Nell’intervista a Jean-François Duval (raccolta in Un apolide metafisico) Emil Cioran spiega, in riferimento al suo stile di scrittura, di avere due maniere: “quella violenta, esplosiva e quella sardonica, fredda. Alcuni miei testi sono molto violenti, isterici. Altri sono freddi, quasi indifferenti”. In Esercizi negativi, pubblicato per la prima volta in Italia da Adelphi, troviamo un compromesso tra le due maniere con un peso maggiore dell’ingrediente freddo, controllato, più filosofico in senso stretto. Esercizi negativi era il titolo originariamente scelto dall’autore per il Sommario di decomposizione (Précis de decomposition), il primo libro in francese di Cioran, pubblicato nel 1949. Un libro di successo, insignito del premio Rivarol e considerato un capolavoro anche sotto il profilo della maestria linguistica e dello stile. I testi pubblicati in questa edizione degli Esercizi negativi, tutti inediti, sono contemporanei alla redazione del Sommario di decomposizione: sono serviti da spunto per quel libro che rappresentò una svolta per Cioran, anche se mantengono una loro autonomia. L’edizione è stata stabilita sulla base dei 447 fogli conservati nel Fondo Cioran della Bibliotèque littéraire Jacques Doucet. In pratica questo libro ricostruisce il laboratorio del Précis, come scrive la curatrice Ingrid Astier nella Prefazione:
“Questa edizione permette di cogliere come Cioran arrivasse alle sue «scorciatoie», alle «formule», mosso dalla preoccupazione di condensare. Il lettore ritroverà dunque dei testi nei quali traspare un «lirismo scarmigliato», «entusiasta», primitivo, vicino al primo versante romeno. Gli esercizi negativi mostrano l’«esplosione» vissuta e il lento lavoro di rifinitura dello stile”
(Astier in Cioran, 2025).
Dicevamo un libro di svolta. Il Sommario di decomposizione è infatti anche il libro di una rottura, di una separazione linguistica dieci anni dopo il suo arrivo a Parigi. L’evento scatenante che condusse fulmineamente Cioran a decidere di optare per il francese, e quindi a tagliare il cordone ombelicale con la lingua materna, fu una sorta di impotenza, di senso di inutilità di fronte all’impossibilità di tradurre una poesia di Stephane Mallarmé. Siamo nell’estate del 1947, a Dieppe. Il non riuscire o non voler tradurre in romeno Renouveau ha avviato una rinascita. Alla crise de vers mallarmeana, Cioran reagisce con una crisi sul versante della lingua. In una conversazione del 1977 Cioran ricorda questa sorta di voltafaccia come “il più grave infortunio che possa capitare a uno scrittore, il più drammatico”. Ma non fu semplicemente e solo una crisi. Fu una sorta di Offenbarung, di rivelazione che lo portò a scrivere e riscrivere più volte (almeno quattro stesure) il Sommario di decomposizione sotto l’occhio inflessibile di un amico basco, un purista della lingua francese, maniaco dei congiuntivi e della correttezza grammaticale. È un fatto ormai acquisito che il passaggio dalla lingua materna, il romeno, al francese, lingua adottata, non fu per Cioran un mero adattamento alle esigenze editoriali e di mercato. Dietro le quinte di questo dramma stilistico scalpita una sorta di tauromachia psicologica e caratteriale tra il lirismo e l’autobiografismo sorgivo e a tratti barbaro dei primi libri e in particolare di Al culmine della disperazione, e l’esigenza più apollinea di chiamare a rapporto sensi e pensieri nelle fila più irregimentate di una nuova disciplina linguistica.
È interessante riprendere quello che Cioran racconta nell’intervista a Leo Gillet, ovvero che scrisse la prima versione del Sommario di decomposizione molto in fretta, poi la fece vedere a un amico che gli disse “Non va bene, rifalla”. Cioran non si mise subito all’opera, ma lesse per un anno intero gli autori del Settecento, fra cui Madame du Deffand,
“Ho letto tutte le donne del Settecento. Mademoiselle de Lespinasse e roba del genere. Dopodiché ho steso una seconda versione del mio libro. E per dirle la verità, l’ho riscritto quattro volte”
(Cioran 2004).
Una salutare camicia di forza
Cioran evidenzia spesso il contrasto tra lo spirito razionalista e sistematico del francese e la struttura grammaticale più libera e flessibile del romeno. Ha paragonato più volte la lingua francese a “una camicia di forza” dagli effetti taumaturgici:
«Sì, proprio come la camicia di forza che calma un pazzo. Il francese ha agito su di me come una disciplina, sortendo un effetto positivo. Limitandomi e obbligandomi a non esagerare, mi ha salvato. L’accettazione di una tale disciplina linguistica ha temperato il mio delirio. Pur non essendo una lingua adatta a me, da un punto di vista psicologico mi ha aiutato. Il francese è diventato alla fine una lingua terapeutica. […] Qualcuno ha detto che il francese è una lingua onesta: non è possibile imbrogliare in francese. La disonestà intellettuale è quasi impraticabile»
(Cioran in Liiceanu, 2018).
Nonostante lo stesso Cioran abbia ammesso la difficoltà di scrivere in una lingua d’adozione che pur parlava da tempo, il Sommario di decomposizione viene subito salutato con entusiasmo dalla critica, a partire dall’articolo di Maurice Nadeau (intitolato Un «penseur crépusculaire») apparso sul quotidiano Combat (29 settembre 1949) e primo articolo scritto in Francia su Cioran, come l’opera di un maestro anche nello stile, nella scrittura: una cosa che ha dell’incredibile, e che non accadde in Inghilterra per Joseph Conrad, né in Germania con Elias Canetti o in America con Vladimir Nabokov. Tanto più incredibile se pensiamo che nel 1949 in Francia suonavano già come fanfare od orchestre i nomi di Jean Paul Sartre e Albert Camus, del tutto indigesti (soprattutto il primo) a Cioran. A proposito di Sartre, si può leggere un lungo brano – proprio in apertura degli Esercizi negativi – dedicato al filosofo francese (Il caso Sartre) la cui opera (L’Essere e il nulla) viene così liquidata:
“L’Essere e il Nulla contiene pagine che superano, nel loro delirio terminologico, persino quelle più scoraggianti di Hegel e saprebbero affascinare soltanto i dilettanti, lusingati di muoversi nell’ignoto, e troppo felici di una valanga verbale che, soffocando le vere realtà, offre parole al posto di esperienze. […]
Un libro appena comprensibile è diventato la Bibbia per tutti; pochi l’hanno letto, tutti ne parlano. È il destino della metafisica nell’epoca delle masse; il nulla circola; è sulla bocca di tutti… rovescio della medaglia: a Sartre si rifanno il nichilismo da boulevard e l’amarezza dei superficiali”
(Cioran, 2025).
Una riflessione corrispettiva la troviamo nel Sommario di decomposizione, nel capitolo intitolato Su un impresario di idee, così come quello che lì troviamo intitolato Apoteosi del vago, negli Esercizi negativi lo rileggiamo in I segreti dell’anima romena, il «Dor» e la nostalgia. A sua volta, il primo brano di questa edizione di Esercizi negativi (Fervore di un barbaro) è da leggere in parallelo a Invocazione all’insonnia. Per esempio, questo passo:
“Avevo diciassette anni e credevo nella filosofia. Ci credevo con l’ardore del parvenu e di chi non si sente al passo con la cultura, con quella sete di istruzione tipica dei giovani dell’Europa Centrale, desiderosi di impossessarsi di tutte le idee, di leggere tutti i libri, e di riscattare, avidi di sapere, il proprio passato vergine, ignorante e umile. (…) la prima cosa che affronta il barbaro è l’astrazione perché è quella che più lo abbaglia; se ne impregna, la mescola al proprio sangue, che dapprima la rifiuta per poi assimilarla come un veleno. Lascio la Transilvania, vado a Bucarest, e divento studente di filosofia. Mi ci dedico con lo zelo di un Ottentotto risvegliato di colpo al pensiero”
(Cioran 2025).
La differenza con il Sommario di decomposizione è però notevole, al di là di queste concordanze, perché Cioran attenuerà le considerazioni biografiche per dare più spazio al tema dell’insonnia. Il brano citato che apre gli Esercizi negativi testimonia una scrittura più spontanea, attenta ai dettagli biografici e cronologici. Imperdibile poi, nel Sommario di decomposizione, è anche Addio alla filosofia, esempio mirabile della prosa cioraniana. Se confrontiamo anche a prima vista, le pagine del Sommario di decomposizione e poi quelle dei Sillogismi dell’amarezza, il libro successivo che uscirà nel 1952, quindi cinque anni dopo, ci troviamo di fronte a due libri tecnicamente diversi, perché i Sillogismi dell’amarezza rappresentano, forse per la prima volta, il Cioran più essenziale, telegrafico, succinto ma con tutte le spezie dell’ironia e del sarcasmo. Un librino criticato all’inizio, ma apprezzatissimo dopo, soprattutto dal pubblico più giovane:
“Lo scrittore Cioran (ne parlo malvolentieri, perché ci sono poche cose ridicole come essere un scrittore) è stato riscoperto qualche anno fa, dopo un oblio di venticinque anni, con i Sillogismi dell’amarezza, che è diventato un breviario dei giovani, soprattutto della gioventù berlinese”
(Cioran 2020).
Riassumendo, mentre il Sommario di decomposizione è un libro più elaborato, dove i pensieri, le riflessioni durano anche una due pagine, negli Esercizi negativi troviamo un lieve compromesso tra le due opere pubblicate rispettivamente nel 1949 e nel 1952.
- Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, Milano, 1993.
- Emil Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, Milano, 1996.
- Emil Cioran, Un apolide metafisico, conversazioni, Adelphi, Milano, 2004.
- Emil Cioran, L’ultimatum all’esistenza, Conversazioni e interviste (1949-1994), a cura di Antonio di Gennaro, La scuola di Pitagora, Napoli, 2020.
- Gabriel Liiceanu, Emil Cioran. Itinerari di una vita L’Apocalisse secondo Cioran (ultima intervista filmata), a cura di Antonio di Gennaro, Mimesis, Milano, 2018.

