Oltre la terra delle ombre:
le apocalissi di C.S. Lewis

C.S. Lewis
Trilogia cosmica
Traduzione di Giovanna Cantoni De Rossi

A cura di Edoardo Rialti
Adelphi, Milano, 2025
pp. 761, € 19,00

C.S. Lewis
L’abolizione dell’Uomo
Traduzione di Edoardo Rialti
Adelphi, Milano, 2026

pp. 107, € 12,00

C.S. Lewis
Trilogia cosmica
Traduzione di Giovanna Cantoni De Rossi

A cura di Edoardo Rialti
Adelphi, Milano, 2025
pp. 761, € 19,00

C.S. Lewis
L’abolizione dell’Uomo
Traduzione di Edoardo Rialti
Adelphi, Milano, 2026

pp. 107, € 12,00


“C’è stato qualcuno che ha dichiarato di non credere agli dèi.
Ma come la mette, adesso, se gli dèi arrivano sul serio?”
(Lewis, 2001).

Addison’s Walk è una suggestiva passeggiata tra due fiumiciattoli nel cuore della vecchia Oxford. Si diparte dal Magdalen College, dove Clive Staples Lewis fu per decenni tutor di letteratura inglese senza mai ottenere una cattedra (che gli fu attribuita, in tarda età, al Magdalene College di Cambridge), e gira in cerchio intorno a un prato lacustre. Chi la percorre oggi può riuscire ancora a respirare l’atmosfera del tempo che fu, protetta dai vecchi e alti alberi che la incorniciano, tra le cui fronde è possibile scorgere le torri dei college dell’antica università. A un certo punto del cammino, una targa rotonda invita chi passeggia a sostare un attimo per leggerne i versi incisi: è una poesia di C.S. Lewis dal titolo What the Bird Said Early in the Year (Cosa ha detto l’uccellino all’inizio dell’anno). La data di composizione è ignota, ma sappiamo che si riferisce a una data specifica, il 20 settembre 1931: quella sera, a ora inoltrata, mentre passeggiava in compagnia dei colleghi J.R.R. Tolkien e Hugo Dyson, Lewis sentì le fronde degli alberi scuotersi nel momento in cui, nel suo cuore, fece irruzione per la prima volta l’idea che Dio potesse esistere davvero.
In quella celebre conversazione, Tolkien spiegò a Lewis che il cristianesimo era “una favola reale” e che tutte le belle storie che amavano, anche quelle dei miti classici o norreni – ossia pagani – contenevano una scheggia di Verità, sussurrata attraverso l’argento. Un’idea che Lewis avrebbe espresso nel suo ultimo romanzo, A viso scoperto (1956; romanzo che meriterebbe una nuova traduzione, a partire dal titolo originale Till We Have Faces, “Finché non avremo un volto”), una variante del racconto di Amore e Psiche, nel quale il mito classico è riletto alla luce della verità cristiana: “E proprio perché era tutto così bello, nasceva in me un desiderio, sempre lo stesso: da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello” (Lewis, 2021). L’idea che la letteratura da lui così tanto amata nascondesse al suo cuore una “favola reale” convinse Lewis, poco dopo, alla conversione al cristianesimo. Di questa nuova fede, i versi incisi nella targa sulla Addison’s Walk rappresentano una personale sintesi:

I heard in Addison’s Walk a bird sing clear
This year the summer will come true. This year. This year.
Winds will not strip the blossom from the apple trees
This year nor want of rain destroy the peas
This year time’s nature will no more defeat you
Nor all the promised moments in their passing cheat you.
This time they will not lead you round and back
To Autumn one year older by the well worn track.
This year, this year, as all these flowers foretell,
We shall escape the circle and undo the spell.
Often deceived, yet open once again your heart.
Quick quick, quick, quick – the gates are drawn apart.

Non per sempre gli anni si succederanno nella storia del mondo, ma un giorno all’improvviso qualcosa cambierà: così, all’inizio del nuovo anno, l’uccellino rivela a Lewis che quest’anno “l’estate diventerà realtà”, e non sarà seguita, come tutti gli altri anni, dall’autunno, dalle mele che cadono dagli alberi, dall’essere di “un anno più vecchio”, dal continuo tornare sullo stesso sentiero. “Quest’anno, quest’anno, come tutti questi fiori preannunciano, sfuggiremo al cerchio e scioglieremo l’incantesimo”. È una speranza escatologica, come quella che gli ebrei sono soliti farsi a Pesach: “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Per i cristiani, l’idea che il mondo possa finire nel giorno del giudizio, come promesso da Gesù nei Vangeli e come rappresentato da Giovanni nell’Apocalisse, si è trasformata da speranza imminente negli anni di Paolo di Tarso a motivo di imbarazzo, finché si è smesso di parlarne, al punto da aver cancellato nella liturgia la formula con cui i primi cristiani concludevano i loro riti (“maràna tha”, il Signore viene). A dispetto degli auspici di Tolkien di una conversione dell’amico al cattolicesimo, Lewis era tornato alla religione dei suoi padri, l’anglicanesimo; ma l’inclinazione escatologica di Lewis non si spiega tanto nella sua affiliazione protestante – nelle sue diverse denominazioni, il protestantesimo è molto più apocalittico del cattolicesimo – quanto nelle profonde convinzioni che lo univano a Tolkien e agli altri esponenti di quella intima cerchia di scrittori e poeti (in alcuni casi amatoriali) oxoniensi che divenne nota col nome di “Inklings”.

“La tomba salata di Numinor”
Il tema della fine del mondo e dell’avvento del Regno di Dio è il tema ricorrente dell’opera di Lewis. Lo ritroviamo in alcuni saggi espliciti, in particolare L’ultima notte del mondo (1951), ma soprattutto nelle sue due opere maggiori: la Trilogia Cosmica e le Cronache di Narnia, di cui in questi mesi sono state riproposte in Italia importanti riedizioni rispettivamente da Adelphi (che per la prima volta ha raccolto in volume unico la trilogia Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra e Quell’orribile forza) e Mondadori (che ha affidato a un parterre di esperti l’attesa ritraduzione dei sette romanzi di Narnia). Ma il tema della fine del mondo è fortemente presente anche nell’opera di Tolkien ed era stato scelto come filo conduttore dell’opera mai completata scritta in seguito a un accordo tra i due amici: Lewis avrebbe scritto una storia di viaggi nello spazio, Tolkien una storia di viaggi nel tempo. La strada perduta, questo il titolo scelto da Tolkien, doveva fungere da filo conduttore del vasto corpus di leggende inventate “per l’Inghilterra” che egli aveva iniziato a scrivere fin dai tempi delle trincee della Prima guerra mondiale, attraverso “una nuova versione del mito di Atlantide” (Tolkien, 2018): protagonisti un padre e un figlio nelle diverse reincarnazioni che, a ritroso, dal presente avrebbero spinto la loro memoria fino ai giorni antichi, quelli di Númenor, l’isola degli Uomini che si ribellò al volere di Eru, l’Uno, per conquistare l’immortalità sotto consiglio di Sauron, l’Avversario, che in realtà tramava per la distruzione della stirpe umana.

“Sono la mia versione, per mio uso personale, della leggenda di Atlantide; non si basano su qualche conoscenza speciale, ma su un interesse speciale per questa tradizione di uomini che portano cultura provenendo dal Mare, che tanto profondamente ha influenzato l’immaginazione dei popoli sulle sponde occidentali dell’Europa.”
(Tolkien, 2018).

Lewis fu fortemente colpito dall’idea dell’amico. “Numinor” (nella traslitterazione di Lewis) divenne parte di un immaginario comune a cui attingere: fece capolino in Quell’orribile forza (1945) e due anni più tardi nella poesia The End of the Wine: “The cities are fallen; the pitiless, all prevaling, / Inhuman ocean is Numinor’s salt grave” (Lewis, 1964). Ma da Atlantide provengono anche i misteriosi anelli gialli e verdi che lo zio Andrews maldestramente impiega per i suoi esperimenti di magia nel prequel del ciclo di Narnia, Il nipote del mago (1955): lo stesso romanzo in cui scopriamo che la Strega Bianca di Narnia è in realtà l’imperatrice Jadis, proveniente da Charn, immensa città alla fine del tempo la cui caduta dopo un’immensa battaglia spinse Jadis, per evitare di cadere nelle mani della sorella, a pronunciare la “parola deplorevole”, che uccise tutti gli abitanti della città. La descrizione di Charn riecheggia la caduta di Atlantide e il tema della fine del mondo:

“Lontano, verso l’orizzonte, brillava un enorme sole rosso, molto più grande del nostro. Digory ebbe l’impressione che quel sole fosse addirittura più antico del nostro: un sole che pareva volgere alla fine dei suoi giorni, stanco di guardare il modo che gli era stato destinato. Alla sinistra del sole, più in alto, c’era una grande stella che emanava una luce intensa. Ecco, quel sole e quella stella erano gli unici astri in un cielo nero come la notte. In basso, invece, sulla terra, si estendeva a perdita d’occhio una grande città, completamente disabitata e priva di ogni forma di vita. E tutti i palazzi, i templi, le torri, le piramidi e i ponti proiettavano lunghe ombre sinistre nella luce di quel pallido sole. Un tempo un grande fiume doveva attraversare la città, ma ora che l’acqua era scomparsa, si poteva vedere solo il suo ampio letto coperto di polvere grigia”
(Lewis, 2001).

Alla caduta di Charn si contrappone la nascita di Narnia, subito però intaccata dal male portato da Jadis, che addenta la mela del giardino circondato da un cancello d’oro (a un tempo Giardino delle Esperidi del mito greco, Foresta dei Cedri del mito babilonese e Giardino dell’Eden del mito ebraico-cristiano) dove Digory recupera a sua volta una mela che ridona la vita alla madre moribonda. Mito di fondazione comune a Lewis e Tolkien, che patirono entrambi la perdita della madre da bambini: quella di Digory si chiama Mabel, come la madre di Tolkien, transfert del ricordo drammatico della morte di cancro di sua madre a cui Lewis attribuì la fine dell’infanzia, trasposto e sublimato nelle pagine del romanzo (“La povera donna era distesa, nella stessa posizione in cui Digory la vedeva ormai da tanto tempo, abbandonata sui cuscini, con il volto pallido e magro, che solo a guardarlo faceva venire da piangere dalla commozione” (Lewis, 2001). Mabel si riprende, ma è una “resurrezione” che si limita ad anticipare la vera resurrezione alla fine del tempo, come quella di Lazzaro. Ed è ciò che Lewis intende preparare con questo prequel, a cui fa seguito l’ultimo romanzo del ciclo di Narnia, L’ultima battaglia (1956), vera e propria rilettura dell’Apocalisse giovannea.

“Il Regno sta per arrivare: in questo mondo, in questo paese”
Lo scimmione Shift che convince il povero asino Puzzle a vestire la pelle del leone per farsi passare per Aslan, la versione narniana di Cristo, di cui si attende da secoli il ritorno, è una caricatura dello zio Andrew, che si crede investito di potere sui suoi simili in ragione di una pretesa superiorità intellettuale: “Allora, Puzzle, io so come sbrigare le cose, tu no. Quante volte devo dirti che non sei intelligente?” è la frase ricorrente di Shift, così come al piccolo Digory il diabolico zio Andrew spiega che “gli uomini come me, detentori del sapere più arcano e della saggezza, non possono seguire le regole comuni che guidano il mondo, così come non possono godere dei comuni piaceri della vita. Il nostro, ragazzo mio, è un destino superiore e solitario” (Lewis, 2001). Attraverso questo tipo di discorsi, lo scimmione e lo zio intendono soggiogare i semplici per costringerli a fare ciò che essi non vogliono fare. Digory si indigna per l’uso scriteriato dei suoi porcellini d’india come cavie, per il modo con cui lo zio ha raggirato i suoi cari per i propri scopi e intende mandare il nipote in un mondo ignoto e pericoloso con un mefistofelico sotterfugio, ma lo zio replica che le regole, i codici d’onore, il rispetto della vita altrui, l’idea che al male possa corrispondere una punizione sono solo chiacchiere da comari, a cui gli uomini di scienza non credono. Analogamente, in Lontano dal pianeta silenzioso Weston (“Il famoso Weston, il grande fisico: divora Einstein e Schrödinger come se fossero noccioline”) non si cura dei rimproveri di Elwin Ransom per la sua decisione di rapire un povero ragazzo e utilizzarlo come cavia dei suoi esperimenti missilistici:

“L’unica cosa che posso dire a mia difesa è che ci sono interessi ben più importanti dei suoi. Per quel che ne sappiamo, noi stiamo facendo qualcosa che non è mai stato fatto nella storia dell’uomo, e forse mai nella storia dell’universo. Abbiamo imparato a staccarci dalla particella di materia su cui ha avuto origine la nostra specie, e adesso l’infinito, e quindi forse l’eternità, sono a portata di mano della razza umana. Lei non può essere tanto gretto da pensare che i diritti o la vita di un individuo, o anche di un milione di individui, siano più importanti”
(Lewis, 2025).

Ci troviamo, in entrambi i casi, alla fine dei tempi: “l’abominio della desolazione nel luogo santo” (Mt 24,15), il segno indicato da Cristo è Puzzle travestito da Aslan nella stalla, è Shift che dichiara che “Aslan è Tash e Tash è Aslan”, suggerendo da un lato che le due divinità di Narnia e di Calormen siano la stessa cosa – laddove Tash, il dio di Calormen, è il Baal biblico, a cui vengono offerti sacrifici umani – e dall’altro che in realtà nessuno dei due esista: “Tutti gli esseri intelligenti e illuminati lo sanno”, afferma il Tarkano di Calormen, che non crede in niente. Weston, come gli Gnomi di Narnia che non credono in Aslan, non riesce a vedere Oyarsa, la potenza angelica (eldil) che comanda Malacandra, il pianeta che noi chiamiamo Marte. La sua, per usare le parole di Aslan, è una “prigione mentale inespugnabile”, frutto del libero arbitrio: ha scelto coscientemente di non credere, o meglio di credere a un’altra religione, nella quale il futuro dell’umanità non si conclude con l’avvento del Regno, ma con un’espansione infinita nel tempo: “Può essere che io soccomba” spiega Weston a Oyarsa “ma finché vivrò, con una tale chiave in mano, non permetterò che le porte del futuro si chiudano per la mia razza. Ciò che si nasconde in quel futuro remoto supera ogni immaginazione: a me basta sapere che c’è un Avvenire”. Questo futurum con cui Weston vuole soppiantare l’adventus è l’estensione infinita del dominio umano, fino alla vittoria sulla morte. Alla fine si torna sempre al punto di partenza: alla vittoria sulla morte ottenuta attraverso la tecnica, come i Numenoreani che credevano di poter strappare l’immortalità agli dèi attraverso la magia, che non è che una tecnicizzazione della religione, rifiutando ciò che Eru aveva definito “il dono degli Uomini”:

“E costoro sapevano che il destino degli Uomini non era circoscritto al percorso circolare del mondo, né destinato al sentiero diritto. Poiché quello circolare è deviato e non ha fine, ma nemmeno scampo, mentre quello diritto è vero ma trova una fine nel mondo, e questo è il destino degli Elfi. Ma il destino degli uomini, essi dicevano, non è né circolare né finito, e non è nel mondo”
(Tolkien, 2023).

Il destino degli uomini nel mondo, non fuori dal mondo, è ciò a cui ambiscono Weston e Devine. “Il Regno di Dio deve diventare realtà qui – in questo mondo” promette Mr Straik in Quell’orribile forza. “Il Regno sta per arrivare: in questo mondo, in questo paese. Il potere della scienza è uno strumento, uno strumento irresistibile, come sappiamo bene noi all’INCE […]. La vera risurrezione avviene perfino in questo momento. La vera vita eterna. Qui, in questo mondo. Lei la vedrà” (Lewis, 2025). Mr Straik crede di star portando avanti il vero disegno di Gesù, contro le melensaggini delle religioni organizzate: ha accettato di associarsi “con i comunisti e i materialisti e con chiunque sia pronto ad accelerarne la venuta”. Lewis capì molto tempo fa qualcosa che solo ora siamo iniziando a capire: non è una semplice lotta manichea tra atei e fedeli, ma tra concezioni diverse della fede.

“La razza umana diventerà tutta Tecnocrazia”
Nella prefazione del Frankenstein, Mary Shelley raccontò di aver avuto l’ispirazione per il suo romanzo da un sogno vivido:

“Vedevo – a occhi chiusi ma con la mente ben desta – lo studioso di una scienza sacrilega, pallido, inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Vedevo l’orrida forma di un uomo disteso, poi una macchina potente entrava in azione, il cadavere mostrava segni di vita e si sollevava con un movimento difficoltoso, solo parzialmente vitale”
(Shelley, 2018).

È un brano a cui evidentemente si ispira Lewis nel narrare il sogno di Jane in Quell’orribile forza:

“Ho sognato di essere in una stanza buia […] dove c’erano degli strani odori e una specie di ronzio. […] Credevo di vedere, proprio davanti a me, una faccia che fluttuava, una faccia, non una testa, se mi capite […]. In realtà, si trattava di una testa (quello che restava di una testa) cui era stata tolta la parte superiore del cranio e poi… poi… era come se dall’interno fosse traboccato qualcosa… una grande massa che fuoriusciva da ciò che restava del cranio. Avvolta in una specie di sostanza sintetica, ma una sostanza molto sottile, si contraeva come in preda agli spasmi […]. Nel sogno ho pensato che fosse una specie di uomo nuovo che aveva solo la testa e le budella. Ho pensato che tutti quei tubi fossero gli intestini. Ma a un tratto… non so come, ho visto che erano artificiali: tubicini di gomma, lampadine e anche affarini di metallo”
(Lewis, 2025).

L’uomo nuovo questa volta non ha più bisogno di un intero corpo: come credono i transumanisti, che scelgono di ibernare solo le loro teste in attesa che la scienza possa riportarli in vita, la “testa del saraceno” che Jane vede in sogno è il primo riuscito esperimento di immortalità.

“L’ingombrante corpo pertanto sparirà, e ne resterà solo quel decimo necessario a mantenere in vita il cervello. L’individuo diventerà solo testa. La razza umana diventerà tutta Tecnocrazia”
(Lewis, 2025).

Il moderno Prometeo, come nell’opera di Shelley, è il frutto della tecnica. Nella concezione di Lewis e Tolkien, la fine del mondo sarà anticipata dalla Tecnocrazia con cui gli esseri umani crederanno di poter sostituire Dio. Uno dei segni dei tempi più ricorrente è la distruzione della natura per fini utilitaristici: così Re Tirian ne L’ultima battaglia viene a sapere che il presunto Aslan è tornato dal fatto che gli alberi vengono abbattuti per essere trascinati lungo il fiume e venduti agli abitanti di Calormen, mentre il piano dell’INCE (acronimo di Istituto Nazionale per il Coordinamento degli Esperimenti) prende avvio dalla demolizione del Bosco di Brigdon. Analogamente, nel Signore degli Anelli la tecnica è associata ai propositi di Saruman, che fa demolire l’antica foresta di Fangorn per alimentare le fucine di Isengard. Dietro la tecnica, tuttavia, si celano sempre propositi più metafisici: si tratta solo di uno strumento dietro cui si nascondono i piani di potenze malvagie. Gli uomini dell’INCE cercano Merlino, che si dice sia sepolto a Brigdon. Ransom sa che ciò che cercano sono “le ultime vestigia della magia di Atlantide”, poiché Merlino era “l’ultima sopravvivenza di qualcosa di più antico e di diverso – qualcosa portato nell’Europa occidentale dopo la caduta di Numinor”. Ciò dimostra, riflette Ransom, “che l’INCE, in fondo in fondo, non si interessava unicamente alle forme moderne e materialistiche del potere” (Lewis, 2025).
Così, in un passo del suo saggio L’abolizione dell’Uomo (1943), Lewis spiega questo profondo rapporto tra magia e tecnica:

“C’è qualcosa che unisce magia e scienza applicata, separandole entrambe dalla «saggezza» delle epoche precedenti. Per i saggi del passato il problema fondamentale era come conformare l’anima alla realtà, e le soluzioni erano state la conoscenza, l’autodisciplina e la virtù. Per la magia e la scienza applicata il problema è come sottomettere la realtà ai desideri degli uomini: la soluzione è la tecnica; ed entrambe, nell’esercizio di questa tecnica, furono disposte ad azioni fino ad allora giudicate rivoltanti ed empie, come dissotterrare e mutilare i morti”
(Lewis, 2026)

Ne La società tecnologica (1954), Jacques Ellul spiegava che l’autonomia della tecnica ha come conseguenza renderla a un tempo sacrilega e sacra: la tecnica, infatti, non accetta regole al di fuori del proprio dominio, e quindi non può accettare che esista spazio per il mistero, ossia per il sacro. “Essa ha un solo ruolo: denudare ogni cosa, portarla a chiarezza, poi utilizzarla razionalmente, trasformarla in un mezzo”. La tecnica è sacrilega perché vuole prendere il posto del sacro, spiegando “con l’evidenza e non con la ragione, con l’uso e non con i libri, che il mistero non esiste” (Ellul, 2025). Di questo, Ellul si rese conto quando, impegnato in una traduzione del Faust di Goethe, ebbe per la prima volta la sensazione “di essere in presenza di qualcosa di così stupefacente, così travolgente che è entrato in me fino al centro del mio essere” (Ellul, 2005). Il Faust mette in scena esattamente il problema posto da Lewis nel brano sopra riportato: la magia utilizzata come espediente tecnico, ma soprattutto come surrogato di Dio, primo tentativo dell’essere umano di riprendere il progetto abbandonato alle origini del mondo, quello della Torre di Babele. Fu di fronte al potere sacrilego della tecnologia che Ellul avviò il suo percorso di conversione al cristianesimo, perché aveva percepito la necessità di opporre a quel potere un potere più grande: lo stesso fu, essenzialmente, per le Lewis. Babele e Atlantide sono due miti strettamente intrecciati nell’immaginario moderno. Ne si ritrova un’eco anche in Tolkien, nel Tempio di Morgoth fatto erigere da Sauron al centro dell’isola di Númenor.

Uno dei segni dell’apocalisse su cui Lewis insiste nelle sue due opere maggiori proviene proprio dal mito di Babele: ne L’ultima battaglia, Ginger il Gatto – che non crede né a Tash né ad Aslan – dopo essere entrato nella stalla dove è convinto di non trovare nessuna pretesa divinità, ne fuoriesce in preda al panico e senza più la capacità di parlare, che Aslan aveva donato a tutti gli animali all’atto della creazione di Narnia. In Quell’orribile forza, gli uomini dell’INCE scoprono a un certo punto di non riuscire più a intendersi, vittime della glossolalia. Viceversa, la capacità di comprendere la lingua degli animali è segno dell’imminente avvento del Regno: la fuga dell’orso Mr Bultitude dallo zoo anticipa la conclusione della Trilogia cosmica, in cui gli animali sono i primi a riconoscere l’arrivo sulla Terra degli eldila, le potenze angeliche che da tempo immemore hanno messo in quarantena il nostro mondo, il “Pianeta silenzioso”, così come in What the Bird Said Early in the Year è un uccellino che canta la fine dell’eterno ritorno delle stagioni, laddove invece lo zio Andrew non è in grado di distinguere la voce di Aslan, ma solo il ringhio di un leone, e Devine – diventato Lord Feverstone – sostiene la necessità di ripulire il mondo dalla “esuberanza eccessiva di vita animale e vegetale”.

“Addio alla Terra delle Ombre”
Se Lewis decise di fare del tema della fine del mondo – o meglio, del secondo avvento di Cristo – uno dei leitmotiv della sua opera, è perché, come spiegò nel suo articolo L’ultima notte del mondo (1951), essa risultava “profondamente sconveniente al carattere del tutto evoluzionista e progressista del mondo moderno” (Lewis, 2014). All’idea di un’evoluzione del mondo verso magnifiche sorti, e progressive, la dottrina del secondo avvento contrappone l’idea di una fine che può avvenire in qualsiasi momento. Nulla risulta più insoddisfacente agli occhi degli uomini moderni, figuriamoci per i lungotermisti che governano l’impero tecnologico e sognano un’umanità diffusa tra le stelle, di cui Weston e Devine nella Trilogia cosmica rappresentano gli inquietanti antesignani. Dovremmo guardarci dal provare a capire quando accadrà, spiega Lewis, ma al tempo stesso “capire che in ogni momento di ogni anno nelle nostre vite è ugualmente rilevante la domanda di John Donne: «E se questa fosse l’ultima notte?»”. Ma cosa dovremmo fare, se davvero questa fosse l’ultima notte? Ebbene, Lewis non aveva dubbi al riguardo: sforzarci di contrastare il male finché abbiamo ancora respiro. Ma quale male? E in che modo contrastarlo? La concezione del mondo di Lewis, se si vuole fare sintesi delle sue opere, è quella espressa nel titolo del film a lui dedicato da Richard Attenborough: Shadowlands, “la terre delle ombre” (barbaramente tradotto in italiano come Viaggio in Inghilterra, 1993). L’ultimo capitolo delle Cronache di Narnia è intitolato Addio alla Terra delle Ombre, e rappresenta la fine del mondo, perlomeno nel regno di Narnia: al suo posto si sostituisce il mondo autentico, il “cuore delle cose”, come spiega Lord Digory:

“Quando Aslan vi disse che non sareste mai potuti tornare a Narnia, intendeva la Narnia che credevi tu. Ma quella non era la vera Narnia: aveva un inizio e una fine, ed era semplicemente l’ombra o una copia della vera Narnia che, invece, esiste ed esisterà per sempre. È come il nostro mondo, l’Inghilterra e tutto il resto, che è solo l’ombra o la copia parziale del vero regno di Aslan”
(Lewis, 2001).

Il nostro mondo è la Terra delle Ombre, è il Pianeta silenzioso messo in quarantena dalle potenze angeliche affinché non possa intaccare col male il resto dell’universo, o meglio del Cielo, che è stato invece risparmiato dal peccato originale commesso dall’Uomo. Nel suo saggio Il cristianesimo così com’è (1942), raccolte riorganizzata delle sue celebri conversazioni in radio durante la guerra che lo resero popolarissimo, c’è un brano che esplicita la visione del mondo di Lewis:

“Territorio occupato dal nemico: ecco cos’è questo mondo. Il cristianesimo è la storia di come il re legittimo è sbarcato – sbarcato, potremmo dire, in incognito – e ci chiama tutti a partecipare a una grande campagna di sabotaggio., Quando andiamo in chiesa andiamo in realtà ad ascoltare la radio clandestina dei nostri amici”
(Lewis, 1997).

Non è solo una metafora bellica per gli ascoltatori dei tempi di guerra, ma una sintesi di quella concezione che troviamo trasposta tanto nella Trilogia cosmica quanto nelle Cronache di Narnia, il cui regno è continuamente occupato dai nemici (la Strega Bianca, gli uomini di Calormen, Shift lo scimmione), costringendo Aslan a contattare gli amici di Narnia nei modi più improbabili. Vi troviamo perfino accenti gnostici, che non sarebbero dispiaciuti a Philip K. Dick, il quale conosceva del resto l’opera di Lewis e che forse gli fu di ispirazione per la sua Trilogia di Valis, che parte da un’idea molto simile: il mondo occupato dal Nemico e le frequenze provenienti dallo spazio come strumento di Dio per risvegliare le memorie assopite degli esseri umani (Carlo Pagetti, tra i massimi esperti italiani di Dick, ha scritto al riguardo che l’ultimo romanzo a cui lo scrittore californiano stava lavorando prima della morte, “un ambizioso progetto narrativo che aveva al centro un popolo alieno, simile a una delle coorti angeliche del Paradiso dantesco”, sarebbe certamente piaciuto a Lewis; cfr. Pagetti, 2025).
In questa fortezza impregnata di male in cui siamo prigionieri, è facilissimo arrivare a credere che questa sia l’unica realtà: anche Digory, dopo aver portato alla madre la mela magica, per tutto il resto della giornata “non poteva fare a meno di notare come tutto quello che ruotava intorno a lui fosse assolutamente comune e privo di magia, continuò a pensare che i poteri della mela non avrebbero mai funzionato contro la malattia della mamma” (Lewis, 2001). La tecnica, rappresentata in questo caso dai sonniferi da cui la madre è diventata dipendente, è tutto ciò che conta, l’unica realtà che esiste: follia e stoltezza credere altrimenti. Contrastare questa visione del mondo fu per tutta la vita lo scopo di C.S. Lewis. Nelle sue lezioni a Cambridge, raccolte postume col titolo L’immagine scartata (1964), egli si sforzò di dimostrare che il modello scientifico dell’universo poteva tranquillamente convivere con una visione più profonda:

“Parlare di «curvatura dello spazio» corrisponde più o meno a dire, con gli antichi, che Dio è il «cerchio il cui centro si trova dappertutto e la cui circonferenza non è in nessun luogo»”: in entrambi i casi, si tratta di modelli”
(Lewis, 1990).

In Lontano dal Pianeta silenzioso, Ransom – che è nient’altri che l’alter-ego di Lewis stesso – riassunse così, programmaticamente, il fine ultimo della sua impresa letteraria:

“Comunque, per ora, non abbiamo tanto bisogno di una dottrina quanto di persone che arrivino ad accettare certe idee. Se riuscissimo a indurre l’uno per cento dei nostri lettori a mutare il concetto di Spazio in quello di Cielo, avremmo già fatto un passo avanti”
(Lewis, 2025).

Letture
  • Jacques Ellul, La società tecnologica, Silvio Berlusconi Editore, Milano, 2025.
  • Jacques Ellul, Jacques Ellul on Politics, Technology, and Christianity: Conversations with Patrick Troude-Chastenet, Wipf&Stock, Eugene (Oregon), 2005.
  • C.S. Lewis, The End of the Wine, in The Magazine of Fantasy and Science Fiction, luglio 1964.
  • C.S. Lewis, L’immagine scartata, Marietti, Genova, 1990.
  • C.S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, traduzione di Franco Salvarotelli, Adelphi, Milano, 1997.
  • C.S. Lewis, Le cronache di Narnia, traduzione di Chiara Belliti, Fedora Dei, Giuseppe Lippi, 3 voll., Mondadori, Milano, 2001.
  • C.S. Lewis, L’ultima notte del mondo, Castelvecchi, Roma, 2014.
  • C.S. Lewis, A viso scoperto, Jaca Book, Milano, 2021.
  • Carlo Pagetti, C.S. Lewis da Oxford al sistema solare, Doppiozero, 19 dicembre 2025.
  • J.R.R. Tolkien, Lettere 1914-1973, a cura di Humphrey Carpenter, Bompiani, Milano, 2018.
  • J.R.R. Tolkien, La strada perduta e altri scritti (La storia della Terra di mezzo vol. 5), a cura di Christopher Tolkien, Bompiani, Milano, 2023.
  • Mary Wollstonecraft Shelley, Frankenstein. Edizione originale del 1818, Neri Pozza, Vicenza, 2018.