BUSSOLE | QDAT 63 | 2016

 


ASCOLTI / COLOSSEUM LIVE


di Colosseum / Esoteric Recordings, 2016


 

Il suono incandescente dell'arena


di Camilla Neri

 

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Al centro del crocevia principale dell’intera scena musicale inglese della fine degli anni Sessanta, laddove il british blues giunse al culmine, il nascente jazz made in Britain iniziava a maturare e il rock si imponeva con veemenza, iniziando a generare sottogeneri di ogni sorta, compresa la sua declinazione pseudocolta, il progressive, proprio lì, si trovo ad agire da protagonista una band chiamata Colosseum. È una vicenda breve la loro, anche se poi furono riportati in vita in una seconda edizione (Colosseum II), che esordì discograficamente nel 1976, e infine resuscitati per le inevitabili reunion, prima a metà anni Novanta e poi all’inizio degli anni Duemila. 

La storia che conta però è quella che accade tra il 1968 e il 1971, quando la band impose una miscela di suoni all’epoca inaudita. Tutto in appena tre album in studio (più avanti si dirà delle differenti versioni Usa), prima di cessare il fuoco con un ultimo botto: Colosseum Live, che raccoglieva su quattro facciate porzioni delle registrazioni di concerti tenuti a Manchester e a Bristol nel 1971. Una discografia scarna, completata da una antologia con qualche inedito, Collectors Colosseum, risalente sempre al 1971. 

Lo sfavillante doppio album di commiato della band viene ora recuperato, rimasterizzato e integrato con i pezzi mancanti dalla Esoteric Recordings che aggiunge così un’altra tessera al mosaico delle musiche di frontiera dei Sessanta/Settanta che da anni sta ricostruendo (cfr. "Quaderni d'Altri Tempi" n. 57 e "Quaderni d'Altri Tempi" n. 58).

In realtà, il disco, tornato a essere un doppio (due compact disc), non propone alcun inedito, poiché tutte le bonus track erano state già pubblicate nel 2009 in un cofanetto antologico di quattro dischi, Morituri te salutant, che non includeva, invece, alcun brano dal Colosseum Live ufficiale. 

Lo storico album raccoglieva le migliori registrazioni, secondo gli stessi Colosseum, dei brani eseguiti in un concerto tenuto gratuitamente all’Università di Manchester il 18 marzo 1971, a esclusione di Walking in The Park, registrato a Bristol  sempre nel marzo del 1971. 

In seguito nelle ristampe su compact disc era stato aggiunto un altro brano, I Can't Live Without You, presente anche qui.

In questa edizione, nel secondo disco, compaiono il trittico I Can't Live Without You, Time Machine, The Machine Demands A Sacrifice e The Valentyne Suite registrati a Manchester, Stormy Monday Blues che arriva dal concerto di Bristol, Rope Ladder To The Moon e Skellington che invece provengono da un’esibizione al Big Apple di Brighton. Il tempo ha scalfito poco la bellezza di queste scorribande sul palco, senza neanche attenuare l’energia, la potenza di fuoco di una band qui al culmine della sua forza espressiva. Un testamento, in pratica, perché a novembre di quell’anno la band in pratica non esisteva più. 

Si chiudeva così una storia iniziata da tre ragazzi ai tempi del liceo. Cresciuti a tea, bacon, scrambled eggs… skiffle, rock‘n’roll, beat e rhythm and blues, Dave Greenslade, Tony Reeves e Jon Hiseman, di età tra i  quattordici e quindici anni, si ritrovavano ogni tanto “nel diciottesimo secolo” come scherzosamente ricorda Greenslade (cfr. Wells, 2009) a suonare nel South East di Londra. Si esibivano in una sala di una chiesa adibita a spazio concerti per tornei di quartiere tra giovani musicisti, competizione che vinsero non tanto per meriti propri, quanto per la scarsa qualità delle proposte, come modestamente ebbe a precisare  Reeves (cfr. ibidem). Questi all’epoca suonava il contrabbasso e solo successivamente approdò al basso elettrico. Hiseman completava la sezione ritmica alla batteria, mentre Greenslade suonava l’organo.

Gli studentelli si fecero poi le ossa in oscure formazioni. Hiseman e Reeves nei Wes Minster Five, Greenslade nei Thunderbirds che avevano come voce solista Chris Farlowe. Insieme a lui Greenslade fece parecchie cose, suonando in diversi album e singoli, ma paradossalmente non nell’unico hit che Farlowe mise a segno, la cover di Out of Time dei Rolling Stones, contenuto in Aftermath primavera 1966), che piazzò in cima alle classifiche nell’estate del 1966, spuntandola su Hollies, Troggs, Elvis Presley e Petula Clark e la meteora Los Bravos (cfr. "Quaderni d'Altri Tempi" n. 27). I tempi stringono, la scena musicale è cangiante come non mai, Reeves lasciati i Wes Minster Five si fa le ossa alla Decca all’ufficio qualità dove sente di tutto, dai canti gregoriani a Chubby Checker (il paladino del twist) e le grandi orchestre come quella di Paolo Mantovani. Poi lavora con l’etichetta Pye (in scuderie la Clark, Sandie Shaw, i Searchers e i Kinks), finendo tra i session men degli Orchestral Sounds guidati da John Schroeder, che mandarono in classifica il brano Cast Your Fate to the Wind (1964). Partecipa poi alle sedute di registrazione dell’Alan Bown Set (dove militava la futura pop star, Robert Palmer) e degli Episode Six, il nucleo dei futuri Deep Purple. 

Quanto a Hiseman, che sarebbe diventato il vero leader dei Colosseum, il suo è il percorso più vicino al jazz: suona nel trio di una promessa come il pianista Mick Taylor, la cui vita si spense troppo presto, inizia a lavorare con Neil Ardley (cfr. "Quaderni d'Altri Tempi" n. 43) e la sua New Jazz Orchestra e con il fenomenale Georgie Fame e i suoi Blue Flames, mattatore della beat era (con l’irresistibile versione di Yeh Yeh interruppe nel 1965 il dominio dei Beatles in cima alle classifiche inglesi). Infine, entra a far parte di una nuova formazione dei Bluesbreakers, la bottega eccellente del british blues, scuola di formazione di talenti come Eric Clapton (poi nei Cream), Peter Green (poi nei primi Fleetwood Mac) e il futuro Stones, Mick Taylor. 

John Mayall, il maestro artigiano aveva aperto le attività sin dal 1963 e a lui, così come ad Alexis Korner e ai suoi Blues Incorporated, si deve la prepotente traduzione del blues in lingua inglese. Quello che i tre hanno alle spalle è una sorta di grande magazzino fornito di tutti i generi di prima necessità, ammucchiati senza grande ordine, in attesa di trasformarsi in nuova materia prima. 

Un giro di boa fondamentale è proprio l’arrivo di Hiseman nei nuovi Bluesbreakers. Mayall guarda oltre l’orizzonte, pensa di sconfinare definitivamente dalla tradizione e inizia a concepire l’album Bare Wires, visionario rock blues intriso di pischedelia. Gli occorre un nuovo bassista e Hiseman gli suggerisce Reeves. I due si ritrovano in una band nella quale è stato ingaggiato anche un valente sassofonista, l’occhialuto Dick Heckstall-Smith. Lui ha trascorsi in un combo, quello dell’organista Graham Bond, ancora da rivalutare appieno: la Graham Bond Organization. Heckstall-Smith e Bond si frequentavano sin dal 1962, quando suonavano nel quintetto jazz di Don Rendell, e avevano dato con Bond un altro contributo alla diffusione del nuovo blues britannico. Nella Organization suonò anche Hiseman che qui conobbe Heckstall-Smith, prima di entrare insieme a far parte dei nuovi Bluesbreakers. 

Storia sventurata quella di Bond, travolto da un treno della metropolitana londinese nel 1974, complice forse la poca lucidità per eccesso di sostanze varie. Non a caso, Heckstall-Smith ricordò in seguito che già ai tempi della Organization, lui e Hiseman pensavano a una nuova band, dove non circolassero droghe e altre distrazioni, di cui non ne potevano più (cfr. Wells, 2009). Insieme a Bond avevano suonato non poco anche gli altri due futuri Cream, Jack Bruce e Ginger Baker, insieme a John McLaughlin, la chitarra, anni dopo, del fondamentale Bitches Brew di Miles Davis. In questo girotondo di formazioni, di intrecci, di legami prima sempre più saldi, poi disfatti, prende vita l’idea di Colosseum. 

Pubblicato Bare Wires (1968), il numero dei componenti dei Bluesbreakers si ridusse per scelta di Mayall. Hiseman per un po’ rimase nel giro in un quartetto e quando la formazione si prese una pausa, si ritrovò con Heckstall-Smith a ipotizzare la creazione di una nuova band. Complice una vacanza romana con la moglie, la sassofonista e flautista Barbara Thompson, altra figura di rilievo del nascente jazz inglese, Hiseman cominciò con il trovare il nome della band, dall’alto del Palatino, da dove godeva di una vista unica: quella del Colosseo. Il nome non fu l’unica cosa chiara che Hiseman avesse in mente. Voleva in formazione i vecchi compagni Reeves, Greenslade e Heckstall-Smith. Cosicché, chiuso definitivamente il rapporto con Mayall, nell’estate del 1968 nacque il provvisorio quartetto Jon Hiseman’s Colosseum e iniziò la ricerca di un chitarrista e di un cantante. La scelta cadde su James Litherland e Jim Roche, il primo voce e chitarra ritmica, il secondo chitarra solista. È questa la formazione che entrerà in studio per registrare in soli tre giorni il gladiatorio Those Who Are About To Die, Salute You nel novembre del 1968. Provano un po’, Roche non supera l’esame, esce e resta Litherland al quale viene affidata la chitarra solista, rafforzando la ritmica con maggiore aggressività da parte di Reeves e il sostegno di Greenslade.  In quei giorni registrano anche una cover del brano di Quincy Jones, In The Heat of The Night, tema del film di Norman Jewison, noto in Italia come La calda notte dell’ispettore Tibbs con Rod Steiger e Sidney Poitier (1967), brano cantato da Ray Charles nella versione incisa per la soundtrack. Se per la parte vocale non c’è storia, né confronto, l’arrangiamento è invece di buona fattura. Il brano uscirà nel box antologico sopra citato, insieme alla prima versione del battagliero ed epico Those About To Die, che chiudeva l’album.

Per aprire l’album, invece, si scelse un cavallo di battaglia di Graham Bond, Walkin In The Park, dal riff altrettanto poderoso e trascinante, caratterizzato da un solo di chitarra inghirlandata dagli effetti del pedale wah wah. Diede una mano ai fiati la tromba suonata dal jazzista Henry Lowther, anch’egli della partita nel Bare Wires di Mayall. L’album offriva anche del blues reinventato, come il festoso Debut, con brillanti e misurati assoli di Heckstall-Smith, Greenslade e del pirotecnico Hiseman, e soluzioni più canoniche, come il classico Backwater Blues di Leadbelly (l’unico brano registrato con Roche), con il sassofonista ancora in bella evidenza con un affusolato assolo, a mostrare come il collettivo e l’individuale fossero in equilibrio. 

Fulcro del disco è Beware The Ides Of March, con un inizio decisamente simile al mega hit dell’estate ‘67: A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum. In realtà, a essere in comune non era il brano dei Procol Harum, quanto la base di partenza, bachiana. Il brano, infatti, a detta dello stesso Matthew Fisher, organista dei Procol Harum, era direttamente ispirato all'Aria e al corale preludio BWV 645. Non è difficile, infatti, riconoscere nell'attacco del pezzo (prima battuta più 1/4 della seconda) la medesima sequenza armonica dell'Aria, evidenziata dalla successione delle note del basso (dalla tonica alla sottodominante in fase discendente). Allo stesso modo risulta evidente la sovrapposizione della notazione di A Whiter Shade of Pale (seconda e terza battuta, terzo quarto, in entrambi i casi) con le battute 8 e 9 del corale preludio. 

L’ombra del Kantor di Lipsia si farà più netta nell’album successivo, il capolavoro dei Colosseum: The Valentyne Suite. Il primo album non fu un grande successo da un punto di vista commerciale, compreso il singolo Walking in the Park, che combinò poco. Ancora meno riuscì l’idea di fare un 45 giri da classifica: Tell Me Now. Fu anche registrato, ma venne pubblicato solo tra gli inediti del medesimo box citato nel 2009. Si ingaggiò per l’occasione un compositore di successo, Tony Hazzard, che aveva scritto per Manfred Mann, Hollies, Cliff Richard, Lulu, Herman’s Hermits e altri campioni delle hit parade dell’epoca, ma non funzionò, anche perché il brano era, a dire il vero, piuttosto brutto, decisamente al di sotto dello standard qualitativo della band. Eppure il gruppo catturò parecchia attenzione. Prova ne sia la prestigiosa apparizione al Bath Blues Festival del giugno 1969 in gran bella compagnia: Nice, Fleetwood Mac, Chicken Shack, John Mayall, Led Zeppelin. Si fece notare soprattutto Hiseman con un assolo torrenziale, poi divenuto una specie di “obbligo” nelle sue performance dal vivo. 

Quello stesso mese, nei giorni 21 e 22, la band si esibì sempre con successo, al prestigioso festival jazz di Montreux, appena usciti dagli IBS Studios, dove dal 16 al 18 avevano registrato il secondo album: The Valentyne Suite.  

Dopo Montreux, la band si avventurò in tourneé negli Usa e al rientro in patria, Litherland lasciò la band per formarne una propria, i Mogul Trash, che si spensero dopo un solo album di buona fattura. Gli subentrò David “Clem” Clempson, cresciuto a blues e psichedelia nei Bakerloo, anch’essi con un solo album all’attivo. Clempson debuttò alla radio, nel programma tenuto da John Peel, Top Gear. Qui il 22 novembre 1969, i Colosseum eseguono due brani con il nuovo chitarrista: il grintoso e acido Arthur’s Moustache, e Lost Angeles, dove Clempson si assume anche il compito di eseguire la parte vocale e ha modo di mettersi in mostra in un classico assolo dal sapore underground, seguito da un ruggente solo di Heckstall-Smith. Dopo diverse apparizioni su bootleg vari, i due brani sono stati pubblicati ufficialmente nel succitato box antologico. 

The Valentyne Suite è la summa del bagaglio di esperienze e suggestioni accumulatesi negli anni, oltre a essere un’eccellente messa a fuoco di quella tensione verso il nuovo senza confini, a cui tendeva tutta la scena musicale dell’epoca. L’album inaugurò la celeberrima label Vertigo, nata come marchio satellite del gruppo Philips, che subito impose anche il suo look, il vortice (swirl) bianconero che marchiava il centro del vinile, inventato dal cover designer Roger Dean. La scuderia Vertigo divenne prestigiosa in pochi anni, grazie ad artisti come Black Sabbath, Rod Stewart, Uriah Heep, Gentle Giant, Manfred Mann’s Chapter Three, Affinity, Nucleus, Patto, Bob Downes, Vangelis, e Status Quo, per dire dei più celebri.  

Un’etichetta che dava asilo a suoni fino al giorno prima distanti, non poteva non aprire le danze che con un album come quello dei Colosseum. 

La prima facciata è ancora nel solco del precedente album, con quattro brani relativamente brevi. Apre il nerboruto rock psichedelico Kettle, con un brillante e tiratissimo assolo di Litherland. Raffinata la successiva Elegy, con gli interventi di un quartetto d’archi arrangiati da Neil Ardley, con il quale Hiseman aveva lavorato nella New jazz Orchestra, come si è detto. Mirabile il ricamo al sassofono soprano di Heckstall-Smith. Il successivo Butty’s Blues è fedele al mandato del titolo e dal vivo divenne un brano tra i più trascinanti del repertorio.

Il lato A chiudeva con The Machine Demands A Sacrifice, rock-blues lisergicamente speziato, con un testo scritto da Pete Brown, il paroliere degli ormai disciolti Cream.

La suite del secondo lato, che mostrava al grado massimo la coesione ormai raggiunta dalla band, è una di quelle composizioni che hanno fatto la storia. Suddivisa in tre parti (Theme One - January's Search, Theme Two - February's Valentyne, Theme Three - The Grass Is Always Greener...), danzava leggiadra tra i generi, dal blues al barocco, dal jazz al rock più duro. 

Si è accennato alle differenti versioni statunitensi, molto diverse da quelle originali. Infatti, l’edizione Usa di The Valentyne Suite, simile nella copertina, proponeva nuovi brani, che vedevano già all’opera il nuovo chitarrista, Clempson. In pratica un altro album, perché vennero incluse la citata Lost Angeles (registrato in studio), il pimpante Jumping Off The Sun dal motivetto beat, un Ravel’s Bolero con fuga rock e un brano scritto dal vecchio amico Jack Bruce (Cream): l’arzigogolata Rope Ladder To The Moon. Mancavano Kettle e le prime due parti di The Valentyne Suite, perché in buona parte uscita nella versione Usa del precedente Those Who Are About To Die, Salute You. Cambiò anche il titolo, che prese a prestito quasi del tutto quello della terza parte della suite: The Grass Is Greener.

In tour agli inizi del 1970 con il nuovo chitarrista, la band accusò l’uscita dello storico bassista Reeves, prima sostituito da Louis Cennamo e poi definitivamente da Mark Clarke. In giugno, con Cennamo in organico iniziano a registrare il loro terzo e ultimo album in studio: Daughter of Time. Cennamo registrerà quattro dei sette brani (l’ottavo è un assolo di Hiseman estratto da un concerto alla Royal Albert Hall). Hanno anche un altro problema da risolvere: a chi affidare le parti vocali, poiché Clempson continua a ritenersi soprattutto un chitarrista e non un cantante. L’uomo prescelto arriva dal passato: Chris Farlowe, il cantante solista dei Thunderbirds nei quali aveva militato da giovanissimo Greenslade. 

L’album non prosegue nella scia delle lunghe storie prog che tutti si danno da fare a confezionare all’epoca e di cui The Valentyne Suite aveva fatto da battistrada. 

Nell’album che Farlowe colora non poco con la sua voce tonante, si rivede all’opera Neil Ardley, che arrangia archi e fiati (parteciparono alle sedute anche Derek Wadsworth al trombone, Harry Beckett alla tromba e Barbara Thompson, flauto e sassofoni) in Time Lament e nel brano eponimo. 

Si rivedono anche Jack Bruce e Pete Brown, autori di Theme From an Imaginary Western. Nell’unico brano cantato da Clempson, Take Me Back To Doomsday, questi si destreggia bene per la verità, ma la voce di Farlowe, potente e ricca di sfumature si rivelò una scelta azzeccata, specie per la tenuta sui palcoscenici. Daughter of Time è, in definitiva, il disco pop-jazz della band.

È il momento della svolta, in vista della fine. In quel momento ha fatto un bel botto il Live at Leeds (1970) degli Who, capace di rendere conto dell’energia che i quattro sprigionavano dal vivo. I Colosseum decidono di fare altrettanto, di non puntare a un nuovo album in studio, ma di fissare tra i solchi del vinile tutta la forza che sono capaci di esprimere sul palco. Il 18 marzo 1971 si esibiscono all’Università di Manchester e successivamente a Brighton e Bristol. Il concerto di Manchester venne aperto da un classico che Farlowe aveva addirittura già inciso nel 1965 con lo pseudonimo di Little Joe Cook: Stormy Monday. Il brano non apparve per primo nella selezione che andò a comporre Colosseum Live, perché si scelse di aprire il primo disco con una straripante versione di Rope Ladder To The Moon. Il risultato cercato era già raggiunto dopo poche battute, l’attacco del brano che qui si trasforma in una grido di battaglia lanciato dall’ugola di Farlowe e dalla chitarra di Clempson, rende subito l’idea. L’album rimase sei settimane nelle classifiche raggiungendo il diciassettesimo posto, non male per un doppio album comunque non proprio commestibile. La band non arrivò alla fine dell’anno, ai primi di novembre venne presa la decisione ufficiale di sciogliersi. Tra i motivi, in seguito, Heckstall-Smith indicò l’impossibilità di scrivere nuova musica per mancanza di tempo, dovuto proprio all’attività concertistica (che teneva economicamente in piedi i Colosseum) e la troppa dipendenza dalla leadership di Hiseman. 

I pezzi di Colosseum si sparsero in varie formazioni, nessuna riuscita del tutto: Tempest, Humble Pie, Greenslade, Atomic Rooster. 

Heckstall-Smith, aiutato dai vecchi compagni pubblicò un album a suo nome nel 1972, intitolato A Story Ended, tanto per ribadire come stavano le cose. Nel 1976, Hiseman allestì, come si è detto una seconda edizione dei Colosseum, ma durò poco senza lasciare alcun segno. Oggi cura magnifiche produzioni del miglior jazz d’oltremanica, come quelle firmate da Mike Westbrook (http://www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero42/bussole/q42_b03.html).

Infine le riunioni nostalgiche, della formazione originale, sotto il segno della retromania, che la scomparsa di Heckstall-Smith ha interrotto. 

I vecchi Colosseum avevano mestiere da vendere e gli ultimi concerti hanno regalato ancora emozioni, ma quelle che scaturivano all’epoca dall’arena sono irripetibili. Ormai, però, sono storia. Colosseum, appunto.


 

ASCOLTI

— Colosseum, Those Who Are About To Die, Salute You, Music on Vinyl, 2016.
Colosseum, The Valentyne Suite, Sanctuary, 2008.
Colosseum, Daughter of Time, Sanctuary, 2006.
Colosseum, Morituri Te Salutant, Sanctuary, 2009.
Dick Heckstall-Smith, A Story Ended, Esoteric, 2016.
John Mayall, Bare Wires, Deram, 2007.

 


 

LETTURE

— David Wells, Morituri Te Salutant. Colosseum: 1968-2003 On Stage & In The Studio, booklet, in cit. Morituri Te Salutant, Sanctuary, 2009.