Nell’autobiografia intitolata Il sogno di un hippie, Neil Young annota un episodio di gioventù entrato di diritto nel grande libro dei miti e delle leggende del rock. Alberto Maria Banti lo prende in prestito per aprire l’introduzione al suo Too Much To Dream, preziosa e doviziosa ricostruzione dell’ascesa e del declino della controcultura giovanile nei Sixties. Il ricordo è quello del singolare incontro avvenuto tra Young e Stephen Stills che portò alla nascita nel 1966 dei Buffalo Springfield. In quel frangente Young era assieme a un altro musicista canadese, Bruce Palmer. Avevano una meta comune: Los Angeles. I due erano stati assieme negli insignificanti Mynah Birds, ma una volta discioltasi la band Young ebbe l’idea di ritrovare l’altro connazionale, Stills, con il quale aveva già suonato seppur per poco. Ventenni, spensierati, ben carichi di marijuana, i due si misero in viaggio da Toronto viaggiando su un carro funebre Pontiac alla ricerca del partner perduto di vista. Una volta giunti nella metropoli californiana, lo incrociarono, per puro caso lungo la Sunset Strip, già allora ricca di locali dove risuonavano le nuove musiche amplificate dall’uso di sostanze allucinogene. Si intravede qualcosa di quel mondo in un film girato proprio qualche mese dopo e uscito nel 1967: The Trip, diretto da Roger Corman (da noi arrivato con il titolo Il serpente di fuoco), scritto da Jack Nicholson e interpretato da Peter Fonda. Il viaggio è quello psichedelico del protagonista che assume per la prima volta una dose di LSD e le sue visioni sono il pezzo forte della storia. Va segnalato che nei panni del pusher appare Denis Hopper. Il trio si riunirà per quel canto del cigno della brevissima era hippie diretto e interpretato da Hopper con co-protagonisti proprio Fonda e Nicholson, ovvero il celeberrimo Easy Rider (1969). Forse un caso, forse no, serendipità, chissà.

Come nel caso dell’incontro tra Young, Palmer e Stills (e Richie Furay che era con Stills), serendipità al medesimo grado, quella “felice serendipità” che in un tempo assai breve portò “alla nascita delle controculture giovanili californiane, e della musica rock che tanto le appassiona”, scrive Banti nell’introduzione, dopo aver ricordato l’episodio che originò la nascita dei Buffalo Springfield, una band che ebbe vita breve ma che seminò molto e bene.
Siamo dunque in California nella seconda metà degli anni Sessanta che Banti, con uno studio accuratissimo, preciso e documentato, setaccia in lungo e in largo per stilare un inventario dettagliatissimo degli eventi/sommovimenti sociali, politici, culturali, di costume e soprattutto musicali che lì avvennero in poco più di un lustro. Un battito di ciglia della storia, Genesi (queste, è noto, durano al massimo sette giorni) di un nuovo mondo, o meglio del desiderio di un nuovo mondo che avrebbe sconvolto quello esistente, che poi si sarebbe rivelato più resistente del previsto.
A introdurci in quegli anni, alle visioni, alle speranze, agli impegni e alle lotte, ma soprattutto alle good vibrations presenti ovunque non c’è soltanto l’episodio on the road dei tre canadesi, ma anche il titolo stesso del libro estratto da un brano dei losangelini Electric Prunes: I Had Too Much to Dream (Last Night), forse il più celebre tra quelli scritti da Annette Tucker e Nancie Mantz. Il brano arrivò anche in Italia grazie a I Corvi che fornirono musicalmente una versione di buon livello, ma come costume italiano dell’epoca stravolgendo il senso del testo. Divenne Sospesa a un filo. Curiosamente proprio il complesso di Parma fece sua un’altra canzone scritta dalla coppia Tucker/Mantz, I Ain’t No Miracle Worker, che divenne la celebre (in Italia) Sono un ragazzo di strada, tra le migliori cose del beat nostrano, pur essendo una cover. La versione originale venne registrata dai Brogues, da cui sarebbe nata un’altra delle band californiane più iconiche dei Sixties, i Quicksilver Messenger Service.
I Had Too Much to Dream (Last Night) è un buon preambolo sonoro per tuffarsi in quella stagione. Se ne era reso conto già Lenny Kaye, chitarrista, compositore, produttore e scrittore, che aveva da poco imbracciato la chitarra, suonando a fianco di Patty Smith quando scelse il brano delle prugne elettriche per aprire la celeberrima raccolta di pepite estratte dall’allora recente passato del rock statunitense, Nuggets, appunto, un doppio album che approntò nel 1972 e il cui titolo completo recitava Nuggets: Original Artyfacts from the First Psychedelic Era, un vero e proprio atto di nascita della retromania dal momento che “gli scavi archeologici di Kaye nell’antiquariato rock avrebbero avuto come oggetto musica risalente ad appena quattro anni prima” (Reynolds, 2017). Infine, per chiuderla con gli incroci underground, ma non proprio sotterranei, nella celebre sequenza lisergica nel cimitero in Easy Rider si ascolta il Kyrie Eleison dalla Mass in F Minor, la messa elettrica proprio degli Electric Prunes, anche se in una formazione in buona parte cambiata rispetto agli esordi.
Anni tumultuosi, eventi creativi
Serendipità e oltre, un affastellarsi di eventi racchiusi in un lustro grossomodo, un pugno d’anni ripercorsi da Banti con equilibrio tra visione d’assieme e i mille e più dettagli, sicuramente una migliore messa a fuoco di quanto tentò il cinema in quegli anni, fallendo non soltanto per l’assenza di una necessaria distanza temporale, come si deve per tutti gli eventi storici, ma perché quegli anni erano e rimangono irrappresentabili. L’intreccio di sociale, politico, culturale, artistico e musicale che si determinò e il conseguente accumulo di energia, di spregiudicata vitalità, di visionario spirito di cambiamento che investì ogni piano d’esistenza ancora oggi mostrano, come si evince dal racconto di Banti, una densità pari a un buco nero e parimenti indescrivibile. Fallirono, a maggior ragione, ai tempi, i film che senza la necessaria prospettiva storica si cimentarono nel racconto in tempo reale. Se ne realizzarono diversi, da quelli che ne inquadrarono il volto più politico, come Fragole e sangue (The Strawberry Statement di Stuart Hagmann,1970), America, America, dove vai? (Medium Cool di Axel Wexler, 1969), e Quattordici o guerra (Wild in the Streets di Barry Shear, 1968), a quelli più incentrati sull’esperienza psichedelica come La ragazza dalla calda pelle (Riot On Sunset Strip di Arthur Dreifuss, 1967), il succitato The Trip (1967), The Love-Ins (sempre di Dreifuss, 1967) e Psych Out di Richard Rush (1968), fino al documentario che fece un po’ da titoli di coda: Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica realizzato da Michael Wadleigh nel 1970 (si noti una volta di più il bizzarro imperante nei titoli italiani).
The Trip (1967) di Roger Corman si avvalse del contributo degli Electric Flag che compare anche in azione in questa sequenza. La band mescolava blues e rocj psichedelico. Ne facevano parte tra gli altri il chitarrista Mike Bloonfiel e il batterista Buddy Miles, quest’ultimo in seguito nella Band of Gypsies di Jimi Hemdrix. La colonna sonora del film di Corman fu la prima uscita discografica della band.
Il deficit cinematografico sussiste ancora e d’altronde è occorso quasi mezzo secolo per riuscire a restituire lo spirito del post sessantotto europeo grazie a Qualcosa nell’aria (Après Mai, 2012) di Olivier Assayas, dove regna “un delicato equilibrio tra distacco e aderenza. Molte sono le riprese dall’alto, a sottolineare la distanza dai fatti narrati, ma il realismo nel narrarli è sorprendente” (Fucile, in Autori vari, 2025). A rendere più ardua l’impresa nel caso della Summer of Love è probabilmente l’esperienza psichedelica di massa che la attraversò in lungo e in largo. Difatti, gli attori in gioco nella festa della controcultura che irrompe a metà degli anni Sessanta in terra di California sono una vera moltitudine, a iniziare dai profeti della nuova coscienza, officianti delle nuove droghe allucinogene, Lsd in testa. I principali artefici di questa rivoluzione copernicana della coscienza sono oramai nomi noti. Il primo è Timothy Leary che conierà il mantra condiviso da tutti i fautori della via lisergica: “Tune in, Turn On, Drop Out”, parole già in odore di santità quando vennero pronunciate per la prima volta nel corso del raduno hippie al Golden Gate di San Francisco (lo Human Be-In) nel gennaio 1967. In parallelo c’era in azione Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, forse colui che accese la prima scintilla di quel fuoco che divampò rapidamente dalla California all’intera Unione e da lì nel mondo. Serendipità una volta di più. Milos Forman trasse un film pluripremiato dal romanzo di Kesey e riecco Nicholson, mattatore indiscusso in quel film. A sua volta, il regista ceco naturalizzato statunitense tornerà nel segno dell’Aquario quattro anni dopo riallestendo per il grande schermo Hair (1979), quando però il fuoco di quella stagione si era già spento da un decennio o giù di lì.
Kesey è l’uomo che riunisce attorno a sé i Merry Pranksters e con loro, dopo i primi happening organizzati nella sua casa, viaggia a bordo di un bus coloratissimo (ispirerà quello del Magical Mistery Tour beatlesiano) andandosene in giro per gli States dando vita a eventi con il coinvolgimento di musicisti che pre/vedevano il consumo collettivo di Lsd e infinite jam session per accompagnare i viaggi. Sono la liason tra la nascente cultura hippie e la precedente beat generation, uno snodo incarnato da Neal Cassady, uno dei membri dell’allegra brigata, colui le cui gesta sono celebrate da Jack Kerouac in Sulla strada. Tra i primi a unirsi alla festa ci sono difatti dei musicisti, alfieri del viaggio oltre le porte della percezione, che decidono per l’occasione di cambiar nome: smettono di chiamarsi Warlocks e diventano i Grateful Dead. Voleranno talmente in alto che alla morte del loro leader, Jerry Garcia, nel 1995 gli è stato intestato un asteroide (il 4442) scoperto dieci anni prima. Come in astronomia, anche la controcultura californiana ebbe il suo apogeo, che Banti riassume nella prima intitolata La riunione delle tribù, racconto delle gesta di Kesey e dei Merry Pranksters, di Leary, della nascita di un tempio delle nuove musiche, il Fillmore di San Francisco e del suo creatore, Bill Graham, del movimento studentesco, della Berkeley University, dell’altra grande scena, quella di Los Angeles, le voci più politicizzate a partire da Jerry Rubin e Abbie Hoffman e mille altri avvenimenti, dibattiti, in un fiorire di attività alternative, di repressioni poliziesche, di solidarietà e ambiguità. Una rivoluzione culturale che prese il via, indica Banti, con il Red Dog Saloon a 400 chilometri da San Francisco, in quel di Virginia City, dove suonano/improvvisano i Charlatans circondati da giovani che ballano, arrivati da ben oltre il circondario e che viaggiano anche a bordo di marijuana e Lsd. Una rivoluzione culturale che approdò al festival di Monterey del 1967 sfociando alla successiva Summer of Love che Scott McKenzie propagò ai quattro angoli del mondo cantando:
“If you’re going to San Francisco
Be sure to wear some flowers in your hair
If you’re going to San Francisco
You’re gonna meet some gentle people there”.
La canzone la scrisse John Philips, leader indiscusso dei Mamas & Papas, formazione di punta del pop più gentile di quella stagione, ma ai tempi c’era all’opera uno schieramento di talenti da lasciare senza fiato. La musica è difatti il collante che tenne assieme le voci molteplici ed eterogenee del movimento, delle tribù di giovani e giovanissimi alle prese con consumi alternativi, espansione lisergica della coscienza, opposizione alla guerra in Vietnam, contrasti generazionali e fuga dalla famiglia borghese, dall’american way of life, libertà nell’abbigliamento, libertà nei rapporti di coppia/e, e altro ancora con la conseguente, durissima, violenta, anche omicida reazione delle istituzioni, della polizia e dell’esercito, contro cui Banti opportunamente punta il dito.
Prima di tirare le somme, di incamminarsi verso il perigeo nella seconda parte intitolata La dispersione delle tribù, Banti si sofferma sull’aspetto più squisitamente musicale del rock californiano, individuando i sei tracciati principali “che consentono di descrivere l’apporto della West Coast alla nascita del rock”: folk elettrico, country, blues, esotismo musicale, sperimentazioni d’avanguardia e jazz. Ripercorrere il susseguirsi di singoli artisti e di band che allora irruppero sulla scena tra San Francisco e Los Angeles, erigendo un canone musicale tuttora di riferimento, ribadisce una volta di più la portata epocale di quel sisma sonoro.
I soliti noti a questo punto del libro si prendono per intero la scena, i Byrds, i Jefferson Airplane, i Grateful Dead, la Paul Butterfield Blues Band, i Quicksilver Messenger Service, Frank Zappa le sue Mothers of Invention, i Doors, i più sperimentali United States of America, i più politicizzati Country Joe & the Fish, i Doors, Janis Joplin e la band con cui condivise buona parte della sua storia, Big Brother and the Holding Company, e ancora i summenzionati Electric Prunes, i non menzionati nel libro Spirit (tranne che in una nota), Joni Mitchell (anche lei canadese), i Kaleidoscope e le varie diramazioni, i diversi incroci, cambi di formazione, fino alla nascita del primo supergruppo: i Crosby, Stills, Nash & Young, giungendo così in quel di Woodstock, alla fine dell’inizio e all’inizio della fine.
Le contraddizioni in seno alle tribù via via esplosero, le droghe e l’indigenza per molti seminarono morte, le repressioni delle forze dell’ordine fecero altrettanto, il variegato anticapitalismo si focalizzò proprio sulla musica, mettendo gli uni contro gli altri chi la rivendicava gratis per tutti e chi iniziava a guadagnarci (anche non poco), arrivarono i grandi festival all’aperto, non solo Woodstock e non soltanto il tragico Altamont nel dicembre del 1969 con l’omicidio di un ragazzo da parte degli Hell’s Angels durante il concerto dei Rolling Stones, venne la notte buia delle mattanze a opera della Famiglia Manson, le suddivisioni in frazioni e sotto frazioni, l’utopia andò spegnendosi, o meglio si avviò quel processo di nemesi che nel corso di un paio di decenni avrebbe partorito tecnognostici d’ogni sorta.
“Tra tutti gli ambiti culturali che accolsero quel che restava dei sogni freak, il più inaspettato fu indubbiamente l’universo del codice digitale […] la retorica che incanta i personal computer e le reti digitali continua a ispirarsi a valori degli anni Sessanta come la democrazia radicale, l’empowerment personale, la comunità alternativa e una società decentralizzata in cui circolano liberamente i dati”
(Davis, 2023).
Da nemesi a nemesi. Qui la storia si è davvero esibita in un triplo salto carpiato. Decenni prima, sulle colline svizzere si era dato vita a un’utopia che per certi versi anticipò le linee guida di quella californiana in una comunità che riuniva anarchici, vegetariani, artisti, occultisti, adoratori del sole, reietti, nudisti. Ne fecero parte diversi nomi celebri come Isadora Duncan ed Herman Hesse, Hugo Ball, Hans Arp, D.H. Lawrence, Carl Gustav Jung. Si ritrovarono tutti sul monte Monescia sopra Ascona nel Canton Ticino, che da allora (siamo ai primi del Novecento) divenne Monte Verità e vi regnarono arte, stravaganze e un diffuso rigetto della società esistente (cfr. Noschis, 2013). Alternativi ante litteram, rispetto ai quali i loro eredi californiani si distinsero soprattutto per la dimensione di massa del movimento, la differente fascia generazionale e il ruolo centrale svolto dalla musica e dall’acido lisergico. Nacquero anche gli ultimi e definitivi capolavori musicali di quella generazione. Una manciata di album concepiti dal collettivo informale PERRO (acronimo che sta per The Planet Earth Rock and Roll Orchestra) al cui vertice Banti pone – come dargli torto? – il primo album realizzato da David Crosby a suo nome, ovvero If I Could Only Remember My Name pubblicato nel 1971 sorta di assemblea generale della West Coast perché vi parteciparono i sodali Nash e Young, Grace Slick, Paul Kantner, Jack Casady e Jorma Kaukonen dei Jefferson Airplane, altrettanti membri dei Grateful Dead (Phil Lesh, Mickey Hart, Bill Kreutzmann e Garcia), Joni Mitchell, un paio provenienti dai Santana (Gregg Rollie e Michael Shrieve), David Freiberg dei Quicksilver Messenger Service e Laura Allan (accreditata erroneamente Allen) in seguito dedita a sonorità new age.
La parola fine, a suo modo la mise nero su bianco Paul Kantner assieme ai Jefferson Starship (lo stadio terminale dei Jefferson Airplane) nell’album manifesto della resa, della fuga ma soprattutto della transustanziazione: l’utopia abbandona la dimensione terrestre, cerca di oltrepassarla, di trovare sede più adeguata nello spazio. Il disco è il concept Blow Against The Empire (1970), tra gli ultimi e definitivi capolavori musicali di quella generazione, storia di un viaggio interstellare intrapreso da ciò che rimaneva della tribù hippie. Ultimi fuochi. Il viaggio di Banti si chiude all’alba dei Settanta quando il testimone passerà al progressive rock e di lì ad altre invenzioni musicali, mentre come si è detto, la cultura psichedelica (non certo la baggianata di cui si è discusso negli ultimi anni in Italia) si incamminava verso la fusione con il codice binario.
This Is The End…
In realtà, c’è ancora un disco, non incluso nel finale del libro di Banti, un disco fuori orario, in effetti, ma colonna sonora perfetta dell’ascesa e caduta della controcultura californiana. Torniamo all’inizio, Bruce Palmer che se ne andò on the road sulla Pontiac con Neil Young. Lasciò i Buffalo Springfield, espulso dagli USA per via del possesso di droghe, tornò, ma ritornò a essere rimandato a casa per lo stesso motivo. Decise di chiudere con la musica (non con le droghe), ma prima chiamò un po’ di amici per una jam session che fruttò un disco, il suo unico disco, un one single shot, come lo ha battezzato Guido Festinese nel suo omonimo libro, un disco dal titolo che enuncia il proprio destino: The Cycle Is Complete, perché se l’autore lo chiama così “vuol dire che, almeno inconsciamente, ha intuito l’alfa e l’omega del suo operare nel mondo” (Festinese, 2025). Palmer chiama a sé alcuni membri dei Kaleidoscope, altra band di Los Angeles, ai tempi nell’orbita della MGM che aveva ingaggiato Palmer. Loro erano freschi della partecipazione alla colonna sonora di Zabriskie Point, altra sortita cinematografica nella controcultura giovanile. C’era anche un ex compagno di gioventù, Rick James, un membro dei succitati Mynah Birds e in seguito figura di primo piano in ambito funk e rhythm and blues.
Lungo le due facciate dell’originale long playing scorre tutta la storia narrata da Banti, l’effervescenza creativa che in vario modo congiungeva i tracciati principali della musica californiana (folk elettrico, country, blues, esotismo musicale, sperimentazioni d’avanguardia e jazz), tracciati che fanno tutti capolino nella lunga Alpha – Omega – Apocalypse (quasi l’intero lato A), una festa che davvero suggella la riunione delle tribù, un brano a cui faceva seguito una miniatura guarda caso intitolata Interlude. Voltando lato, diremmo pagina, ecco un ultimo sussulto, la vibrante O-X-O e infine l’avvicinarsi della fine, la dispersione delle tribù, la dark side californiana, laddove tutto va a spegnersi in un oscuro respiro: Calm Before The Storm, circa dieci minuti di solenne requiem notturno composto da voci che oramai provengono da un aldilà. Malinconico e cupo calò il sipario.
La Summer of Love era finita.
- Autori vari, Love Is The Song We Sing: San Francisco Nuggets 1965-1970, Rhino, 2007.
- Autori vari, Nuggets: Original Artyfacts from the First Psychedelic Era, 1965–1968, Rhino, 1998.
- Scott McKenzie, San Francisco, in The Voice Of Scott McKenzie, Oldays Records, 2018.
- Bruce Palmer, The Cycle Is Complete, Universal Music Special Markets, 2003.
- Erik Davis, Techgnosis. Mito, magia e misticismo nell’era dell’informazione, Produzioni Nero, Roma, 2023.
- Guido Festinese, One Single Shot. 52 storie discografiche di successo irripetibili, EDT, Torino, 2025.
- Gennaro Fucile, Ciò che resta del fuoco che ardeva in quel maggio, in Autori vari, XXI. Opere scelte, Italian Institute for the Future, Napoli, 2025.
- Kaj Noschis, Monte verità. Ascona e il genio del luogo, Casagrande, Bellinzona, Svizzera, 2013.
- Simon Reynolds, Retromania, Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, minimum fax, Roma, 2017.
- Neil Young, Il sogno di un hippie, Feltrinelli, Milano, 2015.
- Olivier Assayas, Qualcosa nell’aria (Aprés Mai), Terminal Video, 2013 (home video).
- Roger Corman, Il serpente di fuoco (The Trip), Terminal Video, 2012 (home video).
- Arthur Dreifuss, Riot On Sunset Strip (La ragazza dalla calda pelle), Four Leaf Productions, 1967.
- Arthur Dreifuss, The Love-Ins, Four Leaf Productions, 1967.
- Stuart Hagmann, Fragole e sangue (The Strawberry Statement), Warner Home, 2001 (home video).
- Richard Rush, Psych Out, Olive Films, 2015 (home video).
- Barry Shear, Wild in the Streets (Quattordici o guerra), AIP, 1968.
- Michael Wadleigh, Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica. Warner Bros., 2010 (home video).
- Axel Wexler, America, America, dove vai? (Medium Cool), Sinister Film, 2020 (home video).

