Geografia familiare d’autore
dal Caucaso alla Francia

Emmanuel Carrère
Kolchoz
Traduzione di Francesco Bergamasco

Adelphi, Milano, 2026
pp. 407, € 22,00

Emmanuel Carrère
Kolchoz
Traduzione di Francesco Bergamasco

Adelphi, Milano, 2026
pp. 407, € 22,00


Nel nuovo libro di Emmanuel Carrère (Kolchoz), rievocazione familiare e autobiografica incentrata sulla figura della madre, Hélène Carrère d’Encausse, nota e apprezzata sovietologa, si trova, fra i tanti passaggi sottolineati a matita, un brano suggestivo sul piano della memoria autobiografica, che descrive il contrasto tra il carattere paterno e quello materno, lui estroverso e muscolare, lei più fredda e disinteressata agli sport in generale:

“Nostro padre, per quanto esile, nuotava a farfalla e, quando passava vicino a una partita di calcio, se il pallone finiva dalle sue parti lo recuperava con abilità, a volte perfino dribblava o lo rinviava di testa. Ma mia madre disprezzava il calcio, disprezzava lo sport e gli sportivi, era sempre favorevole a esonerarmi dalle ore di ginnastica, e io vedevo senza alcun dispiacere aprirsi davanti a me un infinito esonero dalla ginnastica, una intera vita su una sdraio, a leggere a più non posso”.

E fra quei libri che il ragazzo Carrère sogna di leggere tutta la vita su una sdraio c’è La montagna incantata di Thomas Mann:

“Penso che esista una categoria particolare di libri, che non sono necessariamente i migliori, ma quelli nei quali ci piacerebbe vivere. Per me è La montagna incantata di Thomas Mann. L’ho letto e riletto più volte, perché quel sanatorio in cui si passa l’esistenza avvolti in un plaid, davanti alle montagne, è in fondo il mio ideale di vita. Nulla cambia, non bisogna scegliere, e purché si osservino i riti nulla può veramente succedere”.

Ma prima di leggere La montagna incantata, Carrère fu introdotto dalla mamma nel grande mondo di Fëdor Dostoevskij. A tredici anni passare da Jules Verne, Alexandre Dumas e Arthur Conan Doyle a Dostoevskij “era una sorta di rito di iniziazione all’età adulta, o il passaggio da un mondo a due a un mondo a tre dimensioni”. La madre Hélène aveva ereditato dal padre la convinzione “quasi religiosa” che non ci fosse niente di meglio di Dostoevskij. Inutile dire che Hélène non era una “tolstojana”, anzi secondo lei non meritava dedicare troppo tempo a Lev Tolstoj. Chi scrive si è identificato molto in questo contrasto tra madre intellettuale e poco muscolare e padre nuotatore, sportivo, mondano. E quando si parla della propria madre (o di uno dei due genitori: dipende dalla sfera nella quale siamo cresciuti) è inevitabile alternare autobiografia e romanzo familiare. Fra i libri di cui Carrère parla in Kolchoz c’è anche la sua tesi di laurea poi pubblicata anche da noi in Italia (sempre da Adelphi), dedicata al tema dell’ucronia, scelto per due ragioni: perché era scarso in storia, come lui stesso ci racconta, e per trovare un argomento “sul quale ne sapessi più di tutta la mia commissione d’esame messa insieme – e con il quale, soprattutto, non mi muovessi sul territorio di madre”.
L’ucronia, come spiega lo stesso Carrère, è l’insieme delle speculazioni su cosa sarebbe il presente se il passato si fosse svolto in modo diverso. “Se Cristoforo Colombo non avesse raggiunto l’America. Se Napoleone avesse vinto a Waterloo. Se la signora Hitler fosse morta prima di dare alla luce il piccolo Adolf. Se mia madre fosse rimasta a Kabul con il pilota afghano… In Ponzio Pilato, per esempio Roger Caillois ha immaginato, ora per ora, la giornata del governatore romano di Gerusalemme cui tocca occuparsi del caso di un esaltato galileo palesemente innocuo; invece di mandarlo al supplizio, come tutti gli consigliano, il governatore sceglie di graziarlo. Gesù torna a casa, muore vecchissimo, circondato da una grande fama di santità. Dieci anni dopo tutti lo hanno dimenticato e non esiste nessun cristianesimo”.

“Se mia madre fosse rimasta a Kabul”…
Se mia madre fosse rimasta a Kabul con il pilota afghano”… se mia madre non si fosse sposata con mio padre, ma con un altro pretendente. C’è un destino nel fatto che noi siamo figli di certi genitori e non di altri? O è solo una causalità biologica, come temiamo ormai tutti (se fosse così sarebbe una catastrofe per l’umanità, sul piano teologico). Ma c’è un’altra catastrofe che incombe e di cui parla Carrère nelle prime pagine di Kolchoz. Lo vedremo più avanti. È molto strano, ma accade a tanti – non solo a Emmanuel Carrère, scrittore autobiografico quasi per antonomasia – di voler capire di più della propria famiglia, dei genitori, dei propri antenati. Certo, non capita a venti, trenta, nemmeno a quarant’anni. Succede spesso in età più mature, e non di rado dopo la perdita di uno o entrambi i genitori. Non basta il mantice della nostalgia. Bisogna partire da una buona scorta di legna; fuor di metafora, una solida documentazione privata, come gli archivi di famiglia o quella che Emmanuel Carrère chiama perepisca roditelej, la corrispondenza dei genitori che lo scrittore compulsa dallo zio Nicolas in Un romanzo russo, dove esprime il desiderio di riscoprire le proprie radici russe, cioè di quegli antenati che dalla parte della nonna materna sono tutti “principi, conti, gran ciambellani, damigelle d’onore dell’imperatrice”.

Quel libro, uscito in Francia nel 2007, non piacque molto alla madre, Hélène Carrère d’Encausse (madre e figlio non si parlarono per anni per colpa di quel romanzo); forse perché parlava anche del nonno collaborazionista? Ma la figura e la personalità della madre ritornano protagonisti di Kolchoz, rievocazione famigliare che abbraccia quattro generazioni con un respiro storico e geografico che si estende per almeno due secoli a toccare l’Europa, la Russia, l’Ucraina e la Georgia; Don Lisander (il Manzoni) avrebbe detto dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno; noi con Carrère diciamo: dai Pirenei a Tbilisi (Tiflis) e da Tbilisi a Parigi (con molte deviazioni e tappe per l’Europa, Italia compresa). Attenzione: Kolchoz non è un saggio storico, non è un romanzo familiare stile I Buddenbrook, anche se la famiglia, e la madre in particolare, sono il cuore del libro. Nelle vene di Hélène Carrère d’Encausse, madre di Emmanuel Carrère, scorrevano tutti i fiumi d’Europa, tra il Volga e il Reno. Tra i suoi antenati c’erano principi russi e baroni baltici, un generale prussiano, la traduttrice di George Sand in georgiano. Una damigella d’onore dell’ultima imperatrice, e almeno un regicida. Alcuni vivevano in Toscana in una residenza estiva dei Medici, altri (in particolare la principessa Panina) portavano dei lupi al guinzaglio nei salotti di San Pietroburgo. Dopo aver posseduto tanto, queste persone avevano perso tutto nella bufera del 1917. Dopo la quale comincia un’altra storia, quella degli esuli russi, granduchi diventati tassisti, principesse che si adattano al mestiere di sartine. In questa storia, di fasti e cadute spicca la giovanissima Hélène Zourabichvili, un cognome che è quasi uno scioglilingua: diventerà, oltre che madre dello scrittore Emmanuel Carrère, anche segretario (non voleva che si dicesse “segretaria”) permanente dell’Academie Française, oltre che storica dell’Unione Sovietica, una delle massime sovietologhe a livello mondiale.

Il discorso di Macron
È lo stesso Emmanuel Macron che riassume in un discorso –elaborato da un abile ghost writer, come nota Carrère –, la figura di questa donna eclettica, protagonista di Kolchoz, il romanzo famigliare di Carrère, un tributo (postumo) che il figlio dedica alla madre, anche se l’epigrafe letterale del romanzo è alle sorelle Nathalie e Marine. Il discorso celebrativo di Macron si tiene il 3 ottobre 2023 nel cortile d’onore degli Invalides, cinquantanove giorni dopo la morte di Hélène Carrère d’Encausse. Ed è con questo discorso pronunciato dalla più alta carica dello Stato francese che Carrère inizia il suo romanzo famigliare. E sottolineiamo famigliare perché non meno importanti sono altri personaggi a partire dal padre, Louis, senza il cui lavoro di compilatore e archivista, Carrère sarebbe riuscito a scrivere forse meno della metà di questo libro:

“Certo è comunque che se mi fosse venuto, come accade spesso nell’ultima parte della vita, il desiderio di conoscere la storia della mia famiglia -e, poiché sono scrittore, di scriverla-, mi ci sarebbero voluti anni per raccogliere un quarto del materiale che ha raccolto mio padre, e che mi lascia in eredità. È tutto pronto, catalogato, ordinato, i personaggi identificati, le loro biografie riassunte, i loro ritratti accompagnati da didascalie. Come se, da dove si trova, mio padre mi stesse dicendo: ora tocca a te”.

Personaggio non meno affascinante è il nonno di Hélène Zourabichvili, nato a Poti, e Poti “battezzata dai Greci Phasis nel V secolo a.C., era un porto all’estremità del mar Nero, dal quale passava una delle più grandi vie commerciali dell’antichità: quella che collegava l’India alla Turchia, dopo aver attraversato la Persia, costeggiato il Mar Caspio e seguito il corso tortuoso del Kura”. È un appunto storico-geografico scritto dal padre stesso di Emmanuel Carrère. E sempre seguendo questi appunti, citati dallo scrittore, Pompeo conquistò Phasis poco tempo dopo aver fatto tappa a Encausse, le cui acque avevano guarito i suoi soldati e i loro cavalli dalla malaria contratta in Spagna. Il papà dello scrittore si chiamava Carrère d’Encausse. Encausse, luogo di origine della famiglia materna del padre, è una minuscola stazione termale dei Pirenei. Quella «d’» di Carrère d’Encausse è una totale invenzione di Louis, che Hélène si guarderà bene dal correggere.

Hélène attraverso Louis ha sposato la Francia, Louis attraverso Hélène ha sposato la Russia
La storia famigliare è complessa, ricca di nomi e personaggi, a tratti c’è il rischio di perdersi nei meandri delle parentele e genealogie, ma in sostanza, la narrazione si sviluppa dall’intreccio delle vicende che riguardano una famiglia georgiana come gli Zourabichvili e una famiglia francese come i Carrère, entrambe di origine contadina; e la famiglia materna della moglie Hélène è stata la grande passione del padre di Emmanuel, il piatto forte delle sue ricerche genealogiche. In pratica, Hélène attraverso Louis ha sposato la Francia, Louis attraverso Hélène ha sposato la Russia. O meglio la Georgia innanzitutto, e indirettamente la Russia. Il 27 gennaio 1921 le potenze alleate riunite a Versailles riconoscono ufficialmente la Repubblica democratica di Georgia, La famiglia Zourabichvili esulta. Ma la gioia dura poco, perché dopo un mese la Russia dei Soviet lancerà la XI armata all’attacco della Georgia. Il 25 febbraio sul Parlamento di Tbilisi viene issata la bandiera rossa. Vi resterà per settant’anni. Aiuta molto a capire questa prima fase storica della famiglia materna la lettura di un altro libro di Emmanuel Carrère, Un romanzo russo, che ruota intorno alla figura del nonno materno, Georges Zourabichvili nato nello stesso anno di Vladimir Nabokov (1899) e figlio di quella Nino che fu traduttrice di George Sand in georgiano. Scrive Carrère

“In sintesi il mio nonno materno, Georges Zourabichvili, era un esule georgiano, arrivato in Francia all’inizio degli anni Venti dopo aver studiato in Germania. Ebbe una vita difficile, aggravata da un carattere altrettanto difficile. Era un uomo brillante, ma cupo e acrimonioso. Sposatosi con una giovane aristocratica russa povera come lui, si dedicò a diversi mestieri, senza mai riuscire a integrarsi in nessun posto. Durante l’Occupazione, a Bordeaux, lavorò per due anni come interprete per i tedeschi. Dopo la Liberazione alcuni sconosciuti andarono ad arrestarlo e lo portarono via. Mia madre aveva quindici anni, mio zio otto. Non lo rividero più. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Non fu mai dichiarato morto. Nessuna tomba porta il suo nome”
(Carrère 2018).

Perché Kolchoz?
Carrère si è dichiarato assai fiero di aver trovato un titolo senza dubbio molto più originale di, poniamo, “storia di una famiglia” o “epopea o ritratto familiare”. Kolchoz in russo indica una proprietà agricola collettiva. È un termine che ha a che fare con l’economia sovietica successiva alla collettivizzazione. Ma qui, nel romanzo di Carrère, assume un significato molto più intimistico e personale:

“Il fatto è che io e le mie sorelle dormivamo con nostra madre, nel letto matrimoniale, più spesso di nostro padre. Lui viaggiava molto e, appena partiva, noi ne approfittavamo. La regola, all’inizio, è che avevamo il diritto di dormire con mamma quando eravamo malati, ma lo facevamo anche senza la scusa della malattia, e tutti insieme. Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto, a questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto -direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale”.

Tornando un attimo all’aspetto politico-economico, Hélène non era comunista, pur avendo avuto una formazione marxista. Ci sono alcune belle pagine di questo romanzo dove Emmanuel Carrère discute sull’anticomunismo ricordando le classiche contrapposizioni tra Jean Paul Sartre e Raymond Aron (“Meglio aver torto con Sartre, che ragione con Aron” era uno dei mantra degli anni Cinquanta-Sessanta), sul quasi negazionismo da parte degli intellettuali di sinistra e comunisti verso l’esistenza dei campi sovietici (il libro di Solzenicyn, Arcipelago gulag, sarebbe uscito solo nel 1973) e in generale il silenzio di fronte agli aspetti più violenti, repressivi, fianco crudeli del comunismo. Ma Hélène era una storica, si situava ai margini di queste diatribe.

“Mia madre non era stata comunista, non era nemmeno apertamente anticomunista, o meglio nessuno si preoccupava del suo parere sulla questione perché non era ancora un’intellettuale celebre, ma una giovane professoressa universitaria che svolgeva ricerche su argomenti noiosi e a prima vista innocui”.

Ricordiamo, scrive Carrère, che nel 1968 (la primavera di Praga, i carri armati sovietici entrati in Cecoslovacchia tra il 20 e il 21 agosto) essere anticomunisti significava ancora essere di destra.  Carrère si dimentica di aggiungere che oggi è ancora peggio. Hélène, prima di ottenere la cittadinanza francese (di cui era fiera) era apolide come tutta la sua famiglia:

“Tutta la mia famiglia materna, russa e georgiana, era apolide. Mia madre era apolide, Nicolas era apolide, l’unico loro documento d’identità era quel piccolo libretto che hanno avuto in comune con Nabokov, Chagall o Stravinskij”.

Il piccolo libretto è il passaporto Nansen, dal diplomatico norvegese Fridtjof Nansen, che consentiva a tutti i rifugiati, russi o di altri paesi, di viaggiare e godere della protezione internazionale. Ricordiamo che nel 1922 l’Urss aveva privato dei beni e della cittadinanza tutti i russi fuggiti dalla rivoluzione.

La guerra in Ucraina e l’asse verticale

“Di tutti gli eventi storici a me contemporanei, nessuno mi ha appassionato quanto la guerra in Ucraina. Non ne ho seguito nessuno con tanta attenzione. […] Preferivo evitare l’argomento con mia madre, ma mi sembrava chiaro che tutte le sfumature e complessità storiche che le stavano tanto a cuore non cambiavano di una virgola un fatto molto semplice, ed è che in questa vicenda c’è un aggredito e c’è un aggressore, un debole che non ha chiesto nulla e un forte deciso a imporre la sua legge, una democrazia imperfetta, corrotta quanto si vuole, ma una democrazia, e una dittatura sempre meno dissimulata. (Scrivo queste righe nella primavera del 2024, subito dopo l’assassino di Aleksej Naval’nyj, e anche in questo caso è la stessa cosa: Naval’nyj da un lato, Putin dall’altro, non ci sono ambiguità, né zone grigie, né torti da spartire. Quello che invece sorprende è fino a qual punto l’eroe abbia la faccia da eroe e il cattivo la faccia da cattivo: in un film non si oserebbe tanto)”.

Già nelle primissime pagine del romanzo Emmanuel Carrère aggiunge, dopo la parentesi apocalittica di cui parleremo tra alcune righe, che “in questo libro si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia, perché nel bene e nel male la Russia è per me una questione di famiglia: il nostro asse verticale”. L’asse verticale è, per lo scrittore francese, quello rappresentato dai rapporti fra le generazioni: genitori, figli, antenati e discendenti, e a mano a mano che si invecchia la dimensione verticale interessa sempre più. “Non tanto i miei amici e i miei amori, quanto i miei genitori, i miei figli, il bambino che sono stato. È di questo che ho voglia di scrivere oggi. Allo stesso tempo…”. Fra poco riprenderemo questo discorso sospeso.
Prima diciamo che l’asse orizzontale si identifica, per Carrère, nell’amore, nell’amicizia, nei legami “che si formano quando si compie la traversata nelle stesse acque, nello stesso tempo”. Mentre i libri, i film, i racconti che più ci coinvolgono presentano contemporaneamente la dimensione orizzontale e quella verticale della vita. C’è un altro motivo che ha spinto Carrère a compiere questo lavoro di autobiografia famigliare e si colloca in una prospettiva apocalittica:

“[…] allo stesso tempo, sono fra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando incontro a una catastrofe storica senza precedenti, il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti, e, se si è pessimisti, l’estinzione della nostra specie. Se è vero che sta accadendo questo, che senso ha scrivere di altro? Davanti alla fatto che siamo otto miliardi sulla terra, al disastro ecologico irreversibile, alla crisi migratoria, davanti all’intelligenza artificiale che ci inghiottirà senza lasciarci il tempo di accorgercene, davanti, per inciso, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori, nostri in quanto occidentali […], davanti a tutto ciò non è forse completamente fuori luogo scrivere della propria piccola vita che sta finendo, della propria piccola famiglia, della giovinezza dei propri genitori?”

Queste parole potrebbero rappresentare un messaggio anche per le nuove generazioni di scrittori: lasciate perdere le solite, noiose, fiction o storie d’ammore da televisione. L’autobiografia e il romanzo famigliare per conoscere voi stessi e affidare un piccolo lascito all’apocalisse imminente.

Letture
  • Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi, Milano, 2012.
  • Emmanuel Carrère, Un romanzo russo, Adelphi, Milano, 2018.
  • Emmanuel Carrère, Ucronia, Adelphi, Milano, 2024.