BUSSOLE | QDAT 63 | 2016

 


VISIONI / FOR THE LOVE OF SPOCK


di Adam Nimoy / 455 Films / Trieste Science+Fiction Festival 2016


 

L'amore al tempo della space age


di Gennaro Fucile

 

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È noto che tra alieni e terrestri le relazioni sono sempre maledettamente complicate. Poco importa che l’extraterrestre di turno sia un esserino innocente, oppure un killer spietato. C’è sempre da farsi largo tra incomprensioni di ogni sorta, i conflitti sorgono a ripetizione e gli scontri risultano perlopiù inevitabili. L’ostilità fra le razze, la fatica nell’accettare l’altro, sono anch’essi fatti noti. La situazione scappa quasi sempre di mano e per rimettere le cose a posto bisogna darsi da fare non poco. Figuriamoci poi quando tutto questo coinvolge i più piccoli, i bambini e ancor prima chi è ancora in fasce. Non capita a tutti, certo, anzi il caso è più unico che raro, ma fatto sta che poi in età matura con quell’esperienza bisogna farci i conti. Almeno se ti chiami Adam Nimoy e tuo padre, Leonard, vive in condominio con un alieno, un nativo di Vulcano chiamato Spock. Il piccolo Adam oggi ha sessant’anni e Leonard ha lasciato il pianeta Terra il 27 febbraio 2015. Spock, a sua volta, è tuttora in azione, la sua fama è planetaria, il franchise di Star Trek a oggi vanta cinque serie televisive, nove film, profitti per miliardi di dollari, un universo fandom esteso quanto quello astronomico che la leggendaria astronave Enterprise esplora, e le orecchie a punta del vulcaniano sono un’autentica icona pop, un po’ come la linguaccia di Mick Jagger. Per tutta l’infanzia, l’adolescenza e ancora da giovane uomo, Adam ha avuto a che fare con Leonard e il suo doppio, o forse con Spock e il suo sembiante umano. Il dubbio lo aveva lo stesso Nimoy che scrisse due libri, I Am Not Spock (1975) e vent’anni dopo I Am Spock (1995). C’è voluta un’intera vita, ferita da lutti e dipendenze, per trovare davvero suo padre e insieme a lui progettare un lavoro per il cinema che rendesse omaggio ai cinquant’anni di Star Trek, compleanno che la saga ha compiuto quest’anno. Quell’imprevisto che attende tutti, però, ha modificato i piani. Leonard se ne è andato, trasformando l’idea di partenza nel racconto di tre vite curiosamente intrecciate: quelle di Adam, di Leonard e del signor Spock. Ne è nato For the Love of Spock, documentario presentato in anteprima italiana all’edizione 2016 di Trieste Science+Fiction Festival, organizzato/promosso da La Cappella Underground, che anche quest’anno ha mantenuto la promessa di un’offerta di qualità mediamente alta. Basti guardare ai vincitori delle varie sezioni, a iniziare dal premio “Asteroide” (assegnato al Miglior Lungometraggio di Fantascienza in concorso), che è andato a Embers di Claire Carré, racconto di brandelli di vita dei sopravvissuti a un’epidemia virale che azzera quotidianamente la memoria, rendendo fragili i rapporti e inconsistenti i Sé. Tema forte che ha avuto altre declinazioni fantascientifiche in passato, è sufficiente fare il nome di Philip Dick e ricordare Paycheck, racconto e film, oppure un racconto di Philip J. Farmer, Sketches Among the Ruins of My Mind (in Italia tradotto con il titolo Fra le rovine della mia mente) drammatico diario di un uomo la cui memoria si riduce giorno dopo giorno. Insomma, un film che guarda avanti, ma che ha radici nella tradizione del genere. Spazio alla tradizione anche con le sezioni Sci-Fi Classix e Fant’Italia con le riproposte spesso di pezzi da novanta come Solaris di Andrey Tarkovskij e cult come Baba Yaga di Corrado Farina o Dawn of Death – Zombi di George Romero. Una specie di continuità sussiste anche nella scelta di dare il Premio “Méliès d’argent” al Miglior Cortometraggio Fantastico Europeo a Getting Fat in a Healthy Way di Kevork Aslanyan. Come lo scorso anno, quando vinse The Kármán Line di Oscar Sharp, si è premiata una storia basata sulla modificazione della forza di gravità. Il film di Sharp vedeva una sola vittima, qui invece è l’intera umanità a subire il danno e a dover trovare i rimedi, specie se, come nel caso del giovane protagonista di Getting Fat in a Healthy Way, c’è di mezzo l’amore. Amore e memoria si intrecciano anche nel vincitore del Premio “Méliès d’argent” al Miglior Lungometraggio Fantastico Europeo, vinto da Sum of Histories di Lukas Bossuyt. Qui un giovane professore trova il modo di manipolare il tempo inviando e-mail nel passato. Ancora una volta la molla di tutto è l’amore, ma non c’è niente di sdolcinato e poi con il tempo non si scherza.

Si cambia registro con i premi “Nocturno Nuove Visioni” e “Star’s War” Premio della critica web. 

Il primo se lo è aggiudicato I am not a serial killer di Billy O’Brien, con protagonisti mostri per amore e mostri per vocazione a confronto. Il secondo è andato al terrificante Under the Shadow di Babak Anvari, storia di demoni della tradizione persiana nello scenario della guerra Iran-Iraq. Entrambe le pellicole si avvalgono di interpreti di spessore: Max Records nei panni del giovane John Cleaver in I am not a Serial Killer e Narges Rashidi nei panni della madre courage Shideh. Diverse pellicole di qualità poi tra i non premiati e i fuori concorso, tra cui il cyberpunk mescolato con la detective story di Virtual Revolution di Guy-Roger Duvert, la rivisitazione della classica dialettica uomini e robot di Kill Command di Steve Gomez e la distopia di Vulcan di José Skaf. Anche l’avventura marziana narrata in Approaching the Unknown di Mark Elijah Rosenberg merita un cenno per la convincente sintesi tra scienza e sense of wonder, i motori della vicenda narrata, oltre che per la performance di Mark Strong, che regge da solo l’intero film. Infine, il mockumentary La rage du demon di Fabien Delage ha genialmente congetturato intorno all’esistenza di un film maledetto attribuito a Georges Méliès, con tanto di pronipote del geniale cineasta chiamata a testimoniare fra gli altri. Documentario autentico è invece, appunto, For the Love of Spock. D’accordo, non sarà la lettera che Franz Kafka scrisse a suo padre nel 1919, ma è il racconto di un rapporto difficile, maledettamente difficile, tra un figlio, un genitore e un’icona della cultura pop. Quello del praghese era un J'accuse di severità senza pari, testimonianza di un conflitto insanabile e misura di un peso opprimente, intollerabile, e dei toni lividi di quella confessione non c’è traccia nel documentario realizzato da Adam Nimoy. Eppure tra i fasti della saga, tra aneddoti divertenti e menzioni di episodi avvenuti dietro le quinte, tra testimonianze preziose e una ripassata di storia dell’immaginario del costume contemporaneo, per esempio il ricordo dei problemi sorti con un personaggio come Spock, che le con orecchie simili a quelle delle classiche raffigurazioni del diavolo, rischiò di non essere approvato nel Bible Belt, l’area degli Stati Uniti di rigida osservanza alla Bibbia, il tutto corroborato dai contributi affettuosi di vecchi e più recenti compagni, tra cui William Shatner, George Takei, Walter Koenig, Nichelle Nichols, Chris Pine, Simon Pegg, Zoe Saldana, J.J. Abrams e il suo "erede" Zachary Quinto, si percepisce anche il malessere di una relazione difficile, se non addirittura inesistente. Sicuramente opprimente, al punto che proprio un passaggio della Lettera al padre sembra riassumere parte della vicenda raccontata da Adam: “Talvolta mi par di vedere spiegata una carta della terra mentre Tu vi sei disteso sopra trasversalmente. Allora ho l’impressione che a me rimangano per viverci solo le regioni che Tu non copri o che sono fuori della Tua portata. Secondo l’idea che mi sono fatto della Tua grandezza, le regioni sono poche e non molto gradevoli” (Kafka, 2013). D’altronde anche il peso specifico del terrestre Leonard era piuttosto elevato. Non bisogna dimenticare che, oltre a essere un attore, Nimoy padre era anche cantante, scrittore, poeta e regista. Ciò detto, For the Love of Spock è uno scrigno pieno zeppo di immagini indelebili dell’immaginario tecnologico prodotto dal secondo Novecento, un bignami della serie e un sunto della carriera di Leonard Nimoy, con estratti delle sue prime apparizioni televisive, come il pellerossa nella serie Gunsmoke (nell’episodio Treasure of John Walking Fox, 1966) in un scambio di battute con John Wayne (prove di dialogo tra terrestri e non…) e da protagonista al cinema nella parte del pugile Paul "Monk" Baroni in Kind Monk Baroni (di Harold D. Schuster, 1952)  e poi in The Lieutenant creata da Gene Roddenberry e andata in onda tra il 1963 e il 1964; è il precedente da cui nascerà l’ingaggio di Nimoy per il pilot di Star Trek: l’episodio The Cage (1965), esperienza da cui non sopravviverà nessuno dell’equipaggio di partenza, tranne Nimoy e il suo alter ego. In For the Love of Spock il cambio di cast viene raccontato in modo molto divertente facendo smaterializzare i corpi di tutti gli attori tranne Nimoy, in modo da lasciare Spock circondato solo da silhouette. Sarà solo il 6 settembre 1966 che inizierà l’avventura con l’episodio The Man Trap e lo storico equipaggio e il suo capitano James T. Kirk (Shatner), con il quale, ricorda nel documentario Takei, ovvero Mr. Sulu, si creò un equilibrio cosmico, essendo i due caratteri complementari: Yin e Yang. All’epoca Adam aveva nove anni e tutto sembrava un sogno e lui sulle prime sembrava divertirsi, come mostrano alcune fotografie che lo ritraggono con le tipiche orecchie a punta dei vulcaniani. Un piccolo affresco condiviso con la vita di Leonard Nimoy, uomo rinascimentale come dirà suo figlio, sulle prime un tuttofare infaticabile, impegnato in lavori disparati per mantenere moglie (Sandra Zober) e figli (Adam e la sorellina Julie), metà attore metà tuttofare, dal tassista al commesso, dal giardiniere al riparatore di elettrodomestici, biciclette e quant’altro, nato a Boston nel 1939, da famiglia ebraica di origini ucraine. L’affetto non cede mai il passo al sentimentalismo, la stima non si lascia sopraffare da retoriche celebrazioni, tutto scorre con buon ritmo, in un susseguirsi di frammenti di interviste e filmati di repertorio. Alcuni, in particolare, si fanno ricordare più.

In apertura una sorta di video installazione alla Nam June Paik riepiloga i vari annunci dati in televisione della morte di Nimoy e di seguito nello schermo principale all’annunciatore appare la scena della morte di Spock in Star Trek II - L'ira di Khan (Star Trek II: The Wrath of Khan, 1982, diretto da Nicholas Meyer), quando il vulcaniano dichiara la sua eterna amicizia al capitano Kirk, il terrestre. Vi si concentra tutto il portato utopico espresso dall’interrazzialità cosmica di Star Trek che lo stesso Spock incarna alla perfezione, essendo di padre vulcaniano e madre terrestre, un meticcio, in pratica. Quintessenziale. Annota in un recente studio Robert Kozinets: “La serie era utopica sotto diversi aspetti, rompeva molti tabù sociali dominanti, mostrando un gruppo di persone appartenenti a razze ed etnie diverse intente a lavorare insieme nel futuro e inserendo inoltre donne e uomini neri in posizioni di comando” (Kozinets, 2016). Non solo, “l’episodio di Star Trek I figliastri di Platone è passato alla storia per aver mostrato il primo bacio interrazziale della televisione americana (ibidem). Nei sui venti mesi di ricerche sul campo, quello del fandom, Kozinets ha raccolto materiali preziosi in abbondanza. Ecco che cosa afferma la fan “Elaine” sempre sull’afflato utopico della serie. Star Trek, dichiara “è stato il simbolo di un mondo dove non c’erano razzismo, povertà, anormalità, nazionalismo idiota o ingiustizia politica… noi fan abbiamo investito molta passione su questo aspetto della serie e nel voler rendere il mondo un po’ più simile alla Federazione che tanto ammiriamo” (ibidem). Uno spirito che è poi trasmigrato nei fan film, prodotti amatoriali autorizzati dalla major Paramount, a patto di non superare la frontiera del profitto. Negli anni sono state sfornate addirittura intere serie e ora anche un film di un paio d’ore, Star Trek Horizon, per non dire dello spettacolare progetto Star Trek Axanar, arenatosi al suo preludio, per vicende legali con la Paramount. Prelude to Axanar si svolge una ventina d’anni prima degli eventi di Where no Man Has Gone Before, il primo episodio, successivo al citato The Cage, che vede Kirk al comando dell’Enterprise nella serie originale di Star Trek

Le vie del fandom sono infinite e Star Trek le interpreta meglio di chiunque, fondata com’è sulla filosofia religiosa vulcaniana riassunta nell’acronimo IDIC (Infinita Diversità in Infinite Combinazioni): “l’egualitaria filosofia IDIC professa l’accoglienza della diversità e non semplicemente la sua tolleranza” (ibidem). 

Nel segno della commistione, da serie a serie è spassoso nel film l’omaggio che arriva da The Big Bang Theory con Sheldon (Jim Parsons) che scambia battute con uno Spock giocattolo e per poi rendersi conto di aver iniziato a parlare come il vulcaniano, integrato dai rimandi all’intervista che Adam ha davvero fatto a Sheldon per girare For the Love of Spock (l’episodio è The Spock Resonance, nona stagione) e che viene ricordata da Bill Prady, uno degli autori di The Big Bang Theory. Altro contributo dal cast della spassosissima serie arriva da Mayim Bialik, che disserta (non è l’unica) sul fascino di Spock, seduttore suo malgrado. 

La parentesi dedicata alla carriera musicale di Nimoy si apre con una rapida carrellata dei suoi long playing, il primo dei quali inevitabilmente intitolato Mr. Spock's Music From Outer Space. Ne pubblicò cinque, almeno di quelli in senso stretto come cantante, infilando di tutto in repertorio, soprattutto gli hit dell’epoca, come Music To Watch Girls By, modificata per indossarla a pennello in Music To Watch Space Girls By, oppure la celeberrima If I Had A Hammer (da noi Datemi un martello cantata da Rita Pavone), Sunny e finanche la Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival. Segno del successo, e nel raccontarlo le immagini del film ci mostrano anche l’evoluzione del look di Nimoy (e in seguito anche di sua moglie), persino con l’esilarante adozione dello stile flower power. Le star del cinema e della televisione all’epoca venivano sistematicamente coinvolte in improbabili avventure musicali. Capitò anche a William Shatner.

Nimoy cantava un po’ meglio di Shatner, anch’egli obbligato dal successo a far lavorare l’ugola, ma certo non era quella l’arte in cui eccelleva. Era un ottimo attore, invece, e lo si capisce appieno quando in un filmato di repertorio legge in pubblico una tonitruante stroncatura dell’esordio di Star Trek, facendone un autentico pezzo di teatro. Un attore che ha fabbricato con le proprie mani il suo personaggio principale, Spock, inventando la mossa che mette fuori combattimento  gli avversari e soprattutto il celeberrimo saluto vulcaniano, con la palma distesa, i pollici allungati in fuori e il medio e l'anulare separati in modo da formare la lettera V. Saluto ispiratogli dalle sue radici ebraiche, dalla frequentazione da bambino delle sinagoghe. Nimoy per tutti i Sixties lavorò senza sosta, senza pause, surfando tra i fusi orari delle due coste, un tour de force che alla lunga stritolò il clima familiare fino ad allora sereno. Adam Nimoy mostra una foto che ritiene emblematica di quel momento: l’intera famiglia in soggiorno sul divano, che fissa l’obiettivo. Nessuno dei quattro sorride. Intanto Nimoy divorziò da Spock nel 1969 (anno della chiusura della serie storica) passando all’azione nel team di Mission Impossible nei panni dell’incredibile Paris. Le regioni kafkiane si facevano sempre più piccole per Adam, mentre il padre si distendeva sopra la carta del pianeta… un peso astronomico, tant’è che il 22 ottobre 1973 è Leonard, il padre, a scrivere una lettera ad Adam, il figlio allora in pieno trip psichedelico, scrivendo intorno alla sua assenza in famiglia e facendo a sua volta riferimento alla relazione con suo padre, il nonno di Adam, il quale inizia a leggerla a metà film. Il peso e l’assenza andranno di pari passo, Nimoy si dedica anche alla regia, non solo fantascienza, non solo Star Trek III, Alla ricerca di Spock (The Search for Spock, 1984) e Star Trek IV, Rotta verso la Terra (The Voyage Home, 1986), ma anche comedy, Tre scapoli e un bebè (con Tom Selleck, Three Men and a Baby, 1987) e drama, Diritto d’amare con Diane Keaton (The Good Mother, 1988). Nimoy avvia una bella carriera teatrale, riporta a Brodway Full Circle e poi ci saranno altri lavori di cui farà anche la regia. Padre e figlio si ritrovano anche a lavorare insieme. Adam dirige Leonard nell’episodio I, Robot della serie Oltre i limiti, nel 1995, remake della serie The Outer Limits del 1963, in cui Leonard Nimoy aveva una parte proprio in quell’episodio. Non basterà.

Arriva poi il divorzio di Leonard da Sandra Zober, Adam si scontra duramente con il padre, questi inizia a bere e non poco e Adam è sempre piuttosto sballato. Non si parlano più per lungo tempo. Si ritroveranno solo nel 2008, quando alla moglie di Adam, Sandra, verrà diagnosticato un cancro che non le lascerà scampo. Adam ha assai bisogno di conforto e per primo chiama il padre. Inutile nasconderlo: qui si vanno a toccare le corde dell’emozione piena. Dopo questo ricordo si torna ad Adam che conclude la lettura della lettera del padre. La fine è nota. Il 27 febbraio 2015 Nimoy/Spock lascia la scena terrestre e le ultime parole segnano la cucitura del doppio.

Adam Nimoy ha scelto le immagini dello spettacolare falò che il popolo del Burning Man nel Black Rock Desert del Nevada ha dedicato alla scomparsa dell’uomo e del vulcaniano. È ancora l’interrazzialità a trionfare qui con l’unione del popolo del fandom e quello dei tecnognostici.
Non a caso anche il creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, ha lasciato il pianeta a bordo di una navicella che oltre alle sue ceneri trasportava quelle di Timothy Leary, il gran sacerdote dell’acido lisergico, un pugno di esploratori spaziali, tra cui Benson Hanlin, l’ingegnere della Boeing cui si deve il primo aereo supersonico americano, Gerard O’ Neill, ideatore di stazioni orbitanti, Krafft Ehrick, uno della squadra di von Braun che lasciò i laboratori nazisti per lavorare alla Nasa, Frank Bauerman, studioso di propellenti per razzi, Conrad Johnson, un astronauta che non aveva partecipato (in vita) ad alcuna missione e un bambino giapponese di quattro anni nelle vesti dell’intruso pagante. Tutti in missione, forse, come si recita in Star Trek: “To explore strange new worlds, to seek out new life and new civilizations, to boldly go where no man has gone before”, (Per esplorare strani nuovi mondi, e cercare nuove forme di vita e nuove civiltà, fino ad arrivare là dove nessuno è mai giunto prima). 

Quanto a Nimoy e Spock, loro hanno trovato la sintesi estrema negli ultimi istanti di vita, quando Leonard si è congedato da tutti con un tweet chiuso dall’acronimo di “Live Long And Prosper”, il famoso saluto vulcaniano: LLAP. 

Così sia. Lunga vita e prosperità.

 


 

LETTURE

Franz Kafka, Lettera al padre, in Confessioni e Diari, Mondadori, Milano, 2013.
Robert V. Kozinets, Il culto di Star Trek, Franco Angeli, Milano, 2016.

 


 

VISIONI

Babak Anvari, Under the Shadow, Wigwam Films, 2015.
Kevork Aslanyan, Getting Fat in a Healthy Way, Revo Films, 2015.
Lukas Bossuyt, Sum of Histories, Caviar, Pupkin Film, 2015.
Claire Carré, Embers, Papaya, Chaotic Good, Bunker Features, 2015.
Fabien Delage, La rage du demon, Hyppocampe Productions, 2016.
Guy-Roger Duvert, Virtual Revolution, Lidderdalei Productions, Tachkent Productions, 2016.
Corrado Farina, Baba Yaga, 14 Luglio Cinematografica, 1973.
Steve Gomez, Kill Command , Vertigo Films, 2015.
Billy O’Brien, I am not a Serial Killer, Floodland Pictures, The Fizzy Facility, Te Thea Shop & Film Company, 2016.
George E. Romero, Dawn of Death – Zombi, Laurel Group Production, 1978.
Mark Elijah Rosenberg, Approaching the Unknown, Tiderock Media, 3311 Productions, Department of Motion Pictures, Loveless, 2016.
José Skaf, Vulcan, Zentropa Spain, Zentropa Vulcania AIE, Sweden, Ran Enterteinment, 2105.
Andrey Tarkovskij, Solaris, Mosfilm Cinema Concern, 1972.