Federico Campagna è uno scettico. Lo è in un senso vicino all’uso terapeutico che gli antichi facevano dello scetticismo: la messa in discussione di ogni mondo costituito come strumento per liberare l’esistenza dalla sua contingente prigione. Il gesto fondamentale di Campagna, quello che attraversa tutta la sua opera e ne costituisce la nervatura più profonda, è la dimostrazione che ogni “mondo”, ogni kosmos, ogni configurazione di senso che prende il posto del caos originario, è un insieme di assiomi decisi e non una realtà necessaria. “Da quando Dio è morto”, scrive in Magia e tecnica (2021), “siamo rimasti da soli a decidere l’assiomatica della nostra comprensione del mondo”. Questa è la mossa scettica: togliere la pretesa di necessità a ciò che si presenta come natura. Liberare il possibile dal peso dello status quo. La mossa del nostro tempo, nel bene e nel male. Ma lo scetticismo di Campagna è incompleto. La sua incompletezza è strutturale, necessaria al progetto, e costituisce allo stesso tempo la sua forza e il suo limite più profondo. Lo scettico genuino non sceglie. Campagna sceglie. Sceglie il Mediterraneo, la Magia, l’ineffabile, la tradizione esoterica come risorse preferenziali per la costruzione di mondi alternativi. E questa scelta, che non viene mai sottoposta allo stesso scrutinio applicato alla Tecnica (cfr. Campagna, 2021), trasforma lo scetticismo in una fondazione rovesciata: non più critica di tutti i mondi possibili, ma difesa appassionata di uno specifico archivio culturale e di una specifica direzionalità della produzione immaginativa. Lo scettico diventa, in questo punto preciso, un romantico.
Magia, Apocalisse, e l’Altrove
L’opera di Campagna si articola in una trilogia di fatto, anche se non nominalmente. Technic and Magic: The Reconstruction of Reality pone le basi filosofiche: un’opposizione strutturale tra due “forze cosmogoniche”, la Tecnica e la Magia, che corrispondono a due sistemi di realtà contrapposti. La Tecnica è definita dall’ontologia delle posizioni, un universo in cui le cose esistono solo in quanto occupano un posto in una serie grammaticale infinita, in cui la misura è il principio primo e l’infinità produttiva è il destino. La Magia è il suo opposto speculare: un sistema di realtà fondato sull’ineffabile, su ciò che “sfugge alla cattura da parte del linguaggio descrittivo e, di conseguenza, resiste a qualunque tentativo di metterla al ‘lavoro’” (Campagna, 2021). Campagna geografizza mitologicamente questa opposizione: il Nord come spirito della Tecnica, il Mediterraneo come patria della Magia. Ma si affretta ad aggiungere che si tratta di una “geografia mitologica e metaforica piuttosto che fisica”– un Mediterraneo “più un luogo di immaginazione che un prodotto della cartografia” (ibidem). È il Nâ-Kojâ-Abâd di Suhrawardi, “la terra del non-dove”.

Cultura profetica. Messaggi per i mondi a venire sviluppa la dimensione temporale e terapeutica del progetto. Se in Magia e tecnica Campagna costruisce l’opposizione ontologica, qui lavora sulla fenomenologia del tempo che finisce – l’apocalisse come esperienza personale e collettiva, il collasso di un mondo come fine di un segmento temporale – e sulla figura del “profeta” come portatore di un mondo che si estingue verso un futuro che ancora non ha forma. Il worlding, il processo incessante di costruzione di un cosmo dal caos delle percezioni, è qui teorizzato nella sua dimensione ritmica e narrativa: “Ogni soggetto crea il proprio mondo nel modo in cui cantavano i rapsodi greci: come una poesia in metrica” (ibidem). C’è però un’ironia aristotelica in questa immagine, che finisce a definire più chiaramente l’eredità di cui Campagna si fa portatore: per Aristotele è la percezione, non il logos, a essere infallibile nel suo contatto con il reale—“il pensare in modo falso non si trova in nessun animale che non abbia anche il logos” (De Anima III, 3, 427b)—il che significa che il worlding narrativo, il processo attraverso cui Campagna vuole salvarci, è costruito esattamente sullo strumento che rende possibile l’errore.

Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla Storia è l’applicazione storica e narrativa di questo apparato teorico. Sei tipologie di “migranti metafisici” attraversano sei epoche di catastrofe mediterranea – i Mortali della cosmogonia mesopotamica ed egizia, gli Stranieri del mondo ellenistico con le infinite reincarnazioni leggendarie di Alessandro, i Cosmonauti gnostici e neoplatonici della Tarda Antichità, i Traduttori medievali tra Islam, ebraismo e cristianità, i Traditori corsari e rinnegati della prima modernità, i Migranti del Novecento da Joseph Roth ad Adelphi. Ogni capitolo illustra la stessa operazione: il rifiuto di adattarsi al mondo dominante e la costruzione o trasmissione di un sistema di realtà alternativo ricavato dalle risorse dell’immaginazione.
La Tradizione e l’Eredità
Il progetto è intellettualmente coerente e non privo di eleganza. Ma per capire da dove viene, e quindi dove rischia di andare, bisogna nominare l’aria che respira. Campagna è un filosofo italiano residente a Londra, fellow del Warburg Institute, collaboratore di Verso Books, e il penultimo capitolo di Altrimondi, dedicato ad Adelphi, non è solo un capitolo storico: è un atto di posizionamento. La casa editrice di Luciano Foà, Roberto Olivetti, Roberto Bazlen e Roberto Calasso è descritta come “erede della tradizione sconfinata dell’immaginario mediterraneo” (Campagna, 2026), e i titoli del suo catalogo – Joseph Roth, Stefan Zweig, Friedrich Nietzsche, Cristina Campo, Elémire Zolla, i perennialisti – come la spina dorsale di un progetto culturale che corrisponde esattamente a quello di Altrimondi. Campagna non analizza Adelphi dall’esterno quindi, ma ne desidera essere un continuatore consapevole. Questo significa che il progetto di Altrimondi è inscritto in una tradizione molto precisa, quella del perennialismo adelphiano, la postura intellettuale che René Guénon, Frithjof Schuon, Mircea Eliade, Ananda Coomaraswamy e poi Campo, Zolla e Calasso hanno incarnato in modi diversi: la convinzione che esista, sotto le forme storicamente determinate delle grandi tradizioni spirituali, un nucleo comune di verità che la modernità ha seppellito e che è compito di certi eletti portatori dissotterrare e custodire. Campagna non è un perennialista ortodosso, egli laicizza e politicizza la tradizione, ma il suo “Mediterraneo immaginale” svolge esattamente la funzione che la philosophia perennis svolgeva per i suoi predecessori: un archivio trans-storico di risorse per resistere alla “desertificazione” del presente.

Il confronto con Calasso è qui inevitabile. Calasso non aveva una tesi: le sue opere, da Le nozze di Cadmo e Armonia a La rovina di Kasch, da Ka a Il Cacciatore Celeste, non argomentavano per un mondo alternativo, e non proponevano una terapia. Erano abitate dai miti, non scrivevano sui miti per estrarne lezioni. La prosa di Calasso era mitologica nel suo funzionamento: essa non rappresentava la mitologia ma tentava continuamente di performarla, di darle corpo e farsi corpo di essa. Campagna, invece, mantiene sempre la posizione del clinico che analizza i miti per estrarne strumenti terapeutici. È scrittura su l’immaginario mediterraneo, non scrittura come immaginario mediterraneo. Questa distanza tra l’analisi e l’incarnazione è ciò che rende Altrimondi un libro utile e interessante, ma non un libro necessario nel senso in cui lo erano le opere di Calasso. Ciò è argomentabile sulla base della direzionalità che abita questo progetto, e Altrimondi specificamente.

Il problema più immediato è quello dell’antologia. Campagna seleziona dall’archivio storico mediterraneo sei tipologie di resistenti alla Storia, e questa selezione è già in tutto e per tutto una decisione teorica. Gli gnostici appaiono come “cosmonauti” perché il loro rifiuto del Demiurgo corrisponde alla struttura campagniana dell’opposizione alla Tecnica. I traduttori medievali appaiono come “cittadini di nessun luogo” perché il sincretismo che producono corrisponde all’ideale campagniano del Mediterraneo ibrido. Gabriele D’Annunzio a Fiume appare come esempio di rivoluzione immaginativa perché la sua costituzione poetica corrisponde all’idea campagniana di trasformazione attraverso l’arte. Ma questa corrispondenza è prodotta dall’analisi, non trovata nella storia. Non stiamo scoprendo, stiamo costruendo. Campagna non incontra gli gnostici e scopre che assomigliano alla sua teoria: costruisce una teoria che garantisce che gli gnostici appariranno come suoi esempi. Il circolo ermeneutico opera a livello storiografico: si va all’archivio con il risultato già in mano. E il costo di questa operazione è precisamente quello che il libro non dice: tutte le storie che non rientrano nella tipologia, tutti i vinti che hanno semplicemente ceduto, tutti i sincretismi che sono stati strumenti di dominazione più che di libertà, tutte le cosmologie alternative che si sono rivelate più opprimenti di quelle che volevano sostituire.

Il Mediterraneo della conquista, dell’Inquisizione, della schiavitù, è mediterraneo quanto quello dei traduttori di Toledo, ma non ha posto in Altrimondi. L’auto-consapevolezza di Campagna su questo punto è parziale e immunizzante. Nella prefazione dichiara esplicitamente che il libro è un eikos mythos – una “storia probabile” nel senso del Timeo platonico – e che “ogni ‘mondo’ concettuale che possiamo immaginare è, in ultima analisi, una storia in cui vivere” (Campagna, 2026). Questa ammissione è filosoficamente onesta, ma funziona anche come scudo: il libro è un mito, quindi non può essere accusato di distorcere la storia. Mossa elegante, ma produce una doppia impostazione vacillante: se il libro è un mito, non può pretendere di offrire “lezioni dal passato”; se offre lezioni dal passato, non può essere solo un mito. Campagna vuole i vantaggi di entrambe le posizioni senza pagare il prezzo di nessuna, e paga invece un prezzo più alto: un mito che dichiara di essere tale non funziona come mito. La potenza mitica dipende dalla credenza non riflessiva, e Altrimondi è troppo consapevole della propria natura mitopoietica per fare ciò che i miti fanno. La distanza da Calasso già registrata trova qui la sua radice, perchè Calasso non annunciava la propria mitopoiesi, e per questo la esercitava.
Altrimediterranei
Una problematizzazione al progetto campagniano non viene dalla filosofia, ma dalla letteratura, e non da quella mediterranea. Il problema dell’ineffabile contro la luce totale, del non-misurabile contro la misura, non è una prerogativa della tradizione esoterica mediterranea: è un problema che chiunque abbia vissuto la modernizzazione come perdita ha dovuto affrontare. E ci sono modi di affrontarlo che non prevedono né la costruzione di un sistema di realtà alternativo, né la migrazione verso un archivio immaginario, né alcun atto cosmogonico. Junichirō Tanizaki scrisse In’ei raisan nel 1933 (Libro d’Ombra, Marsilio 2022) da una posizione che Campagna non può occupare: quella di chi sa che il mondo dell’ombra è già finito, e non propone di rifondarlo, ma si limita a descriverne la sparizione. Quella di Tanizaki è un’alternativa estetica che smonta l’idea che la risposta al mondo dominante sia la costruzione di un’alternativa.

In’ei raisan (1933) è scritto da qualcuno che sa che il mondo della luce elettrica e degli accessori occidentali ha già vinto, e che non c’è nulla da fare: “Il Giappone ha scelto di seguire l’Occidente, e non le resta che andare avanti con coraggio lasciandosi dietro noi vecchi” (Tanizaki, 1977). Non c’è progetto terapeutico, non c’è migrazione immaginaria verso altri mondi. C’è solo la ricognizione di ciò che si perde, e il desiderio di conservarne l’eco almeno nella letteratura: “Nella magione chiamata letteratura vorrei che le gronde fossero profonde e le pareti scure, che si ricacciassero nell’ombra le cose che si fanno avanti con troppa chiarezza.” (ibidem) Questo pessimismo lucido, la bellezza come disposizione passiva nell’ombra invece che come cosmogonia, è l’opposto della Magia campagniana. Per Tanizaki non si costruisce un mondo alternativo: ci si dispone nell’oscurità e si lascia che la realtà emerga da sola, senza essere illuminata, senza essere misurata né interpellata. L’“ineffabile”, qualsiasi cosa significhi, non ha bisogno di un sistema di realtà alternativo per manifestarsi, ma di un tetto abbastanza profondo da tener lontana la luce.

Il punto di frattura più profondo tra Campagna e Tanizaki non riguarda il cosa (entrambi denunciano la distruzione di ciò che sfugge alla misura) ma il come. Per Campagna il problema è un difetto di attivazione: siamo paralizzati dalla Tecnica e dobbiamo riattivarci attraverso l’immaginazione cosmogonica, scegliere un’impostazione di realtà alternativa, costruire un cosmo dal caos. C’è una struttura volontaristica che non abbandona mai il suo progetto, anche quando celebra l’ineffabile: l’ineffabile stesso diventa oggetto di un atto, di una produzione immaginale. Tanizaki non teorizza questo come problema psicologico, la sua critica è quasi brutalmente concreta, e la conseguenza filosofica è che non siamo troppo addormentati e dobbiamo svegliarci all’immaginazione, come vorrebbe Campagna. Siamo semplicemente troppo illuminati per lasciare al buio il tempo di fare il suo lavoro. C’è troppa poca latenza, non troppa poca immaginazione. La luce elettrica impedisce al buio di fare il suo lavoro da solo. La bellezza giapponese emerge da una disposizione passiva: le gronde profonde, le pareti scure, l’ombra lasciata stare. Così si smette di illuminare quello che c’è, e si aspetta. L’aneddoto finale della postfazione è emblematico. Quando l’architetto dice a Tanizaki “ho letto In’ei raisan e so esattamente quello che lei vuole”, Tanizaki risponde: “Ma no, non potrei mai abitare una casa simile” (Harper in Tanizaki, 1977). È la risposta che Campagna non può dare, perché il suo progetto dipende dalla possibilità di abitare davvero gli altri mondi che descrive. Ma Tanizaki sa che i mondi perduti sono perduti—e che tra l’elogio dell’ombra e il poter vivere nell’ombra c’è un abisso che nessuna immaginazione può colmare.

François Jullien, letto insieme a Campagna, espone un problema ancora più radicale: quello della struttura stessa del worlding. Per Campagna, costruire un mondo alternativo è sempre un atto, una decisione e un inizio, una separazione del cosmo dal caos. Il worlding è cosmogonico. Ma la riflessione di Jullien sulle trasformazioni silenziose, cioè sul cambiamento che avviene senza decisione, senza atto fondante, per la semplice propensità (il cinese shi) della situazione, mostra che questa struttura è specificamente europea, specificamente legata alla logica del modello applicato alla realtà. Il pensiero cinese classico non ha un worlding: ha una trasformazione che si produce da sola, che non ha né un agente né un punto di partenza (Jullien, 2009). La direzione è analoga a quella di Tanizaki, ma più radicale: il giapponese richiede ancora un’architettura, qualcuno che costruisca il tetto con le gronde profonde. La trasformazione silenziosa di Jullien non ha nemmeno bisogno di una disposizione passiva – la neve si scioglie senza che nessuno si disponga a lasciarla sciogliere. Sono due gradi dello stesso problema: nel primo ancora un agente, nel secondo nemmeno quello. Questo significa che l’“ineffabile” di Campagna, ciò che sfugge al linguaggio della Tecnica, è ancora pensato all’interno della logica della Tecnica stessa: come il fuori di un dentro, come l’eccedenza di un sistema. O come resistenza. La Magia campagniana è una resistenza speculare alla Tecnica, è la sua negazione, e non riesce a pensare ciò che non è né Tecnica né Magia, ciò che avviene prima che la distinzione sia posta.

Sul piano della diagnosi storica, Jean Baudrillard complica ulteriormente il quadro. Il presupposto di Campagna che esista ancora un caos reale al di sotto dei mondi costruiti, una virtualità infinita da cui attingere per costruire cosmi alternativi, è il presupposto che America (1986) rigetta sistematicamente. L’America di Baudrillard non è il trionfo della Tecnica nel senso di Campagna, ma qualcosa molto di più radicale, il collasso della distinzione stessa tra reale e simulacro. Non c’è un “fuori” dal linguaggio assoluto perché il simulacro ha sostituito il reale, non lo ha ricoperto. La superficie è tutto. Non esiste il caos primordiale come riserva di possibilità, perché il caos stesso è stato simulato, è diventato “complessità”, “diversità”, “creatività”, tutte forme che il sistema può gestire e includere. L’America è il luogo dove la domanda “da quale altro mondo attingere?” non ha risposta, e non perché manchino risorse: la domanda stessa è parte del funzionamento della struttura. La critica di Baudrillard a Campagna è dunque questa: il progetto di Altrimondi presuppone un caos che non c’è più. I “disertori della Storia” – gnostici, rinnegati, traduttori, traditori – potevano fuggire verso l’ineffabile perché l’ineffabile esisteva ancora come zona non colonizzata dalla misura. Ma nell’epoca della simulazione totale, anche l’ineffabile è diventato un prodotto, esattamente “esperienza spirituale”, “saggezza tradizionale”, “cosmologia alternativa”, e altre formule; la Magia campagniana rischia di essere un altro nome per il mercato delle identità alternative che la struttura tollera e anzi promuove come valvola di sfogo. Questo scrittore, questa testimonianza, la megalopoli lo vuole. Non basterà obiettare che il Mediterraneo di Campagna è precisamente il contraltare dell’America baudrillardiana: il Mediterraneo immaginale è già un brand, un prodotto esportabile. Lo è nel momento stesso in cui diventa bacino iconografico. La simulazione non ha risparmiato il territorio che avrebbe dovuto custodire l’alternativa.
Fare mondo senza mondi
E se il problema non fosse il mondo che non lascia spazio all’alternativa, ma l’idea stessa che l’alternativa debba avere una direzione e un approdo? C’è una tradizione di pensiero minoritaria, difficilmente classificabile, che si sviluppa ai margini tanto della filosofia quanto della letteratura di mare, che risponde a questa domanda con una sottrazione. Il suo rappresentante più rigoroso è il filosofo e navigatore solitario Gilles Grelet, la cui Theory of the Solitary Sailor (Urbanomic, 2022) propone un’anti-filosofia costruita non su un altrove, ma su un vuoto che non si riempie. Grelet, porta la critica al livello più radicale della struttura del soggetto. Il suo marinaio solitario usa le stesse figure di Campagna – il disertore che abbandona il mondo – ma ne capovolge il senso. In Campagna, la fuga dal mondo dominante ha sempre una direzione: verso un altro mondo, verso l’archivio mediterraneo, verso la Magia o verso l’inizio rimesso in atto. Il movimento è sempre da questo verso un altro. Per Grelet, invece, il mare “fa il vuoto del mondo senza mai fare mondo. Non è più del mondo di quanto non sia di un altro mondo, un’alternativa al mondo: è il divoratore.” (Grelet, 2022 §4.1) Non c’è un altrove: c’è una sottrazione. Il marinaio solitario non migra – si toglie. Campagna appartiene alla categoria che Grelet chiama “faire-monde radical”, “il plasmare gli umani al mondo attraverso uno strappamento da questo mondo in nome di qualche altro” (Grelet, 2022 §1.4). È ancora una forma di mondanità, perché il problema non è quale mondo abitare, ma il mondo in quanto tale.

L’anti-filosofia di Grelet, con il suo linguaggio rigido, la sua struttura di “punti” e “formule”, il suo rifiuto di qualsiasi stile, è la risposta a questa mondanità residua del progetto campagniano: non si costruisce un’alternativa, ci si sottrae. Il luogo è la circoscrizione di un silenzio, invece che un repertorio immaginale. C’è nel progetto di Campagna, in fondo, un’ironia involontaria che Grelet porta alla superficie. Altrimondi è un libro che argomenta per la necessità di costruire altri spazi immaginativi, e lo fa attraverso uno dei formati più codificati dell’immaginario culturale europeo: la grande storia delle civiltà con i suoi eroi minori, le sue rotture e le sue continuità sotterranee. Il libro è parte dell’immaginario che descrive. E ne è parte non come critica, ma come replica: produce esattamente il tipo di narrazione abitabile, l’eikos mythos, che la tradizione mediterrranea che descrive ha sempre prodotto. In questo senso, Altrimondi non analizza la costruzione dei mondi: è una costruzione di mondo. È il mito che Campagna racconta a sé stesso e ai suoi lettori per sopravvivere alla Storia. Egli lo dichiara apertamente. Il problema è che il libro non riconosce abbastanza le conseguenze di questa posizione. Se il libro è un mito, allora la sua critica di altri miti (la Tecnica come linguaggio assoluto, la modernità come nichilismo metafisico) non è più critica filosofica ma guerra tra narrazioni. E in una guerra tra narrazioni, non c’è nessun punto di Archimede da cui valutare quale narrativa sia preferibile, se non la pragmatica della sopravvivenza soggettiva, che è precisamente il criterio che Campagna usa. Il mito migliore è quello che permette di “condurre una vita degna” (Campagna, 2026). Ma chi decide che cosa sia dignitoso? Su quali basi? La risposta implicita di Campagna è: la tradizione esoterista del Mediterraneo. Ma questa risposta non è scettica in alcun modo: è semplicemente, e senza sofisticazione, dogmatica.
Al di là di passato e futuro: filosofie del presente
Che cosa rimane, allora, del progetto campagniano dopo Altrimondi? Molto, di certo. La diagnosi della Tecnica come sistema di realtà che dissolve la distinzione tra essenza ed esistenza, riducendo le cose a posizioni grammaticali intercambiabili, è filosoficamente potente e storicamente pertinente. La consapevolezza che ogni mondo è una costruzione contingente, e che quindi può essere modificata, ha una valenza politica genuina, specialmente in un’epoca in cui l’alternativa sembra essere o l’adattamento passivo o la nostalgia reazionaria. La tipologia dei “disertori della Storia” offre figure utili per pensare forme di resistenza che non passano né per la presa del potere né per il ritirarsi del tutto dalla dimensione pubblica. Ma il progetto ha un limite strutturale che i suoi strumenti non possono superare: presuppone il caos come riserva di possibilità, il Mediterraneo come archivio, l’immaginazione come strumento cosmogonico. Tanizaki mostra che non c’è bisogno di costruire un sistema alternativo, basta smettere di illuminare. Jullien mostra che il cambiamento può avvenire senza atto fondante. Baudrillard mostra che il caos stesso è già stato simulato. Grelet mostra che migrare verso altri mondi è ancora mondanità.

Lo spostamento teorico necessario, che Altrimondi sfiora senza compiere, è il passaggio dall’ontologia della costruzione all’ontologia dell’attenzione. Non: come costruire un altro mondo secondo un modello? Ma: come prestare attenzione a ciò che non si lascia pianificare? La differenza non è tra attività e passività – anche la disposizione richiede un agente – ma tra la logica del modello applicato alla realtà e la logica dell’attenzione a ciò che avviene senza piano. Non la Magia come sistema alternativo, ma qualcosa di più simile all’ombra di Tanizaki: ci si ritira abbastanza da lasciar vedere, nell’oscurità, qualcosa che la luce continuamente cancella.
Campagna ha il coraggio di porre il problema. Gli manca il coraggio – o forse, più propriamente, la disperazione – di abbandonare la risposta.
- Aristotele, De Anima, trad. it. Giancarlo Movia, Bompiani, Milano, 2001.
- Jean Baudrillard, America, trad. it. Laura Guarino, SE, Milano, 2000.
- Roberto Calasso, La rovina di Kasch, Adelphi, Milano, 1983.
- Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano, 1988.
- Roberto Calasso, Ka, Adelphi, Milano, 1996.
- Roberto Calasso, Il Cacciatore Celeste, Adelphi, Milano, 2016.
- Federico Campagna, Magia e tecnica. La ricostruzione della realtà, trad. it. Giuseppina Sciurba, Tlon, Roma, 2021.
- Federico Campagna, Cultura profetica. Messaggi per i mondi a venire, trad. it. Francesco Strocchi, Tlon, Roma, 2023.
- Gilles Grelet, Theory of the Solitary Sailor, Urbanomic, Falmouth, 2022.
- Jullien François, Le trasformazioni silenziose, trad. it. M. Porro, Raffaello Cortina, Milano, 2010.
- Jun’ichirō Tanizaki, Libro d’ombra, trad. it. Luisa Bienati (a cura di), Marsilio, Venezia, 2022. [ed. di riferimento: Jun’ichirō Tanizaki, In Praise of Shadows, trad. ingl. Thomas J. Harper e Edward G. Seidensticker, Leete’s Island Books, 1977.]

