Nel panorama del cinema europeo contemporaneo, Joachim Trier occupa una posizione ormai centrale e riconosciuta: non solo come il regista norvegese più apprezzato a livello internazionale, ma come autore che ha saputo costruire, film dopo film, una poetica coerente fondata sull’intimità, sulla tenerezza e su una profonda consapevolezza del linguaggio cinematografico. Il suo cinema si colloca all’incrocio tra un realismo emotivo tipicamente nordico e una cinefilia colta e stratificata con riferimenti che spaziano da Ingmar Bergman a suo nonno materno Erik Lochen, un’icona del cinema norvegese, che dopo la fine della Seconda guerra mondiale passa dall’essere un contrabbassista jazz di notevole talento a cineasta sperimentale di cortometraggi educativi.
Joachim Trier inizia a fare film in tenera età, quando, dopo essersi appassionato allo skateboard, inizia a giocare con la cinepresa di suo padre e gira dei film di animazione, comprendendo che questo dispositivo nel corso degli anni diventerà il suo centro del mondo quando conoscerà il suo migliore amico e sceneggiatore Eskil Vogt che scriverà con lui tutti i suoi lungometraggi e si trasferirà a Londra, dove inizia a studiare cinema e a imprimere le sue idee “minimal” nel cinema europeo, sviluppando una forte capacità di dialogo con la tradizione senza mai trasformarsi in esercizio citazionista. Sentimental Value (2026) si inserisce in questo percorso come opera di sintesi e di maturità, ma anche come riflessione esplicita sul senso dell’eredità artistica, affettiva, morale, che attraversa retrospettivamente tutta la sua filmografia, composta da pochi potentissimi film. Al centro del cinema di Trier vi è sempre la persona, osservata nella sua vulnerabilità e nella sua difficoltà di sentirsi un essere di carne ed ossa lanciato nel mondo.

Fin dagli esordi, i suoi film hanno rifiutato una drammaturgia fondata sull’evento per privilegiare il tempo dell’esperienza: un tempo fatto di esitazioni, di ripensamenti, di dialoghi che non portano a delle soluzioni definitive. La soggettività non è mai un dato stabile, ma un processo in continuo divenire, spesso contraddittorio come accade nel suo La persona peggiore del mondo (2021), con il personaggio di Julie. In questo senso, già Reprise (2006) metteva in scena personaggi che vivevano la propria esistenza come racconto incompiuto, incapaci di distinguere nettamente tra vita vissuta e vita immaginata, tra esperienza e rappresentazione, creando una sorta di Il giardino delle vergini suicide al maschile. Questa tensione tra vissuto e narrazione attraversa tutta la filmografia di Trier e trova una formulazione sempre più rigorosa nei film successivi. Il suo cinema è profondamente verbale, ma non letterario: la parola è uno strumento fragile, spesso inadeguato, e proprio per questo centrale. Parlare, nei suoi film, significa tentare un avvicinamento che raramente si compie del tutto. Il dialogo è sempre un campo di negoziazione emotiva, un luogo in cui emergono incomprensioni, silenzi, tristezza e asimmetrie affettive. È qui che il confronto con Éric Rohmer diventa evidente, soprattutto nella capacità di trasformare le micro-dinamiche relazionali in materia drammaturgica, senza mai forzare il conflitto.

Allo stesso tempo, la lezione di Ingmar Bergman attraversa sotterraneamente l’opera di Trier, in particolare nell’attenzione al volto umano come spazio etico e mutevole, come accade in una scena del suo ultimo film, quando i volti di Stellan Skarsgard, Renate Reinsveen e Inga Ibsdotter Lilleaas si intrecciano in un volto unitario che li rende quasi incollati sia materialmente che metaforicamente. Film come Oslo, August 31st (2011) hanno reso esplicita questa eredità, spostando l’asse del racconto su una dimensione più austera e meditativa, in cui la città stessa e in particolare la capitale norvegese, città feticcio per Trier, diventa estensione dello stato interiore dei personaggi vuoti, spenti e immobili. Oslo non è mai semplice ambientazione, ma uno spazio esistenziale, luogo della memoria e della perdita, attraversato da una malinconia che non cerca redenzione.
La famiglia come dispositivo cinematografico tra l’hygge e la nostalgia
Con il progressivo ampliarsi della sua filmografia, Trier ha esteso questa indagine anche alla dimensione familiare, tema centrale dopo la nascita delle sue due bambine che sembrerebbero essere le due protagoniste da adulte in Sentimental Value, mettendo in scena nuclei attraversati da assenze, lutti e narrazioni divergenti. In Segreti di Famiglia (2015), per esempio, la memoria diventa un terreno instabile, continuamente rinegoziato da punti di vista inconciliabili. Qui il dialogo con il cinema di John Cassavetes e di Olivier Assayas si manifesta soprattutto nella costruzione di personaggi che esistono e convivono nella frattura, nell’imperfezione, in una recitazione che privilegia la vulnerabilità alla composizione (cfr. Albanese, 2026). In questo film Trier continua ad esplorare i meccanismi della memoria, cercando di restituire il modo frammentario e associativo con cui funziona la nostra mente, come accade per esempio in Hiroshima Mon Amour (1959) di Alain Resnais o in diverse pellicole di Andrej Tarkovskij. Anche quando il tono si fa apparentemente più leggero, come in La persona peggiore del mondo, il cinema di Trier non rinuncia mai alla sua densità emotiva. Sotto la superficie di una commedia esistenziale si muove infatti una riflessione profonda sull’identità contemporanea, vissuta come processo fluido e mai definitivo. La struttura divisa in capitoli, l’uso della voce narrante che ritornerà anche in Sentimental Value, la libertà formale rimandano a una concezione del cinema come racconto aperto, in cui l’esperienza conta più della conclusione.

In tutti questi film emerge con forza un elemento distintivo: la tenerezza (cfr. De Simone, 2025). Non come sentimento dichiarato, ma come forma dello sguardo. Trier osserva i suoi personaggi senza ironia corrosiva, senza giudizio morale, concedendo loro il diritto all’errore e alla fragilità. Questa tenerezza della vita è profondamente radicata nella cultura norvegese e danese, in una sensibilità che valorizza il silenzio, la discrezione, la prossimità non invadente. Concetti come kos norvegese o hygge danese, che descrivono una sensazione di atmosfera accogliente, intima, rilassata e l’arte di scovare la felicità nelle piccole cose, come una semplice colazione con caffè e brioche o un semplice abbraccio, trovano nel suo cinema una traduzione non decorativa, ma etica: un modo di abitare lo spazio e il tempo condividendolo con altri. Gli interni domestici, molto ricorrenti nella sua filmografia, diventano così luoghi privilegiati di osservazione. Case vissute e case minimali, mai idealizzate, in cui la memoria si deposita negli oggetti di design, negli spazi, nei gesti quotidiani o in un semplice sgabello Ikea in Sentimental Value. È proprio questo immaginario che il film candidato ai prossimi Academy Awards porta al centro del discorso, trasformando la casa di famiglia in un vero e proprio dispositivo teatrale. Uno spazio chiuso, carico di passato, che diventa il set di una sorta di film nel film in cui il confronto tra le generazioni e tra il rapporto padre-figlie si gioca principalmente sul piano simbolico, affettivo e nostalgico.

Nel film, la figura del padre e regista anziano Gustav introduce una dimensione apertamente meta-cinematografica, legata all’invecchiamento e alla paura dell’ignoto, che allude apertamente al mutamento della macchina cinema e all’abbandono della sala nell’era Netflix. Il cinema diventa oggetto di interrogazione: può l’arte sostituire la relazione? Può il racconto colmare un’assenza affettiva o finisce per amplificarla? Queste domande attraversano implicitamente tutta l’opera di Trier, ma qui trovano una formulazione esplicita e radicale. L’eredità non è solo ciò che si trasmette, ma anche ciò che si impone, spesso senza consenso da parte dei figli visti come una proprietà e non come un dono.
L’autorialità del cineasta-skater norvegese
Dal punto di vista formale, Sentimental Value appare come l’opera più rigorosa di Trier. La messa in scena è spoglia, controllata, quasi ascetica e ricorda quel cinema di Yasujiro Ozu e Robert Bresson che si contraddistinguevano per una purezza e una spiritualità tanto cara a Paul Schrader (cfr. Schrader, 2025). Il cinema si avvicina a una forma di teatro della coscienza, in cui l’azione è ridotta al minimo e il conflitto si consuma nella parola, nel silenzio, nello sguardo. È un cinema che rinuncia deliberatamente all’effetto per costruire un’intensità sotterranea, coerente con una poetica della sottrazione che attraversa tutta la sua filmografia. Il contributo di Joachim Trier al cinema norvegese ed europeo contemporaneo risiede proprio in questa capacità di aver imposto un modello autoriale fondato sull’intimità, sulla dolcezza e su una profonda responsabilità dello sguardo. Sentimental Value non rappresenta una rottura, ma il compimento di un percorso: un film che riassume, rilancia e problematizza il senso stesso del fare cinema.
L’intera opera di Trier può essere letta come un corpus coerente che interroga il cinema nella sua funzione più elementare e insieme più ambiziosa: dare forma all’esperienza senza esaurirla. La sua filmografia costruisce un’etica dello sguardo fondata sulla sospensione, sull’ascolto e sulla responsabilità verso l’altro, opponendo alla retorica dell’intensità un cinema della durata, della prossimità e della fragile continuità dei legami. Un cinema che, nella sua apparente fragilità, continua a interrogare con forza il senso dei legami umani e sembra tornare al passato piuttosto che al presente.
- Marco Albanese, Joachim Trier. Raccontare l’invisibile: tempo, memoria e identità, Stanze di Cinema, Como, 2026.
- Alessandro De Simone, Sul lettino del cine-psicanalista: Joachim Trier, Rolling Stone, 7 maggio 2025.
- Paul Schrader, Il trascendente nel cinema, Marietti Editore, Bologna, 2025.
- Joachim Trier, Reprise, 4 ½ Film Filmlance AB, 2006 (home video).
- Joachim Trier, Oslo 31. August, Motlys, 2011 (home video).
- Joachim Trier, Segreti di famiglia, Teodora Film, 2015 (home video).
- Joachim Trier, La persona peggiore del mondo, Teodora Film, 2021 (home video).
- Joachim Trier, Sentimental Value, Teodora Film, 2026.

