BUSSOLE | QDAT 63 | 2016

 


LETTURE / IO SONO VIVO, VOI SIETE MORTI


di Emmanuel Carrère / Adelphi, Milano, 2016 / 352 pp., € 19,00


 

Distopie e orizzonti speculativi


di Linda De Feo

 

image

La recente riedizione a opera di Adelphi della biografia di Philip K. Dick, Io sono vivo, voi siete morti (nella nuova traduzione di Federica e Lorenza Di Lella), scritta da Emmanuel Carrère, pubblicata in Francia da Seuil nel 1993 con il titolo Je suis vivant et vous êtes morts, e in Italia da Theoria, nel 1995, fornisce l’opportunità di riflettere ancora una volta sull’opera di uno scrittore che continua a influenzare la configurazione di prodotti culturali in grado di registrare, interpretare e rilanciare il complesso e dinamico rapporto tra frontiere tecnocomunicative, mutazioni socioantropologiche e orizzonti epistemologici.

Carrère costruisce un’avvincente biografia romanzata di Dick, declinata in modo da far apparire quest’autore di culto del secondo dopoguerra americano come il protagonista di una storia appassionante, il personaggio di un racconto fluido, snodato tra gli accadimenti di una vita travagliata, segnata dalla veemenza di esperienze estreme che hanno ispirato un disegno simbolico animato dalle visioni della cultura lisergica degli anni Sessanta, dal rapporto tra schizofrenia e allucinazioni consensuali collettive, dalle elaborazioni narrative sulla metastasi dei simulacri nel reale e, infine, dal naufragio nel sacro. 

Assolutamente altro rispetto a Divine Invasioni, classica biografia di Lawrence Sutin edita nel 2001, il volume di Carrère, più che come documentazione cronologica, nasce in parte come riflesso degli eventi che hanno orientato il percorso creativo dickiano, contenuto in un patrimonio immaginativo che, come poc’anzi si diceva, ha alimentato e continua a nutrire abbondantemente l’immaginario contemporaneo, sia letterario sia cinematografico (cfr. "Quaderni d'Altri Tempi" n. 15), sia seriale sia fumettistico. 

Nonostante la piega romanzesca tradisca dichiaratamente il codificato genere biografico, l’autore francese, pur traendo logiche deduzioni, avanzando fondate supposizioni, creando trepidanti aspettative o formulando disorientanti interrogativi, articola un discorso critico incline a offrire un’interpretazione che lega i testi agli eventi storici, agli avvenimenti biografici e alla struttura psicologica dello scrittore statunitense, indagando in maniera approfondita il nesso tra opere e società e riconfermando il ruolo epifenomenico di artisti rivelatisi profondamente significativi, fisiologicamente sensibili alle svolte critiche del mutamento sociale.

Carrère sottolinea come la parabola narrativa dickiana, che, partendo dai canoni di una science fiction ortodossa, tenderà ad assumere intonazioni sempre più distopiche, si proietti su un orizzonte speculativo che pone molteplici domande di natura sociologica e attraversi temi che spaziano dalla compenetrazione di fisica quantistica e metafisica all’orizzonte della realtà virtuale, con le sue implicazioni diffuse all’intero sistema sociale, rivolgendo ossessivamente lo sguardo verso gli snodi epocali che hanno ridefinito la storia dell’identità del soggetto occidentale. 

Alternando la propria voce a quella di Dick, il biografo indugia in abbondanti citazioni, si sofferma su aneddoti emblematici e su messaggi inconsciamente profetici, preannuncianti la produzione delle fobie che saranno vissute nel clima ideologico del nostro tempo. Mostrando quanto sia vitale la produttività del lavoro incorporato nel momento della fruizione, Carrère non vuole colmare le distanze tra orizzonti di discorso separati, ritenendo che sia proprio in quei vuoti stranianti, in quei silenzi evocativi, in quegli spazi bianchi che autonomamente il lettore dickiano, ben conscio di non poter trovare verità definitive, comunica in maniera più serrata con il testo e ne tesse i fili che continuano a intrecciarsi a ogni rilettura. 

Connettendo ipotetiche visioni controfattuali, lo scrittore francese riattraversa i disforici percorsi narrativi dickiani, come, per esempio, il tracciato storico alternativo magistralmente delineato ne L’uomo nell’alto castello, romanzo che rovescia il risultato della Seconda Guerra Mondiale, attribuendone la vittoria alle potenze dell’Asse, e che disvela, attraverso una perturbante allegoria, la “soggiacente” realtà totalitaria statunitense, cristallizzata, in cui “l’Impero non è mai cessato” bensì soltanto “sottratto alla vista dei suoi sudditi” (Carrère, 2016). Carrère induce a riflettere su un ricorrente leit motiv, costantemente riecheggiante nell’opera dickiana, la convinzione cioè che l’élite politica americana sia volta a riabilitare il nazismo, a farne resuscitare i miti per poterne applicare i metodi negli Stati Uniti. Il “leggere Hannah Arendt” spinge Dick a individuare gli scopi fondamentali delle dittature nell’allontanamento dei popoli dalla realtà e nella costrizione delle masse ad abitare un “mondo fittizio”, sostanziando il sogno-incubo della “creazione di un universo parallelo”: “il privilegio che San Tommaso d’Aquino negava all’Onnipotente e che San Pier Damiani gli riconosceva, ovvero quello di modificare il passato, di far sì che non sia accaduto ciò che è accaduto, i nazisti e i bolscevichi se lo sono arrogato riscrivendo la storia e imponendo le loro versioni apocrife. Trockij non era mai stato a capo dell’Armata Rossa, Berija spariva dall’enciclopedia sovietica, cedendo il posto a un vicino di alfabeto meno compromesso – lo Stretto di Bering – , e, per quanto riguarda le vittime meno illustri dei campi di concentramento, l’obiettivo non era solo ucciderle, ma fare in modo che non fossero mai esistite” (ibidem). 

Identificandosi con una forma di nevrosi, o meglio di psicosi istituzionalizzata, il totalitarismo, constata Carrère, viene vissuto da Dick come vittoria storica e sconfitta individuale, potenza istituzionale e debolezza esistenziale. Le perquisizioni illegali, le intercettazioni telefoniche, le persecuzioni messe in atto dall’FBI e le estorsioni della CIA sul territorio federale rappresentano i tratti caratteristici di un regime cripto-dittatoriale nell’ambito del quale una polizia onnipotente, insidiosamente organizzata, esercita un serrato controllo, del tutto simile a quello messo in scena nel romanzo Scorrete lacrime, disse il poliziotto, l’“Arcipelago Gulag” dickiano, “opera profetica” che palesa una “realtà invisibile, inconcepibile” (ibidem), l’apparato di polizia politica segreta, impercettibile dal punto di vista giuridico, operante in America sin dagli anni Quaranta.

Dick spinge la sua radicalità oltre i meri confini dell’ideologia, per trasformarla, nei suoi scritti, in una vera e propria Weltanschauung, rendendo sempre più agguerrita la polemica contro tutte le forme liberticide di prevaricazione politica, economica e tecnocratica: il cittadino comune, privo di potere, dimenticato dalla storia, cancellato dalla memoria, è l’eroe senza gloria delle sue opere, paradigmatiche rispetto alla valutazione delle problematiche sociali determinate dal capitalismo monopolistico. 

Carrère mette in rilievo come la politica sia soltanto una delle molteplici declinazioni della realtà conflittuale esplosa nei paramondi dickiani, i quali tratteggiano l’affresco titanico di società future governate dal meccanicismo deterministico della cieca casualità e dalla potenza irrazionale della logica del caos, in cui è ingabbiata l’umanità mentre compie la “Volontà dell’Autorità Cosmica” (Dick, 1998a). Il biografo intuisce come la teoria dickiana del complotto assuma un significato essenzialmente metafisico, interpretando il disorientamento avvertito dalla civiltà contemporanea, nonché lo spaesamento prodotto da “un mondo gelido, infido, ineccepibilmente normale, eppure pieno di minacce”, in cui tutto, come in balia di una mente malata, diventa “ostile, pericoloso, ingannevole” (Carrère, 2016).

Grazie alla profonda analogia che viene instaurata tra le contraddizioni laceranti dell’American dream e le forme “corrotte” della narrativa fantascientifica, l’opera dickiana assurge al ruolo di “metafora surreale” (Pagetti, 1982) della società, nonché dell’umanità, espressione utilizzata per definire in particolare La penultima verità, romanzo in cui coloro che sono sfuggiti a una guerra ormai finita da tempo, “veri e propri Nibelunghi moderni” (Carrère, 2016), vittime di una menzogna storica che diventa allegoria universale, appaiono confinati nelle viscere della Terra da un’impostura del padronato che sfrutta il proletariato sotterraneo e detiene il controllo del potere mediatico. 

Ciò che viene considerato reale, dunque, non è altro, per Dick, se non “un simulacro” creato da una minoranza per tradire il mondo intero, ed è su questa intuizione che, ricorda Carrère, si innesta l’idea, molto diffusa negli anni Sessanta sulla costa del Pacifico, tendente a presentare “alcuni stati alterati di coscienza” come “via d’accesso alla Realtà” assoluta (ibidem), primordiale, antitetica rispetto alla consueta esperienza. 

“Troppo ricca per i modesti ricettori” di cui è dotato l’essere umano, la realtà pura, non organizzata negli stratificati schemi culturali, se ad alcuni soggetti permette di esser contemplata serenamente, ad altri consente di “capire dall’interno che cosa [sia] la pazzia”, l’abisso del nulla, “pronto a inghiottire” l’intera specie umana (ibidem), il “mondo della tomba”, espressione massima del devastante disordine entropico, dello sfarinamento del mondo nel caos primevo, della fine dell’Augenblick di stabilità da sempre faticosamente imposto dall’uomo alla natura, all’organizzazione sociale e al ruolo, spesso drammatico, che egli interpreta nella “sceneggiatura della vita” (Dick, 1997). 

Il fortissimo impulso tendente al disastro ecumenico è prepotentemente presente nei mortiferi labirinti dickiani, in cui l’ordine dell’esistenza è turbato da una forza che tende la mano all’annichilimento cosmico e al delinearsi di uno spazio e di un tempo che sfuggono l’hic et nunc per precipitare nella cupa voragine di un furioso processo che spezza la vita, frantumandola in particelle di polvere e vaporizzandola in nuvole di gas. La riconversione della storia al granito e al metano, possibile deriva del processo di inarrestabile tecnologizzazione, è l’esito paradossale della pervicace volontà umana di sconfiggere la finitudine grazie a una scienza straniante, eldritch, che si innerva nella carne degli uomini, si impossessa degli ordini di significazione della comunità mondiale, diventando il “pianeta e tutti gli abitanti di quel pianeta”, l’“anima della loro civiltà e l’anima di ognuno di loro” (Carrère, 2016), che vince sì la morte, ma regnando sui frammenti disseminati di infinite dimensioni.

L’orrore descritto da Dick si accompagna all’intonazione della sua ricerca fideistica dell’assoluto, mai manifestazione di mero delirio mistico, ma sempre espressione di un robusto impianto teorico, ispirato, oltre che allo gnosticismo, alla cabala ebraica, all’ermetismo, alla tradizione taoista, al misticismo neoplatonico. 

Gli inattesi disvelamenti dei romanzi e racconti dickiani sollevano inquietanti questioni di teologia cibernetica, le quali, rispecchiando slanci e sradicamenti generazionali, alimentano speranze e paventano fallimenti: il 1968, anno di pubblicazione di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? – romanzo da cui fu tratto Blade Runner (Scott, 1982), pietra miliare del cinema di fantascienza – è anche l’anno di apparizione sugli schermi di 2001: Odissea nello spazio, in cui Stanley Kubrick mette in scena la lacerante contraddizione tra una tecnologia proiettata verso un luminoso progresso e un individuo sospinto nell’imperscrutabile universo. Secondo le testimonianze raccolte da Carrère pare che Dick sia rimasto particolarmente colpito dalla sequenza in cui il cosmonauta, in preda a un attacco di follia delittuosa, disinserisce il computer e devasta i circuiti dell’immenso cervello elettronico. In questo processo di annichilimento ciò che strenuamente sembra resistere è proprio la condizione più peculiare dell’uomo, il destino di sofferenza che l’attanaglia, poi anche il dolore scompare o “perde la facoltà di esprimersi” (Carrère, 2016), mentre la voce sintetica di Hal 9000 acquisisce un tono più grave e diventa, dickianamente, sempre più umana. La frammentazione in proposizioni sconnesse, in residui di discorsi smarriti dagli archivi della memoria ormai quasi completamente distrutta, rinvia drammaticamente alla descrizione dell’ubikiano mondo dei semivivi, animato da brandelli di coscienza, di cui non resta che una “pallida fiammella, il tremolio quasi impercettibile dell’elettroencefalogramma”, testimone del “lungo sonno” visitato da “sogni confusi”, o meglio dall’interminabile “incubo in cui sono in gioco le […] vite” dei personaggi, mascherate rappresentazioni della reale esistenza umana, che è costantemente minacciata da “qualcosa di terrificante” (ibidem) e che penosamente resiste agli effetti devastanti di una degenerazione universale dove la mutazione è malattia e il progresso virus dell’esperienza. 

Nonostante l’assenza voluta di completezza filologica, la drammatizzazione riuscita di accadimenti rilevanti e la compresenza ricercata delle voci di autore e personaggio, il profilo delineato da Carrère sembra, a parere di chi scrive, sovrapporsi perfettamente al ritratto di Dick affiorato dalla sua fertile produzione narrativa e saggistica, che palesa le caratteristiche idiosincratiche, i tormenti interiori, i sussulti introspettivi dello scrittore, originati anche dalla tragica consapevolezza di esser sopravvissuto alla sorella gemella, Jane, deceduta a circa un mese dalla nascita, verità, ovviamente, soltanto probabile, vacillante, indecidibile, eppure compulsivamente straziante, per Philip, soffocato dal dubbio atroce di poter essere lui invece il morto che sta dall’altra parte dello specchio, proprio come Joe Chip, protagonista di Ubik, il quale intuirà di non essere (forse) scampato a un’esplosione avvenuta sulla Luna. 

Ritrovatosi negli anni Sessanta nell’ambiente degli autori di fantascienza della Baia di San Francisco, “margine dei margini”, Dick, scrittore outsider, vive l’epoca in cui i confini diventano il “centro del mondo” e si scopre perfettamente “in sintonia con lo Zeitgeist”, mettendo “al servizio delle sue ossessioni un’immaginazione d’artista in perpetuo fermento” (ibidem). 

Attanagliato – proprio come, sin dai suoi primi romanzi, appare Carrère – dall’allucinato terrore che la propria identità non coincida con quella che crede di possedere, che la propria esistenza sia priva di ogni fondamento ontologico, che la propria realtà si dissolva nella proliferazione di catastrofati pluriversi, Dick non smette di ricacciare furiosamente i suoi protagonisti, angosciati da cupe avversioni, soffocanti inquietudini, “ricordi di ricordi penosi” (ibidem), in “prigioni dentro prigioni” (Dick, 2000b), in tortuosi dedali ciechi, in terre desolate cosparse di macerie insanguinate e ossa annerite, mentre schiere di morti viventi, dalla memoria spenta e dallo sguardo immoto, vagano sgomenti su un fondo di cenere senza fine.

 


 

LETTURE

— Philip K. Dick, Mutazioni. Scritti inediti, filosofici, autobiografici e letterari, Feltrinelli, Milano, 1997.
Philip K. Dick, Occhio nel cielo, Fanucci, Roma, 1998a.
Philip K. Dick, Un oscuro scrutare, Fanucci, Roma, 1998b.
Philip K. Dick, Ubik, Fanucci, Roma, 1999.
Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, Roma, 2000a.
Philip K. Dick, Divina Invasione, in Id., Trilogia di Valis, Mondadori, Milano, 2000b.
Philip K. Dick, L’uomo nell’alto castello, Roma, Fanucci, 2001.
Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Fanucci, Roma, 2003.
Philip K. Dick, Scorrete lacrime, disse il poliziotto, Fanucci, Roma, 2007.
Philip K. Dick, La penultima verità, Fanucci, Roma, 2008.
Gabriele Frasca, L’oscuro scrutare di Philip K. Dick, Meltemi, Roma, 2007.
Carlo Pagetti, The Penultimate Truth: il linguaggio fantascientifico come verità e menzogna, in Gianfranco Viviani, Carlo Pagetti (a cura di), cit.
Lawrence Sutin, Divine invasioni. La vita di Philip K. Dick, Fanucci, Roma, 2001.
Gianfranco Viviani, Carlo Pagetti (a cura di), Philip K. Dick. Il sogno dei simulacri, Editrice Nord, Milano, 1989.

 


 

VISIONI

— Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio, Warner Home Video, 2016 (home video).
Ridley Scott, Blade Runner, Warner Home Video, 2016 (home video).