“Ma io ho dentro ciò che non si mostra – Fuori ci sono i fronzoli e le maschere del dolore.”
(Shakespeare, 2013)
In che modo l’uomo può essere immortale? Come può il dolore di una madre diventare eterno e universale? Sono interrogativi ai quali, a parer nostro, la regista Chloé Zhao ha fornito in Hamnet delle brillanti risposte adattando il romanzo di Maggie O ‘Farrell (coautrice della sceneggiatura), Nel nome del figlio. Hamnet (2021), pur non essendo del tutto storicamente accurato, esplora temi come il dolore, il lutto e la famiglia concentrandosi sugli eventi più o meno fittizi della vita di William Shakespeare che lo avrebbero ispirato a scrivere Amleto. In particolare, il film si focalizza sulla morte prematura del suo unico figlio maschio, la cui perdita causa un vuoto incolmabile all’interno del nucleo famigliare. Jessie Buckley (Agnes Shakespeare), vincitrice dell’Oscar per miglior attrice protagonista per questo ruolo, interpreta saggiamente la sensibilità materna e la disperazione causata dal lutto, mentre Paul Mescal (William Shakespeare) dimostra il suo talento nei panni di un tormentato scrittore colpito dal rammarico.
Il film è ambientato quasi per intero nel verde della campagna inglese, a Stratford-upon-Avon, lontano dal mondo cittadino. L’atmosfera magica, gli incantesimi, gli spiriti della foresta, i veleni e le pozioni che fanno attivamente parte della narrazione sembrano essere degli echi alle opere di Shakespeare, che una volta sposato con Agnes decide di trasferirsi a Londra per avere successo come scrittore. I due coniugi riescono ad avere tre figli: Susanna, la primogenita, Hamnet e Judith, due gemelli. Nei confronti dell’ultima figlia Agnes sviluppa un atteggiamento particolarmente protettivo, in quanto durante il parto la bambina era nata apparentemente senza battito, per poi tornare miracolosamente in vita e perciò considerata dalla madre come gracile e debole di salute. I tre fratelli formano un legame molto profondo, specialmente i due gemelli, e Hamnet rivela un’affezione particolare nei confronti del padre e del teatro, deciso a seguire le sue orme e a diventare un attore di successo.
Va ricordato che il XVI secolo in Inghilterra fu un periodo perseguitato dalla peste bubbonica, che attaccava principalmente le persone in giovane età. Ben presto Judith si ammala senza riuscire a guarire quando, in una scena drammatica e dall’atmosfera magica, Hamnet (Noah Jupe) si stende accanto alla sorella, pensando di poter ingannare la Morte e confonderla, prendendo il suo posto. Il giorno dopo, nonostante gli sforzi della madre, Hamnet muore di peste. Dopo la tragedia, il film mostra tutte le difficoltà dell’elaborazione del lutto, soprattutto dalla parte di Agnes, che fatica ad accettare la morte del figlio e si isola lentamente. Nonostante gli sforzi dello scrittore di migliorare le condizioni della famiglia da lontano, la depressione di Agnes e la poca presenza di William causano un lento logoramento dei rapporti famigliari. Nel riadattamento del romanzo, Chloé Zhao mostra una fedeltà accurata nel dipingere la figura di una donna svuotata dal lutto, alienata dal resto della famiglia, un padre poco presente e tormentato dai sensi di colpa, e una sorella separata per sempre dalla propria metà. Guardando il film infatti, il dolore dei personaggi sembra quasi tangibile, nel mostrare il loro stato più vulnerabile e, in una visione più larga, la loro impotenza davanti a una perdita inevitabile:
“Qual è la parola, chiede alla mamma, per chi prima era una gemella e poi non lo è più?”
(O ‘Farrell, 2021).
Hamnet sembrerebbe infatti una realistica esposizione della fragilità umana, con tutte le sofferenze che ne conseguono. Tuttavia, è a questo punto che interviene il ruolo dell’arte (e in questo caso del teatro), capace di fornire almeno un po’ di sollievo davanti al dolore del lutto, facendo in modo che la morte di Hamnet non venga dimenticata. Pensando a un modo per mantenere vivo il ricordo di suo figlio, William sfrutta al massimo le sue capacità creative per fare dell’arte uno strumento di monumentalizzazione del lutto, rendendo l’evento una tragedia non solo per la sua famiglia, ma universale, conosciuta da tutti. La scena finale del film è particolarmente emblematica, in quanto Agnes si reca finalmente a Londra per vedere la prima rappresentazione a teatro dell’Amleto. Al termine dello spettacolo, in una scena dall’aspetto metateatrale, tutto il pubblico si commuove per la morte del protagonista. La donna stessa si emoziona nel vedere William nei panni del fantasma del padre di Amleto, intuendo che la tragedia fosse un omaggio ad Hamnet. Si tratta di una scena dal carattere catartico dato che per la prima volta dopo aver perso il figlio, Agnes prova un momento di gioia.
I temi universali di una vicenda privata
In buona sostanza, ciò che il film vuole comunicare è che attraverso l’arte la scomparsa improvvisa nel mondo materiale di Hamnet e il dolore che ne deriva può tramutarsi nel suo ricordo vivente, che viene passato di generazione in generazione al pubblico. L’importanza dell’arte risiede proprio nel conservare le impronte lasciate dagli altri prima di noi, creando così un’eredità di ricordi ed esperienze. In questo senso il film si può definire un vero e proprio omaggio alle arti e ai suoi poteri, capaci di alleggerire ferite profonde e creare solidarietà. Attraverso di essa temi come il dolore e la perdita diventano universali, e in questo modo l’esperienza individuale può diventare esperienza collettiva, in cui gli altri si riconoscono e trovano una consolazione. Per concludere, in Hamnet Chloé Zhao usa le sue capacità espressive per dipingere un quadro delle emozioni più umane e profonde, non tanto per sottolineare la condizione della fragilità della vita e la sua durata effimera, di cui tutti gli uomini sono a conoscenza, ma per celebrarne la sua stessa essenza, mettendo in evidenza anche di cosa è capace l’uomo davanti alle situazioni più dolorose.
- Maggie O ‘Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet, Guanda, Milano, 2021.
- William Shakespeare, Amleto, Feltrinelli, Milano, 2013.

