Ambarchi, Necks, Eno/Wolfe:
per un’inattualità in musica

Oren Ambarchi,
Johan Berthling,
Andreas Werliin
Ghosted
Drag City, 2022

Ghosted II
Drag City, 2024

Ghosted III
Drag City, 2025

The Necks
Disquiet
Fish Of Milk, 2025

Brian Eno, Beatie Wolfe
Luminal
Opal Records, 2025

Lateral
Opal Records, 2025

Liminal
Opal Records, 2025

Oren Ambarchi,
Johan Berthling,
Andreas Werliin
Ghosted
Drag City, 2022

Ghosted II
Drag City, 2024

Ghosted III
Drag City, 2025

The Necks
Disquiet
Fish Of Milk, 2025

Brian Eno, Beatie Wolfe
Luminal
Opal Records, 2025

Lateral
Opal Records, 2025

Liminal
Opal Records, 2025


“L’assenza di marcatori tradizionali come la strofa o il ritornello, oppure gli stacchi percussivi o gli incisi – gli elementi che dicono «sta per succedere qualcosa» – ci permette di perderci in mezzo al suono, liberi dalle aspettative”
(Sword, 2022).

“Mi piacerebbe vedere, e riuscirò a produrla io stesso, una musica che sia completamente libera dai «motivi», o meglio composta da un unico «motivo» ininterrotto che non si ripiega mai su sé stesso”
(Claude Debussy in Toop, 2023).

“…spazi nell’armonia, nel ritmo e nella melodia, ma anche spazi nella mente”
(Williams, 2011).

A fronte di un mercato musicale (in ambito commerciale ovviamente) sempre più inflazionato da hit fugaci ed effimere, in un dominio incontrastato di facili ritornelli orecchiabili e sterilità compositive, c’è un altro mondo che avanza sommessamente alla ricerca di uno spazio mentale assolutamente contrastante l’ipercinetismo di cassetta, quasi fosse un contraltare di resistenza, di ostinato movimento in senso contrario. È una musica che fa della dilatazione dello spazio, dell’espansione sonora, la sua cifra stilistica, in una creazione di galassie formate da elementi minimalisti, reiterazioni, droni musicali, suggestioni ambient e improvvisazione. Per una strana casualità, alcuni tra i musicisti più rappresentativi di questa dimensione si sono cimentati in trittici di ampio respiro, chi diluendo nel corso di circa tre anni le pubblicazioni discografiche, chi raggruppandoli in un unico lavoro e chi lasciando passare pochi mesi tra un’uscita e l’altra. Il risultato, pur ovviamente nelle differenze stilistiche anche marcate, è l’elaborazione di un unico polittico sonoro, che declina in alcuni casi impercettibilmente in altri in maniera più sostanziosa, uno spazio musicale interconnesso e fortemente relazionale, di estese dimensioni.

Ritmi in espansione
Iniziamo dal progetto probabilmente meno noto, frutto della collaborazione tra il polistrumentista e compositore australiano Oren Ambarchi, il bassista Johan Berthling e il batterista Andreas Werliin, ambedue svedesi e sezione ritmica dei Fire! del sassofonista Mats Gustafsson.
Oren Ambarchi vanta innumerevoli collaborazioni, dai Sunn)) O a Chris Abrahams, da Jim O’Rourke a Alvin Lucier, solo per citarne alcuni, oltre ad una estesa discografia personale, dove ha messo in mostra con acume e sensibilità artistica il suo approccio sperimentale alla chitarra elettrica (suo strumento principale), fatto di droni, suoni elettronici e minimalismo, il tutto ammantato di energia rock e estasi trance. I due svedesi, dal canto loro, sono una vera e propria macchina ritmica dal moto incessante, propulsiva e metronomica, una sorta di Sly&Robbie del mondo dell’improvvisazione. Ambarchi e Berthling avevano già collaborato insieme nel 2014 (anche se la loro frequentazione risale addirittura al 2002) registrando il bell’album Tongue Tied edito l’anno successivo dalla Hapna, e prima ancora, nel 2011, l’australiano aveva partecipato alle registrazioni di In The Mouth – A Hand del trio Fire! pubblicato nel 2012 dalla Rune Grammofon e ad alcuni concerti della Fire! Orchestra, in particolare quello di Nantes in Francia edito sempre dalla Rune Grammofon nel 2014 con il titolo Second Exit.
Nel 2018 Ambarchi, Berthling e Werliin decidono di entrare in studio e registrare una session di improvvisazione che rimane nel cassetto per circa quattro anni, prima di apparire in vinile edita dalla formidabile Drag City di Chicago nel 2022. Ghosted, il titolo dell’album e del progetto, consiste di quattro tracce elencate in numeri latini, che delineano un universo sonoro basato su groove ritmici reiterati sui quali Ambarchi improvvisa le sue trame sonore fatte di suoni elettronici, flussi vibranti e correnti elettriche, in un continuo assemblaggio e creazione di universi ipnotici. Valga per tutti il brano I, con Christer Bothén, storico musicista svedese collaboratore di Don Cherry e membro della Fire! Orchestra quale ospite allo n’goni (strumento a corda dell’Africa occidentale): riff di basso a ricordare la bellissima Mra del Chris McGregor Brotherhood Of Breath, lo n’goni di Bothén che disegna fraseggi africaneggianti, batteria pulsante e incisiva e Ombarchi che volteggia sul tappeto ritmico con suoni ed effetti.

L’intero album viaggia sulle stesse frequenze ed è un bel viaggiare, ipnotico, vibrante, da stato di trance. Evidentemente soddisfatti del lavoro pubblicato i tre tornano in studio e nel 2024 pubblicano, sempre per la Drag City, Ghosted II: di nuovo quattro brani, questa volta elencati con numeri svedesi, e medesima ambientazione ma con un affinamento maggiore se possibile. I tredici minuti di Två, caratterizzati dagli evocativi armonici del contrabbasso e da una batteria in formato scarno e percussivo, permettono ad Ambarchi di delineare archi di suoni eterei, sognanti, una sorta di viaggio senza fine, nello spazio siderale, dando il carattere generale all’intero album. Il terzo capitolo, Ghosted III, uscito quest’anno, di brani ne contiene sei, elencati con numeri persiani, e rappresenta probabilmente l’apice del percorso. Yek è un intreccio tra riff di contrabbasso e arpeggio di chitarra corredato dai classici flussi elettronici di Ambarchi e arricchito da un cambio armonico struggente, toccante. Do è classico ambient spaziale, mentre Seh ha un contrabbasso ricco di spazi e linee melodiche, avvolto da una distesa di suono cosmico e Chahar offre ritmicità afrofuturista e ipnotizzante. Panj ricorda, forse più di tutti i brani, gli altri protagonisti di questo articolo, i Necks, con il suo andamento moderato, riflessivo e Shesh conclude questo lavoro e in generale il trittico con un affascinante arpeggio di chitarra sorretto da una batteria e da un basso essenziali, minimali, a sottolineare un’atmosfera di profonda e intima riflessione.

La relazionalità improvvisativa
I Necks, dicevamo: quarant’anni di attività, ventesimo album, una creatività e una brillantezza ancora persistenti, un modello ormai imprescindibile per molti musicisti; con Disquiet i Necks gettano nell’immaginario alternativo una sorta di esteso manuale della relazionalità improvvisativa, un trittico di assoluta limpidezza e maturità che ha certamente pochi eguali. Tre cd, il primo con il brano Rapid Eye Movement, il secondo con Ghost Net (quasi un’ora e un quarto di musica) e il terzo con Causeway (26 minuti, uscito nelle piattaforme digitali come singolo!) e Warm Running Sunlight. Chris Abrahams, Tony Buck e Lloyd Swanton (piano e organo, batteria e contrabbasso) ancora una volta centrano il segno concependo con naturalezza delle nebulose sonore che si autogenerano cambiando forme impercettibilmente ma costantemente, con il giusto tempo, la pazienza e l’emotività nel relazionarsi l’un l’altro. Rapid Eye Movement si apre con un loro classico movimento, l’Hammond impegnato nella costruzione del bordone e nei delicati arpeggi colmi di spazio, poche e profonde note di basso e piatti che illuminano l’atmosfera, e tutto poi si evolve in un mondo spirituale, impalpabile ma ricco di emozioni, un’improvvisazione dal moto quieto. Ghost Net rappresenta invece l’anima più movimentata, caratterizzata da una poliritmia policroma, tocchi di chitarra, profondità dei bassi, organo persistente ed un universo improvvisativo ipnotico, conturbante, più di un’ora di estrosi mutamenti creativi che via via si addensano.

La chitarra colma di eco e riverbero avvolge, commovente, Causeway, prima di lasciare spazio a una batteria energica e un pianoforte che allo stesso tempo evoca nostalgie e lampi futuri, mentre Warm Running Sunlight sospende il tempo, attraversato da silenzi, voci lontane e suoni indistinti, un Hammond astratto e in perenne dialogo con i piatti di Tony Buck, e le note primarie di Swanton a cardine dell’intera improvvisazione. Come detto sopra, un vero e proprio manuale dell’improvvisazione, della costruzione e della valorizzazione degli spazi, mai così sonori come in questo triplo album.

Tre visioni di ambiente
Veniamo ora al nome certamente più noto del lotto, quel Brian Eno inventore dell’ambient music, musicista, artista, produttore, instancabile nelle sue continue sperimentazioni ma sempre fedele a quella sua idea di spazio, di respiro, di dilatamento della materia musicale, siano i suoi album più propriamente ambient che le produzioni più famose, in grado di trasformare anche gruppi rock dalle forti identità, valgano per tutti i Talking Heads di Remain In Light e gli U2 di The Unforgettable Fire. Questa volta lo troviamo al fianco di Beatie Wolfe, un’artista angloamericana, musicista, compositrice, pittrice, attivista ambientale (l’incontro con Eno è avvenuto proprio durante una conferenza dal titolo Arte e Clima); per comprendere meglio l’ampio ventaglio di interessi e attività della Wolfe basterà aggiungere che ha tenuto una mostra personale in qualità di designer al Victoria & Albert Museum di Londra, ha prodotto il primo disco di bioplastica al mondo insieme a Micheal Stipe dei REM, e ha dato vita ad un progetto di mail art collettiva insieme al cantante e tastierista dei DEVO Mark Mothersbaugh. Insomma, la poliedricità è certamente un suo tratto distintivo ed è certamente affine alla personalità e al carattere di Eno, con il quale, per l’appunto, ha deciso di produrre ben tre lavori. Se per il progetto Ghosted il lasso di tempo è stato di circa tre anni, mentre la trilogia dei Necks è stata pubblicata in un singolo album, le uscite discografiche del duo hanno avuto una cadenza particolare: Luminal e Lateral sono usciti insieme nel giugno di quest’anno, e Liminal lo scorso ottobre, tutti per l’etichetta Opal di Eno (distribuita della Verve, e più avanti si noterà la particolarità del nome dell’etichetta), con copertine simili, tratte dalle colorate incisioni di light painting di Eno. I primi due sono stati definiti dagli stessi musicisti rispettivamente dream music e space music, mentre il terzo è un ibrido tra i due precedenti, uno spazio, nella loro descrizione, tra canzone e non-canzone. L’operazione, va detto subito, è di un sapore tutto particolare, dove le differenze si stemperano in un’unica visione spaziale, una sorta di ambient psichedelico, soffuso, intimo e di ampio respiro.

Luminal è una raccolta di delicate song che ricordano molto gli indimenticabili Opal (!) dell’ex bassista dei Dream Syndicate Kendra Smith e dell’ex Rain Parade David Roback (scomparso purtroppo nel febbraio del 2020), ma anche le inquiete atmosfere dei Velvet Undergound di Nico: una psichedelia dilatata, da viaggio sospeso, delicata e evocativa. Chitarra, organo, voce e tenue elettronica disegnano semplici melodie come in Play On, oppure sognanti ballad come in Shhh, o ancora respiri incerti come in Breath March, o gli ansiosi droni di Never Was It Now. Il tutto sempre sorvolato, accarezzato dalla soffice voce della Wolfe, alcune volte parlata, altre appena accennata, altre ancora a disegnare linee melodiche seducenti, e Brian Eno a dare spazialità e orizzonti lontani alla musica. L’aggettivo più appropriato è affascinante, una musica con la quale cullarsi in viaggi fantastici. Otto tracce, tutte dal titolo Big Empty Country ed elencate in numeri latini, compongono Lateral, anche se in realtà possiamo benissimo parlare di una sola e unica composizione di pura ambient music: bordone, poche e semplici note consonanti snocciolate come perle e il tutto contornato da un suono chiaro, limpido e avvolgente. È una musica apparentemente statica, in realtà attraversata da un placido moto infinito, come il respiro dell’universo, una musica per meditare, o anche per praticare yoga, tale è la sua capacità di infondere abbandono e distensione.
Il perfetto mix tra i due approcci al suono, allo spazio e alla composizione è effettivamente racchiuso in Liminal, terzo capitolo del viaggio della coppia Wolfe/Eno. Torna la voce appena accennata, il reverbero della chitarra, la tenue linea melodica, ma è tutto avvolto dal suono spaziale dell’elettronica, come in Part Of Us, brano di apertura, mentre in Ringing Ocean e Before Life appaiono da lontano persino i Pink Floyd di Meddle, ad evocare una psichedelia d’altri tempi che attraversa molte delle composizioni di questo album, prima fra tutte la bellissima Laundry Room, forse il brano più suggestivo del disco. Ma è una psichedelia intrisa di ambient, quanto mai eterea e allo stesso tempo concreta, dove la voce si compenetra con i suoni, in Shallow Form e Little Boy, oppure sembra lasciare un eco pur in sua assenza come in The Procession, caratterizzata da una chitarra cristallina e abbagliante.  Undici brani da assaporare con mente e cuore aperti, un viaggio che è contemporaneamente fine del trittico e nuovo inizio, in una dimensione che sovverte la linearità temporale per costruirne una nuova, ciclica e ipnotizzante. Indubbiamente, l’apice di questa trilogia.

Lo spazio, il tempo, il respiro
Come si accennava all’inizio, questi nove album compongono un quadro d’insieme dai contorni sfumati eppur nitidi nel loro approccio, nonostante le differenze dovute alle caratteristiche dei musicisti impegnati nella costruzione di questi universi musicali. Un’interconnessione armoniosa soggiace alla base dei tre progetti, una capacità relazionale potente in grado di veicolare una visione unica ed omogenea, fondendo le differenti anime dei protagonisti. Fondamentali appaiono i tre assi cartesiani sui quali si muovono e affondano le loro proiezioni musicali. La capacità di lavorare sullo spazio sonoro, di dilatare la materia musicale in forme ampie avvolgendo l’ascoltatore e proiettandolo in altri mondi, distanti da una realtà in nevrotico movimento, competitiva e stressante. Uno spazio che assume diverse dimensioni, non statico ma impercettibilmente cangiante, mutante, con una capacità di variazione insita e pienamente connessa allo svolgimento del racconto musicale. In questa narrazione il tempo è sovvertito, non è lineare ma di volta in volta muta dimensione, si trasforma: se nel progetto Ghosted è spesso connaturato a una ritmicità ossessiva e reiterata, da trance africana, nei Necks è talvolta sovrapposto, ineguale, velato, mentre in Eno e Wolfe la concezione temporale si cela in un apparente staticità che invece dilunga quasi all’infinito la conseguenzialità degli eventi. Infine il respiro, la conquista di un altro rapporto con la musica che non sia mediato dalla voracità tardocapitalista ma presuppone un ascolto disteso e completamente votato alla percezione. La capacità di lavorare su cellule, l’abilità nel tenerle in tensione e poi modificarle lievemente e armoniosamente, frutto dell’approccio minimalista di tutti i musicisti coinvolti, produce un respiro indispensabile a proiettarsi in un’altra dimensione, più propriamente a viaggiare.

È musica che produce sollievo, permette all’ascoltatore ma anche al musicista stesso di respirare, di sentire sulla propria pelle il fiato, il soffio, l’energia vitale del cosmo. Pur in assenza di veri e propri temi musicali, linee melodiche vere e proprie, questi trittici esprimono una ricchezza di universi che chiedono solo di essere percepiti con attenzione e apertura mentale, un viaggio in altri contesti e altri tempi. Questo approccio alternativo che certamente è frutto della rivoluzione minimalista avviata negli anni Sessanta dai vari Terry Riley, Steve Reich, La Monte Young, Philip Glass, sembra di anno in anno produrre musiche dotate di un’attrazione tutta particolare, sempre più in contrapposizione ad un mondo votato invece al consumo smodato, eccessivo, senza sosta. Da questo punto di vista andrebbero considerati altrettanto protagonisti, oltre ai tre progetti qui elencati, i Bitchin’ Bajas di Cooper Crain, di Chicago, anche loro nella scuderia Drag City, e i Natural Information Society di Joshua Abrams, anche loro di Chicago (autori di due album, Automaginary e Totality, insieme proprio ai Bitchin’ Bajas, l’ultimo uscito quest’anno, sempre per la Drag City), entrambi i progetti pienamente coinvolti in questa sorta di neo-minimalismo improvvisativo. È un quadro in continuo movimento e allargamento, un tentativo di risposta certamente istintiva a dinamiche sociali, culturali e politiche sempre più alienanti, ansiogene e nevrotiche che dominano il nostro tempo. O forse è solo un mettersi di lato, sottrarsi allo scorrere degli eventi creando uno spazio alternativo dove immergersi spiritualmente ma anche fisicamente.

“Tu fai partire la musica e la musica ti fa partire”
(Williams, 2011).

Ascolti
  • Bitchin’ Bajas, Inland See, Drag City, 2025.
  • Natural Information Society & Bitchin’ Bajas, Automaginary, Drag City, 2015.
  • Natural Information Society & Bitchin’ Bajas, Totality, Drag City, 2025.
Letture
  • Harry Sword, Alla ricerca dell’oblio sonoro, Edizioni di Atlantide, Roma, 2022.
  • David Toop, Oceano di suono, add editore, Torino, 2023.
  • Richard Williams, The Blue Moment, Il Saggiatore, Milano, 2011.

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