BUSSOLE | QDAT 63 | 2016

 


ASCOLTI / NEW JAZZ FESTIVAL BALVER HÖHLE (NEW JAZZ 1974 & 1975)


di Autori Vari / B.free, 2016


 

Il festival dei giovani cavernicoli


di Alvise Gambarini

 

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Nel luglio del 1974, un giovane intraprendente, Karlheinz Klüter, organizzò un festival jazz nell’allora WDR nella valle di Hönne, nel Sauerland, regione della Renania Settentrionale-Vestfalia. La sede era di quelle che non si dimenticano: la grotta di Balve, una cavità naturale dotata di un’ottima acustica, che in un lontanissimo passato vide il passaggio di cacciatori neanderthaliani. 

Fu un successo e quindi la manifestazione si replicò per diversi anni. Le prime due edizioni, che si svolgevano nell’arco di tre giorni, dal venerdì alla domenica, con il primo giorno dedicato al jazz tradizionale, vennero registrate dalla radio di Colonia e parte di quel materiale venne pubblicato in un quadruplo ellepì ((Jazzfestival Balver Höhle Ausschnitte Vom New Jazz Programm 1974 & 75, JG-Records, 1975). Ne rimase fuori un bel po’ e oggi l’etichetta tedesca B.free ne ha recuperato l’intero patrimonio. 

Il risultato è un poderoso box con ben undici compact disc a documentare i week-end dedicati alle nuove musiche, completo di booklet riccamente illustrato con foto dei concerti e articoli dell’epoca. Titolo: New Jazz Festival Balver Höhle (New jazz 1974 & 1975). Gli undici dischi seguono l’ordine di comparizione per giorni anche se non nell’ordine cronologico in cui i musicisti salirono sul palco. A onor del vero, il booklet contiene qualche imprecisione nell’indice dei brani. Infatti del quinto disco vengono indicati otto brani, ma in realtà gli ultimi tre sono quelli posti sul disco sei. I brani riportati come 6 e 7 del cd 5, risultano in realtà un’unica track, la prima del disco sei, e quello indicato come 8 è il secondo del disco 6. Anche nel primo disco viene indicato un unico brano di circa ventisette minuti del Contact Trio, mentre invece è un gruppo di cinque parti nettamente distinte, sebbene si tratti di improvvisazioni. La cosa più stramba, però, è la foto del vibrafonista Gary Burton, che nella foto appare calvo e con i basettoni, ma in realtà rimane oscuro chi sia il musicista ritratto, perché all’epoca Burton sfoggiava una folta capigliatura a caschetto e baffoni. 

Sviste a parte, il box è un documento a dir poco prezioso, non il primo realizzato dall’etichetta B.free. Questa si era già fatta notare per un’altra meritoria impresa nel 2015, la pubblicazione delle registrazioni del festival tenutosi a Francoforte nel 1970 e intitolato Born free: The 12th German Jazz Festival. Anche qui un box sostanzioso comprendente nove cd, musica in parte pubblicata all’epoca dalla Scout Records in un box di tre vinili con lo stesso titolo e la medesima copertina con la foto del biondissimo bambino in copertina. Spicca nella raccolta l’edizione integrale della composizione Getting To Know You All a opera della fantomatica European Free Jazz Orchestra of The Art Ensemble Of Chicago, ovvero l’unione tra i portabandiera del post free statunitense, gli uomini dell’AEOC, e una folta rappresentanza degli improvvisatori europei, tra cui Gunter Hampel, Alfred Hart, Manfred Schoof, Albert Mangelsdorff, Günter Christmann, Paul Rutherford. 

Le due manifestazioni documentate dai box della B.free non furono le uniche di quegli anni in Germania. Nella parte occidentale del Paese, già dalla fine degli anni Sessanta diverse iniziative erano fiorite intorno alle nuove musiche, grazie inizialmente al lavoro pionieristico di Joachim-Ernst Berendt, critico musicale, autore nell’arco della sua vita di una decina di libri sulla musica jazz, uno dei uno dei massimi esperti di musica jazz, che già nel 1966 aveva dato vita al Free Jazz Meeting Baden-Baden

Un ruolo chiave lo svolsero anche le emittenti radio. I concerti di Baden-Baden, per esempio vennero registrati dalla SFW, così come particolarmente attiva fu la Radio Jazz Group Stuttgart. Un altro evento apripista fu l’International Holy Hill Jazz Meeting tenutosi nel 1969, che vedeva tra i partecipanti alcuni dei giovani free improvisers, come il tedesco Peter Brötzmann e l’inglese Evan Parker. 

Lo stesso Brötzmann promosse diversi eventi a Wuppertal, i Wuppertal Free Jazz Workshop. La città era sede anche di concerti organizzati al Von der Heydt Museum. Brötzmann e il sodale Alexander von Schlippenbach, ovvero il nucleo storico del collettivo di musicisti della FMP (Free Music Productions), organizzazione ed etichetta discografica nel segno dell’indipendenza, erano anche i promotori di altre attività concertistiche di fondamentale importanza con sede a Berlino: i Total Music Meeting e i Workshop Freie Musik.  

Altri importanti festival presero vita all’epoca, a iniziare da quello di Moers, sempre nel Land della Renania Settentrionale-Vestfalia, un appuntamento che nel corso degli anni Settanta vide sul palco la crema della musica improvvisata internazionale. 

Altra manifestazioni di rilievo, fu il festival di Burg Altena, organizzato da un dentista, Heinz Bonsack, appassionato di free jazz e musica cosmica. Proprio al festival di Altena sarà dedicato il prossimo box della B.free annunciato per l’autunno 2016. 

A collaborare con Bonsack c’era Klüter, che forte anche di quell’esperienza, ideò il suo evento a Balve, gestito con ammirevole coraggio e passione, facendo di tutto, attaccando cavi sul palco, vendendo birra, staccando biglietti all’ingresso, annunciando i musicisti sul palco, lavorando con i tecnici della radio e così via. 

Segno dei tempi.

Il fiorire di festival che davano modo al jazz di entrare in contatto con i giovani dell’epoca fu un fenomeno che si diffuse ovunque. In Austria, per esempio, si tenne a Ossiach nel 1971 un festival decisamente fuori dagli schemi, al punto di potersi fregiare del titolo di Woodstock della Carinzia (cfr. Ancore: Un‘estate da vera Felix Austria, in www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero59, ndr). Del nuovo scenario entrò a far parte anche l’Italia, dove nel 1973 prese il via la più importante manifestazione del genere della Penisola: Umbria Jazz. Questo spostamento di pubblico, l’interesse delle nuove generazioni per una musica che comunque dal jazz prendeva le mosse, spesso tornando al jazz e il nuovo gusto per un insieme di musiche fino ad allora distanti e per le nuove miscele contenenti suoni da tutto il mondo, trovò il suo momento fondante il 29 agosto 1970.

Quel giorno Miles Davis salì sul palco allestito per i concerti del Festival dell'Isola di Wight, completando la rivoluzione copernicana che aveva avviato con la pubblicazione di Bitches Brew. Un ribaltamento che non investiva soltanto la lingua del jazz, e quella volgare del rock, ma anche, appunto, le modalità di fruizione del jazz stesso. Non poteva essere altrimenti. Erano trascorse da poco le cinque del pomeriggio, quando Davis salì sul palco con la sua electric band: Gary Bartz al sassofono, Keith Jarrett e Chick Corea alle tastiere, Dave Holland al basso, Jack DeJohnette alla batteria e Airto Moreira alle percussioni. La loro esibizione durò circa trentacinque memorabili minuti. Di fronte a loro c’erano seicentomila persone ed è questo il secondo cambiamento epocale, perché un simile salto di quantità non poteva non esserlo anche di qualità nella fruizione di una musica che una platea simile non l’aveva sognata neanche nella più sconfinata delle visioni ottenuta con qualche aiuto chimico. Era nato il concetto di festival jazz di massa e trasversale, seguito da un pubblico giovanile e che proponeva un’offerta musicale eterogenea.

Una nuova platea che manifestava entusiasmo verso queste nuove proposte, lo stesso che esprimeva presenziando a un concerto rock. Quel calore del pubblico si ascolta anche negli undici dischi che compongono il box della B.free. 

Il primo cd, come si è detto, ospita il Contact Trio, formazione composta da Evert Brettschneider (chitarra elettrica), Alois Kott (contrabbasso), Michael Jüllich (batteria), che propone una interessante rilettura dell’allora imperante jazz rock, non cedendo alla tentazione di indulgere nella ricerca dell’effetto a tutti i costi. Tutto scorre con una certa fluidità e si conserva tuttora piacevole all’ascolto lungo i circa ventisette minuti del brano, uno di quelli indicati semplicemente come Improvisation, ma che, come si è detto, è formato in realtà da cinque improvvisazioni.

Da tutt’altra parte conduce la porzione successiva, che vede in azione un trio dai tratti decisamente diversi, quello composto dal germanico Peter Brötzmann ai fiati e gli olandesi Fred van Hove al pianoforte e Han Bennink alla batteria più una serie di percussioni o oggetti/superfici percuotibili. 

Formazione storica di primo piano della scena improvvisativa europea, quella del terzetto è una musica assolutamente imprevedibile nelle sue evoluzioni, capace di scivolare in un attimo dal motivetto popolare e quasi ballabile alla furia collettiva nel segno della totale libertà. Procedono così le quattro improvvisazioni per un totale di oltre mezzora di performance. Apre le danze Bennink a tempo di marcetta, accompagnato dagli accordi martellanti di van Hove e dal chiocciare via via più parossistico del clarinetto di Brötzmann. Bennink accenna un inizio simile nella Improvisation 2, ma il girotondo viene interrotto dal ruggente assalto di Brötzmann al tenore, uno squarcio che illumina la vera scena prediletta dai tre, un mondo di suoni apparentemente impazziti, con van Hove che rovescia note a grappoli, Bennink che non lascia intentato alcun suono dal suo bizzarro kit percussivo e Brötzmann che spinge al limite la gamma sonora dei suoi sassofoni. Ne salta fuori un bel frullato, con tanto di parodie di canzoni e ballate. Caos apparente, che si ritrova anche nelle ultime due improvvisazioni. Apparente perché i tre non perdono mai di vista i suoni che partoriscono. Bennink, per esempio, non è mai fuori tempo, non sbaglia letteralmente un colpo. 

Il secondo compact disc vede all’opera lo Jasper van’t Hof’s Pork Pie, un quintetto internazionale capitanato dal tastierista olandese Jasper Van't Hof e composto dagli statunitensi Charlie Mariano (fiati) e John Lee (basso elettrico), dal belga Philip Catherine (chitarra elettrica) e dall’italiano Aldo Romano (batteria). Anche qui due improvvisazioni, ma siamo nei territori della fusion di alta qualità, con una serie di temi, a partire da quello di uno dei cavalli di battaglia della formazione, Transitory, che si accavallano, scivolano uno nell’altro, si susseguono dando modo ai solisti, tutti magnifici, di dar prova d’abilità tecnica e inventiva. Spicca Mariano al soprano, ma il musicista di origini italiane si fa notare anche al nadaswaram, strumento a fiato del sud est dell’India. Mariano, infatti, è stato fra i primi jazzisti a frequentare strumenti tradizionali non occidentali.

A tratti il sound confina con quello della coeva Mahavishnu Orchestra, ma è esente dall’eccesso di spettacolarità che finì per inghiottire il progetto di John McLaughlin e Billy Cobham.

Spettacolare il terzo dischetto interamente occupato dal trio inglese S.O.S., ovvero John Surman, Mike Osborne e Alan Skidmore. I tre schieravano un superbo set di ance, soprano, contralto, tenore baritono e clarinetto contrabasso, con l’aggiunta di un sintetizzatore sul quale Surman sperimentava già da tempo. Una porzione di questo concerto era uscito in precedenza in un doppio cd pubblicato dalla Cuneiform Records, che raccoglieva vari inediti di una formazione che terminò la sua attività con un solo album ufficiale all’attivo (cfr. www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero46). Arie tratte dal patrimonio folklorico britannico, free jazz, musica iterativa e polifonia rinascimentale convivevano in armonia nelle improvvisazioni del trio, che chiuse il concerto con l’arrangiamento di un’invenzione a tre voci di Johann Sebastian Bach.

Il quarto disco si apre con un’austera improvvisazione di circa mezzora a opera del Dieter Scherf Trio (Scherf al sassofono, Jacek Bednarek al contrabbasso e Bulent Ates alla batteria). Il leader era stato membro di una storica formazione della scena jazzistica tedesca, il Free Jazz Group Wiesbaden, titolare di due album (Frictions, 1969 e Frictions Now, 1971) pionieristici nell’azzardare mescolamenti bizzarri tra free jazz e psichedelia e primo rock elettronico alla tedesca. Scherf qui fa mostra di grande maturità, forte di una lezione coltraniana imparata bene e fatta propria. Il Trio pubblicherà poi un solo notevole album, Inside-Outside Reflections (LST, 1974), con Paul Lovens al posto di Ates.

Tocca al Franz Koglmann Quintet-Steve Lacy Quintet, chiudere con cinque composizioni per un totale di circa tre quarti d’ora. Sul palco la medesima formazione che aveva inciso in studio l’album Flaps (Pipe Records, 1973), un quintetto (perché è un solo quintetto) composto da Lacy al soprano e Koglmann alla tromba accompagnati dal bassista Toni Michlmayr, dal batterista Muhammad Malli e da Gerd Geier, addetto a maneggiare computer ed elettronica (del tempo). Questi riesce quasi sempre a gestire i suoi marchingegni, con l’eccezione di Der Vogel, Opium, dove i suoi suoni alla Forbidden Planet invadono troppo gli spazi con un assolo non necessario. Affascinante sempre il gioco di specchi tra i due co-leader, che danno vita a un gioco di rifrazioni vertiginoso, sezionando e riconfigurando ogni singola cellula melodica, a iniziare proprio dal brano Flaps con cui aprono il loro concerto. Si chiude con l’ipnotica Life On Its Way di Lacy, quattro note discendenti che via via si sbriciolano inghiottite da un inintelligibile suono elettronico. 

Nel quinto disco ritorna Bennink, questa volta in compagnia di Misha Mengelberg, pianista con cui ha condiviso un’intera vita artistica, dando vita dopo la FMP sopra citata, anche a un secondo polo discografico indipendente europeo: l’ICP (Istant Composers Pool). Il duo confermò anche in quell’occasione il suo spirito genuinamente dadaista. La prima tranche del concerto, intitolata Suite, ne è un esemplare compendio, con il pirotecnico saltellare dal ragtime al free jazz citando anche tutto quello che c’è in mezzo, dai ballabili per locali di ogni genere alle avanguardie novecentesche. Purtroppo, si è sempre perso molto delle performance di questi due artisti quando non si è potuto anche assistere ai loro show, così vicini anche a una sorta di assurdo cabaret beckettiano. Ciò non toglie che la musica conservi tutta la sua freschezza ancora oggi. 

Il cd si completa con le registrazioni del Jazzcrew Stuttgart, un settetto composto da Herbert Joos e Frederic Rabold (flicorno e tromba), Walter Hüber (sassofoni, soprano e tenore), Bernd Konrad (sassofono e contrabbasso), Paul Schwarz (piano elettrico), Jan Jankeje (contrabbasso) e Martin Bues (batteria). Combo eclettico, capace di passare dallo swing più trascinante al free jazz e soprattutto alla fusion (con quel sound inconfondibile del Fender) nell’arco di cinque robuste improvvisazioni; ancora il Jazzcrew Stuttgart in apertura del sesto disco con altre due improvvisazioni (nell’ordine elencato sopra).

Il resto è occupato da The Polish Jazz Summit comprendente Tomasz Stanko (tromba), Zbigniew Namyslowski (sassofoni e violoncello), Zbigniew Seifert (violino), Adam Makowicz (piano acustico e non elettrico, come, erroneamente indicato nei crediti, altra svista) e Janusz Stefanski (batteria). 

In realtà c’è un’altra disattenzione nelle note, perché non viene riportato un bassista chiaramente all’opera. Mezzora d’improvvisazione che parte con la classica scrittura riflessiva di Stanko e che poi si rischiara con brillanti assoli di piano, sassofono, tromba e dei due strumenti a corda elettrificati sotto il segno di un genuino free jazz. Da segnalare la presenza del virtuoso Seifert in formazione (cfr. www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero16), disinvolto nell’impiego del pedale wah wah. Il successivo disco chiude la rassegna del 1974 e lo fa in grande stile con il quintetto del vibrafonista Gary Burton, composto da una coppia di chitarristi, Mick Goodrick e un giovanissimo Pat Metheny, Steve Swallow al basso elettrico e Bob Moses alla batteria. Nel complesso funzionano meglio gli assolo, specie quelli del leader, che può così esprimere al meglio tutta la gamma melodica del suo strumento. Forse due chitarre non erano del tutto necessarie, ma questa è anche un’occasione per ascoltare i primi tratti del raffinato stile di Metheny. Tre set per circa un’ora e un quarto di musica sempre trascinante.

L’edizione del 1975, va premesso, non presentò un cartellone di altrettanto valore e anche per motivi contrattuali non vide sul palco alcuna formazione tedesca. Apre il disco numero otto, la Jan Wallgren Orkester, che a dispetto del nome è un semplice quintetto svedese capitanato dal pianista Wallgren e che comprendeva Tommy Koverhult (sassofoni soprano e tenore e flauto), Hakan Nyqvist (flicorno), Ivar Lindell (contrabbasso) e Ivan Oscarsson (batteria). Quello che i cinque eseguono è un piacevolissimo post bop, ricco di lunghi assoli, specie nel lungo Love Chant (quasi quaranta minuti), brano che Wallgren, pianista dotato di buon tocco e fantasia, aveva già inciso in studio un paio d’anni prima e che poi re-inciderà nel 1976. Qui se ne sviluppano appieno tutte le possibilità.

Chiude il disco la prima porzione del System Tandem, duo proveniente dall’allora Cecoslovacchia e composto da Jiří Stivín (sassofoni soprano e contralto e flauti) e Rudolf Dasek (chitarra). Due improvvisazioni e sul successivo nono disco altre cinque, che si tengono in equilibro tra folk, jazz e rock impreziosite da virtuosismi mai gratuiti. Il nono disco si conclude con una performance di circa mezzora, la prima delle due improvvisazioni di un altro duo, composto dal polacco Krzysztof Zgraja al flauto e dal britannico Barre Phillips al contrabbasso. La seconda Improvisation di durata quasi simile, apre il decimo disco. I due si avventurano in una serie di escursioni che danno modo a entrambi di esibire una serie di soluzioni tecniche e una gamma timbrica completa, cambiando ripetutamente ritmo. Zgraja aveva già sperimentato l’insolita combinazione strumentale l’anno precedente in un disco in studio con un altro contrabbassista Czesław Gładkowski. Il disco in questione è Alter Ego (Polskie Nagrania Muza, 1974). 

Il cd dieci si conclude con i primi cinque brani eseguiti dalla Brom Gustav Big Band (così nel booklet, ma in realtà si chiamava Gustav Brom Big Band), formazione proveniente anch’essa dalla Cecoslovacchia, con il seguente organico: Jaromir Hnilicka  (tromba), Mojmir Bartek (trombone), Frantisek Navratil (sassofono contralto), Josef Audes  (sassofono baritono), Zdenek Novak (flauto), Milan Vidlak (tastiere), una sezione ritmica non indicata nelle note e il leader a dirigere. Qui siamo piuttosto dentro il mainstream, si avvertono echi di Count Basie, seppur con strizzatine d’occhio al free e al funky.

Infine, l’undicesimo disco si apre con la coda della scaletta eseguita dalla cosiddetta Brom Gustav Big Band, che si accomiata con la pirotecnica Colored Spade che infiamma il pubblico. 

Segue il finlandese Eero Koivistonen Quartet: Eero Koivistonen,sassofoni soprano e tenore, Olli Ahvenlahti al piano, Pekka Sarmanto al contrabbasso, Raino Laine alla batteria. Due brani, Clear Dream e Spanish Dance, per soli venti minuti, un peccato, perché il quartetto suona bene insieme e con quelle atmosfere algide che avevano iniziato allora a trovare nell’Ecm la casa ideale. Il disco si chiude con due brani eseguiti dal cecoslovacco Emil Viklický Trio, con Viklický al piano, František Uhlíř al contrabbasso e Milan Vitoch alla batteria. Una dozzina di minuti scarsi sui cui aleggia palpabile lo spirito di Bill Evans in Choral ed emerge uno spiccato senso dello swing di Viklický in Spanih Dance. Deliziosi i ricami di Uhlíř in entrambi i brani. Peccato che il tutto duri così poco.

Un plauso, quindi, alla B.free, che rende di nuovo disponibile la colonna sonora di una stagione avventurosa, anche se segnata da qualche ingenuità. Ancora libera dai vizi degli anni odierni, però, infestati dal proliferare di manifestazioni congegnate con la complicità del marketing culturale e turistico, quello che oggi in Italia, per esempio, si inventa bizzarre liason come jazz e Dolomiti o jazz e Culatello di Parma. 

I trogloditi non erano quelli che si ritrovarono nella caverna di Balve…