Pryce “Stick” Cahill (interpretato da Owen Wilson) è un ex-campione di golf che prende sotto la sua ala il giovanissimo Santi Wheeler. Santi è stato completamente abbandonato dal padre biologico e Stick sopravvive faticosamente alla prematura dipartita del figlio. Stick, la recente serie tv sul golf targata Apple, propone due protagonisti che portano addosso i segni dei rispettivi nuclei familiari spezzati. Quando torna in scena Gary, il padre-padrone e primo allenatore di Santi, vacilla il rapporto tra Stick e Santi. Ma il padre biologico di Santi si rivela totalmente insensibile alla personalità del figlio e lo abbandona ancora una volta. Le fratture del passato e del presente vengono gradualmente ricomposte.
Le virtù della famiglia come algoritmo narrativo
La serie, guidata da Jason Keller (anche ideatore e showrunner), conferma la maturità della produzione Apple sul piano della scrittura seriale, grazie alla capacità di manipolare e ricodificare stereotipi culturali e narrativi. Le famiglie spezzate che si incontrano e si completano ridefiniscono il concetto stesso di famiglia, ormai non più fondato su legami di sangue ma su dinamiche elettive e morali. Apple TV continua a proporre qualità da ben cinque anni di streaming audiovisivo e si guadagna un posto speciale nelle Streaming Wars.

La cura della qualità è il tributo richiesto dal capitalismo contemporaneo per entrare in un mercato, specie se la concorrenza è particolarmente folta e agguerrita. L’idea è che si produce qualcosa di buono vendendo in perdita dato che il valore generato trascende il profitto immediato e si traduce in un capitale simbolico, relazionale, culturale. Se “nel mondo liquido-moderno […] il valore delle relazioni si misura nella loro capacità di essere costantemente rinnovate” (Bauman, 2006), Apple conduce con successo una strategia di commercio simbolico collocandosi in territori di consumo diversi da quello originario della vendita di hardware. Evidentemente in questo flusso comunicativo la multinazionale valuta come strategico il piano di riflessione morale ed emotivo offerto dall’immaginario audiovisivo. E la famiglia sembra essere una piattaforma privilegiata per organizzare narrazioni ampie e complesse come quelle necessarie e tenere desta l’attenzione in appuntamenti televisivi che autori e produttori vorrebbero sempre durevoli.
Padri, padroni e padrini
Hollywood e gli studios sono da sempre a caccia della formula perfetta cercando di minimizzare i rischi. Meglio passare in rassegna i successi delle generazioni precedenti, fondamentali blockbuster come Star Wars o Ritorno al futuro, film che rileggono con leggerezza pop e vestito fantascientifico la potenza narrativa insita nelle storie di famiglia. Famiglie particolari certo: con padri che cercano di mozzare le mani ai figli (in effetti Darth Vader ci riesce) o figli che rischiano di andare a letto con le madri (Marty McFly si salva per un pelo). Non dimentichiamo a tal proposito la trilogia de Il padrino di Francis Ford Coppola. Narrazione sul potere ma dalla ricetta piuttosto complessa: forse passata alla storia soprattutto perché per la prima volta la mafia viene raccontata agli americani cercando una comprensione intima e psicologicamente realistica. C’è infatti l’immersione nella psiche del pater familias Don Vito Corleone, nel suo retaggio e nel suo sogno di un ordine perduto. Sogno simbolicamente avviato dalla scena del ballo iniziale che ricorda le sequenze più iconiche de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Quando Il padrino (prima il romanzo di Mario Puzo, poi il film di Coppola) esplose sulla scena mondiale ci furono aspre polemiche intorno alla cristallizzazione dello stereotipo del mafioso siciliano. La famiglia Corleone sembra la perfetta incarnazione cinematografica del “familismo amorale” descritto da Edward C. Banfield.

Nel 1958, questo sociologo e politologo statunitense pubblicò uno studio molto controverso intitolato Le basi morali di una società arretrata. Risultato di un’inchiesta (con campionamenti piuttosto disinvolti) condotta tra le mura di un paesino in Basilicata. Perché tanta povertà e arretratezza organizzativa? Le azioni collettive risultavano come inceppate da quello che Banfield definì “familismo amorale”. La teoria era che in certi contesti culturali l’individuo agisce solo e unicamente per “massimizzare i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare, presupponendo che tutti gli altri facciano lo stesso” (Banfield, 2010). Questo familismo è amorale perché è impossibile che gli interessi di un gruppo ristretto (o addirittura minuscolo) coincidano con quelli di tutta la collettività. Banfield cita Alexis de Tocqueville e il paese più democratico del mondo (USA ovviamente): la grandezza di una nazione è nella capacità degli individui di associarsi per raggiungere fini comuni; viceversa, l’incapacità di associarsi e di cooperare costituisce un ostacolo. Se nel film di Coppola (di origini lucane) qualcuno può cogliere un nesso tra l’agire dei poveri contadini lucani e la nascita dei clan mafiosi, è altrettanto facile cogliere un analogo parallelismo tra certe tecniche della mafia e le dinamiche corporativiste insite nel capitalismo statunitense. Il padrino ha conferito dimensioni epiche alla famiglia criminale e ha smascherato l’ipocrisia del disprezzo americano per il familismo amorale (cfr. Caviglia, 2002). In ogni caso il film di Coppola ha avviato un interessante sviluppo dell’immaginario familistico mettendo in parallelo logiche tribali e imprese economiche.
I clan narrati successivamente dalla serialità mainstream scaveranno ulteriormente in questo solco. Il primo a smontare il mito romantico inseguito dai Corleone è Martin Scorsese che in Quei bravi ragazzi mostra la classe operaia della mafia e ritrae Henry Hill come un patriarca incapace di porre un argine al caos dei tradimenti e dell’edonismo.

La leggendaria serie tv I soprano amalgama le nevrosi tardo-moderne di Scorsese e la tragedia shakespeariana di Coppola offrendo l’interessante soluzione del padrino che si sottopone a terapia psicoanalitica. A quanto pare la famiglia biologica non è più una fortezza ma, per Tony Soprano, addirittura una fonte di traumi, di ansie (ben servite soprattutto dalla madre Livia), di attacchi di panico. Questo scenario narrativo offre importanti opportunità di analisi dei meccanismi e delle mentalità che regolano un complesso affresco di personaggi e di contesti. A partire da Carmela, la moglie di Tony. Co-protagonista che è al tempo stesso l’evoluzione di Kay Adams (la moglie di Michael Corleone che non può entrare in certe stanze) e di Karen Hill (la moglie di Henry in Quei bravi ragazzi che deve per forza entrare in tutte le stanze per nascondere pistole e droga). Quest’ultima chiede qualcosa in cambio della sua complicità. Allo stesso modo Carmela accetta i soldi sporchi in cambio di sicurezza e status e usa la sua (finta) moralità cattolica per auto-assolversi. La famiglia non è più un codice d’onore ma un accordo commerciale. In Breaking Bad le ambizioni e gli atti di Walter White dimostrano come sia fragile una famiglia le cui sorti sono interamente affidate al pater con pieni poteri. Ce lo spiega bene Gus, il socio criminale di Walt, che cos’è un pater:
“Qual è il compito di un uomo, Walt? Provvedere al benessere della sua famiglia. Quando si hanno figli si ha sempre una famiglia. Sono loro la priorità, la responsabilità. E un uomo deve assolverla. E lo fa anche se non si apprezza il suo gesto, anche se non viene rispettato, e anche se non è amato. Semplicemente resiste e va avanti, è suo dovere. Perché è un uomo”.
Questa mentalità esplicitamente patriarcale e fuori dal tempo fonda un interessante contrasto con i danni che apporterà Walt alla sua stessa famiglia. Per Jason Mittell questa contraddizione rappresenta un significativo messaggio contro “l’anima marcia della mascolinità tradizionale” (Mittell, 2017). Il successo economico e la parziale complicità della moglie non sono sufficienti a saziare le ambizioni di Walt, patriarca fallito.
Ted Lasso, il pater familias con i dolcetti
Questioni di famiglia possono fungere da impalcatura morale e, nello stesso tempo, da appoggio per organizzare personaggi e trame in una comoda mappa mentale. Storicamente la famiglia elettiva (il gruppo sociale che l’individuo sceglie e per il quale farebbe di tutto) è stata (ed è ancora) la naturale evoluzione degli schemi narrativi imposti dalle storie di famiglie. La serie Apple intitolata Ted Lasso presenta un parallelo interessante tra famiglie biologiche e famiglie elettive. Lo spogliatoio del football club di Richmond viene affidato all’allenatore Lasso e raccoglie un ricco repertorio di personaggi molto ben caratterizzati e capaci di rappresentare numerose nevrosi contemporanee. Il coach Ted è un uomo mite sempre pronto a distribuire dolcetti con i suoi folti baffi d’altri tempi (forse ispirato ai baffoni da tricheco del grande Andy Reid, allenatore dei mitici Kansas City Chiefs famoso per il suo mantra “Don’t judge” e per il suo intuito nel fornire seconde possibilità).
Ted Lasso è un padrino postmoderno che non ha nessuna intenzione di distruggere l’avversario o di isolare i membri dei clan rivali. Prova invece a cercare un pulsante per redimere l’avversario, per tirarlo dentro la sua visione. E di tolleranza ne ha molta Lasso visto che gestisce un gruppo di giovani calciatori quasi tutti “prime donne”. Ma quanto più si presenta frivolo e infantile un comportamento tanto più si attiva la lavagna strategica del coach Lasso. Non importa quanto tu sia stronzo, freddo, o miliardario: se capiti nel raggio d’azione di Ted Lasso (e del suo intorno di amici-discepoli), rischi di diventare una persona migliore.

Le narrazioni familistiche moderne esaltano l’inclusività, la possibilità che un gruppo di colleghi o di conoscenti sia unito da un vincolo morale talmente forte da diventare struttura di socializzazione totalizzante, qualcosa di simile a una famiglia appunto. E Ted diventa l’eroe di tutti quando riconosce di avere un problema e riesce a chiedere aiuto a tutta la famiglia estesa (compresa anche la sua ex-moglie che si è accasata con il loro terapista di coppia). Ecco il perfetto pater familias funzionalista: colui che capisce e accetta di essere ingranaggio in un meccanismo.
Il familismo seriale colpisce ancora
Certo che ne è passata di acqua sotto i ponti dell’immaginario americano dai tempi del familismo amorale di Banfield e della famigghia che porta a casa Oscar e successi. Una crisi delle grandi narrazioni e delle meta-narrazioni caratterizza il nostro tempo deficitario di “combinazioni linguistiche stabili” e universalmente “comunicabili” (Lyotard, 2014). La famiglia sembra un porto sicuro per tutto, specie per quelle narrazioni che si rivolgono a un pubblico generalista. La condizione in cui versa il mito di Star Wars è emblematica dell’odierna crisi di immaginazione. Con Star Wars Episodio IX la popolare saga cinematografica degli Skywalker si chiude con il ritorno di Palpatine e dei suoi improbabili consanguinei. In una fondamentale narrazione mainstream si decide di introdurre un colpo di scena privo di qualsiasi collegamento con gli altri capitoli. Sembra proprio che nelle stanze degli sceneggiatori Disney si prenda troppo disinvoltamente l’ancoraggio ai legami di sangue. Del resto l’analista finanziario resta sempre ottimista mentre si aggiusta la cravatta con i disegnini di Baby Yoda e pensa ai soldi che entreranno grazie alle infinite nicchie di consumo garantite dallo streaming audiovisivo. In effetti, il vento familistico non ha impedito alle idee interessanti di affacciarsi anche dalle parti di Star Wars. Si pensi alla semplicità e alla leggerezza con cui Jon Favreau è riuscito a colorare la storia di una bizzarra connessione padre-figlio in The Mandalorian, disegnando riferimenti antropologici e citazioni mitologiche senza far debordare gli effetti speciali. Ma casa Disney sembra ormai irrimediabilmente infestata da famiglie e cripto-famiglie. Nel Marvel Cinematic Universe non vi è più alcuna narrazione che non metta al centro la famiglia. Si preferisce quella elettiva rispetto alla biologica ma la prevedibilità degli schemi resta la stessa. C’è persino una famiglia virtuale: quella della serie tv WandaVision (2021), unico acuto anticonformista in un mare di noia (ma solo i primi quattro episodi).
I Fantastici 4 e il superpotere di re-bootare (male)
Il recente film I Fantastici Quattro – Gli inizi sembra la chiusura di un cerchio rispetto all’inflazione familistica. Sin dalla loro prima apparizione nel 1961, i Fantastici Quattro rappresentano un punto di svolta nel fumetto supereroistico: Stan Lee e Jack Kirby sostituiscono l’archetipo dell’eroe solitario con un microcosmo familiare in cui i superpoteri arricchiscono di sfumature le normali tensioni domestiche. Reed Richards, Sue Storm, Johnny Storm e Ben Grimm incarnano una sorta di “famiglia nucleare mutante” pronta ad affrontare conflitti del quotidiano e minacce cosmiche. La responsabilità sociale dettata dai superpoteri resta sullo sfondo come “contraddizione permanente tra la dimensione mitica e la ripetizione seriale del quotidiano” (Eco, 2017) ma è pronta a balzare in primo piano alla bisogna. Una famiglia così è al tempo stesso rifugio, arena e metafora della modernità: un luogo dove lo statuto di straordinarietà affianca l’espressione delle debolezze umane.
Il modo in cui il film del 2025 dedicato ai Fantastici Quattro prova a distinguersi dalle altre rappresentazioni del popolare team aveva delle premesse interessanti: una straordinaria estetica retro‐futuristica anni Cinquanta e Sessanta che poteva far pensare a una operazione di rilettura critica della struttura-famiglia tradizionale. Ciò che avviene nei primi episodi di WandaVision. Gli anni Cinquanta è l’epoca in cui al cinema, e in particolare a Hollywood, proliferano le rappresentazioni della famiglia perfetta, al punto da trasformare il contratto sociale del matrimonio in uno stato di natura, una verità universale e quasi zoologica (Barthes, 2016). Nei I Fantastici Quattro – Gli inizi non vi è però alcun segno di critica ad alcunché. C’è solo l’ombra di Franklin, il figlio neonato di Reed e Sue che minaccia di diventare il quinto membro del team. Altro che divoratore di mondi: il supremo divoratore di sceneggiature prende a calci Galactus e Silver Surfer riducendo i due importanti personaggi a insignificanti comparse per dare spazio a un noiosissimo ammasso di ansie genitoriali. Missione fallita. Conviene tornare al catalogo Apple TV che aveva avuto quella stessa idea provando a collegare l’estetica di un’epoca all’ancoraggio storico della visione familistica. Straordinariamente attenta alle scenografie e al design degli oggetti di scena, la serie Hello Tomorrow! si sintonizza bene sulle frequenze barthesiane e sul carattere illusorio della famiglia formalizzata dall’American Dream anni Cinquanta: il papà che lavora, la mamma a casa, i figli sempre felici.

Siamo in un’America ucronica in cui il potere dell’atomo ha portato a una società ottimista e priva di limiti energetici. Ovunque spuntano automi dalle linee affusolate e dai pazzi design space-age. Jack Billings (uno straordinario Billy Crudup) sbarca il lunario vendendo multiproprietà sul suolo lunare. Opuscoli informativi e bellissimi disegni si propongono come realtà alternative in cui perdersi, parlando al pubblico contemporaneo di post-verità e, in maniera sottile, di quanto la capacità di mentire possa trasformare la famiglia perfetta in una magnifica illusione. Jack truffa tutti, compresa la sua famiglia elettiva (gli altri venditori che lo spalleggiano nella truffa) e suo figlio (che Jack aveva abbandonato in tenerissima età e che dopo molti anni prova ad avvicinare). Altro che fortezza o rifugio sicuro: tutte le sue possibili famiglie sono inabitabili come la polvere del nostro satellite. Questa cura nel cercare metafore nuove per rinfrescare miti e schemi narrativi inflazionati sembra difettare in casa Disney che invece continua a scavare nei grandi successi del passato con i suoi remake, reboot e riciclaggi vari. Alla Disney dovrebbero ripartire dal rileggere gli script dei cartoon di culto presenti sulla propria piattaforma. Per esempio Gli Incredibili (2004), l’unico vero lungometraggio sui Fantastici Quattro. Nel film Pixar il vero nemico dell’umanità non è un Thanos o un Galactus qualsiasi ma la terrificante ombra della normalità e le menzogne che ne derivano. Mr. Incredibile, Elastigirl, Flash e Violetta sono i quattro membri di una super-famiglia che deve combattere ogni giorno contro il lavoro d’ufficio, la noia del pendolarismo, la crisi di mezza età, l’armonia di coppia complicata dai figli, la routine che soffoca la curiosità. Oggi l’unico atto di puro eroismo sembra proprio quello di trovare un equilibrio tra lavoro, affetti, consumi e crisi di identità. Ancora più eroico far funzionare una famiglia e fare in modo che questa non sia un mero patto economico tra individui.
- Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna, 2010.
- Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino, 2016.
- Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006.
- Francesco Caviglia, Looking for male Italian adulthood, old style, in “P.O.V: A Danish Journal of Film Studies”, n. 12, 2002.
- Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 2017.
- Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano, 2014.
- Jason Mittell, Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie, minimum fax, Roma, 2017.
- Amit Bhalla, Lucas Jansen (ideatori), Hello Tomorrow!, Apple TV, 2023 (streaming).
- Brad Bird, Gli Incredibili, Walt Disney Studios, 2005 (home video).
- David Chase (ideatore), I Soprano – La serie completa, HBO, 2020 (home video).
- Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo, Mattia Torre (sceneggiatori), Boris, Disney Plus, 2007-2022 (streaming).
- Francis Ford Coppola, Il Padrino – Trilogia, Paramount, 2007 (home video).
- Jon Favreau (ideatore), The Mandalorian, Walt Disney Studios, 2020 (home video).
- Vince Gilligan (ideatore), Breaking Bad – La serie completa, Sony Pictures, 2014 (home video).
- Jason Keller (ideatore), Stick, Apple TV, 2025 (streaming).
- George Lucas, Irvin Kershner, Richard Marquand, J.J. Abrams, Rian Johnson, Star Wars Cofanetto – La saga completa, Walt Disney Studios, 2020 (home video).
- Jac Schaeffer (ideatore), WandaVision – La serie completa, Walt Disney Studios, 2021 (home video).
- Martin Scorsese, Quei bravi ragazzi, Warner, 2016 (home video).
- Matt Shakman, I Fantastici 4: Gli Inizi, Eagle Pictures, 2025 (home video).
- Jason Sudeikis, Bill Lawrence, Brendan Hunt, Joe Kelly (ideatori), Ted Lasso: La serie completa, Warner, 2024 (home video).


