LETTURE / DUE COLPI DI PISTOLA, DIECI MILIONI DI MORTI, LA FINE DI UN MONDO


di Emilio Gentile / Laterza, Roma-Bari, 2014 / pp. 227, € 18,00


 

La grande disillusione

di Adolfo Fattori

 

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Non ricordiamo più la “Grande guerra”. È ormai nella nebbia vaga delle cose indistinte che baluginano sull’orlo del sentito dire, mescolata con molto altro: le guerre precedenti, quelle successive, qualche altro evento storico, le cose di un passato che ormai giace in libri di Storia sempre meno letti – e nei sepolcri, o sui monumenti nelle piazze delle città, al fianco di chi l’ha vissuta. Ma con il presentarsi del centenario della sua esplosione, innescata dall’attentato all’Arciduca Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico e a sua moglie, nel giugno del 1914 a Sarajevo, il tema ritorna attraverso la saggistica e l’analisi storica, come in Due colpi di pistola dello storico Emilio Gentile.

Una volta, fino a qualche decennio fa, la I guerra mondiale era uno degli argomenti su cui periodicamente si tornava. Intanto, si studiava a scuola, quando la scuola era ancora in qualche modo connessa col mondo esterno, e non bloccata in un passato sempre più indefinibile. E poi la si ricordava periodicamente, all’altezza degli anniversari che man mano si avvicendavano.

Ma, più di tutto, fin quando qualcuno di coloro che la avevano vissuta – e i loro figli – era vivo, scaturiva dai loro ricordi e dai loro racconti. Insomma, per dirla con Joël Candau, insisteva nella memoria collettiva (Candau, 2002), e nella memoria storica, nella memoria dei fatti vissuti, e ancora raccontabili, eventi cui si cerca di dare un ordine e un senso, che siano quelli mantenuti in vita dalle emozioni, dai sentimenti, parte di ciò che fa da collante per una comunità, e insieme nella memoria dei manuali, di quelle cronologie fatte degli stessi avvenimenti, ma organizzati dalla conoscenza scientifica, dalla ricerca.

E con la scomparsa dei portatori dei semi della memoria collettiva, sfuma la memoria di quegli anni, che alla distanza di un secolo sembrano acquistare un tono quasi steampunk, a cavallo fra realtà, immaginazione, passati plausibili e universi possibili, perché – evidentemente – i canali su cui viaggia la memoria storica, non accompagnati dal controcanto della memoria collettiva, non riescono più ad arrivare ai loro pretesi destinatari…

Così il saggio di Gentile ci riconduce – almeno coloro di noi che hanno una sessantina d’anni o più – all’atmosfera di quando, invece, quella guerra era ancora ricordata e narrata, mescolando fatti storici e testimonianze personali, frammenti di politica e dati biografici, riferimenti geografici e memorie individuali.

Per coloro che hanno superato il mezzo secolo il libro di Gentile ha un po’ il carattere di un richiamo all’atmosfera di un’Italia in cui il rimando a quella guerra faceva da contrappeso confortante a ricordi molto più recenti, quelli della Seconda guerra mondiale, degli anni bui che la avevano preceduta, della vergogna del coinvolgimento con il nazismo.

Era stata una guerra vittoriosa, su cui fra l’altro tutti potevano essere d’accordo: la conquista dei “sacri confini” nazionali, l’eroismo dei “martiri irredentisti”, e tutta la retorica tardo-ottocentesca e primo-novecentesca su abnegazione, sacrificio, patria, che viaggiava sempre ai limiti del ciarpame nazional-popolare. Ma che in quell’Italia funzionava e poteva avere anche un senso profondo, nel riunificare quel che il fascismo e la guerra avevano frantumato e poi la Resistenza antifascista aveva tentato di ricomporre.

Con decisive cadute di tono, comunque. Come per i libri di scuola, ancora condizionati dall’onda lunga della cultura fascista d’anteguerra, che continuavano ad ospitare poesiole e storie edificanti del ventennio ed erano spesso ispirati a valori ormai impopolari e incomprensibili.

Fino a quello che fu un punto di snodo anche per il legame con quella guerra: il 1968. Che da un lato cadde nel cinquantenario della fine del conflitto, dall’altro rappresentò l’inizio di un movimento tellurico che tagliò corto con molto del passato recente, promuovendo nuove istanze, nuove categorie sociali, nuove merci, nuovi consumi (cfr. "Quaderni d'Altri Tempi" n. 14). Così, mentre gli universitari romani si scontravano con la “Celere” a Villa Giulia, usciva un long-playing con le “canzoni del Piave”, si celebravano in cerimonie pubbliche, nei libri, sui quotidiani le vicende della guerra, e si rendeva onore a coloro che vi avevano combattuto, e omaggio a coloro che ne erano stati le vittime sacrificali, “militi ignoti” o identificati grazie alle piastrine di riconoscimento mandati al massacro spesso senza che sapessero bene il perché.

Il “Sessantotto”, nella sua corrente, spostò l’attenzione sulla guerra partigiana contro i nazi-fascisti, contribuendo a allontanare il ricordo del conflitto precedente. In seguito, gli sgangherati e maldestri tentativi di revisionismo della Resistenza stessa fecero il resto: la Grande guerra, i suoi morti, le sofferenze che provocò, i suoi sciagurati esiti si spostarono sullo sfondo della nostra memoria per fare spazio al ricordo di sofferenze più recenti.

Il libro di Emilio Gentile torna sulla questione, ricostruendone l’andamento, in Europa e in Italia, e ribadendo alcune certezze di fondo, facendo così da utile traccia per una riflessione più generale sul clima e le vicende di quegli anni. E provando a riproporre l’importanza di quegli eventi sui successivi sviluppi storici e sociali.

A ricordare l’esperienza di quella guerra rimane solo qualche testo, come Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, durissima descrizione della vita in trincea, dell’insensatezza della guerra (Lussu, 2005), dell’ottusità delle gerarchie militari, scritto nel 1937 e pubblicato negli ultimi anni Sessanta da Einaudi in una collana per le scuole medie, da cui è ormai peraltro scomparso, e da cui Francesco Rosi trasse il film Uomini contro nel 1970.

E poi, il resto della grande letteratura e del grande cinema. Dall’ideale, dissacrante contraltare del diario di Lussu, Il buon soldato Švejk di Jaroslav Hašek del 1923, alle pagine di Viaggio al termine della notte (1992) che Louis-Ferdinand Céline dedica a quella guerra, a pellicole come La grande guerra del 1959 di Mario Monicelli, o La grande illusione di Jean Renoir del 1937.

Ma qual era l’atmosfera in Europa prima che scoppiasse il conflitto? Era prevedibile la guerra? Se ne avvertiva l’incombere? E che effetti ebbe sui sopravvissuti? Su coloro che improvvisamente si ritrovarono in un mondo che ai loro occhi apparve trasformato, del tutto altro rispetto a quello in cui avevano vissuto prima? Sul “mondo di ieri”, come ebbe a definirlo Stefan Zweig nel 1942 (Zweig, 2010)?

Emilio Gentile, intanto, ricorda che fino a qualche giorno prima dello scoppio delle ostilità, nessuno riteneva possibile la guerra, nonostante le scaramucce e i contrasti che agitavano l’area balcanica. Norman Angell, ad esempio, nel suo La grande illusione scrisse con grande successo (!) che una guerra mondiale non sarebbe mai stata possibile (cfr. Illies, 2013). E non era il solo. L’unico che forse la temeva era proprio l’Arciduca Ferdinando, di cui Florian Illies ricorda lo sfogo che ebbe davanti all’Imperatore: “Laggiù nei Balcani infuria una guerra che lo inquieta […] Arrivato a Schönbrunn, Francesco Ferdinando più che scendere balza fuori dalla macchina […] Dichiara che è urgente darsi da fare per mettere un freno alla Serbia […] L’imperatore ascolta impassibile il nipote sbraitare, urlare, accalorarsi. «Solleciterò una riflessione in merito». Poi un freddo arrivederci. Il resto è silenzio” (ibidem). Che si trasformerà in un rumore devastante, durato quattro anni. Il fatto è che – almeno questa è l’impressione che si trae dalla lettura di Due colpi di pistola – nessuno di coloro che trascinati dagli eventi e confortati (si fa per dire) dall’andamento delle ultime guerre combattute in Europa si sarebbero mai aspettati la tragedia che si sarebbe prodotta: centinaia di migliaia di morti ad ogni battaglia, battaglie che duravano giorni, settimane, mesi piuttosto che ore o singole giornate, coinvolgimento della popolazione civile…

Nessuno pensò alla prima guerra veramente moderna, la Guerra di secessione americana, combattuta circa mezzo secolo prima con la partecipazione piena per la prima volta delle grandi industrie dell’acciaio, i nuovi mezzi di trasporto… né a un altro prologo, più lontano nel tempo, ma forse altrettanto utile come esempio per i luoghi in cui era stata combattuta, la Guerra dei trent’anni – guerra di religione, come peraltro i cappellani delle due alleanze, fra un conforto ai feriti e una benedizione ai moribondi, cercarono di fare anche per questa, da bravi cristiani qual’erano: “Got mit Uns”, “Dio è con noi”, e così via, recitato nelle lingue dei vari eserciti.

L’Europa – insomma – non si aspettava la guerra, anzi. E sempre Gentile ricorda come lo stesso “successo” dell’attentato fu una cosa pasticciata e casuale: al primo attentatore si inceppa la pistola, che cade per terra mentre i gendarmi lo fermano; Gavrilo Princip, il suo complice, raccatta la pistola da terra, e questa volta la pistola spara… Nel resto d’Europa, il “modernismo” impazzava, come atmosfera e come epoca, il progresso avanzava, nelle scienze come nelle arti come nella tecnica.

Quando l’apocalisse si abbatté sull’Europa, nessuno se l’aspettava. Anzi, fu accolto anche con entusiasmo. Ricorda Gentile come non pochi esponenti delle “avanguardie storiche”, intellettuali, scrittori, se ne fecero sedurre, pentendosene poi amaramente in trincea. Il fascino di una guerra romantica fu rapidamente sostituito dalla nausea della puzza dei cadaveri in putrefazione, del sudiciume, delle infestazioni di parassiti. E di una morte che non smetteva di sussurrare alle orecchie di chi stava al fronte le sue promesse.

Sarà dopo, a disastro compiuto, che qualche coscienza si risveglierà, altre, lucide sin da prima, gireranno il coltello nella piaga di quella che si potrebbe anche considerare – pensando all’euforia delle folle di interventisti – come una ventata di follia collettiva dagli esiti catastrofici, fino all’inattesa resa dell’esercito tedesco che, scrive Wolfgang Schivelbusch nel suo La cultura dei vinti, sorprese tutti, compresi i capi della “Triplice intesa”, almeno a leggere le loro memorie (Schivelbusch, 2006).

Ma le testimonianze a posteriori più significative le troviamo forse nei lavori degli intellettuali e degli scrittori, piuttosto che in quelle di statisti e storici dell’epoca. A cominciare dai due austriaci Zweig e Karl Kraus, che tornano tutti e due sui giorni che precedettero immediatamente lo scoppio delle ostilità.

Scrive Zweig nel citato Il mondo di ieri: “La folla attorno all’avviso (dell’attentato, ndr) si faceva sempre più fitta, l’uno trasmetteva all’altro l’inattesa notizia. Ma in omaggio alla verità debbo dire che non si leggeva sui volti particolare sdegno o commozione, perché l’erede al trono non era mai stato amato dal popolo” (Zweig, 2010).

Kraus, molto meno compassato e decisamente più feroce, in Gli ultimi giorni dell’umanità, scritto quasi interamente a guerra in corso e dato alle stampe nel 1922, descrive quei giorni, con la furia sulfurea che lo contraddistingueva, alimentata dalla rabbia per il massacro in atto, così:

“UN GRUPPO DI UBRIACHI (si fanno largo fra i passanti). Salute a tutti quanti! Abbasso! Abbasso la Serbia! Fatela a pezzi! Evviva!

QUATTRO GIOVANOTTI A PASSEGGIO CON QUATTRO RAGAZZE. Un gran ponte fece fare per poter così espugnare città e forte di Belgrado…

LA FOLLA. Evviva!

[…]

UNO STRILLONE. Edizione straordinaria! L’arciduca Francesco Ferdinando…

UN CITTADINO COLTO. Sarà un danno enorme per i teatri, il Volkstheater era esaurito…

LA MOGLIE. Bella serata rovinata, si doveva restare a casa, ma già, a te nessuno ti tiene.

CITTADINO COLTO. Mi stupisco del tuo egoismo, non avrei mai supposto in te una così totale mancanza di senso sociale.

MOGLIE. Credi forse che non mi interessi? Mi interessa sì! Mangiare al Volksgarten è un’assurdità, se non c’è la musica tanto vale andar subito da Hartmann…

CITTADINO COLTO. Mangiare, sempre mangiare, chi ha la testa adesso per queste cose… Vedrai quel che succederà, sciocchezzuole…

MOGLIE. Purché si riesca a veder qualcosa!

CITTADINO COLTO. Sarà un funerale come non s’è mai visto! Ricordo ancora quando il principe ereditario… (Escono)”.

E ancora:

“UN REPORTER (al suo accompagnatore). Qui meglio che altrove si coglie lo stato d’animo della città. Vede, la notizia si è sparsa sul corso come un incendio spinto dal vento, qui dove si frangono i flutti. La gaia animazione che soleva regnare sul corso a quest’ora è ammutolita di colpo, su tutti i volti si poteva leggere lo scoramento, il senso di un colpo tremendo, ma soprattutto un muto cordoglio: perfetti sconosciuti si rivolgevano la parola, ci si strappava di mano le edizioni straordinarie, si formavano capannelli…” (Kraus, 1972).

Karl Kraus coglie un punto cruciale: il miscuglio di inconsapevolezza e cialtroneria delle masse e della borghesia – del nuovo feticcio emergente, l’opinione pubblica – che fa da contraltare alla retorica dei governi e agli interessi degli approfittatori, e la soggezione del suo nemico giurato, il suo bersaglio preferito, la stampa, alla logica della menzogna e della manipolazione. Basta confrontare il monologo riportato qui sopra (forse immaginario, ma plausibile) del reporter che si rivolge al suo accompagnatore non tanto con le scene precedenti, quanto con il brano di Zweig.

Il che induce a pensare alla Prima guerra mondiale come a un laboratorio dove non si sperimentarono solo le tecnologie della distruzione e del massacro, ma anche quelle della manipolazione e del controllo delle informazioni.

Se – almeno dal punto di vista degli “Imperi centrali” – Kraus e Zweig colgono il compiersi della frattura fra “prima e “dopo” nel suo momento reale, dobbiamo a Robert Musil e al suo L’uomo senza qualità la ricostruzione dell’anno subito precedente e dell’atmosfera che lo attraversava (cfr. Musil, 1962), al culmine di quella che Hugo von Hofmannsthal definì “la gaia apocalisse viennese” (cfr. "Quaderni d'Altri Tempi" n. 29) , il clima di una società che andava verso il baratro senza neanche saperlo (come d’altra parte ne era inconsapevole l’intera Europa).

Ai due poli degli eventi narrati nel romanzo ci sono Ulrich Anders, nella sostanza un alter ego di Musil, e la “Azione parallela”, il pletorico, frenetico consesso di personaggi dell’élite che dovevano preparare i festeggiamenti per i settanta anni di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe, associazione di idealisti proiettati verso il nulla.

La vicenda dell’Azione parallela dà a Musil l’agio di mostrare l’inconsistenza dei valori della società viennese dell’epoca, la sua dimensione ormai spettrale (che era più in generale, in senso fenomenologico, ciò che interessava a Musil, “l’aspetto spettrale dell’accadere”, come dichiarò in un’intervista nel 1926 (cfr. Cases, in Musil, cit.), e per converso le vicissitudini dell’individuo dell’epoca, alle prese con le incertezze e il disorientamento del , cifra decisiva del soggetto incastrato e trascinato dalla corrente del modernismo e poi del conflitto (Fattori, 2013).

Come scrisse il ceco Franz Werfel nel 1936 in Nel crepuscolo di un mondo, riferendosi all’Impero austro-ungarico cancellato dalla guerra, “Questo mondo è scomparso per sempre. La sua morte, dopo il lungo crepuscolo della vecchiaia, non fu lieve, ma travagliata da una dolorosa agonia. Moltissimi dei suoi figli però vivono ancora e parecchi di loro sono figli consapevoli. Essi appartengono a due mondi, a quello morto non ancora estinto in loro, e al mondo nuovo degli eredi, che li ha rilevati come si rileva una merce in liquidazione” (Werfel, 1950). Una lapide sulla tomba di istituzioni, valori, individui.

E se il romanziere viennese si fermava all’anno precedente allo scoppio della guerra – la vicenda narrata si svolge presumibilmente nel 1913 – facendo rifugiare Ulrich, in una dimensione quasi onirica insieme alla sorella cui si è riunito dopo molti anni, ci penseranno Hermann Broch nei Sonnambuli e Thomas Mann in La montagna magica a ricordarla direttamente. Se in Mann si tratta di poco più che un accenno, nel finale del romanzo, Broch nel terzo volume della sua opera, 1918: Hugenau o il realismo, ci conduce fra le devastazioni dell’ultimo anno di guerra a spiare l’emergere e l’affermarsi di coloro che saranno secondo lo scrittore gli artefici del terrore successivo: gli approfittatori, gli imprenditori privi di etica, i piccoli borghesi che faranno carriera mentendo, rubando, truffando, come Hugenau, appunto, una delle forze su cui il nazismo nascerà e prospererà (cfr. Broch, 2010).

Oppure come in Sortilegio, sempre di Broch, che mette in scena la forza seducente del richiamo ai miti primitivi sepolti in profondità nella memoria collettiva di una comunità, trasformandoli in un collante persuasivo e coercitivo (Broch, 1982).

Scrive Ladislao Mittner, il fondatore dello studio della letteratura di lingua tedesca in Italia dopo la Seconda guerra mondiale, “Il tentatore (il titolo che inizialmente Broch aveva dato al romanzo, ndr) […] riprendendo idealmente il filo degli Innocenti (Gli incolpevoli, 1982, pubblicato nel 1950, ndr) studia il fascino funesto che Hitler esercitava sulla folla, narrando la storia di un suggestionatore psicopatico che diventa profeta e dittatore in un villaggio austriaco sperduto in mezzo ai monti, perché è capace di far risorgere nell’anima dei contadini gli oscuri miti ancestrali apparentemente dimenticati e pur sempre vivi ed operanti nella coscienza collettiva più profonda.” (Mittner, 1962).

L’impianto del romanzo rimanda agli scenari del gotico, con l’accento messo sia sulla dimensione che assume la natura, sia sul peso che le credenze antiche possono avere. L’atmosfera in cui si svolge la vicenda, cui il narratore, il medico da poco arrivato e che narra in prima persona gli eventi, assiste praticamente impotente man mano che gli si fa sempre più chiaro l’intento di Ratti, è cupa e intrisa di soprannaturale. E, se Marius Ratti, il tentatore, sfrutta le credenze mitiche dei montanari, anche le forze benigne sono rappresentate dall’autore in un’aura mitica, archetipa: la matriarcale Gisson, il maestoso, incombente, magico Monte Kuppron. Il “dittatore” Ratti è frutto della perdita dei valori, dello sfacelo del vecchio ordine, ma – come Hitler – sa sfruttare appieno il richiamo a quei valori stessi, come il dittatore nazista saprà fare con il continuo riferirsi al Volk, il Popolo, alla terra, al sangue: alla razza.

E quindi sul terreno dell’irrazionalismo che si svolge la lotta fra un Bene e un Male ipostatizzati, astratti: i valori positivi rappresentati dal Mito (la Grande Madre, la Natura), e quelli negativi impersonati da un mestatore secolare che sa usare molto bene il richiamo al Mito stesso.

Hugenau ha un alter ego in Odemar Muller, il protagonista di Sodoma e Berlino di Yvan Goll, un reduce di guerra, che, riesce attraverso la creazione – l’invenzione di sana pianta – di una “Società della fratellanza universale” a conquistare la fiducia delle élite sopravvissute alla guerra a conquistare un enorme potere, mentre Berlino “… crepava di freddo e di fame. La miseria tedesca assumeva proporzioni catastrofiche” (Goll, 1975).

Nel romanzo il mistero della capacità negromantica, diabolica di Odemar è svelato da un professore di chimica dell’Università di Filadelfia che lo incrocia in un caffè. Costui è da dieci anni alla ricerca della causa del declino dell’Europa e l’ha individuato in un bacillo, l’eurococco (Die Eurokokke è il titolo originale del romanzo), “… la filossera della civiltà europea o, più esattamente, della civiltà occidentale. È il microbo che prepara la morte di questo continente” (ibidem). Che “… corrode i valori interni e distrugge lo spirito delle cose” (ibidem). Odemar Muller ne è affetto, e sparge il contagio attraverso tutti coloro con cui entra in contatto. Die Eurokokke è una parabola, tremenda e pessimista, sullo stato delle cose e sul futuro che attende di lì a poco l’Europa – il mondo (cfr. la sezione Ancore in questo numero, ndr).

A rifletterci, una sorta di feroce e sarcastica parodia della “Azione parallela” immaginata da Robert Musil.

Al servizio di questi diabolici personaggi, ci sarà poi la bassa forza, quella cui verrà affidato il lavoro sporco, come Theodor Lohse, il protagonista assoluto del primo romanzo di Joseph Roth, La tela di ragno, pubblicato nel 1923.

Theodor Lohse è una perfetta nullità. Dopo un’infanzia e una giovinezza banali, partecipa alla “Grande guerra” come tenente di complemento, dando al padre (ex ispettore doganale ed ex sergente maggiore) la soddisfazione di morire sapendo che al seguito della bara ci sarebbe stato un figlio tenente. Ma il suo impegno nei confronti della famiglia finisce lì: tornato dalla guerra, si ritrova a fare lo studente di diritto e il precettore del figlio di un ricco ebreo, senza aver dato alle sfiorite sorelle e alla madre l’orgoglio di potersi dire parenti di un eroe caduto per la patria. Non è infatti morto in guerra.

Da questa condizione che mescola senso di colpa, di inadeguatezza, rancore e livore nei confronti del mondo – che si concentra tutta sugli ebrei – parte la sua vicenda personale: usato – anche sessualmente – dalla parte più conservatrice e reazionaria della società tedesca (la frazione peggiore dell’esercito, della nobiltà, della polizia, della stampa), diventa spia e provocatore ai danni della sinistra tedesca negli anni subito successivi alla fine della guerra, contribuendo all’affermazione e alla crescita del nazismo, e affermandosi come uomo di potere, senza avere nessuna qualità particolare.

In realtà Lohse è un paranoico, convinto fra sogni di grandezza e sospetti ingiustificati che “una forza sconosciuta” lo governi: a partire da singoli episodi, da piccole tracce, si costruisce una realtà immaginaria fatta di congiure, di tradimenti, di inganni – tutti orchestrati dal giudaismo e dal socialismo internazionali – di cui lui è, per la sua pretesa importanza, bersaglio, ma che saprà naturalmente sventare per poi punirne i responsabili. E spia, denuncia, traffica, uccide. Fino ad ottenere una “… nuova carica al Segretariato di Stato per la sicurezza pubblica […] un ex-ufficiale di cui nelle ultime settimane si sono occupate a lungo le cronache” (Roth, 1975).

Ritratto perfetto di quella categoria di piccoli borghesi, provenienti spesso dagli strati più bassi della burocrazia statale – civile e militare – che farà da nocciolo del nazionalsocialismo: personaggi ignoranti, retrivi, gretti, spaventati, che troveranno nella retorica della razza e del Volk la presunzione di un riscatto sociale sempre ambito, mai riconosciuto. Perfettamente ritratti al matrimonio di Theodor, ormai realizzato nella elaborazione della sua “tela di ragno”, a sua volta sezione di una tela molto più grande e complessa.

“Questo era il matrimonio europeo, questo era il matrimonio di uno che aveva ucciso senza scopo, lavorato senza spirito, e avrebbe generato figli che avrebbero continuato ad uccidere, che sarebbero stati europei, assassini, vigliacchi e sanguinari, assetati di guerra e nazionalisti, baciapile insanguinati, adoratori del dio europeo, del dio della politica. Theodor concepirà figli, studenti dalle coccarde multicolori. Essi popoleranno scuole e caserme. […] la stirpe dei Lohse. Ci sarebbe stato lavoro. Si sarebbero uccisi a vicenda” (ibidem).

Alla base della nuova piramide sociale, individui dislocati, smarriti, disorientati, l’ideale carne da macello per gli Hugenau, i Muller, i Lohse. Come Franz Bieberkopf, il protagonista di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, pubblicato nel 1929.

Franz, operaio generico, esce di prigione dopo aver scontato una condanna per aver ucciso la moglie in un eccesso d’ira. Bieberkopf è un personaggio completamente sradicato, incerto, instabile, un burattino agitato dai moventi più disparati, su cui non ha alcun controllo – un perdente, insomma.

A partire da costui, Döblin imbastisce una vera e propria epica, costruendo la cronaca dei suoi vagabondaggi dentro la metropoli e i suoi ambienti, e, contemporaneamente, dentro i suoi stati d’animo, le sue pulsioni, le sue ossessioni.

Franz, nel suo peregrinare fra un quartiere e l’altro, fra un lavoro – scadente – e il successivo, fra una relazione erotica e una amicale, diventa la lente che permette allo scrittore di mostrarci una immagine di Berlino potentemente espressionista che la dipinge come una capitale del caos e dell’insicurezza: politica, sociale, umana.

Bieberkopf, una volta tornato in libertà, cerca di inventarsi venditore di giornali, prova a impegnarsi politicamente, si fa coinvolgere suo malgrado in attività illegali rischiando di rimanere ucciso e perdendo un braccio, sfiora lo sfruttamento della prostituzione… Insomma, è un individuo sempre mosso da forze più grandi di lui, su cui non ha alcun controllo. Ha solo la consapevolezza della sua sofferenza, del suo disagio, che producono solo commiserazione e rabbia nei confronti del mondo. Su tutto dominano la tecnica e la burocrazia, l’incomunicabilità e la solitudine che ne conseguono, la violenza e l’indifferenza, come illustrato nella metafora della condizione umana messa in scena nelle bellissime, terribili, quasi cinematografiche pagine dedicate al Mattatoio comunale (come un po’ tutta la struttura del romanzo, da cui, non a caso, Rainer Werner Fassbinder ne trasse nel 1980 il film in quattordici episodi per la tivù), e alla descrizione minuziosa, certosina, delle pratiche che vi si svolgono: una tecnologia della morte che appare, col senno di poi, profetica, anticipazione dell’ottusa ma sistematica ferocia nazista – e, se si vuole, della volgarità criminale e cafona del fascismo in Italia – e che nel romanzo è al servizio di un discorso che, usando come veicolo il sangue, conduce dalla teologia alla fisica, per evocare rapporti umani e sociali degradati e impoveriti.

I Ratti, i Muller, gli Hugenau sono la razza dominante che emerge, quella generata dalla guerra, stirpe insensibile di criminali. Sotto di loro, burattini come i Bieberkopf o individui introspettivi e disorientati come Ulrich o Hans Castorp, il protagonista della Montagna magica, alla ricerca di un rifugio e di un perché, gli uomini di cui scrive Werfel.

Oppure coloro, come Švejk, che quasi senza accorgersene riescono a svicolare fra gli ingranaggi di una macchina della distruzione inarrestabile quanto sovrumana.

Né andava meglio, almeno per i sopravvissuti alle trincee – gli operai, i contadini, i piccoli borghesi – i dannati che avevano costituito la massa dei soldati in guerra e che non erano riusciti ad approfittarne. Le prime pagine del romanzo di Céline che citavamo sopra rimandano agli psicotici – reduci delle trincee – che lo psichiatra francese Eugéne Minkowski studiò negli anni Trenta e su cui costruì la sua teoria del “tempo vissuto” (Minkowski, 2004)…

A conti fatti la “Grande guerra”, con i milioni di persone coinvolte, i miliardi spesi in armamenti, l’uso sistematico delle tecnologie meccaniche e chimiche, delle comunicazioni di massa, l’organizzazione da fabbrica degli eserciti, gli entusiasmi per un’idea di guerra ancora romantica, eroica, cavalleresca, pulita – prima di tutto breve – le economie nazionali in rovina che si lasciò alle spalle, rappresentò uno degli apici del Moderno, il suo primo picco, forse, destinato a ripetersi fra il 1939 e il 1945.

Rappresentò la fine della sua fase progressiva, uno dei periodici punti di catastrofe di quella miscela di creatività e distruttività che è l’anima del capitalismo.

In quel baratro, che mutò la forma dell’Europa, la struttura della vita quotidiana, l’organizzazione della produzione e del lavoro, le forme di aggregazione politica, uno straordinario unicum politico, almeno fino ad allora, come la Rivoluzione d’ottobre in Russia, cominciarono a precipitare tutta la supponenza, l’orgoglio, la presunzione dell’uomo occidentale, insieme alla società e alla cultura che aveva costruito. Un tramonto – sicuramente solo innescato dai “due colpi di pistola” di Sarajevo ricordati da Emilio Gentile – che produsse sconforto e disperazione negli intellettuali, ma anche innovazione artistica, sviluppo tecnologico, riflessione critica, uno straordinario periodo – anche se terminale – della letteratura, l’affermarsi definitivo del cinema come forma novecentesca di rappresentazione.

Ma, nonostante i capolavori – alcuni veri e propri monumenti lungo il percorso della modernità – che quell’epoca ci ha regalato, si erge sul suo sfondo il panorama di una immensa disillusione: quella della capacità dell’individuo nato con l’Umanesimo e arrivato al Novecento di realizzare il proprio trionfo, piuttosto che ritrovarsi nell’anticamera di quello che oggi possiamo definire come “nascita trionfo e caduta dell’umano nel mondo” (Abruzzese, 2011).

 


 

LETTURE

  Abruzzese Alberto, Il crepuscolo dei barbari, Bevivino, Milano, 2011.
 Broch Hermann, Sortilegio, Rusconi, Milano, 1982.
 Broch Hermann, I sonnambuli, Mimesis, Milano, 2010.
 Broch Hermann, Gli incolpevoli, Einaudi, Torino, 1982.
  Candau Joël, La memoria e l’identità, Ipermedium, Napoli, 2002.
  Cases Cesare, Introduzione, in Musil, 1962.
 Céline Louis-Ferdinand, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano, 1992.
 Döblin Alfred, Berlin Alexanderplatz, Rizzoli, Milano, 1963.
 Fattori Adolfo, Sparire a se stessi, Ipermedium, S. Maria C. Vetere, 2013.
 Goll Yvan, Sodoma e Berlino, Il Formichiere, Milano, 1975.
 Hašek Jaroslav, Il buon soldato Švejk, Feltrinelli, Milano, 1992.
 Illies Florian, 1913 L’anno prima della tempesta, Marsilio, Venezia, 2013.
 Kraus Karl, Gli ultimi giorni dell’umanità, Adelphi, Milano, 1972.
 Lussu Emilio, Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 2005.
 Mann Thomas, La montagna magica, Mondadori, Milano, 2010.
 Minkowski Eugéne, Il tempo vissuto, Einaudi, Torino, 2004.
 Mittner Ladislao, Prefazione, in Broch, La morte di Virgilio, Feltrinelli, Milano, 1962.
 Musil Robert, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 1962.
 Roth Joseph, La tela di ragno, Bompiani, Milano, 1975.
 Schivelbusch Wolfgang, La cultura dei vinti, il Mulino, Bologna, 2006.
 Werfel Franz, Nel crepuscolo di un mondo, Mondadori, Milano, 1950.
 Zweig Stefan, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano, 2010.

 


 

VISIONI

 

 Rainer Werner Fassbinder, Berlin Alexanderplatz, Cecchi Gori Home Video, 2007.
Mario Monicelli, La grande guerra, Terminal Video, 2008.
Jean Renoir, La grande illusione, Ermitage Cinema, 2010.
Francesco Rosi, Uomini contro, Minerva Video, 2009.