse scaturita una svolta in grado di rivoluzionare radicalmente le logiche imperanti del capitalismo, il funzionamento dei mezzi di produzione e quindi di produrre una nuova matrice culturale. In assenza di tale svolta, quel che resta è il solo soggetto moderno che si dibatte in una crisi permanente. Un naufragio vissuto in maniera pienamente moderna ovvero rifiutando orgogliosamente e laicamente la bussola costituita dalla Storia e qualsiasi ancoraggio nella tradizione. L’esternalizzazione tecnologica, promuovendo l’immaterialità, ha avuto come effetto collaterale l’indebolimento del senso di produzione di artefatti concreti. Venendo meno gli ancoraggi materiali e simbolici che strutturano l’esperienza, probabilmente si è indebolita anche la memoria individuale e, con essa, la memoria collettiva. Il senso storico lascia così spazio a quella frammentazione dell’identità che costituisce una delle cifre più inconfondibili della condizione postmoderna. Con il suo eterno presente, il postmodernismo tende infatti a ridicolizzare la profondità temporale: il cambiamento non è più concepito come trasformazione storica, ma come continua sostituzione di merci e mode. Questa tirannia del presente produce un soggetto schiacciato nell’immediatezza dell’hic et nunc, sempre più incapace di collocare la propria esperienza entro una narrazione di lungo periodo. Ne consegue una soggettività instabile, in cui memoria e identità assumono la forma di mosaici spezzettati difficilmente unificabili e quindi disegnati più dalla contingenza e dall’improvvisazione che dalla continuità e dalla coerenza (cfr. Cavicchia, Pecchinenda, 1996). La memoria si è consumata perché ai postmoderni non interessa più avere un legame perfetto con il passato o con gli eventi della realtà materiale.

Si preferiscono i simulacri, più maneggevoli e facili da comprendere. Jameson, riprendendo la concezione platonica, usa il termine simulacro per intendere “copia identica di un originale mai esistito”. La conoscenza e la memoria non si ancorano più alla materia o all’esperienza diretta, ma si affidano a dispositivi come il sistema Esper in Blade Runner (1982). Nel film di Ridley Scott vi è la celebre “zoomata impossibile” offerta da una tecnologia utilizzata dall’investigatore Deckard per risolvere un caso. Il computer Esper scansiona una fotografia ricostruendo dettagli invisibili all’occhio umano, rivelando presenze e connessioni nascoste. Questi futuribili ingrandimenti e queste torsioni fantascientifiche sono perfettamente comprensibili ai contemporanei che stanno imparando ad apprezzare il modus operandi dell’intelligenza artificiale generativa: essa non registra né ricostruisce il reale pezzo per pezzo (o, se si preferisce, pixel per pixel), ma offre piuttosto un continuum virtuale fatto di serie storiche e di probabilità, un archivio potenzialmente infinito di varianti (oggi diremmo multiverso) da cui estrarre quella che ha più senso in un determinato momento per un determinato essere umano.
Nella prospettiva di Jameson i costrutti culturali finiscono per produrre e organizzare il reale anziché limitarsi a conservarlo. Per questo l’autore cita Blade Runner, sottolineando che l’identità dei replicanti si fonda sulla gelosa custodia di fotografie artefatte, tracce di un vissuto indotto dai produttori di corpi e menti sintetiche.

Il replicante svela il “reale postmoderno” ovvero la presa di coscienza che ogni legame con il passato, sia esso Storia collettiva o storia strettamente individuale, è necessariamente e ineluttabilmente filtrato, mediato e rimodellato dalla cultura. La terziarizzazione avanzata dell’economia potrebbe aver amplificato, se non generato direttamente, l’irresistibile ascesa dei simulacri. Per Jameson, il computer è un “involucro” che “non ha alcun potere emblematico o visivo”, al pari di “quell’elettrodomestico chiamato televisore”. Le sue osservazioni si concentrano sul design industriale e sull’aspetto materiale degli oggetti elettronici ma finiscono con l’espandersi a tutti gli aspetti relazionali implicati.
“Queste macchine sono mezzi di riproduzione più che di produzione, e alla nostra facoltà di rappresentazione estetica pongono esigenze molto diverse rispetto a quanto faceva l’idolatria relativamente mimetica dei futuristi per la macchina […] Qui, più che con l’energia cinetica, abbiamo a che fare con tutti i nuovi tipi di processi riproduttivi; e nelle produzioni postmoderniste più deboli l’incorporazione estetica di questi processi tende spesso a ricadere in una facile rappresentazione puramente tematica del contenuto, in narrazioni che «parlano di» processi di riproduzione e comprendono cineprese, registratori e tutta la tecnologia della produzione e riproduzione del simulacro”.
Qui Jameson ci invita al cinema indicando il “passaggio dal modernista Blow-up di Antonioni al postmodernista Blow Out di De Palma”. In effetti il film di Brian De Palma costituisce una pietra miliare per quella cultura tardo capitalismo che mette al centro della narrazione (più o meno metaforicamente) il dispositivo mediatico inteso sia come cattura che come manipolazione della realtà. Per Jameson gli apparati riproduttivi elettronici sono lo specchio e il motore di un sistema globale che ha sostituito la profondità della storia con la superficie dei dati, rendendo la tecnologia l’unico linguaggio disponibile per rappresentare la nostra posizione nel mondo.
Cartografia cognitiva e nuove rotte verso il possibile
L’intento di Jameson non consiste nel denunciare moralisticamente il processo di addomesticamento capitalista della realtà, né dichiarare una resa incondizionata rispetto a tale processo. Al centro di Postmodernismo c’è soprattutto la proposta di una “cartografia cognitiva” (cognitive mapping): rispetto alla complessità del reale occorre una pratica estetica e politica capace di restituire all’individuo una visione sintetica ma concreta del proprio posizionamento nel mondo. Il soggetto contemporaneo vive immerso in quella che Jameson definisce l’iperspazio postmoderno: una rete globale di scambi economici, flussi di dati e strutture di potere così vasta e complessa da sfuggire alla capacità di percezione e di comprensione del singolo. Se il modernismo era dominato dall’angoscia dell’alienazione di un Io forte e coerente (si pensi all’esistenzialismo), il postmodernismo è caratterizzato dalla frammentazione del soggetto in una pluralità di stati psichici instabili. Tra le narrazioni seriali più lucide su queste tematiche, Fredric Jameson colloca la letteratura cyberpunk di William Gibson in quanto espressione “tanto delle realtà imprenditoriali transnazionali quanto della stessa paranoia globale”. Gibson si avvicina al “sublime postmoderno” perché offre una forma di presa su ciò che non è possibile afferrare:
“[…] uno schema rappresentativo sintetico e privilegiato per comprendere una rete di potere e controllo ancor piú difficile da cogliere per la nostra mente e la nostra immaginazione: tutta la nuova rete globale decentrata della terza fase del capitalismo”.
Quello che Jameson definisce il filone narrativo della “paranoia high-tech” offre “intricate cospirazioni” che si accordano bene con la caratteristica attenzione alla post-verità che aleggia nelle arene comunicative contemporanee. Nelle mappe cognitive proposte da Jameson sono codificate le tensioni sotterranee dell’ordine capitalista (il suo fine ultimo per così dire) riflesse dalle futuribili zaibatsu gibsoniane. William Gibson e Fredric Jameson propongono visioni del capitalismo contemporaneo affatto superate e anzi da rilanciare perché contengono sia la potenza di fuoco delle allucinazioni collettive, sia i semi duri a morire del desiderio utopico individuale.
Nel saggio Naufragio con spettatore (2001) il filosofo Hans Blumenberg ricostruisce la storia di una metafora che attraversa oltre duemila anni di pensiero occidentale: quella dello spettatore che osserva da terra un naufragio in mare. Per Jameson il postmodernismo abolisce la distanza critica tra lo spettatore e la cosa osservata. E allora come rappresentare una totalità che ci sovrasta? Qual è la posizione del soggetto (frammentato) di fronte a forze storiche soverchianti? Certo oggi non esiste più una riva (un esterno al capitalismo) da cui osservare il disastro.
- Hans Blumenberg, Naufragio con spettatore, Il Mulino, Bologna, 2001.
- Antonio Cavicchia Scalamonti, Gianfranco Pecchinenda, La memoria consumata, Ipermedium Libri, Napoli, 1996.
- Mark Fisher, Realismo Capitalista, Nero Editions, Roma, 2018.
- Michel Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano, 2016.
- William Gibson, Neuromante, Mondadori, Milano, 2023.
- Simon Reynolds, Retromania, Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, minimum fax, Roma, 2017.
- Michelangelo Antonioni, Blow-up, Sinister Film, 2020 (home video).
- Brian De Palma, Blow Out, MGM Plus, 1981 (streaming video).
- Ridley Scott, Blade Runner. Final cut, Warner Home Video, 2011 (home video).

