Smarrimenti contemporanei
Una piecé di Fernando Pessoa


Dei quattordici cosiddetti “drammi statici” composti da Pessoa  tra il 1913 e il 1934 soltanto Il marinaio (1915) fu pubblicato in vita dall’autore. Testo che conserva un’impressionante attualità.


Dei quattordici cosiddetti “drammi statici” composti da Pessoa  tra il 1913 e il 1934 soltanto Il marinaio (1915) fu pubblicato in vita dall’autore. Testo che conserva un’impressionante attualità.


Fernando Antonio Nogueira Pessoa nasce a Lisbona il 13 giugno 1888. Non è il classico scrittore o filosofo o intellettuale che si fa portavoce di una singola morale anzi, all’interno delle sue opere possiamo trovare diverse ideologie espresse attraverso il sensismo, l’avanguardismo e il modernismo: è impossibile inserire l’autore in un unico mondo letterario, non è semplicemente il simbolo del modernismo portoghese, sviluppatosi nei primi decenni del XX secolo, ma è l’autore simbolo della frammentarietà dell’essere. Lo scorso 30 novembre è ricorso il novantesimo anniversario della sua scomparsa ma la sua vita e le sue opere conservano un’attualità sconcertante, come soltanto un artista del suo stampo, singolare e inimitabile, avrebbe potuto concepire. Noto per le sue prose e la sua poesia soprattutto, Pessoa appare in sintonia con i nostri tempi anche nella produzione teatrale, meno estesa rispetto al restante corpo delle sue opere. Esemplare in tale senso è Il marinaio. Dramma statico in un quadro, un testo che comprova la vitalità della scrittura e del pensiero dello scrittore portoghese come vedremo più avanti.

Eteronimi e altri tratti del suo profilo
Qualche cenno biografico, intanto. Pessoa ha una formazione di stampo britannico fondamentale per la sua produzione letteraria, presso la Urban High School nel Sud Africa a Durban, dove studierà autori come Edgar Allan Poe e William Shakespeare. Fin da giovane la vita gli pone davanti una serie di lutti, prima il padre, poi il fratellino, la nonna e infine la sorellastra che indubbiamente vanno a mutare l’animo del nostro autore già molto pensieroso e riflessivo. La produzione dell’autore iniziata nel 1895 con la poesia, pensata per la mamma, A Minha Querida Mama, e interrotta solo per colpa della morte, si concentra su temi universali quali la scissione tra realtà e sogno; come l’immaginazione fomentata dal nostro io possa essere un luogo sicuro ed ideale; la forte percezione dell’irrequietudine e della solitudine percepita come un senso estraneo alla vita; il tempo percepito come fugacità e sospensione; lo stare nella sospensione stessa e sentire tramite i nostri sensi la frammentarietà della vita, che non si limita solo all’esistenza ma anche all’essere e alla sua identità, andando a creare una molteplicità dell’io.

Pessoa per sviluppare la pluralità dell’essere, e in particolare del suo, si avvale di figure dette eteronomi che non sono semplici pseudonimi, ma personalità autonome e indipendenti con una propria nascita e una propria morte. Se ne contano più di centotrentasei e alcuni di questi sono: Bernardo Soares, “autore” dell’opera incompiuta Il libro dell’inquietudine pubblicata postuma nel 1982, e Alvaro De Campos, “autore” di Ode trionfale, manifesto del modernismo portoghese pubblicato sulla rivista Orpheu nel 1915. Proprio sul primo numero di questa rivista verrà pubblicata la piecé teatrale Il marinaio. Dramma statico in un quadro scritta nella notte fra l’11 e il 12 novembre del 1913. Sarà anche l’unico dei quattordici “drammi statici”, composti tra il 1913 e il 1934, che Pessoa pubblicherà in vita (tutti ora pubblicati anche in Italia). Testo illuminante, che dopo la storica traduzione di Antonio Tabucchi ha visto lo scorso anno ben due nuove traduzioni (cfr. Pessoa, 2024a; 2024b).

Un racconto in apparenza semplice
La trama dell’opera è molto semplice: ci sono tre donne che ne vegliano una quarta morta, e ciò che accade consiste nel racconto di un sogno di una delle tre. Possiamo sviluppare dei forti parallelismi tra i personaggi e noi stessi, intesi come individui della realtà in cui ci troviamo. L’unica informazione sul luogo in cui si svolge la vicenda è costituita dallo spazio in cui si trovano i personaggi e cioè una stanza di un castello, con una finestra da cui si può vedere un lembo di mare. Questi elementi sono fondamentali per percepire con immediatezza l’estraniamento in cui vivono le donne delle quali non conosciamo nemmeno il nome: l’unica cosa di cui siamo certi è che stanno vegliando una morta, non sapendo nemmeno se è una loro parente o qualcun altro, in quanto viene introdotta all’interno dell’opera grazie alle didascalie della scena. La scenografia, da come viene descritta, ritrae la morta al centro della stanza, le tre donne sedute dietro di lei vestite di nero e in preghiera che danno le spalle a una piccola finestra che si affaccia sul mare. Fin dalle battute iniziali delle tre donne, si percepisce subito una sensazione di angoscia e di tempo sospeso che richiamano quasi automaticamente la sensazione di essere all’interno di una dimensione onirica, che poi si svilupperà in tutto l’arco narrativo. Per sviluppare tale sensazione Pessoa è abilissimo nello strutturare un linguaggio frammentato, ricco di immagini e di sospensioni. Inoltre, tale stile di narrazione è fondamentale soprattutto nella parte finale della pièce dove una delle donne sta raccontando un sogno che ha fatto: il sogno-racconto del marinaio, nel rapporto tra il lettore e la dinamica dei personaggi, imprime e suscita un dubbio sulla natura dello stesso sogno andando, a creare un dubbio-dittico.

Seconda vegliatrice: Un giorno che aveva piovuto molto e l’orizzonte era molto incerto, il marinaio si stancò di sognare… Volle ricordare la sua vera patria, ma vide che non ricordava niente, che per lui non esisteva… L’unica infanzia che ricordava era quella della sua patria del sogno; l’adolescenza di cui si ricordava, era quella che aveva inventato.
Tutta la sua vita era stata la vita che aveva sognato. E si rese conto che non era possibile che fosse esistita un’altra vita…
Siccome non ricordava né una strada, né una figura, né un gesto materno… Mentre nella vita che gli sembrava di aver sognato tutto era reale ed era esistito… Non poteva nemmeno sognare un altro passato, immaginare di essere stato un altro come tutti, per un momento, possono credere…
Oh, sorelle mie, sorelle mie… C’è qualcosa, non so cosa, che non vi ho detto… Qualcosa che spiegherebbe il tutto…
La mia anima è desolata… Non so più bene se ho parlato…
Parlatemi, gridate, in modo che mi svegli, in modo che sappia che sono qui davanti a voi e che esistono cose che sono soltanto sogni…”
(Pessoa, 2024a).

Il sogno della donna è solamente un sogno oppure è un ricordo della sua vita passata o della vita della stessa donna che stanno vegliando? Grazie a questo dubbio-dittico si sviluppa sia in noi lettori sia nei personaggi un senso di sospensione e di ricerca che alla fine della pièce raggiunge un climax. Per quanto possiamo pensare che queste donne siano le uniche protagoniste della storia, qui il protagonista principale è il personaggio di quella morta: grazie ai discorsi delle donne questa imprime la sua aurea all’interno della stessa stanza in cui si trovano. La trama per quanto assurda esprime più realtà e associazioni con la società contemporanea di quanto non vogliamo credere: possiamo vedere l’opera come la rappresentazione di un essere (la morta) arrivato al proprio limite, completamente rotto, per i troppi impulsi ricevuti dalla società in cui vive, ma che di conseguenza può mutare in pura forma e se osservato da un essere esterno può rappresentare uno specchio per quest’ultimo. Ed è proprio questo essere esterno (le donne) che attua una propria ricerca, iniziando a osservare quello che ha intorno, indagando sulle cause e cercando poi una soluzione: come se la morta fosse una tela bianca con a fianco dei colori, e le donne fossero sia il pennello sia la mente che opera per creare su di essa.

Terza vegliatrice: Sorelle mie, ormai è giorno… Guardate, la linea delle montagne si meraviglia… Perché non piangiamo? Colei che fa finta di essere lì era bella e giovane come noi anche lei sognava… Di sicuro il suo sogno era il più bello di tutti… Cosa può aver sognato?
Prima vegliatrice: Abbassa la voce. Forse ci sente e ora sa a cosa servono i sogni…”
(ibidem).

La fugacità del pensiero e la sua forma
Possiamo associare il personaggio della donna morta a un individuo della società moderna, in continuo contatto con gli impulsi e con gli stimoli esterni che cerca di costruire una propria identità ma che allo stesso tempo è bloccato e stressato per via dei nervosismi che gli vengono provocati dalla stessa società in cui vive. Negli ultimi decenni la società in cui viviamo ha sviluppato innumerevoli forme di input che continuano incessantemente a creare stimoli per chi le riceve: lo stato capitalistico ha portato l’essere a sviluppare un vero e proprio bisogno di evasione dalla vita in cui l’essere è costretto a vivere ogni giorno, andando così a sviluppare un dualismo all’interno della vita stessa, composto dall’essere in quanto è e l’essere in quanto vorrebbe essere. Questo stato di sospensione e angoscia negli ultimi anni aumenta all’aumentare della velocità della vita moderna: quest’ultima ha modificato, se non limitato, la capacità degli individui di creare dei legami tra di loro. Oggi si fa fatica a identificare la comunità come un elemento stabile; la forza invasiva del nuovo e una maggiore ricezione dell’individuo creano un’opinione sempre più singolare e in continua mutazione, rendendo più difficile la creazione di una collettività ma anche la creazione di una propria identità, in quanto l’opinione non viene caratterizzata da frammenti di diversi impulsi, ma tende a cambiare radicalmente ogni volta per via degli innumerevoli impulsi che la società stessa manda.

Forse lo stesso Pessoa avvertiva già un simile stato di divisione, e studiando Edgar Allan Poe ha voluto sviluppare attraverso questo stato di angoscia e di torpore, l’idea di quest’ultimo riguardo all’individuo e cioè di come dovrebbe svilupparsi, al suo interno, un cortocircuito che gli permetta di formulare un’identità composta da ogni frammento che l’individuo stesso ha percepito, scelto e deciso di mantenere nel corso del tempo. È possibile però immaginare l’identità e la frammentarietà di un individuo attraverso un dipinto del 1937, ovvero L’Ange du foyer, meglio conosciuto come Il trionfo del surrealismo di Marx Ernst. Il quadro rappresenta la furia dei totalitarismi e della violenza da loro scatenata, ma se ci distacchiamo da questa visione possiamo vederci l’essenza multiforme dell’individuo: la creatura non è ben definita, è mista e ricca di elementi che richiamano ogni colore e oggetto della realtà che si conosce. Tutto ciò è ancora più affascinante se si creano dei legami emotivi con i vari colori che formano il mostro. La particolarità dell’associazione è che questo, rappresenta tutto ciò che lo stato di torpore del personaggio della morta blocca e non fa esplodere.

La pièce teatrale di Pessoa inoltre porta con sé la sospensione tra la realtà e la finzione e questo dualismo, origina delle domande come ad esempio: “Chi sono queste donne?”  “Qual è la loro origine?” “Chi è la morta che stanno vegliando?” Pessoa non dà una risposta a nessuna di queste, perché sono domande universali a cui nessuno sa rispondere. Se la curiosità è umana, è altrettanto vero che questa nasce in noi quando incontriamo qualcosa che non conosciamo o qualcosa che vogliamo approfondire; utilizzando il personaggio della morta nel suo stato di torpore come uno specchio di noi stessi in balia alla vita moderna e delle domande universali, ci potremmo rendere conto che con l’avvento della modernità si è sempre più sviluppata una distanza tra il mondo antico e il mondo moderno, andando a creare dei vuoti molto difficili da colmare.
Il mondo antico è caratterizzato dai ricordi, dai costumi e dai sentimenti con l’obiettivo di rimanere e di essere in quanto si è; mentre il mondo moderno è caratterizzato dalla costruzione dei ricordi, dal mutamento dei costumi e dai sentimenti mossi dalla velocità, con un nuovo obbiettivo e cioè quello di costruire, andare avanti e sviluppare il nuovo. Un concetto che pare incarnarsi nel dipinto Metamorfosi di Narciso realizzato tra il 1936 e il 1937 da Salvador Dalí. Ammirandolo possiamo vedere come attraverso uno specchio lo stesso individuo è raffigurato in una forma giovane e splendente, e in una forma vecchia e rovinata. La domanda ora sorge spontanea: quale delle due può rappresentare il mondo antico e il mondo nuovo? Ci limitiamo all’immagine oggettiva o proviamo a percepire un ribaltamento delle associazioni? Andando a rompere un’oggettivitá immediata?

Noi facciamo parte del nuovo mondo, ma se ci guardiamo allo specchio possiamo notare delle tracce che appartengono al mondo antico. Solo chi si è fermato e ha raggiunto o quasi uno stato di torpore, si è reso conto della nevrosi del mondo moderno e vuole cercare di tornare al mondo antico. I motivi per cui potrebbe farlo sono diversi. Uno è quello più semplice e cioè perché non lo conosce, ma proprio per questo e per i molteplici stress che caratterizzano l’individuo moderno si blocca. Noi individui del mondo nuovo continuiamo a camminare e a cercare di costruire altri ricordi proprio perché temiamo questo blocco dato che noi siamo nati all’interno di una società in preda alla velocità.
Il Marinaio di Pessoa non è semplicemente una pièce teatrale che fa emergere la molteplicità dell’essere e della dimensione onirica, ma è anche un testo che fa riflettere su chi siamo, cosa vogliamo essere, dove viviamo e cosa vogliamo creare.

Letture
  • Fernando Pessoa, Ode trionfale, in Un’affollata solitudine. Poesie eteronime, BUR, Rizzoli Milano, 2012.
  • Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, Feltrinelli, Milano, 2020.
  • Fernando Pessoa, Il marinaio, Edizioni Theoria, Milano, 2024a.
  • Fernando Pessoa, Teatro statico, Quodlibet, Macerata, 2024b.