Girovagando per assurdi universi

 

di Roberto Paura

 

L’incontro con l’Altro è sempre avvenuto, nella storia umana, attraverso un viaggio; che si tratti di “banali” viaggi motivati da interessi economici (Polo), di esplorazione (Colombo) o dettati dal più disinteressato desiderio di conoscenza (Erodoto) poco cambia, perché è attraverso il viaggio che l’Occidente ha conosciuto l’alterità e ha iniziato a rappresentarla a modo proprio, finendo poi per dominarla. Ma se l’Uomo, uscendo dai ristretti orizzonti del nostro pianeta, decidesse di cominciare a viaggiare tra le stelle nella speranza che la storia si ripeta? E se, nel corso di quel viaggio, l’Uomo incontrasse sì l’Altro, ma un altro completamente diverso da ogni sua aspettativa, la cui intenzione è quella di assoggettarlo piuttosto che di essere assoggettato? E se, peggio ancora, questo “altro” lo ignorasse cordialmente, accantonando la nostra specie come “semplicemente innocua”? Che smacco per lo smisurato orgoglio umano!

Un’idea del genere ha accomunato tre romanzi di fantascienza piuttosto al di fuori degli schemi: Il difficile ritorno del signor Carmody (1968) di Robert Sheckley, Memorie di un viaggiatore spaziale (1971) di Stanislaw Lem e Guida galattica per autostoppisti (1980) di Douglas Adams. Facendo il verso alle grandi space opera e a tutta la tradizione dei viaggi spaziali da Crociera nell’infinito di Van Vogt agli episodi Star Trek, questi tre romanzi ancora oggi insuperati hanno dato uno schiaffo clamoroso al credo nel manifest destiny americano che nella sua versione fantascientifica estendeva la superiorità dell’uomo bianco dal mondo alle stelle. Il viaggio come mezzo per parodiare le convenzioni sociali di un’epoca non è un’idea nuova, Jonathan Swift con i suoi Viaggi di Gulliver ha fatto scuola e la fantascienza non poteva trovare un precursore più illustre. Si può forse affermare che queste voci critiche provengono da un panorama extra-americano, essendo Sheckley e Adams britannici e Lem polacco; ma si tratta di avanguardie, ed è attraverso la lettura di questi romanzi che è possibile compiere un irriverente viaggio nell’assurdo universo della fantascienza (come lo avrebbe chiamato Frederic Brown, che è invece uno statunitense) per ridicolizzarne i tanti luoghi comuni e far sì che la fantascienza si prenda un po’ meno sul serio. Qui se ne riassumeranno alcuni elementi peculiari.

Viaggi spaziali: il dilemma delle distanze. Spostarsi da un punto all’altro nel più breve tempo possibile è da sempre uno dei grandi problemi dell’umanità; quando il problema è stato applicato ai viaggi extraterrestri è diventato quasi insolubile. Verne e Wells si scannavano a distanza su quale fosse il modo più scientificamente plausibile per coprire in breve tempo grandi distanze interplanetarie, poi qualcuno (forse John Campbell) ha inventato l’iperspazio giustificandolo con dubbie teorie relativistiche e ha risolto il problema. Douglas Adams con il suo motore a improbabilità infinita si prende sonoramente gioco di tutte le circonvoluzioni intellettuali che hanno fatto penare per decenni gli scrittori di fantascienza sull’argomento dei viaggi spaziali. La barriera della velocità della luce è impossibile da infrangere? “No, solo molto improbabile!” è la risposta della Guida galattica. Ed ecco che la nave a propulsione d’improbabilità “Cuore d’oro” riesce, girovagando a casaccio, a pescare negli abissi cosmici i due protagonisti – Arthur e Ford – nonostante la probabilità che ciò avvenga sia solo del “due elevato alla potenza dell’Infinito-meno-uno contro uno”. Il ragionamento per spiegare un’astronave a improbabilità è molto semplice: “Se una simile macchina è un’impossibilità pratica, allora deve logicamente essere un’improbabilità finita. Perciò, per poterla costruire, baste che io calcoli esattamente quanto sia improbabile”. Sheckley fa invece viaggiare il suo signor Carmody, accompagnato dal multiforme Premio (un Virgilio dantesco piuttosto bislacco, così come il Ford Prefect della Guida galattica), attraverso il semplice teletrasporto, così semplice che non abbisogna neanche di spiegazioni scientifiche. E mentre tutti si danno da fare per inventare una macchina che faccia tornare Carmody sulla Terra, questi viene sballottato nei punti più incredibili dello spazio-tempo in un semplice battito di ciglia. L’inventivo e omerico Ijon Tichy di Memorie di un viaggiatore spaziale ha come unici problemi, nel corso dei suoi lunghissimi viaggi, l’ammazzare il tempo con computer che raccontano barzellette e il preservare la vernice del suo razzo dall’usura del pulviscolo interstellare.

Viaggi nel tempo: il dilemma dei paradossi. Il grande problema dei viaggi nello spazio è quello di evitare la noia e la morte per vecchiaia nel corso della traversata; ma ben più gravi sono i problemi del viaggio nel tempo, materia che per definizione fa venire sempre grandi mal di testa. Quando poi, come Einstein insegna, spazio e tempo si fondono insieme, allora le cose si fanno davvero serie. Così, capita che nell’andare a cena al “ristorante al termine dell’universo” (come accade agli eroi di Adams nell’omonimo secondo capitolo della sua saga) si possa assistere dalle sue grandi vetrate al collasso finale del cosmo, che avverrà tra centinaia di miliardi di anni nel nostro futuro. Ancora peggio è ciò che succede al povero Tichy quando, illusosi di poter dirigere un’associazione benefica intenzionata a cambiare in meglio il corso della storia umana, assiste impotente agli errori grossolani dei suoi dipendenti dai quali derivano, nel passato, le grandi tragedie della storia, a dimostrazione che lo spazio-tempo è un circolo irrimediabilmente chiuso. Accade così che un incidente nel futuro porti all’inabissamento di Atlantide o che, per un disgraziato errore di calcolo, i cavalli introdotti nell’America precolombiana tirino le cuoia nel quaternario impedendo l’illuminato proposito di evitare il genocidio dei conquistadores.

 

 

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