Chissà se questo disco d’esordio farà da preludio a un’attività parallela, alla stregua di quella, godibilissima, di Charlie Watts, che da batterista dei Rolling Stones è rimasto comunque fedele al suo primo amore, il jazz, tenendo in piedi il suo quintetto e varie altre situazioni. Il riferimento a Watts è più orientato alla sorpresa di un rocker che vira al jazz che propriamente all’aspetto musicale, perché Honora, questo il titolo dell’album di Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, è certamente immerso in atmosfere jazz, ma dai profili assai particolari, dovuti alla presenza di una serie di musicisti anch’essi dai contorni insoliti, perlomeno a queste latitudini, il che denota un acume per certi versi inaspettato che sta a capo di questo lavoro. Ed è necessario proprio partire dai collaboratori di Flea per inquadrare al meglio l’operazione Honora, cercando di cogliere l’humus presente nella musica registrata sul disco. Partiamo innanzitutto dal trio Jeff Parker, chitarra, Josh Johnson, sax (e produzione in questo caso) e Anna Butterss, contrabbasso, membri dell’ETA IVtet insieme al batterista Jay Bellerose, quest’ultimo non presente sul disco. La particolarità e il fascino di Honora iniziano proprio dalla presenza di questi musicisti certamente non affini allo star system, ma artisti di ricerca, autori e frequentatori di musiche per così dire sperimentali, inconsuete, ma di grande spessore. Ed è certamente una sorpresa trovarli a fianco di un musicista sì di qualità, ma stabilmente accasato nell’area di un rock abbastanza commerciale pur non banale e con spunti assai interessanti nel corso della lunga carriera, quali sono i Red Hot Chili Peppers.
Flea. Foto di Gus Van Sant.
Il più famoso dei tre è sicuramente Jeff Parker, ex membro dei post rockers Tortoise e Isotope 217, tra le situazioni più innovative e fondanti degli anni Novanta, e dei Chicago Underground Trio, insieme al trombettista Rob Mazurek e al batterista Chad Taylor, autori di una miscela avant-garde jazz esplosiva ed entusiasmante; oltre a una serie innumerevole di collaborazioni e progetti che vanno da Joshua Abrams a Meshell Ndegeocello, da Jason Moran a Hamid Drake, Makaya McCraven, Matana Roberts, nonché membro dello storico AACM di Chicago. Insomma, uno dei volti e delle voci più interessanti e innovative della musica jazz e sperimentale di questi ultimi anni. Di base a Chicago, nel 2013 decide di spostarsi a Los Angeles, a seguito della moglie, convinto di lasciarsi alle spalle quella scena ricca di creatività e aperta a innumerevoli influenze, dal dub al rock, al rap alla techno, al jazz ovviamente. E invece, inaspettatamente, Parker inizia a diventare il fulcro di una comunità dai caratteri simili, approfittando anche della relativa assenza di un circuito alternativo (cfr. Haver Currin, 2026).
Le sue serate all’ETA bar (un locale chiamato così in omaggio all’accademia di tennis di Infinite Jest, il capolavoro dello scrittore David Foster Wallace), insieme al batterista Jay Bellerose, ricercato turnista nei più disparati ambiti musicali ma alla ricerca di nuove esperienze, coinvolgono un piccolo ma ostinato gruppo di musicisti che approcciano l’improvvisazione libera in una maniera particolare ed originale: configurare lunghe suite in modalità minimale, ma alterando costantemente il tessuto sonoro, con particolare attenzione al suono e all’interplay. Vividi esempi di questo approccio sono per l’appunto l’ETA IVtet e gli SML, costituiti dai succitati Anna Butterss e Josh Johnson, protagonisti delle serate all’ETA bar, insieme al chitarrista Greg Uhlmann, al batterista Booker Stardrum e all’elettronico Jeremiah Chiu (con lavori tutti editi dalla International Anthem di Chicago, che evidentemente ha colto appieno la validità di questa piccola scena).
In un certo modo echi e modalità di questo approccio sono presenti nel disco solista di Flea, che ha saputo cogliere la novità e anche la vitalità di questo approccio, introiettandolo, integrandolo appieno nelle sue composizioni. Si prendano ad esempio i quasi undici minuti di Frailed: una sorta di dub psichedelico attraversato da un delicato riff di tromba, il basso agile che entra nelle viscere, l’avvolgente Fender Rhodes di Nathaniel Walcott, accenni improvvisativi di flauto e viola (Warren Ellis), l’essenziale batteria di Deantoni Parks con il rullante trattato da John Frusciante (lo storico chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, in questo brano anche alla tromba) e la chitarra sommessa ma ritmicamente incisiva e connessa alla tromba ricca di delay di Flea, in un dialogo seducente, quasi intimo. Sono undici minuti di autentico respiro, che rappresentano una sorta di fulcro dell’intero disco e che danno l’esatta cifra stilistica all’intero album: una libertà creativa che tiene insieme il posato funky di Traffic Lights, dagli inevitabili richiami, ai Radiohead vista la presenza alla voce di Thom Yorke, alle atmosfere alla Gil Scott-Heron di A Plea, con riff di fiati da jazz rock inglese e un intrigante intreccio tra il basso di Flea e il contrabbasso di Anna Butterss, o alla delicata, sognante e malinconica rilettura di un classico dei Funkadelic, Maggot Brain, altra perla del disco.
Ma la capacità di esplorare territori diversi e connetterli in una visione unica e coerente include una splendida versione di Wichita Lineman, del pluripremiato songwriter, produttore e cantante americano Jimmy Webb che divenne una super hit nella versione registrata da Glen Campbell nel 1968 e qui affrescata in una sorta di ballad dolente e intensa grazie alla splendida interpretazione di Nick Cave, passando per una Thinkin Bout You di Frank Ocean e Shea Taylor, avvolta dagli archi e illuminata dalle linee melodiche alternate di basso e tromba, con un Flea poetico e trasognato, e per l’energica e psichedelica Free As I Want To Be, reiterato funk increspato dalla chitarra di Parker e ricco di echi dub, degna chiusura dell’album e dal titolo che di quest’ultimo pare enunciarne l’intento. Resta da dire della magmatica Golden Wingship, sperimentale quadretto di apertura caratterizzato dal groviglio di basso elettrico e contrabbasso, della colemaniana (nel senso di Ornette) Morning Cry, con libero dialogo tra Parker e la tromba di Flea e la ritmica della Butterss e di Deantoni Parks in preziosa evidenza, e della notturna Willow Weep For Me, standard jazz composto da Ann Ronell e da lei dedicato a George Gershwin, con il moog di Josh Johnson che si incunea nel tessuto sonoro e solleva l’incantevole melodia della tromba di Flea.
Un coerente pastiche di alta levatura
Funkadelic, un produttore, cantante e songwriter famoso come Jimmy Webb, uno standard jazz di Ann Ronell, Frank Ocean, Thom Yorke dei Radiohead, Nick Cave, Rickey Washington (il padre di Kamasi, al flauto), sperimentatori e jazzisti come Jeff Parker, Anna Butterss e Deantoni Parks, John Frusciante e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, il sax e la produzione di Josh Johnson, spoken word, dub, jazz e rock, funky, la tromba, il basso, le composizioni e le riletture di Flea, l’incantevole copertina con la foto di Shahin Badiyan, la madre iraniana di sua moglie Melody Ehsani: tutto questo e tanto altro confluiscono in una visione sonora ricca e seminale che fanno di Honora un piccolo gioiello di libertà creativa. È forse questo il prodotto di una scena, quella di Los Angeles, che tiene insieme musiche solo apparentemente distanti ma unite in un crogiuolo sperimentale di grande fascino. Da Chicago, storica fucina di stili e approcci differenti, la migrazione di Jeff Parker a Los Angeles sembra abbia prodotto una sorta di sintesi che, in modo naturale e spontaneo, tiene insieme il tutto, all’interno di un quadro per certi versi più compassato, con un chiaro influsso minimalista che lavora sulla leggerezza, sulla costruzione del suono e meno sulla reiterazione, favorendo l’intreccio e la commistione, lo sviluppo della trama sonora e l’improvvisazione.
Flea. Foto di Gus Van Sant.
Honora, inaspettatamente, essendo un album pensato da un musicista rock qual è Flea, raccoglie e organizza brillantemente le diverse suggestioni dandogli forma e contenuto. Se si ascoltano i lavori dell’ETA IVtet di Jeff Parker o degli SML, o anche del poco conosciuto lavoro solista della Butterss, Mighty Vertebrate, si possono rintracciare l’ispirazione e la versatilità di Honora, la ricerca e la creazione di un diverso orientamento improvvisativo, lontano dalle grida e dalle ruvidezze tipiche del free jazz storico, attento alla costruzione di un racconto musicale dai caratteri minimalisti ma ricco di personaggi che insieme suonano una storia, ce la porgono con gentilezza e un minimo di distacco, da autentici narratori. Flea riesce a declinare il suo storico amore per il jazz senza mai ostentare la sua eccelsa abilità al basso, mettendolo al servizio della musica, e lavorando con la passione e la creatività alla tromba, primo amore ma certamente non il suo principale strumento, che in questi ultimi due anni ha coltivato e studiato costantemente sotto la guida del padre di Kamasi Washington, Rickey, raggiungendo giusta liricità e buon gusto. Una prova di autentico valore e un disco che non si scorderà facilmente.
- Jeff Parker ETA IVtet, The Way Out Of Easy, International Anthem, 2024.
- Jeff Parker ETA IVtet, Happy Today, International Anthem, 2026.
- SML, Small Medium Large, International Anthem, 2024.
- SML, How You Been, International Anthem, 2025.
- Anna Butterss, Mighty Vertebrate, International Anthem, 2024.
- Grayson Haver Currin, How Jeff Parker Changed the Sound of Jazz, Pitchwork, 30 aprile 2026.

