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di GENNARO FUCILE

 

Un maestro liutaio residente da decenni in una cittadina del centro Italia riceve da un misterioso mittente, alle soglie dell’estate, una lettera dal contenuto enigmatico. La missiva è scritta da un professore di Stoccolma e annuncia all’amico – tale sostiene di essere, poiché dimostra in poche righe di conoscerlo benissimo – dell’intenzione di un giovane di sua conoscenza di recarsi in Italia, proprio nel piccolo comune dove vive il liutaio. Alla lettura di questa visita semi-imminente segue lo sconcerto, perché il maestro artigiano è un uomo burbero, poco incline alle relazioni e alla condivisione degli spazi con i suoi simili. L’uomo interpretato da Philip Noiret è però soprattutto sgomento perché non conosce affatto il professore che gli scrive. Si confida con uno dei pochi amici che frequenta e questi fa di tutto per stemperare la cosa, concludendo che l’amico è incappato in uno scherzo ben congegnato. Arriva l’estate, la cittadina vede le prime partenze per il mare, la faccenda sembra oramai dimenticata, poi un bel giorno il ragazzo, interpretato da Jimmy Sommerville (la voce dei Bronski Beat) si presenta e per giunta parla una lingua sconosciuta. Il seguito potrebbe mostrarci come tra i due personaggi il conflitto sia inevitabile, oppure come nasca e si rafforzi rafforzi un legame, in un’altalena di avvicinamenti e allontanamenti nel segno del mistero*.

Tutto ciò potrebbe accadere. Potrebbe, il condizionale è sovrano. Questo film non esiste, neanche un fotogramma, nessuna scena è mai stata girata. 

Potrebbe esserci però la colonna sonora, poiché nessuno conosce l’esatto numero delle musiche realmente scritte per film inesistenti; oppure prima o poi qualcuno potrebbe scrivere delle musiche pensate per un film immaginario e magari potrebbe essere questo. 

Un fatto è certo: esistono dei film inguardabili, così come dei libri illeggibili. È una sentenza incontrovertibile, ma non per scarsi meriti delle singole opere e neppure a causa di un rigore critico eccessivo dello spettatore o del lettore. È così semplicemente perché non esistono. Imposture architettate da finzioni spericolate, falsi che circolano soprattutto tra le pagine dei libri, vi proliferano sin dai tempi in cui François Rabelais srotolò una lista lunga ben 139 titoli di libri immaginari presenti nella “Lista della Biblioteca dell’Abbazia di San Vittore”, di cui si narra in Gargantua e Pantagruele nel bel mezzo del Rinascimento. Da allora, quando si accenna a libri di tal fatta, di solito si rimanda anche a biblioteche, non sempre e non solo. 

Le biblioteche fittizie costituiscono un alibi per fornire sostegno: la prova della realtà del libro in questione; ma per i film? A tutt’oggi non risultano al catasto dell’impossibile cineteche paragonabili alla biblioteca rabelesiana o a quella borgesiana, per spostarci qualche secolo in avanti. Dunque se esistono film inesistenti, chi ne insinua l’esistenza? Le colonne sonore svolgono bene questo compito, come la più recente, Musique De Film Imaginé, firmata da Anton Newcombe anche se pubblicata a nome della sua band, i Brian Jonestone Massacre. Concepito come omaggio alla Nouvelle Vague, ai suoi maggiori esponenti, a François Truffaut e Jean-Luc Godard, si affida ad atmosfere notturne, rimanda a riprese in esterni, a sequenze di raccordo tra le scene principali, forse commentate soltanto nei due brani, dove a far da complici ci sono le voci di vere attrici: Stéphanie "Soko" Sokolinski e Asia Argento. 

Non tutti i film immaginari, però, vivono di sole note. Alcuni, provenienti dalla cinematografia dell’altrove, fanno capolino in film esistenti, riproponendo l’assurdo, storicamente di pertinenza della pagina scritta, della finzione letteraria, dei libri che vivono nei libri, quell’artificio inaugurato dalla torrenziale lista alloggiata nelle pagine del Gargantua e Pantagruele. Sono stati proprio i due grandi registi francesi omaggiati da Newcombe a creare le opere cinematografiche dove il cinema mette in scena il cinema. Truffaut girò Je vous présente Pamela, o meglio costruì l’intero Effetto notte (La Nuit américaine, 1973) sulla lavorazione di questo film inesistente, attraversato dai suoi spettri: il set, la troupe e lo stesso regista, tale Ferrand, interpretato da Truffaut in persona per rendere ancora più vertiginosa la finzione. A sua volta, nel 1982 Godard girò Passion, che partendo dalla medesima architettura di base (le riprese di un film chiamato appunto Passion), moltiplica all’infinito il gioco, ricorrendo a molteplici citazioni tratte dalla storia dell’arte, la materia narrativa del film: tableaux vivants riproducenti celeberrime opere del passato. In scena vanno alcuni dipinti di Goya (3 maggio 1808, La Maya desnuda e La famiglia di Carlo IV), La ronda di notte di Rembrandt, Il bagno turco e La bagnante di Valpinçon di Ingres, mentre si intrecciano storie di amore e di meschinità quotidiana. Anche qui, sul regista fittizio c’è un gioco di rimandi, fondato questa volta sul nome, Jerzy, polacco, come lo Skolimowski, protagonista negli anni Sessanta di una specie nouvelle vague d’oltrecortina insieme a un altro giovane talento, Roman Polański. Insomma, un regista fuori dagli schemi, così come vorrebbe essere il cinema di Passion (riferendoci al film che si gira nel film Passion)

Un altro trucco cinematografico è il frammento girato di un film (o telefilm, anche l’enciclopedia dell’audiovisivo non ha confini). Se ne può prendere visione in diversi lungometraggi, a iniziare dal relativamente recente Bastardi senza gloria (poteva mancare Quentin Tarantino in questa rassegna?), che proietta tutta la nazi-cattiveria in Orgoglio della nazione di fronte a una platea capitanata dal Führer in persona. Riavvolgendo un’immaginaria bobina, ecco anche la sequenza di Angels with Filthy Souls tratta da Mamma ho perso l’aereo, noir grottesco che chiude con una perfetta battuta di genere (“tieni il resto, carogna”) e Logjammin' mandato in tivù ne Il grande Lebowski, ma anche Simple Jack dal Tropic Thunder di Ben Stiller con tanto di locandina, film che gioca non poco con la materia cinema (c’è anche il trailer di un fantomatico Satan’s Alley). A proposito di locandine, invece, a margine spunta anche il merchandising immaginario legato al cinema, come nella mostra ospitata nel 2003 dalla Cineteca di Bologna: una rassegna dedicata alle locandine di film inesistenti; uno strumento, la locandina, che si è sempre posto come soglia fisica tra lo spettatore e il film. Si ammiravano il lungometraggio The Golem (pseudo)firmato da Tim Burton e vincitore a Cannes nel 2001, con attori protagonisti due rocker, Nina Hagen e Tom Petty; Les Funambules attribuito a Otar Ioseliani, con Deborah Kerr, Fernando Rey e George Clooney; Thank You 4 All per la regia immaginaria di Clint Eastwood, con tali Willer Texaco, Robert Shell, Eric Tamoil e Ali Kuwait; una pellicola ambientalista prodotta da Green Peace. Altri titoli in rassegna e relativi registi: La Lumière blanche di Wim Wenders, Last Jump di Kathryn Bigelow, Little Italy di Martin Scorsese. Infine ancora rock per la colonna sonora di Earth Attacks di Macella Peluffo, con musiche di Ziggy Stardust (!), ma qui a prevalere è la goliardia. Parodie e goliardia che trionfano nei finti/veri trailer – arte minore di questo genere minore – la cui summa è Movie: The Movie di Jimmy Kimmel con un cast (vero) di All Stars per nove minuti di follia. Qualche nome a caso: Charlize Theron, Cameron Diaz, Meryl Streep, George Clooney, Tom Hanks e Matt Damon. Operine che sarebbe più corretto indicare come fake; e il grande mentore sullo sfondo non può che essere il corpulento Orson Welles.

Un rapido montaggio ci mostra a questo punto Le Flic et la Fille per la regia di Jean Robail. Con Alain Delon e Annie Girardot. Ci mostra solo la loncandina, mentre scorrono le note della sua colonna sonora. Non vediamo altro, essendo un tipico film inguardabile. La visione è vietata da un peccato originale: è del tutto inesistente eccetto la musica, proposta nei panni di colonna sonora. L’unica voce autentica di un film immaginario, uno dei dodici inventati di sana pianta da un duo di Amsterdam, Gerry Arling e Richard Cameron, con tanto di locandine e note che motivano la natura del brano, ricostruendo ascendenze e derivazioni del genere musicale prescelto per il commento sonoro del film. Titolo del disco: Music for Imaginary Films. Un tema frequente, si è detto. Le colonne sonore fittizie non sono impostura dell’ultima ora. Forse sono il negativo del mondo interiore, che altri artisti preferivano esibire con sontuose creazioni (Sun Ra o Magma). O sono semplicemente gioco, genuina proiezione cinematografica dell’artificio letterario prediletto da Jorge Louis Borges, prodigo anche di magistrali istruzioni in materia. In Esame dell’opera di Herbert Quain scriveva: “delirio faticoso e avvilente quello del compilatore di grossi libri… Meglio fingere che questi libri esistano già, e presentarne un riassunto” (Borges, 2015). Procedere ellittico, soppressione di parte del raccordo tra elementi logicamente concatenati consueto nell’arte cinematografica, ad esempio nel montaggio. Oppure sono la variante concava del concept album. Il sospetto è fondato: quando iniziano ad estinguersi i concept prima maniera, mentre cominciano ad andare in onda i primi videoclip, vanno in scena anche le prime colonne sonore di film mai girati. 

La trama più celebrata si svolge a metà anni Settanta, quando Brian Eno propone l’album Music for Films, titolo eloquente come per tutti i manifesti sonori elargiti dal non-musicista in quella stagione. Si affianca a Discreet Music e Music for Ambient, ipotesi altrettanto affascinanti, però meno seducenti all’ascolto. Opera fondamentale. Seguiranno altri due capitoli, trasformando l’evento in routine, senza nulla aggiungere alla musica, al concetto e alla fama dell’artista. Inutile remake. Negli stessi anni, a San Francisco muove i primi passi una strana creatura sonica chiamata Chrome. Damon Edge e Helios Creed ne sono gli artefici principali. Il loro secondo disco si intitola Alien Soundtracks (1978), musiche scritte per un film (mai girato) di pornofantascienza, che meglio di altri lavori espone la cifra stilistica del gruppo: ruvida elettronica, campionamenti selvaggi dalla televisione, distorsioni a tutto campo (voci, chitarre). Punto di raccordo tra il punk e l’industrial. Spazio anche a una comparsa, il brano Film Music, un single del gruppo belga Family Fodder registrato nel 1978, leggiadro e dunque soffocato dalla raucedine punk dell’epoca. Tutt’altra musica quella proposta nello stesso anno dal jazzista inglese Keith Tippett, che ritorna a un organico di grandi dimensioni con il progetto Ark, orchestra meno ingombrante della precedente, circa la metà dei cinquanta di Centipede, ma pur sempre di dimensioni rispettabili. Frames, Music for Imaginary Films é l’album dato alla luce dall’ensemble e segna il ritorno a una scrittura più rigorosa, a un bilanciamento tra composizione e improvvisazione da parte del pianista di Bristol. Insomma, un solido plot. Al contrario, bisogna improvvisare molto per immaginare il lungometraggio che questa musica potrebbe commentare. 

Soundtrack senza film sempre dall’allora nuovo jazz inglese: John Surman in compagnia di Stu Martin propone un Live in Woodstock, che non è un concerto ma il commento sonoro a un fantomatico film.

Natura che più si addice al grande schermo si ritrova, invece, nella musica del jazzista Mike Mantler, proposta in due dischi Movies (1978) e More Movies due anni dopo. Grande jazz per film fuori da ogni genere, tutti da fantasticare. Stacco e nuovo cambio di scena. Nel pieno della fioritura della tape art e dell’industrial music, una manciata di oscure formazioni francesi (D.D.A.A., Vox Populi, Brume, tra gli altri) provenienti da quei lidi confeziona una cassetta a tema: La bande originale d’un film imaginaire. Suoni ruvidi, field recordings, elettronica, frasi recitate e anche un valzerino; una tracklist costruita come se si trattasse del cast di un film, due facciate a tema (la mer –chissà perché tutto minuscolo – e Obsession). Cinema del bizzarro, underground fuori orario. La settima arte cattura l’attenzione anche  di un altro gruppo attivo nella medesima zona oscura dei suoni, i Clock Dva di Adi Newton, che nel 1992 propongono Digital Soundtracks, album che si avvale di rimandi a Aleister Crowley, Martin Heidegger e Stéphane Mallarmé per sostanziare il concetto di inner cinema. Un pieno di citazioni e di ritmi incalzanti, auguranti buona visione. Interiore, s’intende.

Flashback, tra l’Inghilterra e la Francia. Una è la patria dei tre malandrini nascosti dietro la sigla Melody Four; l’altra è la sede dell’etichetta Nato, responsabile delle loro bravate. Il gruppo è composto da Tony Coe, Steve Beresford e Lol Coxhill e dopo omaggi ai Marx Bros. e alle sigle televisive, all’insegna del seriamente buffo, il trio chiude bottega nel 1988 con Shopping for Melodies, florilegio dei lavori realizzati per varie occasioni, cinema compreso. Fiction al quadrato. Messa in scena perfetta con brani dosati per le singole commissioni e soprattutto, strepitosa anticipazione della resurrezione lounge. Coxhill non sazio del grande schermo immaginario, organizza qualche anno dopo un intero film, finto per intero. Soci Mike Cooper e Roger Turner: i Recedents. Il film (il disco) si intitola Zombie Bloodbath on the Isle of Dogs e narra del bagno di sangue sull’isola dei cani da parte degli zombie risvegliati da lavori in corso per trasformare l’isola dei Docklands in località turistico-commerciale. Splatter con happy ending che frulla rock n’roll, jazz, elettronica e qualche conato, alternando improvvisazioni e diligenti canzoni. I toni noir invece sono quelli prediletti da Barry Adamson, che sul finire degli anni Ottanta molla Nick Cave e intraprende una carriera solistica, imbevuta di omaggi/rimandi al cinema, di lavori per il cinema e di un film immaginario, Moss Side Story, album d’esordio datato 1989. Un thriller autobiografico “girato” in una oscura e inquietante Manchester. Due prestiti, da Charles Gounod (il celeberrimo motivo dei telefilm di Hitchcock) e da Leonard Bernstein (L’uomo dal braccio d’oro) mirabilmente trattati, il resto a firma Adamson che conosce e ama tanto Ennio Morricone quanto John Barry e Lalo Schifrin. Stupendo, forse la prova migliore dei filmakers immaginari degli anni Ottanta. Altro lavoro dei primi anni Novanta che ingloba una traccia prelevata da un film reale è 4. Film Ton del musicista tedesco C-Schulz. Riprende Il portiere di notte di Danielle Paris in chiusura di un disco ben ambientato. Elettronica discreta, diretta discendente dei lavori di Eno, resa evoluta dalla presenza di strumenti come l’oboe e il trombone. Tedesco pure Holger Czukay, figura storica con i Can del rock di Germania. Esordirono con un album chiamato (per caso?) Monster Movie, realizzarono soundtrack, ad esempio per Deep End (La ragazza del bagno pubblico) del citato Skolimowski e nel 1993 Czukay pubblica Moving Pictures, un album di virtuale musica per films. Non esaltante come le opere storiche dei Can o il suo album d’esordio Canaxis, ma anche i grandi registi non sempre partoriscono capolavori. Tre anni dopo, in Australia, si gira The Inner Cinema firmato Soma, progetto musicale del duo composto da David Thrussell e Pieter Bourke. Una fine sintesi di Cabaret Voltaire e Clock Dva con innesti di trip-hop, tex-mex, country. Convincente lungometraggio sonoro. 

Dissolvenza poi “seduta davanti a me cominciò lentamente a spogliarsi. Con un sorriso dolce allargò le gambe”. Il testo è di Stefan Winter e funge da preludio a Au Bordel – Souvenirs de Paris, il disco che inaugurava la collana degli Audio Film prodotti dall’etichetta Winter & Winter. Protagoniste le città, in questo caso Parigi. Riprese in interno. Un set semi-vero in un bordello. In scaletta composizioni originali e brani dalla storia del cinema, dall’Angelo azzurro a La Habanera. La Dietrich si aggira dietro le quinte, mentre vanno in scena l’orchestrina di Noël Akchoté e le deliziose star della casa, Sonia, Lydie, Geraldine. In primo piano malinconia e sensualità, partner difficili che qui si intendono a meraviglia. Nel combo rispunta, guarda un po’, Lol Coxhill, che abbandona l’epoca delle finzioni per inaugurare quella delle simulazioni. Un transito che solo un musicista autenticamente postmoderno poteva svolgere con adeguata disinvoltura. E il tema del film simulato riporta ai titoli di testa degli imaginary films di Arling e Cameron, gioco/montaggio disinvolto con segni e suoni dell’età moderna. Beat, spy music, funky, samba e tutto quanto è estraibile dalla miniera dell’immaginario sonoro di massa e frullabile dalla nuova elettronica. Delizioso, e i due dj olandesi non sono soli. La cosiddetta Generazione Cocktail di colonne sonore immaginarie ne ha scritte diverse. Chris Joss, francese, organista, bassista, novello dj in Music from “The Man in a Suitcase” compone la musica di un fittizio serial tv. L’ispirazione giunge da A Man in a Suitcase, storico telefilm britannico – vero – con colonna sonora di Ron Grainer. Un delirio spy, crime jazz e nuova elettronica. Bobby Trafalgar, pseudonimo del dj svedese Hakan Lidbo, si inventa, invece, In Person, album con brani tratti da sue presunte colonne sonore. Ovviamente, né soundtrack integrali né film sono mai esistiti. 

Ancora: Operation B.O.M.B.A. dei surfer/lounger di Boston Seks Bomba, che tramano suoni per uno spy movie fittizio ambientato a Roma; tra swing, surfer, la cover di It Had Better Be Tonight e The Cat.

La Yellow 357, colonna sonora immaginaria della Yellow Productions, collettivo di dj parigini (Fresh Lab, Dimitri From Paris, Dj Cam, Magnetic). Il tema è firmato da Mighty Bop. Sempre a Parigi è di scena Snooze, che in The Man in the Shadow (1997) immagina i suoni di un inquietante noir. Gli United Force Organization sono autori in 3rd Perspective di un omonimo spy, zeppo di inseguimenti, spy music e rimandi a Lalo Schifrin e Oliver Nelson. Non è tutto, c’è Soul Ecstasy, soundtrack firmato Inner Thumb. Trama: le pantere nere si alleano con la Cina comunista e minacciano gli Usa. Il film blaxploitation è stato girato presumibilmente nel 1972, ma resta solo la colonna sonora. Almeno, questa è la tesi del booklet allegato. Se non fosse per qualche sfumatura un po’ troppo moderna, l’inganno sarebbe perfetto. Infine, gli svizzeri Stereophonic Space Sound Unlimited scodellano dodici falsi in Plays Lost Tv Themes, brani da telefilm mai esististi concepiti in accordo con il sound tipico del genere, sparatissimo se telefilm d’azione, tutto effetti speciali se di fantascienza. A fine millennio spunta anche un contributo del jazz italiano. Lo firma il Giorgio Li Calzi Quintet: Imaginary Film-Music. Jazz d’ambiente con tanto di fotogrammi di film immaginari. 

Fin qui i Novanta, poi dopo un periodo di pausa, gli ultimi anni hanno visto fiorire nuovi commenti sonori a immagini fantasma. Variegati i suoni, piuttosto ripetitivi i titoli e un segno comune: tutte le nuove produzioni privilegiano i formati immateriali. Si tratta, cioè, di musica liquida, made in web.

Etereo il classical ambient – quello di nuova generazione – dell’inglese Simon Housley in arte Oathless. L’album è Peripheral: Music for an Imaginary Film.

Da Buenos Aires, Argentina, danno il loro contributo al genere Les Mentettes con Song for an Imaginary Film, pop, nient’altro che pop, accattivante, suggerisce una storia di adolescenti senza illusioni, non troppo cruda, piuttosto agrodolce, ma il suggerimento arriva dalla copertina che mostra una ragazza nuda baciare qualcuno(a) che un asciugamani incappuccia nascondendone il corpo e il volto.

Si torna al filone groovy fiorito nella seconda metà degli anni Novanta con tali Ben Lamdin e Riaan Voslo. Titolo? Imaginary Film Music, ovviamente. Ritmi che fanno immaginare avventure pericolose ma non troppo. Un pizzico di jazz, un’aggiunta di blaxploitation, una spruzzatina di exotica, quasi una library, gli archivi sonori in gran voga tra i Sessanta e i Settanta con i quali le colonne sonore per film immaginari hanno un rapporto di parentela. Suoni morbidi, sognanti, smoothy sono quelli che propone Gareth Wilson, trombettista della Virginia, che li ha raccolti in Beautiful Melancholy (or music for imaginary films). Per un film girato in chissà quale quartiere ai margini dei margini metropolitani sono le musiche firmate dai londinesi The Benzedrine Space - Girl Experience di 13 (the soundtrack to an imaginary film), un guazzabuglio di garage rock e hip hop ammantato di malessere. Infine Boris Berlin, che tedesco lo è anche di nascita, ma ha sempre vissuto a New York, ha architettato quella che ha più di tutti gli altri progetti le movenze della vera colonna sonora, per ritmi, atmosfere ed emozioni, favorite dal ricorso a un’orchestra, come è tipico del genere nella realtà. Il film sembra addirittura di averlo già visto. Solo il titolo è ancora una volta disarmante: Soundtrack for an Imaginary Film. Ha preceduto di pochi mesi l’uscita dei Brian Jonestone Massacre, segno di una vitalità del genere costante, al punto da veder nascere sempre sul web un’etichetta, la Aural Films, dedicata unicamente alla produzione di colonne sonore di film inesistenti. Stazionano sulla pagina bandcamp della netlabel e il download è gratuito. Creazioni new age che tornano alle origini, alle musiche con destinazione come quelle concepite da Brian Eno. Anche in modo esplicito, come nel caso di Themes from Imaginary Films about Love di tale Jazzfector. Il resto del catalogo riesce finalmente a creare dei titoli originali e il concetto di colonna sonora per film inesistenti è certificato solo dalla mission dichiarata sulla pagina web: “Aural Films releases soundtracks for movies that do not exist”. 

Se si continuano a scrivere musiche per opere inesisitenti, al contrario quasi mai si scrive di musica inesistente. Una sola poderosa eccezione, dove le parti si rovesciano e la musica diventa immaginaria concepita nella pagina scritta, ma non su pentagramma, bensì come opera di prosa e dove, oltre alla musica è inesistente anche il compositore è il Doctor Faustus. Vi si narra del compositore tedesco Adrian Leverkühn, che Thomas Mann immaginò prendendo a prestito dalle vite e dalle personalità di Ludwing Wittgenstein e Friedrich Nietzsche, mentre l’opus musicale era del medesimo gruppo sanguigno di quello di Arnold Schönberg. Anche Borges, che ha scritto pagine memorabili sul tango, non ha mai composto musica immaginaria. L’argentino, però, probabilmente avrebbe accolto l’ipotesi che i film immaginari si debbano a un singolare incontro dei Lumière con Gavrilo Princip, l’attentatore all’erede al trono asburgico. Il cinema e la Grande guerra. Incontro filmato dall’immaginazione di Alfredo Casella. Il compositore torinese scrisse nel 1915 le seguenti composizioni per piano: Nel Belgio: sfilata d'artiglieria pesante tedesca, In Francia: davanti alle rovine della cattedrale di Reims, In Russia: carica di cavalleria cosacca, In Alsazia: croci di legno. Sono pagine dell’Opera 25, titolo: Pagine di guerra, quattro films musicali.

Senza tempo, senza confini, interdisciplinare, l’arte dell’opera immaginaria è anche entrata nelle case di tutti gli italiani a ora di cena, da anni, da quando uno dei protagonisti della soap Un posto al sole accenna ripetutamente, anche a momenti salienti della soap parallela, l’immaginaria Saudade do Sol. Sembra appassionante, chissà com’è la sigla.

 


 

ASCOLTI

 

  AA.VV., Au Bordel – Souvenirs de Paris, Winter & Winter, 1999.
  AA.VV., La bande originale d’un film imaginaire, On A Faim!, 1986.
  AA.VV., La Yellow 357, Yellow Productions, 1995. 
  Barry Adamson, Moss Side Story, Mute, 1997.
  Gerry Arling e Richard Cameron, Music for Imaginary Films, Emperor Norton, 2000.
  The Benzedrine Space - Girl Experience di13 (the soundtrack to an imaginary film), Tape Hiss Music, 2014.
  Boris Berlin, Soundtrack for an Imaginary Film, Music Media Magica, 2015.
  Alfredo Casella, Scarlattiana / Pupazzetti / Pagine di guerra / Sonatina / Canzone a ballo / Cocktail's Dance / Ninna nanna / Quattro favole romanesche / Tre canzoni trecentesche, Bottega Discantica, 2011.
  Brian Eno, Music for Films, Virgin, 2013.
  Brian Jonestone Massacre, Musique De Film Imaginé, a Records, 2015.
  Chrome, Alien Soundtracks I & II, Cleopatra, 2014. 
  Clock Dva, Digital Soundtracks, Contempo, 1992.
  C-Schulz, 4. Film Ton, Extreme, 1992. 
  Holger Czukay, Moving Pictures, Purple Pyramid, 1997.
  Family Fodder, Film Music in Monkey Banana Kitchen, Staubgold, 2014.
  Inner Thumb Soul Ecstasy, Emperor Norton, 1999.
  Chris Joss And His Orchestra, Music From "The Man With A Suitcase", Pulp Flavor, 1999.
  Ben Lamdin, Riaan Voslo, Imaginary Film Music, Impossible Ark Records!, 2012.
  Giorgio Li Calzi Quintet, Imaginary Film-Music, Philology, 1999.
  Melody Four, Shopping for Melodies, Nato, 1991.
  Les Mentettes, Song for A Imaginary Film, Between Ones and Zero, 2011.
  Oathless, Peripheral: Music for an Imaginary Film, Hawk Moon Records, 2013.
  The Recedents, Zombie Bloodbath on the Isle of Dogs, Nato, 1991. 
  Seks Bomba, Operation B.O.M.B.A., Ya Ya Records, 1998.
  Snoze, The Man in the Shadow, Columbia, 1997.
  Soma, The Inner Cinema, Extreme, 1997. 
  Stereophonic Space Sound Unlimited, Plays Lost Tv Themes, Dyonysus Records, 2000.
  John Surman & Stu Martin, Live in Woodstock, BGO, 1995.
  Keith Tippett's Ark, Frames, Music for Imaginary Films , Ogun, 1996.
  Bobby Trafalgar, In Person, Repap, 2000.
  United Force Organization, 3rd Perspective, Antilles, 1997.
  Gareth Wilson, Beautiful Melancholy (or music for imaginary films). garethflowers.bandcamp.com/, 2010.

 


 

LETTURE

 

  Jorge Luis Borges, Finzioni, Adelphi, Milano, 2015. Thomas Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano, 2001.
  François Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Bombiani, Milano, 2012

 


 

VISIONI

 

  Joel Coen, Il grande Lebowski, Universal Pictures, 2012 (home video).
  Chris Columbus, Mamma ho perso l'aereo, 20th Century Fox, 2002 (home video).
  Jean-Luc Godard, Passion, Universal Pictures, 2009 (home video).
  Jimmi Kimmel, Movie: The Movie, https://www.youtube.com/watch?v=w3NwB9PLxss
  Ben Stiller, Tropic Thunder, Paramount, 2009 (home video). 
  Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria, Universal Pictures, 2011 (home video).
  François Truffaut, Effetto notte, Warner Home Video, 2011 (home video).

 


 

* Il soggetto di questo possibile film proviene da una sceneggiatura inedita scritta da Lara Fremder e Gennaro Fucile,
intitolata Che cosa vogliono da me queste mosche. Anche la scelta degli attori era parte del progetto (ndr).