In un mondo governato dal neoliberismo, dove il potere assume assetto di governance, decentralizzandosi, deterritorializzandosi e divenendo, al contempo, sempre più pervasivo, in un mondo in cui determinate componenti dello stato-nazione hanno iniziato ad assolvere alla funzione di base istituzionale per le operazioni del capitale globale e del mercato globale del capitale (cfr. Sassen, 2008), che ruolo ha la scuola? A questa domanda prova a rispondere Fabrizio Capoccetti nel suo Scuola e insegnanti nella società neoliberale edito da Meltemi. Lontano è l’immaginario che abita le aule della scuola Boncompagni dove si snodano le vicende del famoso testo di Edmondo De Amicis; la scuola, infatti, partecipa pienamente alla “catastrofe neoliberista” nelle vesti di una scuola-azienda subordinata al mondo dell’impresa in cui performance, certificazioni e competenze sono i nuovi valori da perseguire. Il libro costa di due parti: nella prima un’ambiziosa dissertazione su liberismo e neoliberismo pone la struttura concettuale; Milton Friedman, la scuola di Chicago e la dottrina dello shock che ha trovato diverse applicazioni nel mondo, dal “Progetto Cile” giunto sino al colpo di Stato di Pinochet, alla guerra di Bush contro Saddam Hussein, e ancora Russia, Sudafrica, Argentina, luoghi e occasioni per l’applicazione delle teorie di Friedman i cui pilastri sono privatizzazioni, deregulation e tagli alla spesa sociale. La seconda parte, a cui si vuole dedicare la maggior attenzione, rappresenta il cuore del libro, ossia l’aziendalizzazione della scuola pubblica e il suo coinvolgimento nel progetto neoliberale.

La scuola partecipa attraverso la sostituzione dell’acquisizione delle conoscenze con quella delle competenze e la realizzazione di identità come prodotto stesso del mercato a discapito dello sviluppo di personalità creative e punti di vista soggettivi. Ciò che Capoccetti vuole dimostrare è come il cambiamento intervenuto nel mondo scolastico abbia avuto importanti effetti su tutte le soggettività coinvolte nel processo formativo, in primis docenti e studenti. Questi ultimi sono invitati a divenire imprenditori di sé stessi, capitale umano misurabile attraverso apposite certificazioni di competenze, attori performanti e resilienti che fanno dell’autosfruttamento la propria ragion d’essere. È questo, in fondo, uno dei cardini della biopolitica, concetto tanto di moda tra gli intellettuali poco più di un decennio fa, ora passato un po’ in sordina: nel testo esso viene descritto come non diverso da “un potere disciplinante che si trasforma, in ultimo, in autodisciplina agita dallo stesso soggetto che ne viene investito”. Si verifica un cambio di strategia:
“volto a favorire la volontaria introiezione del comando disciplinare capace di aggirare la sorveglianza con l’autovalutazione, la sanzione normalizzatrice con l’identificazione del lavoratore con l’impresa stessa. […] l’imprenditore di sé deve, infatti, mettere a valore il proprio sé, come fosse un’impresa di cui, tuttavia, il padrone rimane un altro. Il lavoratore diventa libero di auto-sfruttarsi. In questo consiste la fittizia padronanza guadagnata”.
Bellissime le pagine in cui l’autore, attingendo agli scritti di Roberto Ciccarelli in Capitale disumano (2018), parla del dramma dell’Io, una profonda divisione interiore dell’uomo e della donna di questo tempo tra l’esigenza di soddisfare i livelli di performance (auto)imposti e il bisogno di proteggere quell’io privato della propria autodeterminazione nel momento stesso in cui da manifestazione autonoma di sé. Una servitù volontaria scambiata per libertà, così viene apostrofata dall’autore. La scuola dovrebbe invece recuperare il senso della libertà come essenza stessa del soggetto proprio nel suo formarsi come tale e a questo proposito, il testo riporta le indispensabili teorie di Gert J.J. Biesta: il soggetto stesso non si costruisce dall’interno, non si realizza a partire dai suoi desideri, dalla sua visione del mondo; il soggetto si costruisce in relazione all’altro, nell’ascolto dell’altro (cfr. Biesta, 2022). Ed è qui che la scuola rivela tutta la sua potenza.
“A scuola questa dovrebbe essere la prima lezione da apprendere: mettersi in ascolto, lasciare che qualcuno si rivolga a noi con delle precise richieste, basate su un sapere che è stato precedentemente costruito. A questo punto gli studenti potranno apportare il proprio contributo solo una volta entrati in contatto con esso attraverso lo studio, l’interrogazione continua, l’elaborazione – questa, sì, personale – dei contenuti trasmessi”.
Nella volontà di opposizione a un modello d’insegnante autoritario, si è giunti a ridurre l’insegnamento soltanto ad autorità imposta e si è dunque scelto di porre il focus non più sulla figura educante quanto su quella dello studente, privandolo, infine, proprio di una delle relazioni fondanti la sua stessa soggettività futura.
“A partire da una vera e propria de-professionalizzazione degli insegnanti che, spogliati di ogni autorevolezza ed esposti alla cattura del «management della reputazione», sono indotti a perseguire obiettivi formativi documentabili e misurabili, a intendere la responsabilità educativa come responsabilità di risultato, ad attuare essi stessi la propria messa fuori gioco, favorendo il passaggio da attori di insegnamento inteso come attività di processi di «soggettivazione», ossia promozione della capacità di agire come soggetti, al ruolo ridotto di facilitatori di apprendimento, di coach di soggetti resilienti, vale a dire adattabili e conformi agli imperativi del capitalismo neoliberale: uno spostamento che, lungi dal realizzare la promessa propagandistica di una ‘centralità dello studente’ finisce per sottrarre anche quest’ultimo alla sua condizione di soggettività in formazione, trasformandolo fin da subito in vettore di capitale umano da ottimizzare”.
Attività laboratoriali finalizzate alla dimostrazione di un saper fare che nasconde il non sapere, certificazioni e medicalizzazioni che stigmatizzano la differenza e attraverso strumenti compensativi, quantificano e organizzano al solo fine del raggiungimento del risultato; il merito come fonte di competizione e concorrenza; la burocratizzazione, gli standard di cui le prove INVALSI sono la mostruosa incarnazione e ancora i POF , Piani dell’Offerta Formativa, l’autonomia scolastica, l’alternanza scuola-lavoro, ogni cosa trova la sua giusta collocazione in questo potente testo di denuncia che trova ancoraggio nelle teorie di Karl Marx, Michel Foucault, Ulrich Beck, Max Weber, David Harvey e molti e molte altre. Il testo da inoltre conto di una serie di interventi legislativi che hanno portato alla modifica della scuola in un laboratorio di preparazione al mercato del lavoro flessibile, leggi precario, a partire dalla riforma Berlinguer del 1997, il primo passaggio verso l’autonomia scolastica che sarà definitivamente decretato con la Legge Bassanini (Legge 59/97) e la riforma Moratti (Legge 28 marzo 2003, n. 53). L’autonomia scolastica si costruisce su una confusione di fondo nella distinzione tra pubblico e statale. I padri costituenti, com’è lo stesso testo a ricordare, istituiscono, nell’art. 34, la scuola come pubblica, proprio perché conoscevano i pericoli di una scuola sottomessa al potere dello Stato. La scuola e l’insegnamento sono un servizio pubblico poiché al servizio non dello Stato ma della comunità. L’autonomia scolastica, però, anziché garantire e migliorare il legame con la comunità, forgia nuove relazioni con il territorio “ovvero le imprese che vi lavorano, che distribuiscono risorse economiche mediante bandi di finanziamento finalizzati a permeare i curricula scolastici con la logica imprenditoriale delle competenze”. Ne dà prova il tentativo di Riforma degli istituti tecnici che sta riscontrando una forte opposizione da parte della scuola, dei sindacati e delle associazioni di categoria. I punti più problematici della riforma riguardano la creazione dell’ora di Scienze sperimentali che dovrebbe inglobare quattro discipline, chimica, fisica, biologia e scienze della terra e la riduzione a 4 anni di superiori per l’ottenimento del diploma e due anni a scelta di ITS.
“La realtà che si profila è un drastico taglio del tempo scuola, una compressione delle materie di base e una subordinazione dichiarata dei curriculi alle esigenze produttive”
(Prestipino, 2026).
Bisogna avere una solida corazza per concludere la lettura poiché nella distruzione della scuola si può facilmente intravedere la più generale distruzione della società, del senso dell’umanità a cui l’insegnamento dovrebbe formare. Il tragico legame, poi, tra la scuola e la guerra, egregiamente raccontato da Antonio Mazzei in La scuola va alla guerra è l’ultimo tassello di una catastrofe neoliberista immanente e inevitabile (cfr. Mazzei, 2023). Se la libertà dei nostri figli nella realizzazione della propria soggettività si espleta nel rapporto con un altro che non è la testimonianza di un sapere di vita, di letture, sottolineature, confronti con menti semplici o brillanti ma con un altro che è il sé performante, autodisciplinante, in un tempo di vita che è il tempo della vendita della propria immagine, delle proprie competenze certificate, misurabili, flessibili, adattabili, sarà una libertà senza alcun valore, sarà la libertà che solo il capitale renderà libero e noi di esso sempre più schiavi.
Nota critica
Ma una critica c’è a questo testo che tutti dovrebbero leggere e la critica è proprio che non tutti possono leggerlo. È un libro per addetti ai lavori, accademici, ricercatori. Probabilmente anche molti insegnanti non dispongono degli strumenti necessari per la comprensione. Ci chiediamo se non sarebbe stato più opportuno lavorare in leggerezza, spogliare il testo delle molte teorie che, seppur lo arricchiscono e lo situano all’interno di un discorso a più voci di resistenza contro la società neoliberale, al contempo lo isolano. Fortunatamente il testo di Capoccetti è in buona compagnia. Già nel 2016 esce, per Edizioni ETS, La scuola rovesciata di Lorenzo Varaldo, illuminato preside, che egli stesso dichiara di preferire a Dirigente scolastico, dell’I.C. Sibilla Aleramo di Torino, protagonista del documentario D’istruzione pubblica, per la regia di Federico Greco e Mirko Melchiorre, di cui consigliamo fortemente la visione tenendosi aggiornati sul sito di OpenDBB per le prossime date. Eppure resta un amaro in bocca e la sensazione che la realtà continuerà a scorrerci accanto senza che il sapere situato possa modificarne la direzione.
- Gert J.J. Biesta, Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022.
- Roberto Ciccarelli, Capitale Disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, manifestolibri, Roma, 2018.
- Antonio Mazzeo, La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia, manifestolibri, Roma, 2023.
- Fabrizio Prestipino, La riforma dei tecnici, Tribuna libera, Marzo 2026.
- Saskia Sassen, Territorio, autorità, diritti. Assemblaggi dal Medioevo all’età globale, Bruno Mondadori, Milano, 2008.
- Lorenzo Varaldo, La scuola rovesciata, ETS, Pisa, 2016.
- Mirko Melchiorre e Federico Greco, D’istruzione pubblica, StudioZabalik, 2026.

