Tra le crepe del quotidiano
ecco un nuovo perturbante

B.R. Yeager
Spazio negativo
Traduzione di Andrea Cassini

Nero Editions, Roma, 2026
pp. 380, € 25,00

 

B.R. Yeager
Spazio negativo
Traduzione di Andrea Cassini

Nero Editions, Roma, 2026
pp. 380, € 25,00

 


Con Spazio negativo, Nero Editions prosegue nel pubblicare l’opera di uno degli autori che meglio stanno ridefinendo i confini del weird e dell’horror statunitense: B.R. Yeager. Un percorso iniziato lo scorso anno con Amygdalatropolis. Se il precedente romanzo era un’immersione claustrofobica negli angoli più oscuri della cultura digitale, costruita attraverso una voce narrante incapace di distinguere tra esperienza e simulazione, Spazio negativo compie un movimento opposto: allargando il campo abbandona la soggettività assoluta e osserva una comunità intera mentre scivola lentamente verso una forma di dissoluzione morale, psicologica e forse persino metafisica. Non è un seguito, ma è difficile non leggerlo come il naturale sviluppo di una poetica che continua a interrogare il rapporto tra adolescenza, marginalità e immaginari contemporanei. Lo stesso Yeager ha spiegato come Spazio negativo, pur concepito prima, sia diventato il romanzo della maturità proprio grazie all’esperienza accumulata scrivendo Amygdalatropolis.
L’ambientazione della storia è quella di Kinsfield, cittadina immaginaria del New England colpita da un’inspiegabile epidemia di suicidi giovanili. Intorno a questa ferita collettiva si sviluppa la storia di quattro adolescenti, le cui esistenze si intrecciano tra consumo della misteriosa droga WHORL, pratiche esoteriche, rituali improvvisati e un costante senso di estraneità nei confronti del mondo adulto. Eppure, sarebbe riduttivo leggere il romanzo come un horror sull’occulto, oppure come una semplice allegoria del disagio generazionale. Yeager lavora continuamente per sottrarre terreno alle interpretazioni univoche: il soprannaturale non viene mai confermato definitivamente, così come non viene mai del tutto ricondotto alla malattia mentale, alla dipendenza o al trauma. Tutto resta in equilibrio su una soglia instabile ed è proprio questa irresolutezza a generare il perturbante.

“Kinsfield è costruita sulle tombe. Come ogni altro luogo, ma forse un po’ di più. […] La città si stava rimpicciolendo. Ogni mese sembrava che ci fossero meno negozi, meno ristoranti, meno case. Meno persone. Andava tutto in rovina […] Tutto dissolto in lotti vacanti. Il vuoto in espansione”.

In questo senso Spazio negativo dialoga apertamente con quella costellazione di opere che negli anni Duemila hanno contribuito a ridefinire il new weird, il quale più che un genere rappresenta un modo di concepire il fantastico come forza contaminante, capace di incrinare la percezione del reale senza ricorrere alle strutture canoniche del fantasy o dell’horror tradizionale. Jeff VanderMeer ha descritto questa narrativa come una resa consapevole al weird, in cui il mondo quotidiano viene progressivamente deformato dall’irruzione dell’inspiegabile, senza che quest’ultimo perda il proprio carattere ambiguo. Yeager ne raccoglie l’eredità, ma la declina in una direzione profondamente personale. Se nei romanzi di VanderMeer, si pensi alla Trilogia dell’Area X, è spesso il paesaggio a trasformarsi, alterando le coordinate biologiche ed ecologiche della realtà, in Spazio negativo è invece la comunità a diventare il luogo dell’anomalia. L’orrore non proviene dall’esterno, né coincide con una presenza mostruosa chiaramente identificabile; emerge piuttosto dai rapporti tra i personaggi, dalle loro ossessioni, dai silenzi, dai lutti mai elaborati, dalle droghe, dai culti folklorici fino a contaminare l’intero tessuto sociale. Il weird di Yeager non costruisce mondi altri, ma rende irriconoscibile quello che abitiamo già.

“Sono in una stanza. Le pareti sono circolari. Il pavimento di plastica nera. Loro sono qui. […] C’è anche qualcun altro con noi. Mio padre. Mio padre è un albero, le radici piantate in profondità nel pavimento. […] Da qualche parte, là fuori, il suo corpo penzola rigido. Il suo corpo infestato di vespe. È tutto lì, sotto la sua corteccia e fra gli anelli del legno”.

È anche per questo che il romanzo sfugge alle categorie più consolidate dell’horror contemporaneo. Pur condividendo alcuni elementi con il folk horror come il rituale, l’occulto, la persistenza di credenze arcaiche, rinuncia completamente alla centralità del folklore e del paesaggio come depositari del Male. Allo stesso modo, evita la monumentalità cosmica della tradizione lovecraftiana: qui non esistono antiche divinità né rivelazioni proibite, ma soltanto adolescenti che cercano disperatamente di attribuire un significato al vuoto che li circonda. Il soprannaturale, se esiste, si manifesta attraverso dettagli minimi, coincidenze, percezioni alterate e immagini che sembrano appartenere contemporaneamente al sogno, alla droga e alla memoria. Da questo punto di vista appare più vicino a quella narrativa weird che privilegia l’atmosfera rispetto alla trama. L’intreccio procede infatti per accumulo, deviazioni e bruschi cambi di prospettiva, rinunciando deliberatamente a una costruzione lineare. La polifonia narrativa, le omissioni e la continua alternanza tra registri differenti producono un effetto di spaesamento che obbliga il lettore a ricomporre autonomamente il significato degli eventi. Non è un caso che il romanzo abbia diviso profondamente pubblico e critica: c’è chi ne ha criticato l’assenza di risposte e chi, al contrario, ha riconosciuto proprio in questa radicale ambiguità una delle esperienze più significative offerte dall’horror statunitense degli ultimi anni. Anche rispetto ad Amygdalatropolis la scrittura rivela un’evoluzione evidente. Internet non costituisce più il centro della narrazione, ma continua ad agire come una presenza sotterranea, un’infrastruttura culturale che ha già modificato il linguaggio, le relazioni e la percezione del mondo dei protagonisti. Se nel precedente romanzo la rete era un luogo chiuso, autoreferenziale e quasi impossibile da abbandonare, qui i suoi effetti si propagano nello spazio fisico, fino a rendere indistinguibile ciò che appartiene all’esperienza concreta da ciò che nasce all’interno di un immaginario ormai irrimediabilmente contaminato.

“Provai a recuperare i post con le foto del suicidio di Arnold, ma le avevano rimosse. Feci un post per chiedere delucidazioni.

THAT’S ALLOWABLE 18.01.2019 20:33

Cancelliamo sempre i falsi. Le foto sono sparite.

BLOODYP 18.01.2019 20:51

NON ERA UN FALSO. nn giudicate quello ke nn capite.

THAT’S ALLOWABLE 18.01.2019 21:04

Sì che era un falso. È ancora vivo: https://www.kinsfield-chronicle.com/missing-teen-stops-shooting-21447125

BLOODYP 18.01.2019 21:16

Oh guarda ke sono io quello. Sono io. non era un falso”.

Spazio negativo non cerca di spaventare nel senso tradizionale del termine, né offre consolazioni interpretative. Preferisce insinuarsi lentamente nel lettore, trasformando il disagio adolescenziale, il lutto, la dipendenza e l’occulto in un’unica materia narrativa. Non si lascia esaurire dall’ultima pagina e – proprio come le opere più riuscite del new weird – continua a espandere il proprio spazio negativo molto tempo dopo la conclusione della lettura.

Letture
  • Jeff VanderMeer, Trilogia dell’Area X, Einaudi, Torino, 2018.
  • Jeff VanderMeer, Assoluzione, Einaudi, Torino, 2026.
  • B.R Yeager, Amygdalatropolis, Nero edizioni, Roma, 2025.