Stefano Carrer (1961 – 2020) è stato un giornalista professionista, corrispondente da Tokyo per Il Sole 24 Ore dal 1986, specializzato in Economia e Finanza internazionale. Dal 2006 si occupò dell’intera area asiatica attraverso una miriade di articoli, interviste e video. Quando, l’11 marzo 2011, uno dei più forti terremoti di sempre colpì il Giappone, era lì. Com’è noto, il terremoto e il seguente tsunami colpirono anche la centrale nucleare di Fukushima, provocando una contaminazione paragonabile, per gravità, a quella di Chernobyl. Nei giorni seguenti la catastrofe la maggior parte dei corrispondenti esteri abbandonò Tokyo per paura della contaminazione nucleare, rifugiandosi a Seul o Kyoto. Rimasero solo due giornalisti italiani, Pio d’Emilia, corrispondente di SkyTG24, e Stefano Carrer per Il Sole 24 Ore. Il mestiere dell’inviato è sempre stato questo: andare dove gli altri non possono o non vogliono andare. Ma Fukushima ha rappresentato qualcosa di diverso. Non è la guerra, dove il pericolo ha volto umano e si può combattere. Non è la carestia, che si può documentare e denunciare. È l’invisibile che contamina. È il tempo geologico delle scorie radioattive che si prende beffa dei cicli elettorali e delle scadenze editoriali. Carrer lo sapeva. Per otto anni, dal 2011 al 2019, è tornato sistematicamente sul luogo del disastro. Non per l’evento-notizia, ma per documentare il dopo.

Le migliaia di lavoratori che smantellano la centrale sapendo che non vedranno mai la fine del lavoro. I 160.000 sfollati che hanno vissuto in case temporanee, presto diventate permanenti. L’agricoltore Naoto Matsumura, rimasto solo a Tomioka per accudire gli animali abbandonati, rifiutando l’evacuazione. Il lavoro di Carrer va in questa direzione: dare voce. Non parlare delle vittime, ma far parlare le vittime. I suoi reportage sono pieni di citazioni dirette, di volti, di nomi. Non statistiche, ma persone. “Ho visto un Giappone che non conoscevo”, ammette Carrer. Un paese che di fronte alla catastrofe ha mostrato insieme stoicismo ammirevole e rimozione collettiva. Dove il governo minimizzava i rischi mentre la popolazione sviluppava una radiofobia paralizzante. Dove TEPCO, la società elettrica, continuava a mentire anche con l’acqua radioattiva ai piedi. Il mestiere dell’inviato diventa qui qualcosa di più: testimonianza contro l’oblio, contro la normalizzazione dell’emergenza. Perché la tentazione, per tutti, è sempre voltare pagina. Ma Fukushima non volta pagina. Continua a contaminare l’oceano. Continua a generare migliaia di tonnellate di acqua radioattiva. Continuerà per decenni, forse secoli.
Nel 2020, in un incidente in montagna, qui in Italia, Stefano Carrer muore. Negli anni che seguirono questo ulteriore drammatico evento, sua sorella Giuliana, con metodo e dedizione, raccoglie il lavoro svolto e la documentazione acquisita dal fratello nel corso del tempo trascorso in Giappone, e auto-pubblica il volume Fukushima (2011-2019) diario di un giornalista sul campo, una documentazione unica di quanto è realmente successo a Fukushima (circa duecento articoli) e contestualmente una testimonianza del lavoro di un giornalista, di un professionista conscio delle implicazioni di quanto scrive, del valore della verità.
Il rischio personale: l’avventuriero con il dosimetro
Lo scrittore William T. Vollmann arrivò a Fukushima poche settimane dopo il disastro (cfr. Vollmann, 2012). Anche lui ha con sé un dosimetro, oltre a mascherine FFP2 di dubbia efficacia e guanti in lattice, anche se lui stesso ammette di non fidarsi completamente delle sue misurazioni. Viaggia tra le zone evacuate, intervista sopravvissuti, si avvicina alla centrale quanto può. Scrive: “Non so se sto correndo un rischio reale o immaginario”. La sua è una testimonianza di natura radicalmente diversa. Anche per Vollmann la verità, la Parresia, è un valore irrinunciabile, ma nel suo caso non vi è un approccio giornalistico. Non è la comunicazione il perno del suo discorso, quanto, analogamente ad altri suoi scritti, la ricerca del limite, l’analisi dei comportamenti umani quando sono sottoposti a tensioni insopportabili. Questa incertezza radicale, questa inaffidabilità del reale, definisce il rischio individuale nell’era nucleare.

La filosofa italiana Simona Morini analizzando il concetto di rischio, distingue tre figure: l’avventuriero – che sfida il destino –, il libertino – che calcola razionalmente –, lo statistico – che si affida ai dati collettivi – (cfr. Morini, 2014). Vollmann e Carrer, seppur in modi profondamente differenti, incarnano tutte e tre le figure simultaneamente. Sono avventurieri che vanno dove è proibito andare. Sono libertini che cercano di calcolare l’esposizione (i millisievert, i millirem, le distanze). Sono statistici che consultano mappe di contaminazione e tabelle di rischio. Eppure, nessuno dei tre approcci fornisce certezza. Perché il rischio radioattivo ha caratteristiche uniche che lo rendono psicologicamente insostenibile: è invisibile (appare solo nel suo simulacro, la rovina della centrale esplosa); è umanamente incontrollabile; non sai quando agirà, potresti morirne dopo un’ora o fra decenni, ma soprattutto, potresti anche sopravvivere. Gli studi di Daniel Kahneman e Amos Tversky in relazione ai bias propri degli esseri umani, soprattutto in relazione alla gestione del rischio sviluppano quella che viene definita Teoria del Prospetto (cfr. Kahneman, Tversky, 1979) e hanno dimostrato che gli esseri umani sono irrimediabilmente pessimi nel valutare rischi di questo tipo. Sovrastimiamo i rischi spettacolari e sottostimiamo quelli quotidiani. La paura del nucleare è tanto più intensa quanto più il rischio è percepito come imposto dall’esterno, irreversibile, catastrofico. Carrer, come Vollmann, e coloro che documentano le catastrofi come Fukushima, accettano volontariamente un rischio che terrorizza chi ci vive suo malgrado. Carrer torna otto volte nella zona. Vollmann ci va mentre altri evacuano. Non per incoscienza, ma per una precisa scelta professionale ed etica. Il filosofo francese Jean-Luc Nancy, inviato anch’egli a Fukushima dopo la catastrofe, ne scrive in un saggio: “
Non esistono più catastrofi naturali: non esiste che una catastrofe di civiltà che si propaga a ogni occasione”
(Nancy, 2016).
A Fukushima, il sisma e lo tsunami sono diventati catastrofe tecnica, che è diventata catastrofe sociale, economica, politica. E in questa catena, il testimone che accetta il rischio personale diventa figura essenziale: rompe l’equivalenza, introduce l’inequivalenza del singolare. Ogni volta che Carrer torna a documentare, afferma qualcosa: questo villaggio, questa persona, questo momento meritano attenzione. Non sono statistiche, non sono dati da bilancio TEPCO. Sono presenze uniche e irriducibili.
Il rischio collettivo: la “società del rischio” a Fukushima
Il sociologo tedesco Ulrich Beck aveva teorizzato la Risikogesellschaft, ovvero la società del rischio (cfr. Beck, 1986): una modernità in cui i pericoli non sono più localizzati nello spazio e nel tempo, ma globali e potenzialmente irreversibili. Chernobyl fu la sua prova empirica. Fukushima ne è la conferma definitiva. Il rischio collettivo presentato dal nucleare ha caratteristiche peculiari che lo rendono incompatibile con le strutture decisionali tradizionali. Il primo problema è quello della scala temporale, poiché chi governa ragiona in cicli elettorali (4-5 anni), mentre le scorie radioattive si misurano in emivite (la misura del tempo di decadimento degli isotopi), migliaia o decine di migliaia di anni. Il plutonio-239 ha un’emivita di 24.000 anni. Nessuna civiltà umana è mai durata così a lungo. Eppure, produciamo sostanze che richiederanno custodia attiva per periodi che eccedono qualsiasi orizzonte storico concepibile.

Carrer documenta precisamente questo scollamento: il governo giapponese parla di decontaminazione e ritorno alla normalità mentre TEPCO ammette che lo smantellamento della centrale richiederà 40 anni, forse 100. Ma anche 100 anni sono niente rispetto alle migliaia necessari perché il cesio-137 e lo stronzio-90 decadano a livelli sicuri. Questo problema fisico si rispecchia nel problema etico e mediatico: qual è il ruolo dell’informazione? La tradizionale funzione dei media come trait union tra le strutture politico governative e la cittadinanza, qui viene profondamente posta in discussione. Simona Morini difatti sottolinea come la percezione del rischio dipenda criticamente dalla percezione e dalla fiducia nelle istituzioni. A Fukushima, questa è stata sistematicamente tradita: TEPCO ha mentito sui livelli di radiazione per giorni; il governo ha stabilito limiti di esposizione arbitrari, alzandoli dopo l’incidente, e i media hanno oscillato tra allarmismo e minimizzazione. Il risultato è una popolazione paralizzata dall’incertezza. Alcuni evacuati sono tornati nelle zone decontaminate, altri rifiutano categoricamente. I prodotti agricoli di Fukushima vengono controllati ossessivamente ma restano stigmatizzati. Intere generazioni di bambini crescono senza giocare all’aperto per paura. Nancy a questo proposito parla di equivalenza generale come caratteristica del capitalismo tecnico: tutto diventa intercambiabile, tutto è ridotto a calcolo costi-benefici. Ma di fronte alla catastrofe, questa logica implode. Quanto vale un villaggio abbandonato? Quanto costa la paura? Come si monetizza l’impossibilità di tornare alla terra dei propri antenati?

I responsabili sono molti, forse troppi per stilare una lista completa, come purtroppo accade in ogni contesto catastrofico. Certo, TEPCO incarna una responsabilità personale, ma vi è anche una responsabilità collettiva, poiché, come dice Günther Anders siamo entrati nell’epoca del dislivello prometeico, in cui la nostra capacità di produrre supera di gran lunga la nostra capacità di immaginare le conseguenze (cfr. Anders, 2007). A Fukushima, questo dislivello è letterale: sei reattori, progettati negli anni Sessanta, costruiti negli anni Settanta, gestiti nel XXI secolo da procedure pensate per rischi del XX secolo. La responsabilità è così diffusa da diventare di nessuno, ma è poi vero che, quando la responsabilità è di nessuno, nessuno è davvero responsabile?
L’energia: il paradosso nucleare giapponese
Il Giappone è un paese senza particolari risorse energetiche proprie. Importa il 90% dell’energia che consuma. Prima di Fukushima, il nucleare forniva il 30% dell’elettricità. Il piano governativo prevedeva di arrivare al 50% entro il 2030. Dopo Fukushima, gran parte dei 54 reattori del paese furono spenti per controlli di sicurezza. Per la prima volta dal 1970, il Giappone era senza energia nucleare, con conseguenze devastanti per una economia già prostrata da terremoto e tsunami. Ma fu un momento transitorio, e il problema economico, proprio di un paese ad alta tecnologia, si è rapidamente posto in maniera impellente. L’industria premeva per il riavvio. Gli ambientalisti, al contrario, chiedevano la chiusura definitiva. Il governo oscillava, incerto. Gradualmente, alcuni reattori sono stati riaccesi, tre anni dopo secondo i tecnici della stessa TEPCO ancora sedici non erano ritenuti sicuri. Infine, nonostante questo indirizzo dato dal governo, il nucleare in Giappone è ancora oggi profondamente impopolare. Qui emerge il paradosso energetico della modernità, quello che Nancy chiama l’interconnessione generale, e che oggi si propone in modo sempre più pressante: da un lato la necessità di energie a basso costo aumenta costantemente, senza nemmeno accennare a una diminuzione del tasso di crescita, dall’altro il global warming ci impone di ridurre le emissioni di CO₂.

Inoltre, non si vuole essere dipendenti da paesi spesso poco democratici per quanto concerne l’energia, ma non si vogliono correre i rischi del nucleare. L’uso delle rinnovabili è certo auspicabile, ma in un paese come il Giappone, montagnoso, con territorio limitato e ad alta densità abitativa, solare ed eolico hanno potenziale limitato. L’idroelettrico è già sfruttato. Il geotermico è promettente ma controverso (rischi sismici, aree protette). Stefano Carrer, nelle sue analisi conseguenti alla crisi di Fukushima, documenta scrupolosamente questo dilemma, e lo fa nel modo più incisivo possibile, attraverso le storie individuali. L’agricoltore che deve decidere se installare pannelli solari sui campi contaminati. La piccola impresa che deve assorbire costi energetici triplicati. La famiglia che si divide: il padre vuole tornare al villaggio, la madre rifiuta per proteggere i figli. Nancy – a questo proposito – scrive:
“L’equivalenza generale ha anche questo senso, un senso equivoco. Nel mutuo rinvio di tutto si attua anche la distruzione di tutta la costruzione”
(Carrer, 2024).
Ogni scelta energetica rinvia a un’altra, ogni soluzione genera nuovi problemi. Il nucleare prometteva energia pulita, ha prodotto zone morte per generazioni. Le fossili garantiscono sicurezza, ma distruggono il clima. Le rinnovabili sono sostenibili, ma insufficienti alla scala richiesta. Non si vede una via d’uscita facilmente percorribile. E forse, suggerisce Nancy, su questo in linea con Serge Latouche, il problema non è tecnico ma filosofico: abbiamo bisogno di ripensare cosa significhino energia, bisogno, sviluppo.
La catastrofe come rivelazione (e pedagogia del presente)
Etimologicamente, catastrofe viene dal greco katastrophé: rovesciamento, capovolgimento. Nel teatro greco era il momento finale della tragedia, quando tutto precipitava verso la risoluzione. La filosofia occidentale ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la catastrofe. Da un lato la teme, dall’altro ne ha bisogno. Come se solo attraverso la distruzione si potesse accedere alla verità. Come se il pensiero avesse bisogno della fine per cominciare. Nancy lo dice esplicitamente:
“Potremmo dire che la filosofia ha avuto inizio con la fine del mondo”
(Nancy, 2016).
E cita Adorno: fare filosofia dopo Auschwitz sembrava impossibile, perché “ciò che è successo ha mandato a pezzi la base dell’unificabilità del pensiero speculativo metafisico con l’esperienza” (Adorno 2004). Fukushima si inserisce in questa genealogia: Lisbona 1755, Hiroshima 1945, Chernobyl 1986. Fukushima ci costringe a ripensare il concetto stesso di catastrofe. Tendiamo a pensare la catastrofe come evento: qualcosa che accade, che ha un inizio e una fine. Ma Fukushima non è un evento. È una condizione. La catastrofe non è ciò che è accaduto l’11 marzo 2011. È ciò che continua ad accadere, ogni giorno, da allora. È l’acqua contaminata che si accumula. Sono le persone che non possono tornare. È il cancro che si manifesterà tra vent’anni. Sono le decisioni impossibili che qualcuno dovrà prendere tra cent’anni. Viviamo già nella catastrofe. Non la stiamo aspettando, non la stiamo scongiurando. Ci siamo dentro. E forse è questo il pensiero più difficile da sostenere: che la normalità e la catastrofe non sono più separate. Che possiamo andare al lavoro, fare la spesa, guardare una serie TV, mentre a Fukushima tonnellate di acqua radioattiva continuano ad accumularsi. La catastrofe è diventata sfondo. Abbiamo imparato a vivere con l’impossibile. Ogni volta, anche questa volta, la catastrofe sembra insegnare qualcosa. Ogni volta, dimentichiamo rapidamente la lezione. Ma forse, suggerisce ancora Nancy, il problema è proprio questa logica della lezione. La catastrofe come pedagogia implica che ci sia un prima (l’errore) e un dopo (la correzione).

Implica che noi si possa imparare, e poi andare oltre. Ma se la catastrofe è diventata condizione permanente? Se la fine del mondo avviene ogni giorno? Nancy propone un cambio radicale: smettere di pensare in termini di progettualità, di sguardo al futuro, e ritornare a una immediatezza legata al presente, che qui è inteso come “elemento del prossimo”. Il presente come “venuta”, “approssimarsi”, “attenzione rivolta alla singolarità”. “Pensare al presente” perciò significa non lasciarsi distrarre dal flusso incessante di nuove notizie, nuove emergenze, nuove catastrofi. Significa restare fedeli a ciò che importa. In un mondo che vuol sempre voltare pagina, il testimone dice: no, questo non è finito. Questo continua. Guardatelo. Ed è proprio Carrer che ce lo mostra nei suoi reportage. Significa tornare, ancora e ancora, a documentare. Significa dare nome e volto ai 160.000 sfollati, che altrimenti sono solo un numero. Significa fotografare Matsumura, l’agricoltore che ha scelto di restare, trasformandolo da statistica in persona. Significa anche resistere all’equivalenza generale, a quel meccanismo per cui tutto diventa intercambiabile. Le vittime di Fukushima non sono equivalenti a quelle di Chernobyl o Hiroshima. Ogni catastrofe ha la sua unicità, la sua irriducibilità. Ma nello stesso tempo, tutte sono connesse: dalla tecnica, dall’economia, dalla logica del dominio. Oggi, dopo Gaza, ennesima stazione di questa via crucis che è la nostra apocalisse dilazionata nel tempo, queste riflessioni assumono i volti degli oltre duecentocinquanta giornalisti che vi hanno perso la vita, incarnando lo stesso spirito che animava Stefano Carrer, il valore della testimonianza. Sempre Nancy scriveva:
“Le catastrofi non sono dunque tutte della stessa gravità, ma tutte sono connesse con l’insieme di interdipendenza che compongono l’equivalenza generale”
(Nancy, 2016).
Cosa significa? Che un sisma in Giappone diventa catastrofe nucleare, che diventa crisi energetica, che diventa recessione economica, che si ripercuote sui mercati globali, che modifica le politiche energetiche in Germania, che influenza il dibattito sul clima. La catena è infinita, e che non esistono più eventi isolati. Tutto è interconnesso in quella che Nancy chiama la civiltà dell’equivalenza generale. Fukushima ci ha mostrato l’implosione di questa logica. Quanto costa Fukushima? È incalcolabile, proprio per l’infinita serie di collegamenti che una tale catastrofe mette in moto. Ci sono cose che non hanno prezzo perché non hanno equivalente. La terra dei propri avi. Il villaggio dove si è nati. La fiducia nella sicurezza del mondo. Nancy propone allora una politica dell’inequivalenza: “l’uguaglianza comune, comunemente incommensurabile: un comunismo dell’inequivalenza” (ibidem). Non l’equivalenza degli individui, ma l’uguaglianza degli incommensurabili. Singolarità assolute, qui e ora, ogni volta. Fukushima, ma è una considerazione che potremmo fare per ogni evento catastrofico, dimostra che l’alternativa – continuare con la logica dell’equivalenza – porta dritti alla catastrofe permanente.
Il fallimento della promessa nucleare
Quando nel 1954 Lewis Strauss, presidente della Commissione per l’energia atomica degli Stati Uniti, dichiarò che l’energia nucleare sarebbe stata “troppo economica per essere misurata” (too cheap to meter), formulava una promessa che avrebbe definito l’immaginario del nucleare civile: energia illimitata, pulita, quasi gratuita. Il sogno prometeico. Grazia Pagnotta, docente di Storia dell’Ambiente, in un saggio decostruisce il sottotesto di questa promessa ripercorrendo la lunga storia dell’energia (cfr. Pagnotta, 2020). Il nucleare doveva essere la soluzione finale: niente più dipendenza dal carbone o dal petrolio, niente più inquinamento, niente più guerre per le risorse. Energia sicura, abbondante, pacifica. L’atomo per la pace (Atoms for Peace), come recitava il programma di Eisenhower. Anche lo storico ucraino Serhii Plokhy smonta questa narrazione mostrando come il nucleare civile sia sempre stato gemello siamese del nucleare militare (cfr. Plokhy, 2024).

Bikini non era una centrale elettrica, erano test di bombe termonucleari. Ma la tecnologia è la stessa. Gli esperimenti nucleari dell’era della Guerra Fredda – oltre 2.000 test atmosferici e sotterranei – hanno contaminato il pianeta. Anche nel nucleare civile i problemi sono rimasti. Il pattern che emerge dalla storia di Plokhy è inquietante: ogni disastro è stato causato da una combinazione di hybris tecnologica, negligenza manageriale, e menzogne governative. Ogni volta, gli esperti avevano avvertito dei rischi. Ogni volta, sono stati ignorati. Ogni volta, dopo il disastro, ci sono state promesse di maggiori controlli. E ogni volta, è accaduto di nuovo. La promessa nucleare è fallita. Non per limiti tecnologici insuperabili (la tecnologia continua a migliorare), ma per limiti umani e istituzionali. Come scrive Plokhy:
“Molti di quei fattori ci accompagnano ancora oggi, e rendono l’industria nucleare vulnerabile e incline a ripetere vecchi errori in modi inediti e inaspettati”
(Plokhy, 2024).
Nancy, che ha fatto sua la lezione di Anders, lo dice in modo più filosofico: siamo nell’era del dislivello prometeico, in cui la nostra capacità di produrre supera la nostra capacità di controllare, prevedere, gestire. Prometeo ha rubato un fuoco troppo potente. E ora brucia. Ma forse il problema più profondo non è nemmeno il nucleare in sé. È ciò che Adriano Zamperini, docente di Psicologia della violenza chiama la violenza invisibile (cfr. Zamperini, 2023) che permea la nostra civiltà industriale. Zamperini scrive che nei disastri ambientali si crea un triangolo della violenza: perpetratori invisibili, vittime con danni altrettanto invisibili, spettatori che non percepisco la violenza in cui abitano. Il nucleare è solo la forma più drammatica e concentrata di un fenomeno più ampio. Zamperini ha studiato per anni la contaminazione da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) in Veneto. Non è radioattiva. Non causa esplosioni. Non genera zone di evacuazione. Eppure, è altrettanto insidiosa: sostanze chimiche persistenti che contaminano le falde acquifere, si accumulano nei corpi, causano malattie a distanza di anni. Invisibili, inodori, insapori. Come le radiazioni. E analogamente creano lo stesso triangolo della violenza, in cui si vede la mano invisibile dei perpetratori: le industrie chimiche che per decenni hanno scaricato PFAS sapendo della tossicità; le autorità che hanno minimizzato; gli esperti che hanno fornito pareri rassicuranti pagati dalle aziende. E poi compare il danno invisibile delle vittime: l’esposizione che non si vede, gli effetti che appaiono dopo anni, l’impossibilità di provare il nesso causale.
“C’è una distanza fisica, temporale e cognitiva tra il comportamento di una corporation e una diagnosi di cancro decenni dopo”
(Zamperini, 2023).
Infine, la violenza invisibile agli occhi degli spettatori: finché non sei direttamente coinvolto, è facile ignorare. Sono solo alcune zone del Veneto, o della Lombardia, o del Giappone. Sono solo alcune comunità. Sono sempre gli altri. Ma se c’è qualcosa che Fukushima ci dice è proprio che non è sempre altrove. Può essere qui. Può essere ovunque. La modernità ha creato una rete globale di violenze invisibili che ci avvolgono: inquinamento atmosferico, contaminazione delle acque, microplastiche, pesticidi, metalli pesanti, radiazioni di fondo aumentate dai test nucleari. Viviamo in un ambiente chimicamente modificato, e spesso non lo sappiamo. Zamperini cita l’ecologa Sandra Steingraber e il suo libro Living Downstream (Vivere a valle). Steingraber, malata di cancro a causa della contaminazione del fiume vicino a cui viveva, rovescia la prospettiva con cui è comunemente percepita la patologia (cfr. Steingraber, 2010). Il cancro non è una malattia individuale con cause genetiche casuali, ma è spesso una malattia ambientale ed economica. Se il fiume è inquinato, non serve curare i singoli malati.

Serve “risalire a monte” – alla fonte dell’inquinamento – e fermarlo. È un principio di precauzione: di fronte a fenomeni potenzialmente pericolosi il cui rischio non è ancora calcolabile con certezza, bisogna agire in modo cautelativo. Non aspettare le prove definitive (che arriveranno quando il danno è fatto), ma prevenire. Ma la logica dell’equivalenza generale lavora contro la precauzione. Perché la precauzione costa, rallenta, limita. E nell’economia dell’equivalenza, tutto deve essere convertibile in profitto. Ogni regolazione è vista come ostacolo. Ogni limite come problema da superare. Per questo è importante che vi sia un riconoscimento. Le vittime devono essere ascoltate, credute, rispettate. I loro racconti devono entrare nella storia ufficiale, non essere relegati a margine come “aneddoti”. Il lavoro di Carrer va in questa direzione: dare voce. “L’equivalenza non è l’uguaglianza”, ci dice ancora Nancy, quasi in un epitaffio. L’equivalenza riduce tutto a merce intercambiabile. L’uguaglianza riconosce l’incommensurabile dignità di ogni esistente. Fukushima mostra il punto in cui l’equivalenza implode: ci sono cose che non possono essere compensate, risarcite, monetizzate. La salute perduta. La terra avvelenata. La comunità dissolta.
L’inviato che non torna
Stefano Carrer muore improvvisamente il 20 maggio 2020, durante un’escursione sulle montagne comasche. Aveva 58 anni. Non è morto per le radiazioni di Fukushima, ma in un certo senso, Carrer non è mai davvero tornato da Fukushima. Otto anni di reportage, otto anni a tornare per testimoniare. Otto anni a documentare l’impermanenza, la precarietà, l’incertezza. Carrer ha reso visibile l’invisibile. Otto anni di reportage, a ripetere: guardate qui, non voltate la testa, questo è importante. Sono otto anni in cui ha dato voce a chi rischia di essere dimenticato nelle statistiche e nei bilanci TEPCO. Ma c’è qualcosa di più profondo nel suo lavoro. Il giornalista-testimone occupa una posizione unica, per usare ancora il linguaggio di Zamperini: cerca di rendere visibile la mano del perpetratore (le negligenze di TEPCO, le bugie del governo), di dare concretezza al danno delle vittime (i volti, i nomi, le storie), e di trasformare gli spettatori da indifferenti a consapevoli. È un lavoro sisifeo. Perché “spesso le vittime restano però deluse dai procedimenti penali”. I processi durano anni, le prove sono complesse, la prescrizione incombe. E soprattutto: anche quando c’è condanna, cosa può riparare il danno? Matsumura, l’agricoltore rimasto solo tra gli animali abbandonati, non vuole soldi. L’agricoltore Matsumura che rimane a Tomioka per gli animali non sta facendo un calcolo razionale. Sta affermando che quei cani, quei gatti, quelle mucche hanno un valore che non può essere abbandonato. Sta affermando che la relazione conta più della sicurezza. È “irrazionale”? Forse. Ma è anche profondamente umano. Vuole tornare a una vita che non esiste più. Vuole che il tempo torni indietro. Vuole l’impossibile.

L’ultimo articolo di Stefano Carrer su Fukushima è del 2019. Documenta come alcuni evacuati stiano finalmente tornando, otto anni dopo. Le case sono state decontaminate, i livelli di radiazione sono considerati accettabili. Ma i giovani non tornano. Restano gli anziani, che preferiscono morire nella terra dei propri padri piuttosto che in un appartamento anonimo a Tokyo.
“Un limbo d’ansia e paura diffuse”, aveva scritto Carrer nel 2014. Il limbo era il luogo delle anime dei giusti, morti prima di Cristo: non punite, ma nemmeno salvate. Sospese. In attesa. Gli evacuati di Fukushima vivono in questo limbo. Non possono tornare, non è sicuro, ma non possono nemmeno andare avanti, vorrebbe dire accettare di aver perso per sempre le loro case. Sospesi. In attesa. I lavoratori che smantellano la centrale vivono nel limbo. Sanno che il lavoro durerà decenni, forse secoli. Non lo vedranno finito. Sospesi. In attesa. Il Giappone come nazione vive nel limbo energetico. Non può fare a meno del nucleare (ha bisogno dell’energia), ma non può nemmeno abbracciarlo pienamente (Fukushima è troppo recente). Sospeso. In attesa. E forse, suggerisce Nancy, tutta la nostra civiltà vive in questo limbo. Tra la promessa della tecnologia (progresso, benessere, dominio della natura) e la realtà delle catastrofi che essa genera. Tra il futuro che promettiamo e il presente che abitiamo. Tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. Nel 2019, il limbo è ancora lì. Forse più attenuato, forse più accettato. Ma ancora lì. Nancy – voce incredibilmente lucida in questo contesto – scrive:
“Fukushima interdice ogni presente: è il crollo di prospettive d’avvenire che forza a lavorare ad altri avvenire”
(Nancy, 2016).
Ma quali altri avvenire? Nessuno lo sa. Non c’è un dopo Fukushima, nel senso di una risoluzione, di un superamento. C’è solo un permanere. E forse questo è il lascito più importante del lavoro di Carrer: non le rivelazioni giornalistiche, non gli scoop, ma la testimonianza paziente, ripetuta, ostinata che alcune cose non si risolvono. Che alcune ferite non si rimarginano. Che alcune catastrofi non sono eventi, ma condizioni. Il giornalista-testimone non porta soluzioni. Porta presenza. Dice: “Io ero lì, io ho visto, io vi racconto”. E nel farlo, resiste all’oblio, alla normalizzazione, all’equivalenza. Forse è questo, alla fine, il senso del mestiere dell’inviato nell’epoca del rischio globale: non risolvere, ma testimoniare. Non spiegare, ma mostrare. Non consolare, ma restare. Carrer è rimasto. Otto anni. Fino a quando ha potuto. Il limbo, intanto, continua. C’è un’immagine che torna nei reportage di Carrer: i calendari fermi a marzo 2011 nelle case abbandonate. Il tempo si è fermato. O meglio: due temporalità coesistono. Fuori dalle zone evacuate, il mondo va avanti. Tokyo prepara le Olimpiadi del 2020 (che poi saranno rinviate per la pandemia). L’economia giapponese oscilla tra crisi e ripresa. La vita continua. Ma dentro la zona interdetta, il tempo è sospeso. Le case aspettano proprietari che non torneranno. I negozi hanno ancora i prodotti sugli scaffali, coperti di polvere radioattiva. Le scuole hanno i quaderni sui banchi, aperti alla pagina dell’11 marzo. È come Pompei, ma invece della cenere vulcanica, c’è il cesio invisibile.
Testimoniare per non essere complici
Questa doppia temporalità è ciò che rende la catastrofe nucleare così perturbante. Nancy parla di una catastrofe che “interdice ogni presente”. Ma forse sarebbe più accurato dire: crea un presente scisso, schizofrenico. Un presente in cui alcuni vivono nel dopo (Tokyo, il governo, l’economia globale che ha metabolizzato Fukushima) e altri vivono nel durante eterno (gli evacuati, i liquidatori, le comunità contaminate). Cosa significa perciò pensare filosoficamente dopo Fukushima? Nancy suggerisce che significa rinunciare a una certa idea di filosofia: quella che cerca risposte, soluzioni, sintesi. Fukushima non ha soluzione. Non nel senso che non sappiamo cosa fare (anche se spesso è vero), ma nel senso più radicale: non esiste una soluzione a Fukushima. Pensare Fukushima significa stare nell’apertura di questa impossibilità. Significa resistere alla tentazione di chiudere, di archiviare, di metabolizzare. Significa mantenere aperta la ferita – in attesa della prossima catastrofe – che Fukushima ha aperto nel nostro rapporto con la tecnica, con la natura, con il tempo. Forse l’unica cosa che possiamo fare è testimoniare. Continuare a parlarne quando tutti hanno smesso di ascoltare. Continuare a ricordare quando tutti vogliono dimenticare. Non per masochismo, non per senso di colpa. Ma perché Fukushima continua. E chi dimentica è già complice del prossimo disastro.
- Theodor W. Adorno, Dialettica Negativa, Einaudi, Torino, 2004.
- Günther Anders, L’uomo è antiquato (Vol. 1). Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007.
- Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma, 2000.
- Stefano Carrer, Fukushima (2011-2019). Diario di un giornalista sul campo. Il racconto di Fukushima, attraverso i reportage e gli articoli per Il Sole 24 Ore, Il Borgo Cooperativa, Milano, 2024.
- Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano, 2020.
- Daniel Kahneman e Amos Tversky, Decidere nell’incertezza, Mondadori, Milano, 2024.
- Simona Morini, Il rischio. Da Pascal a Fukushima, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.
- Jean-Luc Nancy, L’equivalenza delle catastrofi, Mimesis, Udine, 2016.
- Grazie Pagnotta, Prometeo a Fukushima. Storia dell’energia dall’antichità ad oggi, Einaudi, Torino, 2020.
- Serhii Plokhy, Atomi e cenere. Dall’atollo di Bikini a Fukushima, Mondadori, Milano, 2024.
- Sandra Steingraber, Living Downstream, Grand Central Publishing, 2010
- William T. Vollmann, Zona Proibita. Un viaggio nell’inferno e nell’acqua alta del Giappone dopo il terremoto, Mondadori, Milano, 2012.
- Adriano Zamperini, Violenza invisibile. Anatomia dei disastri ambientali, Einaudi, Torino, 2023.

