Persi e ritrovati: Ian Carr, The Nucleus e un foglietto ingiallito di Claudio Bonomi
 

 

I successi che nel 1970 la band riscuote al festival di Montreux, a quello di Newport e al Village Gate di New York non fanno notizia in Europa, dove l’americanocentrica critica jazz non vede di buon occhio questo sestetto di jazzisti bianchi in odore di eresia. In patria l’accoglienza è a dir poco fredda: per i media inglesi i Nucleus semplicemente non esistono (nel corso della visita negli Stati Uniti, un evento avrebbe potuto mutare il corso di tutta la storia: al management dei Nucleus, in mano alla Ronnie Scott’s, viene offerto un consistente gruzzolo per acquistare i diritti di Elastic Rock negli Usa. L’offerta cade nel vuoto e, di fatto, il gruppo nonostante i molti consensi raccolti rimane pressoché ai margini del mercato discografico d’oltreoceano). Da allora, da quel fatidico 1970, il gruppo ha comunque tirato dritto, infilando una dozzina di album, e non tutti, a dire la verità, all’altezza della trilogia classica pubblicata nel corso di quell’anno magico (Elastic Rock, We’ll Talk About It Later e Solar Plexus).

Tra alti e bassi il pallino passa definitivamente in mano a Carr, mentre già a partire dal 1970 iniziano i primi cambi all’interno della formazione originale. Per la cronaca, fanno il loro ingresso, negli anni seguenti, alcuni tra gli esponenti più rappresentativi del British jazz come Allan Holdsworth, Roy Babbington, Dave MacRae, Bryan Spring, Gordon Beck, Tony Levin, Kenny Wheeler, Tony Coe, Norma Winstone, Geoff Castle e molti altri.

Carr, dal canto suo, rimane fedele al suo “credo”, vedi le collaborazioni con Neil Ardley, Centipede e soprattutto l’esperienza con la United Jazz and Rock Ensemble (big band fondata nel 1977 insieme all’amico Jon Hiseman, rimasta in attività fino al 2002). La sua battaglia per diffondere nuovi linguaggi del jazz e vincere il conservatorismo di un establishment, quello inglese, da sempre ostile al jazz (considerata un’arte minore e non meritevole di finanziamenti o sostegni pubblici) la combatte, oltre che con tromba e flicorno, anche con l’ausilio di carta e penna.

Critico, giornalista e commentatore radiofonico, scrive nel 1973 Music Outside (Latimer New Dimensions Ltd.), che non è solo la prima topografia ufficiale del movimento del British jazz con ritratti delle giovani leve di allora, da Evan Parker a Mike Westbrook (tutti alle prese come Carr, alla ricerca di una personale via verso un’emancipazione dai modelli Usa), ma anche un atto di accusa contro un sistema mediatico che oscura e marginalizza un’intera nuova generazione di musicisti.

Un impegno di divulgatore proseguito nei decenni successivi con la realizzazione della biografia autorizzata di Miles Davis (Miles Davis: A Critical Biography, 1982) e di quella dedicata a Keith Jarrett (Keith Jarrett, The Man and His Music, 1992), insieme ad un’intensa attività di consulente per la BBC (Radio 3) e per Channel 4 con programmi musicali dedicati a personaggi del mondo del jazz, tra cui spicca il documentario sulla vita di Miles Davis (The Miles Davis Story, 2001) che totalizza un’audience televisiva record di 1,2 milioni di persone.

Nel frattempo, in questi ultimi tre anni, il mondo ha iniziato ad accorgersi di questo signore, oggi 73enne. A farlo per primi alcune etichette indipendenti, come Cuneiform e Hux, che hanno, con la benedizione dello stesso Carr, pubblicato live e registrazioni radiofoniche inedite dei Nucleus, facendo scoprire una sconosciuta dimensione free della band.

È nato un sito dedicato (www.geocities.com/icnucleus), curato dal “carriano” Roger Farbey, e l’anno scorso Alyn Shipton, quotato critico jazz del The Times e della BBC, ha dato alle stampe una documentatissima biografia su Carr  intitolata, non casualmente, Out Of The Long Dark (Equinox Publishing  Ltd.). Una ricompensa per il lungo oblio è giunta anche, in forma istituzionale, dagli awards tributati, alla fine dello scorso anno, a Carr come riconoscimento per i suoi “servigi” al jazz. E, all’ultima edizione del London Jazz Festival, una tribute band formata da allievi della Guildhall School of Music, ha suonato un intero concerto di brani composti da Carr, tra cui diversi tratti dal repertorio dei Nucleus. Il tempo, come si dice, è alla fine davvero un galantuomo e quel foglio ingiallito ritrovato per caso dal lettore di Record Collector  potrebbe oggi essere il punto di partenza per riscrivere un pezzetto di storia musicale del nostro tempo.

 

Bibliografia di riferimento:

Nigel Cross, Nucleus – European Tour 1970-1971, note di copertina a Hemispheres (Hux Records, 2006).

Alyn Shipton, Nucleus – UK Tour ’76, note di copertina a UK Tour ’76 (Major League Productions Ltd., 2006).

Alyn Shipton, Out Of The Long Dark – The Life Of Ian Carr (Equinox Publishings Ltd. 2006).

John Wickes, Innovations In British JazzVolume One 1960-1980 (Soundworld Publishers, 1999).

Ian Carr, Music Outside – Contemporary Jazz In Britain (Latimer New  Dimensions Ltd., 1973).

 

 


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