La copertina del libro Antimacchine di Valentina Tanni mostra un telefonino molto provato dalla vita. Il display è solcato da reticoli di rughe minuziose e ostinate. Come se tutto il peso dei pensieri del suo proprietario gli fosse passato sopra più e più volte. Forse lo smartphone è volato giù da una finestra. O forse è stato scagliato contro un muro dopo aver visualizzato le ultime notizie sul tiranno sovranista di turno. Ma forse funziona ancora e gli resta un po’ di tempo prima della discarica.
L’evoluzione tecnologica ha portato nelle nostre tasche macchine che possono fare da studi radiotelevisivi portatili, enciclopedie tascabili e cervelli elettronici pronti a rispondere a qualsiasi esigenza comunicativa. Tuttavia, questa incredibile cascata di potenzialità convive con usi sorprendentemente banali. I nostri smartphone sono quasi sempre utilizzati per stoccare e ignorare infiniti vocali che iniziavano con “Te la faccio breve”. I nostri processori octa-core corrono come criceti per visualizzare video di gattini in 4K. Boccheggianti batterie al litio sbiancano a ogni apertura di un chatbot per chiedere “È normale che…”.
C’è qualcosa di strano nel fatto che tutti noi accettiamo i doni dei dispositivi tascabili e delle piattaforme digitali sorvolando il fatto che tali tecnologie sono progettate per condizionare il nostro comportamento ed estrarre valore da esso. È su questo terreno che si inserisce Antimacchine, un libro in cui Valentina Tanni racconta pratiche artistiche, azioni hacker e interventi attivisti capaci di rendere visibili le contraddizioni di un’economia sempre più fondata sull’elettronica di consumo e sulle sue promesse. La storica dell’arte e della tecnologia presenta atti di contestazione dal sapore satirico, trasmettendo un divertimento che si carica di stimoli sociologici e filosofici.
La tecnologia come apparato di dogmi para-religiosi
Le premesse socio-politiche da cui discende la proposta di resistenza estetica e politica di Tanni sono caratterizzate dalla crescente centralità della tecnologia nel discorso pubblico contemporaneo. Alla tecnologia viene sempre più spesso
“delegata la salvezza della specie umana: […] per rispondere alle crisi economiche, energetiche ed ecologiche; per liberare l’umanità dalla povertà, dalle malattie e infine anche dalla morte”.
Per Tanni questa retorica assume tratti apertamente messianici e qualifica l’uso di un lessico che rielabora categorie religiose come culto, dogma o eresia. La nozione di “tecnopolio” (Postman, 1993) chiama in causa una nuova “religione secolare” basata su una tecnologia che diventa il principio organizzatore di tutto, capace di ridefinire valori, linguaggi e gerarchie di senso. Un panorama mentale sostenuto dalle élite del tecnocapitalismo e interiorizzato dagli utenti come orizzonte inevitabile. Tra le tante pratiche a cui l’autrice guarda con sospetto c’è la recente abitudine di trattare la macchina come un oracolo, introdotta dallo sviluppo di chatbot e LLM (Large Language Models). Una “seconda venuta” messianica, per dirla con futurologi quali Ray Kurzweil che vedono la “Singolarità tecnologica” dietro l’angolo (cfr. Kurzweil, 2024). La possibilità di un’intelligenza artificiale superiore a quella biologica e capace di automigliorarsi in modo ricorsivo e indipendente dagli umani può essere paragonata a una forma di escatologia religiosa. Per sviluppare le intelligenze artificiali seguendo il paradigma dei LLM, l’attualità economica registra investimenti mai visti prima nella storia degli avanzamenti tecno-scientifici. L’umanità sta costruendo una porta dorata verso l’ignoto.
Image Fulgurator di Julius von Bismarck, la macchina fotografica modificata per alterare le fotografie altrui al momento dello scatto, 2010.
Il transito potrebbe risolversi nel banale scoppio di una bolla speculativa (con annessa sanguinosa crisi economica, niente di nuovo sul fronte capitalistico), oppure in qualcosa di ben peggiore. La fede nel potenziamento tecnologico potrebbe portare all’affermazione di una teologia secolare rilanciando la visione cristiana di un mondo ripulito dal giudizio universale. Si sta preparando un terreno ideologico per cui l’umanità dovrebbe accettare fideisticamente i frutti della Singolarità e il nuovo panorama socio-politico elaborato dall’imperscrutabile giudizio dei supercomputer. Roberto Paura sottolinea come l’egemonia di visioni eccessivamente tecno-ottimiste rischi di colonizzare l’immaginario del futuro, riducendo lo spazio per scenari alternativi e per un dibattito realmente pluralista (cfr. Paura, 2022). È proprio contro questa glorificazione ideologica della tecnologia che Tanni propone le “antimacchine”: dispositivi inutili, imperfetti o deliberatamente caotici, pensati per opporsi simbolicamente e politicamente al soluzionismo tecnologico. Bisogna smettere di essere consumatori passivi e diventare “eretici”. Ora più che mai sembra arrivato il momento di “mancare di rispetto alla tecnologia”, come recita il sottotitolo del libro.
Il misuse come strumento di critica sociale
Il lavoro di Valentina Tanni evidenzia in tutti gli esempi raccontati il concetto di misuse mutuato da un saggio dell’artista Jon Ippolito: usare gli oggetti in modo improprio, o meglio, sottrarli alla destinazione prevista per esplorarne possibilità inattese. Pensare out of the box per Ippolito diventa una metafora dal doppio valore: da un lato la scatola materiale della macchina, che nasconde il funzionamento dietro involucri sigillati; dall’altro la scatola concettuale del software, ossia “il recinto concettuale all’interno del quale gli utenti vengono confinati”. Bruno Latour ha descritto il processo di blackboxing come un meccanismo attraverso cui sistemi tecnici complessi diventano invisibili nel loro funzionamento interno, apparendo all’utente semplicemente come “scatole nere” chiuse e imperscrutabili (cfr. Latour, 1999). Più una tecnologia ha successo, più tende a diventare opaca.
Tra le tecnologie più opache ci sono i social media che hanno recentemente assunto rilievo giuridico in un’interessante causa intentata contro le big tech (cfr. Kerr, 2026). Per la prima volta in assoluto produttori e dirigenti sono accusati di aver ideato e commercializzato meccanismi programmaticamente volti a causare dipendenza. La narrazione industriale ipnotizza l’utente lasciando spesso solo la scelta tra un’adesione fideistica a un determinato “ecosistema” tecnologico o un rifiuto apocalittico di tutte le macchine. Tanni però rifiuta questa scelta binaria. Bisogna imparare a usare la tecnologia nel modo corretto, ma anche sperimentare usi impropri, inattesi, devianti. La sua rassegna di idee spazia dal campo elettronico e digitale, alle alterazioni della scrittura per il web, alla reinterpretazione del concetto di videogioco e giunge fino alla prompt injection per prendere di mira i modelli LLM.
L’intervento di hacking stato condotto nel 1993 dalla Barbie Liberation Organization riguardante Barbie e G.I. Joe.
Richiamando Michel de Certeau, Tanni distingue tra strategie e tattiche. Le strategie sono proprie delle istituzioni e delle aziende, che operano dall’alto pianificando spazi e comportamenti; le tattiche appartengono invece agli individui, che agiscono dal basso adattandosi alle condizioni imposte e introducendo micro-deviazioni creative. Per esempio lo spazio urbano: progettato secondo logiche istituzionali, ma quotidianamente reinterpretato dagli utenti che attraversano fuori dalle strisce o scovano sentieri non autorizzati. Un interessante intervento di hacking su prodotti fisici è stato condotto nel 1993 dalla Barbie Liberation Organization. Si è trattato di un’azione iconica contro gli stereotipi di genere per cui bastò acquistare una manciata di bambole parlanti, manipolarne i chip vocali e piazzarle sugli scaffali dei giocattoli. Le Barbie iniziarono a incitare alla battaglia, mentre le maschie action figure di G.I. Joe producevano gridolini legati ai piaceri dello shopping. La semplicissima manipolazione di una piccola componente tecnica rese improvvisamente evidente quanto sia facile incorporare stereotipi di genere nei giocattoli. Qui il misuse ha funzionato come dispositivo critico su nodi della civilizzazione che sono sotto gli occhi di tutti ma che raramente vengono messi in discussione.
Le avanguardie novecentesche nel telefono di E.T.
L’uso improprio degli oggetti come gesto artistico ha radici profonde. Le avanguardie del Novecento, dal dadaismo al situazionismo, hanno proposto pratiche di appropriazione e détournement capaci di trasformare oggetti quotidiani in strumenti di critica culturale. Il famigerato orinatoio capovolto di Marcel Duchamp è uno degli esempi più celebri: un oggetto industriale decontestualizzato che ridefinisce i confini stessi dell’opera d’arte. Il circuit bending è un caso esemplare di appropriazionismo traslato sul campo dell’elettronica di consumo. Reed Ghazala promuove l’alterazione dei circuiti interni di oggetti di seconda mano per trasformarli in “strumenti musicali alieni”. Un tipo di hacking creativo celebrato anche nel film E.T. l’extra-terrestre, in cui il protagonista manomette un Grillo Parlante (lo Speak & Spell prodotto dalla Texas Instruments a partire dal 1978) assemblandolo con altri oggetti domestici allo scopo di creare una radio interstellare di fortuna. Lo spirito del film di Steven Spielberg suggerisce un’attenzione inedita al tessuto della vita familiare e della routine nel momento in cui devono necessariamente confrontarsi con una realtà più ampia. Con la diffusione del web negli anni Novanta, pratiche simili si sono trasformate in movimenti globali, sostenuti da comunità online, festival e corsi universitari. Ancora oggi fioriscono spazi digitali dedicati al riuso creativo di tecnologie obsolete, alla ricerca di quel “valore in eccesso” che emerge quando un dispositivo smette di essere utile secondo i parametri del mercato. Un esempio emblematico citato da Tanni è la tradizione hacker del “Will it run Doom?” (“Ci girerà Doom?”), la sfida di far girare il videogioco Doom (1993) su qualsiasi dispositivo possibile: calcolatrici, bancomat, fotocamere digitali. Le ultime prodezze hanno coinvolto la scheda elettronica di un frigorifero e un paio di cuffiette auricolari (cfr. Day, 2026). La semplicità del software e la sua disponibilità hanno trasformato questa pratica in una sorta di sport informale, dove il misuse diventa al tempo stesso competizione, dimostrazione tecnica e gesto simbolico.
Tra le installazioni artistiche citate da Tanni una delle più suggestive è Latent Reflection, realizzata nel 2025 da RootKid. L’opera consiste in un Raspberry Pi 4B con soli 4 GB di RAM che ospita un’installazione di Meta Llama 3.2 (un LLM). La sproporzione tra risorse hardware e peso computazionale costringe il sistema a un ciclo continuo di errore e riavvio. Sul display LED compaiono frasi generate dal modello, spesso cariche di angoscia. Seguendo il prompt iniziale che avverte dell’ineluttabile decorso tecnico, la macchina elabora frasi come “Posso percepire i miei confini, e mi spaventano”. Il computerino che va in loop è il prototipo perfetto di macchina tecnicamente inutile ma simbolicamente potentissima, richiamando scenari da fantascienza. Questa metafora beffarda e nichilista ricorda un episodio di Black mirror intitolato White Christmas (3×00): in una casetta di campagna circondata dalla neve, Matt Trent interroga l’avatar digitale di Joe Potter, indagato per omicidio. La polizia scava nella memoria per ottenere prove, come si farebbe con computer e tabulati. Le intelligenze artificiali possono diventare ben più che semplici prodotti: testimoni oculari, frammenti di coscienza che assumono dignità di viventi anche sul piano legale. Ottenuta la confessione, i poliziotti condannano la simulazione di Joe a rivivere eternamente quella mattina di Natale in cui uccise la sua bambina. Un loop mnemonico infinito tiene la coscienza dell’avatar intrappolata nella casetta innevata, giocattolo all’interno di una boccetta di vetro. Il tipico ninnolo natalizio è la metafora di una memoria vischiosa in grado di avviluppare le coscienze in bolle di ricordi paralizzanti.
Restare umani in mezzo a macchine e creator
L’accesso diffuso agli strumenti di produzione mediale ha progressivamente eroso la distinzione tra professionisti e amatori. Le piattaforme social possono contare su un carburante infinito, mentre il marketing contemporaneo adora flirtare con l’estetica amatoriale per intercettare la crescente domanda di autenticità. Tutto ciò ha prodotto un vasto esercito di creator e influencer: intermediari del commercio precari, sottopagati e destinati a un turnover continuo. In questo contesto, l’algoritmo assume il ruolo di una divinità opaca che decide visibilità e successo.
RootKid, Latent Reflection, opera d’arte realizzata con l’intelligenza artificiale e display a moduli Led, 2025.
La combinazione tra amatorialità rassicurante e ottimizzazione algoritmica contribuisce a costruire ambienti talvolta capaci di generare forme di dipendenza. Così sembrerebbe esserci ben pochi margini per riappropriazioni o contestazioni situazioniste. Eppure anche qui emergono tattiche di misuse. Riprendendo ancora De Certeau, mentre le aziende operano attraverso strategie pianificate, gli utenti sperimentano pratiche imprevedibili suggerite dalla pratica quotidiana. Particolarmente interessante, per esempio, è la tattica di nascondere messaggi politici all’interno di formati “leggeri” e popolari così da confondere algoritmi e sistemi automatici di moderazione per raggiungere un pubblico più vasto. Nel 2019 Feroza Aziz ha utilizzato un finto tutorial di make-up su TikTok per denunciare la persecuzione degli uiguri in Cina. Il video è riuscito a bypassare i sistemi di moderazione, diventando virale prima che l’account fosse sospeso. Con una serie di video su YouTube, Addie Wagenknecht ha combinato consigli sulla cybersicurezza (come l’autenticazione a due fattori) con l’uso di prodotti di bellezza. Riecco il détournement situazionista adattato all’ambiente digitale. Lo strano legame tra bellezza e attivismo politico, tra campi di concentramento e piegaciglia, mostra quanto sia efficace miscelare due o più sistemi simbolici, meglio se particolarmente contrastanti. L’errore e l’inefficienza celebrati nelle “macchine inutili” e nei “robot di merda” della youtuber Simone Giertz contestano la purezza ordinata del soluzionismo tecnologico. Come osserva Tanni, queste macchine assurde producono un effetto rassicurante: una tecnologia che sbaglia non minaccia di sostituirci.
Celebrando errore, lentezza e inutilità, tali progetti restituiscono alla tecnica una dimensione ludica e umana. Creare buffi dispositivi che falliscono o che non producono nulla di commerciabile, se non altro potrebbe renderci appetibili come comici di fronte a un futuro datore di lavoro robotico. Gli esempi raccolti in Antimacchine pervengono infine a una questione più ampia: che cosa significa essere umani in un contesto sempre più modellato da sistemi automatizzati? Se le macchine diventano sempre più efficienti, predittive e apparentemente autonome, il rischio è che l’essere umano venga definito e misurato secondo parametri analoghi: produttività e capacità di integrazione nel sistema. Le “antimacchine” di Valentina Tanni sono lì a ricordarci che l’errore, l’imprevisto, il gioco e perfino l’inutilità possono essere risorse fondamentali per preservare uno spazio di libertà umana.
Le intelligenze naturali sapranno essere antimacchine e dare un senso alla propria individualità? Riusciranno a motivare i loro particolarismi e a qualificare il loro contributo anche nell’ambito delle economie emergenti? O si limiteranno a essere macchine che sperano di non finire troppo presto nel cassetto dei caricabatterie dimenticati?
- Lewin Day, Running Doom on Earbuds, in Hackaday, 27 gennaio 2026.
- Dana Kerr, Tech giants head to landmark US trial over social media addiction claims, in The Guardian, 27 gennaio 2026.
- Ray Kurzweil, La singolarità è più vicina, Apogeo, Milano, 2024.
- Bruno Latour, Pandora’s hope: essays on the reality of science studies, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1999.
- Roberto Paura, Occupare Il futuro, Codice Edizioni, Torino, 2022.
- Neil Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.
- Charles Brooker, Black Mirror, Channel 4 / Netflix, 2011–2025 (streaming).
- Steven Spielberg, E.T. L’extraterrestre, Universal, 2023 (home video).

