Un albergo stagionale, uno scrittore in crisi, una presunta stanza maledetta… ricorda nulla? È vero, sono tutti ingredienti che se mescolati correttamente danno come risultato Shining (1980), capolavoro del maestro Stanley Kubrick. Se però questi elementi venissero rimescolati con l’aggiunta di un pizzico di folklore? A quel punto dal calderone salterebbe fuori Hokum, film terrificante scritto e diretto da Damian McCarthy, ormai al terzo lungometraggio che raggiunge la sala cinematografica dopo il suo film d’esordio Caveat (2020) e Oddity (2024). McCarthy fa del genere horror la base sulla quale costruire storie concrete, verosimili, che sfociano nel folklore irlandese, una peculiarità che lo identifica e lo rende un cineasta unico. Hokum racconta la storia di Ohm Bauman (interpretato da Adam Scott), un acclamato scrittore di romanzi che non riesce a trovare il finale per una sua fortunata saga letteraria. Tormentato dai traumi del suo passato, Bauman si ritrova a passare una settimana nella struttura alberghiera dove i suoi genitori passarono la prima notte di nozze. Quella stanza è però inagibile: si dice che il proprietario abbia imprigionato al suo interno una strega (Sioux Carrol) e qualche lavoratore dell’hotel giura di averla vista. A Bauman questo non interesserebbe, se non fosse costretto a entrare in quella stanza per cercare Fiona (Florence Ordesh), la barista dell’albergo scomparsa in circostanze misteriose.
Ogni regista ha il suo stile inconfondibile, Damian McCarthy non fa eccezione. Al di là della rappresentazione del folklore irlandese, le sue storie sono composte da elementi che lo caratterizzano sin dai primi corti. McCarthy ha sempre rappresentato nelle sue opere interni bui e inquietanti, mani che afferrano il protagonista all’improvviso, il solito stile grafico dei titoli di coda, che a vedersi è semplice quasi quanto quello predefinito in maiuscolo di word, ma dà un tono decisamente inquietante al tutto… La particolarità interessante di queste caratteristiche è che se un tempo erano divise e a ognuna spettava un cortometraggio dedicato (come How Olin lost his eye del 2013, oppure Hands del 2017), nei lungometraggi sono intrecciate assieme al fine di creare un’atmosfera inquietante e surreale al tempo stesso.
Ohm Bauman non è un personaggio con cui si vorrebbe fare amicizia; è un grande scrittore, potremmo paragonarlo tranquillamente a Stephen King per ricondurlo a una persona reale. Bauman però è tutt’altro che socievole: risponde male alle persone che lo circondano, fa brutti scherzi ai dipendenti dell’albergo e ha il brutto vizio di affogare i pensieri nell’alcol. Nel momento in cui gli viene raccontata la storia della stanza della luna di miele, ormai inaccessibile a causa della strega al suo interno, rimane freddo: secondo lui non si può credere a qualcosa se non la si è vista con i propri occhi. La narrativa solitamente non è indulgente con atteggiamenti di questo tipo, con gli increduli à la San Tommaso, il personaggio biblico che non credeva alla resurrezione di Gesù, come riferisce il Vangelo di Giovanni. McCarhy, infatti, prende Bauman e lo inserisce all’interno della stanza nella condizione peggiore possibile: senza via d’uscita. Qui lui è costretto a confrontarsi con la realtà che lo circonda, ma soprattutto con sè stesso: il suo passato riemerge tutto insieme, in particolar modo fa capolino la figura della madre, che lo tormenta tramite continue visioni paranormali.
Hokum è una pellicola interessante perché ha la capacità di trasformarsi e di cambiare forma: da una sconcertante scena iniziale puramente avventurosa si passa all’horror e senza neanche accorgersene lo spettatore viene trascinato in un giallo ai limiti del reale. È tra il giallo e l’horror che il protagonista si deve muovere e capire che Fiona non si è mai mossa dall’albergo. Si potrebbe pensare che il principale antagonista della vicenda sia la strega rinchiusa nella stanza, che, come racconta la leggenda, è solita rapire umani e condurli in un limbo oscuro tra la vita e la morte. Azione innegabilmente orribile, ma la natura della strega è quella, incontestabile. Sarebbe come dire che uno squalo è cattivo perché vuole mangiare i pesci: è semplicemente la sua natura. Non che si voglia in alcun modo giustificare le azioni di una figura paranormale, ma si vuole semplicemente metterla a confronto con la tipologia di uomini presenti in Hokum: persone inette, incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di vivere con esse. Ohm Bauman ha un trauma infantile che lo porta a compiere pessime azioni verso il prossimo, ma non è l’unico personaggio del racconto che compie cose orribili. Il peggiore di tutti è indubbiamente Mal (Peter Coonan), l’uomo della reception, che mette i bastoni tra le ruote a Ohm e Jerry (uno stravagante abitante del luogo interpretato da David Wilmot) per tutta la durata del film.
L’uomo riesce ad essere eticamente scorretto anche nei confronti della strega stessa: lei nel corso della storia si è sempre limitata a fare quello che ha sempre fatto. L’uomo con il suo carattere prepotente decise di arginare il problema e confinarla dove non avrebbe più potuto fare danni all’uomo stesso. In Hokum le azioni peggiori sono sempre compiute da persone normalissime, mai da streghe o altre creature fantastiche che a volte si ritrovano addirittura a consolare il protagonista. È in questi casi che si ripresenta il famoso proverbio africano sul punto di vista, che dice: “Se chiedi all’erba, la zebra è il mostro e il leone è il protettore”. Hokum offre l’interessante prospettiva di non lasciare un solo antagonista scontato come può essere la strega, ma complica la posta in gioco aggiungendo personaggi che pestano i piedi al protagonista durante la vicenda.

Le campagne pubblicitarie di Hokum promettevano brividi: tutto vero! Damian McCarthy è un maestro nel creare un tipo di tensione che è quasi toccabile con mano, al punto che in alcuni momenti è quasi necessario socchiudere gli occhi. Tutto generato dall’incredibile tecnica cinematografica posseduta dal regista, che alterna la condizione del vedo/non vedo a rumori agghiaccianti in sottofondo. Tutti i reparti della troupe cinematografica hanno collaborato al fine di rendere tutto il più inquietante possibile e il risultato parla da sè. C’è da dire che i registi horror trovano molto spesso un punto comune, che è quello del racconto degli spazi liminali. Se ne è parlato spesso ultimamente con l’uscita di Backrooms, opera prima del ventunenne Kane Parsons, il quale basa l’intero film sulla narrazione di un non-luogo. E i non-luoghi non sono presenti solo in Backrooms, ma anche in Hokum, che spesso mostra gli inquietanti corridoi dell’albergo; ma a questo punto sarebbe opportuno ri-citare Shining, per la sua rilevanza storica e culturale, in special modo per le inquadrature di corridoi che sono opera di un vecchio e saggio maestro. Nessuno vorrebbe ritrovarsi in posti simili, soprattutto da solo. La trama però deve andare avanti e se il protagonista fosse accompagnato verrebbe meno il senso di terrore trasmesso dal film. Quindi Hokum è perfetto così com’è, perché i veri mostri sono spesso le persone che ci stanno intorno, quelle che inaspettatamente potrebbero farci più male. Questo non vuol dire che ritrovarsi in un lungo corridoio buio con una strega pronta a incatenarci debba essere piacevole, sia chiaro. Ma come dice il saggio Geralt di Rivia della fortunata saga di The Witcher di Andrzej Sapkowski “se devo scegliere tra un male e un altro, preferisco non scegliere affatto” (Sapkowski, 2010).
- Andrzej Sapkowski, Il guardiano degli innocenti, Nord, Milano, 2010.
- Damian McCarthy, How Olin Lost His Eye, Damian McCarthy, 2013.
- Damian McCarthy, Hands, HyneSight Films, 2017.
- Damian McCarthy, Caveat, HyneSight Films, 2020.
- Damian McCarthy, Oddity, Keeper Pictures, Nowhere, Shudder Films, 2024.

