La televisione e le forme che l’attraversano muoiono ogni giorno e ogni giorno rinascono diverse. È questa una delle verità che attraversano Cara televisione, l’ultimo libro di Aldo Grasso, un requiem lucido che, nelle sue ultime pagine, si rivela un atto di fede celato sotto le tonalità del disincanto romantico. La posizione di Grasso – il più importante critico televisivo italiano, storico della televisione, editorialista del Corriere della Sera e professore ordinario di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano – si concretizza infatti in una lettura critica che vede nella fine di un’era non un vero declino, ma la condizione stessa per la nascita di nuove forme e linguaggi. Il volume è strutturato in capitoli tematici, ciascuno dedicato a un format o a una specifica fase della televisione (Servizio pubblico, Talk Show, Varietà Sport e così via). Attraverso questa articolazione, Grasso sviluppa una riflessione che, con toni talvolta provocatori, giunge a decretare la “morte” di alcuni pilastri della tradizione televisiva: il servizio pubblico – a suo parere forse mai esistito –, i reality, il talk show, la cronaca nera, il varietà e, infine, la stessa critica televisiva nella sua forma più tradizionale. Nelle ultime righe del volume emerge una speranza camuffata da semplice constatazione che lascia lo spazio per una riflessione sulla lunga “storia d’amore e [di] altri sentimenti” (Grasso, 2026) che gli spettatori hanno intrattenuto con il medium: la critica televisiva non è affatto scomparsa, ma ha piuttosto attraversato un processo di trasformazione che l’ha progressivamente ricollocata nello spazio digitale. Tale riconfigurazione ha reso possibile il riemergere, seppure in forme inedite, di quella dimensione collettiva e dialogica della fruizione televisiva che storicamente il mezzo aveva contribuito a strutturare e che, nel tempo, sembra essersi persa.
“Dagli ultimi bagliori del secolo scorso, abbiamo vissuto la più grande rivoluzione tecnologica e antropologica che l’umanità abbia mai conosciuto e quasi non ce ne siamo accorti […]. A cose fatte, abbiamo scoperto che erano avvenute delle metamorfosi, non dei prevedibili upgrading, ma mutamenti radicali che stavano cambiando i sistemi istituzionali, economici e produttivi. E con essi le forme simboliche di relazione e le modalità di fruizione di tutto il sistema mediale. In questo nuovo ambiente la televisione continua, pur in modi differenti, a convivere e a essere un perno essenziale”
(Grasso, 2026).
Una storia d’amore e altri sentimenti: l’archeologia di un “noi”
Quando la televisione fece la sua comparsa in Italia, la mattina del 3 gennaio del 1954, quando Fulvia Colombo – prima annunciatrice dagli studi di Milano – annunciò l’avvio delle trasmissioni, il paese attraversava ancora una fase di diffusa povertà e il costo elevato dell’apparecchio limitò la sua diffusione a poche famiglie. In questo contesto, la fruizione del nuovo medium assunse sin da subito una dimensione necessariamente comunitaria. Da un lato “il possesso di un apparecchio televisivo esorbitò dai confini di una sola famiglia” (Dallamano, 1955), trasformandosi in un bene condiviso, una proprietà estendibile ad amici, parenti e inquilini. In breve tempo, il televisore assunse un valore sociale inedito, diventando un nuovo focolare domestico attorno al quale riunirsi. Dall’altro lato, la televisione trovò spazio anche in contesti pubblici e semipubblici: le società di mutuo soccorso, i bar, persino le latterie “trasformarono la visione in un’occasione di incontro sociale” (Grasso, 2011), contribuendo a configurarla come un’esperienza collettiva che eccedeva i confini dell’ambiente privato. In questo senso, la televisione delle origini contribuì alla creazione di un “noi” fondato su nuove ritualità e su un patrimonio simbolico condiviso. A partire dagli anni Ottanta, prende avvio quel fenomeno complesso che Umberto Eco definì “neotelevisione” (Eco, 2024). Questa fase è caratterizzata da una serie di trasformazioni: l’aumento degli apparecchi televisivi e la loro diversificazione all’interno delle abitazioni; la parziale dissoluzione del sistema dei generi e la nascita di sottogeneri derivata da “processi di commistione ed ibridazione” (Grasso, 2011). Tali cambiamenti contribuiscono a definire il modello del “flusso” descritto nel 1974 da Raymond Williams in Television: Technology and Cultural Form (cfr. Williams, 2003): una modalità di articolazione continua dei contenuti televisivi che introduce delle nuove pratiche di consumo del mezzo, fondate su un comportamento spettatoriale erratico e su una fruizione discontinua, “modulata attraverso l’uso del telecomando” (Grasso, 2011). Non a caso, in questo contesto si afferma la cosiddetta “televisione dello zapping”, una pratica che accentua ulteriormente la frammentazione dell’esperienza visiva.

L’insieme di questi elementi costituisce la base di una prima, seppur non ancora definitiva, rottura della tradizionale funzione unificatrice della televisione. L’incremento degli apparecchi televisivi – e, più in generale, la loro moltiplicazione all’interno dello stesso nucleo domestico – indebolisce le forme di aggregazione e di visione collettiva proprie della televisione delle origini. Ne deriva una progressiva erosione della dimensione condivisa dell’esperienza televisiva, fino a rendere sempre meno praticabile l’idea stessa di condivisione persino all’interno di uno stesso spazio familiare. Parallelamente, il comportamento erratico introdotto dal flusso e dalla cosiddetta “televisione dello zapping” ostacola la possibilità di una fruizione prolungata e condivisa di uno stesso contenuto davanti ad un unico schermo.
Il superamento della ritualità come la conosciamo
Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, l’irrompere delle nuove tecnologie e l’affermazione della televisione satellitare a pagamento favoriscono i primi processi di multimedialità e di convergenza tra diversi media (tv, Internet, cellulare) segnando una svolta decisiva nelle modalità di produzione e di fruizione dei contenuti. Tali trasformazioni contribuiscono a decretare il definitivo superamento della ritualità della visione condivisa come la conosciamo e inaugurano un paradigma che, seppur in forme oggi più avanzate, continua a caratterizzare l’ecosistema mediale contemporaneo. La televisione, infatti, si presenta ormai come un dispositivo diffuso e rilocato su una pluralità di schermi, la cui accessibilità individuale rende sempre più difficile – se non residuale – l’esperienza di visione collettiva. Tuttavia, questo processo non implica una scomparsa totale della dimensione comunitaria, quanto piuttosto una sua riconfigurazione. Come spiega Grasso nell’ultimo capitolo del suo Cara televisione, con la diffusione di Internet e dei social media emerge una nuova forma di critica – online – partecipativa e “dal basso”. “Il discorso critico online si fa liquido, è diffuso […], scorre come scorre il flusso della televisione che si guarda e si commenta” (Grasso, 2026): in questo senso, la critica online contribuisce a reintrodurre una forma alternativa di fruizione condivisa, non più fondata sulla compresenza fisica degli spettatori, ma su pratiche discorsive che recuperano – in chiave digitale – la dimensione dialogica storicamente imposta dal medium.

Se la televisione, in quanto medium di massa, agiva come motore “di occasioni di cooperazione sociale” (Ortoleva, 2009), il telefono – che si è sostituito alla televisione anche nelle forme di interazione da essa consentite – in quanto mezzo interpersonale, consente il perpetuarsi di legami affettivi “anche nel rarefarsi […] delle occasioni di incontro e di conoscenza fisica” (ibidem), ma crea simultaneamente forme di relazione intense quanto effimere. Pur ricreando una nuova forma di collettività la critica online si profila come una connessione puramente digitale che può offrire solo l’illusione di condivisione senza implicare gli impegni della compresenza. Emerge qui il paradosso intuito da John Dewey in Comunità e potere (cfr. Dewey, 1971):
“le attività di comunicazione costituiscono una delle cause del dissolversi dello stato di comunità proprio delle collettività […], ma sono anche uno dei principali rimedi, se non il principale, alle sue conseguenze”
(Ortoleva, 2009).
Le mode del tempo
Esiste, infine, una verità ancora più profonda che attraversa il libro di Aldo Grasso: la relazione fra i singoli temi trattati non deriva esclusivamente dal processo di rinascita delle forme televisive e dei meccanismi che le governano, ma anche dall’idea che i generi, in quanto sentimenti, sono soggetti alle mode e le mode ai tempi. Ne consegue che le modalità di visione non sono stabili o universali: qualora un genere si presterà a una visione comunitaria, sarà quella a imporsi, ma sempre in quanto risposta a una tendenza del momento. In questo senso, le pratiche di visione appaiono meno come esiti spontanei e più come effetti di una convergenza tra forma, tempo e regime mediale, risultando strettamente correlate – e spesso proporzionali – al successo del genere proposto.
- John Dewey, Comunità e potere, La Nuova Italia, Firenze, 1971.
- Aldo Grasso, Prima lezione sulla televisione, Laterza, Bari, 2011.
- Piero Dallamano, Il televisore, in Il contemporaneo, Parenti Editore, Firenze, anno II, numero 36, 10 settembre 1955.
- Umberto Eco, La trasparenza perduta, in Sette anni di desiderio, La Nave di Teseo, Milano, 2024.
- Peppino Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, il Saggiatore, Milano, 2009.
- Raymond Williams Television: Technology and Cultural Form, Routledge, 2003.

