di Gennaro Fucile

Pagine di cinema. Il titolo di questo numero speciale di Quaderni d’Altri Tempi cerca di riassumere e anticipare il lavoro che è stato svolto da coloro che vi hanno partecipato: indagare sui transiti possibili dalla letteratura alla settima arte. Un compito smisurato, cosicché si è pensato di circoscriverlo, di limitarlo, selezionando non solo un numero ristretto di film, ma anche di prelevare, all’interno di questi, un paio di scene tra quelle in grado di segnare meglio la vicinanza o la distanza tra la pagina e lo schermo. Almeno di provarci con licenza di sbandare, non rimanendo del tutto aderenti al dettato iniziale. Quanto tutto ciò sia riuscito è come sempre compito del lettore stabilirlo e qui si può solo aggiungere che si è cercato di fare al meglio. 
Di sicuro, nel nostro piccolo campionario non tutto è compreso, non sono accolte tutte le possibili forme di trasposizione da un romanzo o da un racconto a una narrazione cinematografica; un’operazione complessa, che prima di tutto va intesa come una traduzione da una singola lingua a una sorta di esperanto, a una comunicazione universale, quella del racconto per immagini. Qualcosa che si opera con altri mezzi naturalmente in ognuno di noi quando si legge un testo di fiction. In secondo luogo, proprio perché traduzione, si deve sempre aver presente che quanto vediamo sullo schermo è un tradimento del testo originale, come qualsiasi traduzione da una lingua a un’altra e come ogni tradimento è possibile praticarlo in modi sempre uguali e sempre differenti al tempo stesso. 
È una vecchia storia, non la si risolve qui: quanto restare fedeli al testo e perché? Varcata la soglia, ciò che conta è lasciare che nuova linfa scorra nella finzione che si va a costruire e poco importa l’offesa che si arreca alla pagina scritta. Ne sono stati coscienti quegli autori, pochi, prima scrittori e poi registi, o viceversa, che non hanno mai ripreso le loro opere per tradurle nell’altra lingua. Basti pensare ad Alain Robbe-Grillet, a Pier Paolo Pasolini, a Mario Soldati, oppure a Marguerite Duras e Jean Cocteau, solo per restare in un ambito più autoriale...

 

A volte capita che si percorra la strada al contrario con risultati modesti. Certo esistono tanti, tantissimi brutti film tratti da libri, a loro volta riusciti o meno, ma esistono anche molti, moltissimi film davvero belli e finanche capolavori e in questo numero se ne trovano. Difficile, invece, se non impossibile, trovare un capolavoro letterario tratto da un film. Che il cinema sia intraducibile? Che tradirlo comporti uno svilimento? Una inevitabile condanna al fallimento? È possibile. Le cose vanno meglio quando la letteratura narra di cinema e non tanto quando adotta una scrittura cinematografica, ma se vi ricorre per fertilizzare la pagina bianca. Si pensi alla bella storia raccontata da Osvaldo Soriano in Triste solitario y final, che abbraccia in un colpo solo il detective Philip Marlowe (eroe di romanzi e film, non a caso) e una delle più grandi coppie del cinema: Laurel & Hardy. È una congettura, certo, che trova conforto unicamente nei ripetuti fallimenti degli adattamenti letterari dei film e nei deragliamenti della scrittura nel cinematografico. C’è un intero universo tuttora da esplorare in questa direzione. Si è detto di Soriano e si può aggiungere un altro piccolo grande esempio, quello di un racconto di Philip José Farmer intitolato After King-Kong Fell, noto in Italia come Dopo la caduta di King Kong. Che cosa fa Farmer? Assume per reale la vicenda della Grande Scimmia e narra alcuni eventi successivi al suo abbattimento. Ancora un personaggio del cinema che si ritrova tra le pagine di un libro, senza necessariamente ricorrere al riadattamento di un film. Probabilmente è anche una questione di frequentazione. Non appena il cinema scoprì che non era necessario limitarsi a rispecchiare la realtà con nuovi mezzi (arrivo di treni, uscita dalle fabbriche e così via), ma che un nuovo modo di raccontare era possibile, fece immediato ricorso anche a grandi soggetti tratti dalle grandi opere. 

 

Al contrario nessun grande autore del Novecento, specie se europeo, si sarebbe mai sognato di prendere a prestito un soggetto da un film per farne un romanzo. Fuori sincrono, quindi e forse fuori orario la letteratura, almeno in questo senso. Ragioniamo sui tentativi genuini, ça va sans dire, non certo sui dettati dell’industria culturale, dell’editoria e/o delle produzioni cinematografiche che spingono per riscritture o trasposizioni sull’onda del successo di un libro o di un film, ammesso che di operazioni genuine si possa tuttora parlare ancora. 
Dove, sicuramente, di genuino non c’è proprio nulla è in un’altra trasposizione che se non rischia di soppiantare i passaggi dal letterario al filmico quanto meno ne invade il campo d’azione a suon di effetti speciali, serialità, meta-serialità e marketing tambureggiante: le versioni cinematografiche dei fumetti, Marvel Comics in prima linea, con una potenza di fuoco impressionante. Premesso che di questa invasione inarrestabile se ne hanno oramai piene le scatole, precisato che, piaccia o no, la fine di questa era che potremmo chiamare speciale è ben lontana dall’essere giunta al termine, resta da chiedersi se si possono realizzare dei capolavori cinematografici a partire da un fumetto, così come lo si è fatto prendendo a prestito tante opere letterarie. 
Si direbbe di no. Forse a latere, nel cinema d’animazione, che capolavori o quantomeno pregevoli lavori ne ha prodotti e continua a farlo. 
Significativa eccezione, a molti pare essere la ripresa di Batman ma, a dirla tutta, il personaggio tornato a nuova vita sul grande schermo è tragicamente insostenibile nel suo prendersi così sul serio. Le sue meraviglie, paradossalmente, circondano il personaggio, sono i paesaggi metropolitani di Gotham City. Le sue cinquanta e passa sfumature di oscurità, invece, servono solo a celarne l’inconsistenza. Batman è formidabile quando si scazzotta con il villain di turno, puntando dritto all’intrattenimento. Il resto è noia, con buona pace dei cine-sociologi. Questo è un altro discorso, però che rischia di distrarci dal tema del numero, dalle pagine di cinema, come si è detto. Transiti che funzionano al meglio tradendo, magari aiutati dalla memoria, o meglio dai vuoti di memoria. Sarebbe interessante sapere quanto tempo è trascorso dalla prima lettura di un romanzo da parte di un regista e la sua trasposizione. Il tempo aiuta, le assenze, gli smarrimenti, i ricordi incerti, ri-modellano la trama, la adattano al nuovo autore, come pause e silenzi in musica, ne dettano il nuovo ritmo, l’andamento. Si legge un bel romanzo, ci colpisce, lo si immagina, si fantastica, ci si smarrisce nei paesaggi interiori che iniziano a fiorire, ci si distrae, il tempo passa, il ricordo si fa più pallido, alcune scene resistono, risorgono, ci sono dei buchi, la memoria ci tradisce e quanto abbiamo letto, il residuo, si confonde con ciò che abbiano iniziato a immaginare, creduto di ricordare, in sordina una nuova trama prende corpo, tutto si colora diversamente, proviamo a rileggere il bel romanzo, ci si distrae, il tempo passa, altri stimoli, modificazioni, una lingua rinnovata, lo sguardo cambia direzione, appaiono nuove scene …
Di che cosa stavamo parlando?