L’egemonia culturale?
Mito che rimbalza ovunque

Andrea Minuz

Egemonia senza cultura
Storia sentimentale
di un’ossessione italiana

Silvio Berlusconi Editore,
Milano, 2026
pp. 252, € 19,00

Andrea Minuz

Egemonia senza cultura
Storia sentimentale
di un’ossessione italiana

Silvio Berlusconi Editore,
Milano, 2026
pp. 252, € 19,00


Quando è stato presentato il libro alla Galleria Alberto Sordi di Roma, il giornalista Pierluigi Battista, che faceva da moderatore, sottolineando titolo ed editore, cioè la Silvio Berlusconi Editore, è stato interrotto dall’autore che ha subito chiosato: “Praticamente nel nome dell’editore c’è già tutto il libro. L’ha scritto lui dall’aldilà”. Stiamo parlando di Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema presso l’Università di Roma la Sapienza e collaboratore del quotidiano il Foglio.
Partiamo anzitutto del tono generale del volume che, come si intuisce dalla battuta iniziale, è scritto con grande ironia e sarcasmo, e se da un lato questo appartiene allo stile dell’autore, – chi legge i suoi articoli su TV, costume e cultura pop su il Foglio sa che l’ironia è una costante dell’autore – dall’altro è quasi un manifesto programmatico, una dichiarazione di intenti, l’antidoto che si contrappone all’oggetto di critica. Per questo possiamo dire, senza timore di essere maledetti per l’eternità dai sacerdoti della cultura alta, che questo è un libro assolutamente divertente. Il che, naturalmente, va inteso in senso antitetico a quello che sosteneva Neil Postman nel suo Divertirsi da morire, dove tutto ciò che passa per i media altri dalla scrittura – nel caso specifico dalla televisione, per anni panacea di tutti i mali – rende tutto commestibile al grande pubblico, quindi sciocco, banale, e troppo divertente, quindi non importante, troppo poco serio, troppo poco alto (cfr. Postman, 2025). Invece Minuz, sulla scorta di autori riferimento come Ennio Flaiano, Cristopher Hitchens, Alberto Arbasino, sa bene che l’ironia pungente, il sarcasmo usato con intelligenza, sono forse l’unico modo che abbiamo per prendere le cose con grande serietà. Del resto, si sa che i bambini quando giocano sono serissimi. Serietà che però non va confusa con pesantezza, ed è qui, su questa dicotomia, che l’autore gioca gran parte della sua critica al concetto di egemonia.
C’è un esempio emblematico che Minuz fa, in cui racconta della sua prima esperienza negli Stati Uniti, a New York, ben prima degli smartphone, di Amazon e di Facebook, praticamente in un’altra era. Recatosi nella famigerata libreria Strand, nell’East Village, l’autore, passeggiando tra gli scaffali, si rende conto di due cose: la prima è che i testi classici di filosofia, sociologia, scienza politica, rispetto alle edizioni italiane, sono attraenti fin dalla grafica, esattamente come tutte le merci:

“tutti quei libri di teoria critica che all’università mi venivano presentati come «il canone» avevano copertine molto più belle, colorate, persino divertenti. Niente a che vedere col bianco punitivo degli Einaudi. Sembravano libri fatti anche per essere venduti, non solo diffusi come Il Verbo attraverso circuiti universitari”.

La seconda cosa che nota l’autore è che quei testi classici che qui in Italia venivano idolatrati e sempre messi ben in evidenza all’ingresso delle librerie, lì erano disposti secondo specifiche categorie e sottocategorie, ma

“la cosa che mi colpiva era la differenza con l’aria di casa. Nella Feltrinelli in cui andavo non avrebbero mai scritto «marxista o postmarxsista» sopra i drammi di Brecht, i libri di Foucault Althusser, Fortini, e neanche in quelli su Marx: quei libri erano la cultura”.

Insomma, il concetto di andare in libreria negli Stati Uniti, era equivalente a quello di entrare in un negozio di scarpe, cioè l’idea di recarsi in un luogo dove c’è un acquirente interessato a comprare un bene e un venditore ben disposto a venderglielo, avendo fatto prima di tutto per rendere il prodotto in vendita il più seducente possibile. Insomma, il libro non come un feticcio da idolatrare, ma come qualunque oggetto che rientri in un’economia di mercato. Ecco, è in questa cornice che Minuz si diverte a giocare col concetto di egemonia, smontandone passo passo tutti i preconcetti che questo termine si porta dietro.

Ma che cos’è l’egemonia culturale, parola che nei Quaderni dal carcere Antonio Gramsci utilizza una sola volta?

“In Italia il fantasma dell’egemonia si ripresenta dopo ogni grande snodo elettorale, quando al governo va chi non ha fatto della cultura la sua storia e la sua cifra identitaria, oppure ha miti culturali diversi da quelli canonizzati nel pantheon dell’Impegno Civile”.

Negli anni Settanta è stata l’idea architrave sulla quale la sinistra ha provato a costruire tutto il suo discorso, appunto la sua egemonia, in mancanza della possibilità di andare al governo, anche se, come scrive l’autore citando Beniamino Placido, una inchiesta del 1978 della Federazione metalmeccanici di Milano sulle letture degli operai fece inorridire dirigenti ed intellettuali del PCI quando scoprirono che, tra le loro letture preferite, non c’erano l’Unità o Il Metallurgico, la rivista ufficiale della categoria, ma cose come Tex Willer, Grand Hotel, Stop, e soprattutto TV Sorrisi & Canzoni. Insomma, l’operaio non bramava la rivoluzione, la lotta di classe, ma desiderava (altra parola che gettava in uno stato depressivo intellettuali e dirigenti suddetti) evasione, svago, l’automobile, la lavatrice, una vacanza: in una parola, consumare.
Poi, a un certo punto, anche la destra meloniana ha cominciato a subire il fascino del concetto di egemonia. Scrive Minuz:

“In un’epoca di tracollo delle élite, senza intellettuali e partiti, tra idee e ideuzze provvisorie che scorrazzano su meme e algoritmi, ritirare fuori la vecchia formuletta gramsciana suona come uno scherzo, una parodia o una palese presa per il culo. Nel gigantesco blob dell’entertainment continuo, l’egemonia fa venire in mente il ciclostile, i cineclub con le sedie di legno, il catalogo Einaudi, la querelle sul «Politecnico» di Vittorini e altre reliquie di Guerra Fredda. Un pezzo di modernariato intellettuale. Una retromania. Con il vinile, la poltrona Bowl, la Polaroid o una cabina del telefono piazzata all’angolo di una strada mentre tutti camminano chini sullo smartphone, ognuno preso dall’egemonia di sé stesso”.

Perché continuare a incaponirsi allora su questo concetto, rivendicarlo, farlo proprio da parte di chi è ora al governo? Un tentativo di appropriazione che sa tanto di “regolamento di conti: la vendetta, gli egemonizzati che vogliono diventare egemoni”, l’allestimento di una controegemonia in cui Mircea Eliade prende il posto di Gramsci, Ernst Jünger quello di Karl Marx, e Atreju diventa la nuova piazza San Giovanni in Laterano. Inoltre, e torniamo a bomba, non si capisce perché insistere su un qualcosa che, se esiste, funziona ma al contrario, perché “più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri”, come ci hanno ampiamente dimostrato in questi ultimi anni l’esperienza di Berlusconi in Italia – che infatti lo sapeva bene e lasciava volentieri l’egemonia culturale al centrosinistra, prova ne sono autori come Roberto Saviano, che certamente non è etichettabile come berlusconiano, eppure pubblicava con Mondadori – e di Trump negli Stati Uniti, soprattutto con la sua rielezione ottenuta nonostante l’attesissimo endorsement della cantautrice Taylor Swift, oltre 280 milioni di follower su Instagram, per Kamala Harris. In quei giorni, la Repubblica scrisse: “È il messaggio che da mesi i Democratici speravano e i Repubblicani temevano: più di un milione di like in tre minuti per il post di Taylor Swift”. Si è visto poi come è andata a finire.
Da tutto ciò l’autore ricava tre brevi regole sull’egemonia culturale:

1) nessuno sa più bene che cosa sia;

2) egemoni sono sempre gli altri;

3) è storicamente dimostrato che con la cultura non si vincono le elezioni. Eppure, tutti la rivendicano.

La forza di questo libro non sta nella critica al concetto di egemonia culturale da un punto di vista accademico, filosofico, o specialistico, ma a ciò che di questa locuzione rimane nel senso comune, quotidiano, esperibile nella vita di tutti giorni. Perciò ci sono capitoli dedicati alla politica, alla televisione, ai reality e a specifiche trasmissioni definite “All You Can Eat della rabbia sociale”, al giornalismo, ai docenti universitari quando cedono alla lusinga di diventare star del web (mandando in vacca anni di studio e rigore metodologico), al mondo editoriale e del cinema. Irresistibile il capitolo sulla scuola e i genitori, dove Minuz parla sia della sua esperienza di docente universitario, in cui ha oramai a che fare con genitori che si presentano direttamente al ricevimento al posto dei figli, ma soprattutto di papà che deve mandare la figlia nientemeno che in prima elementare:

“Ora bisogna scegliere la scuola giusta per nostra figlia che deve andare alle elementari («Un grande passo,» ci dicono tutti «con la prima elementare non si scherza, è lì che si mettono le basi»)”.

E non si può più scegliere la scuola vicino casa o quella consigliata dal vicino o dai cugini che ci sono già stati con profitto, no. Oggi anche per le elementari bisogna partecipare agli Open Day:

“Andiamo a questi Open Day tra frotte angosciate di genitori che fanno domande su obiettivi e programmi, come se in bilico ci fossero Harvard, Stanford, il MIT di Boston. È invece una sfilata di maestre un po’ anziane, o giovani già demotivate e ministerializzate che si aggirano tra scenari di fantascienza, sgretolamento, abbandono”.

È l’egemonia culturale dei genitori, bellezza!

Letture
  • Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti, Milano, 1980.
  • Pierluigi Battista, Il partito degli intellettuali. Cultura e ideologie nell’Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2001.
  • Cristopher Hitchens, La vittoria di Orwell, Scheiwiller, Milano, 2008.
  • Neil Postman, Divertirsi da morire, Luiss University Press, Roma, 2025.